Il tema delle richiodature e delle schiodature è molto sentito e quindi molto dibattuto, da sempre. C’è chi – con il beneplacito o meno dei primi salitori – rivede le protezioni aggiunte sulle vie, c’è chi va a rimuoverle. Raramente queste azioni arrivano al dibattito pubblico, più spesso si inseriscono in un retroterra di accuse reciproche sulla liceità delle iniziative e più spesso ancora rimangono anonime.
In questo caso tra la schiodatura e la sua “dichiarazione ufficiale” s’inserisce la casuale ripetizione di una delle due via da parte di Eraldo Meraldi, che dunque scrive il pezzo qui sotto riportato senza sapere chi è stato l’autore del gesto.
La buia azione decisiva su Uomini e Topi alle aride Placche dell’Oasi
di Eraldo Meraldi
(pubblicato sul suo profilo fb il 29 maggio 2026 alle ore 20.53, dunque senza aver ancora letto ciò che in giornata era stato pubblicato su Lo Scarpone dall’autore della schiodatura)
Il mio amico Piero è da un po’ che, dopo aver letto Uomini e topi di John Steinbeck, mi incalza per andare a salire l’omonima via in Val di Mello.
Qualche giorno fa è arrivato il momento fatidico e dopo la piacevole passeggiata lungo la valle passando da Cascina Piana e la Rasica, arriviamo alla base della placca iniziale dove da anni giace distesa una caratteristica pianta sradicata ma ben viva e vegeta.
La “Placca dell’Oasi” era stata salita in solitaria dall’allora giovane sognatore Giuseppe Popi Miotti, o in un momento di estasi catartica dettata probabilmente da conflitti interiori, oppure semplicemente perché ha iniziato a salire e si è trovato al termine della placca; successivamente Antonio Boscacci in una sua guida la denominò Uomini e Topi lasciando “Placche dell’Oasi” come nome dell’intera struttura rocciosa.
L’avevo salita qualche volta negli anni ’90 quando era naturale, poi qualche anno fa, ricordo bene con sorpresa, erano apparsi inspiegabilmente dei chiodi resinati lungo tutta la via, soste comprese.
La cosa era stata accettata da tutti in modo distaccato, forse perché era una via piacevole con basse difficoltà e o forse perché poi in tanti andavano a salirla.
Inizio a salire, scavando nel forziere strapieno di ricordi della mia mente, focalizzo il punto dove c’era il primo chiodo resinato ma che ora non c’è più, quindi entro rapidamente in modalità “vai tranquillo”!
A trenta metri ho messo un bel friend colorato e un po’ sopra in un’altra fessura diagonale ne volevo aggiungere un altro, ma spunta una bella vispa viperina che quatta quatta, ma bella sveglia, mi controlla.
La viperina fa uscire ripetutamente la lingua e i suoi occhi lucidi mi fissano, non ha paura ed è come se volesse trasmettermi qualcosa; un presagio mi pervade mentre lei alza il capo e lo scuote un po’ a spirale come in una danza lieve, silenziosa ed ipnotica.
Sarei rimasto lì a lungo ad osservarla, ma proseguo piano mentre per un attimo striscia a fianco delle corde come se si fosse instaurata una sintonia parallela, una comprensione sottile che porta nei meandri dei pensieri più disparati, nelle profondità della mente, nell’assoluta volontà di essere vivente che vuole stare con te.
Sono sulla placca finale, mi manca poco alla sosta mentre noto che lei non c’è più; è sicuramente entrata nella fessura che poi diventa anfratto e poi tana o casa.
La sosta è scomparsa, la placca è nuda ed è tornata alle sue origini; mi dà una mano un ginepro che mi offre un suo bel braccio nodoso e così Piero può salire da me.
Non sto lì troppo a pensare al fatto che i chiodi resinati si siano volatilizzati, non ho voglia di esaminare la cosa, sono più attratto dai grappoli fioriti dei maggiociondoli che profumati ed incantevoli donano quella bellezza fuggevole e rara.
Il ruvido diedro ci accoglie con abbondanti colate d’acqua e strame diffuso; è un tripudio che la natura regala a noi poveri illusi che pensiamo che scalare sia fondamentale.
“Io sono natura”, questo è ciò che mi dico mentre inizio a salire con calma in questo ambiente fradicio e selvaggio, faccio parte anch’io dell’ambiente e mi muovo cercando una via che mi permetta di continuare a vivere in serenità.
Le scarpette oggi non scivolano sul bagnato e nemmeno sullo strame impregnato e il terriccio, così di lì a poco mi ritrovo sulla vena orizzontale, un balconcino naturale che una breve traversata porta alla sosta che anche qui ora non ha più forma; si é dissolta nel nulla, le scintille del flessibile sono state viste da lontano e hanno dato luce alla valle per una sera.
Quella luce focosa primordiale che riporta tutto al naturale, azzera tutto, torneremo felici a vivere nelle caverne.
Salgo in qualche modo ad un gruppo di alberi e Piero arriva in uno stato variegato tra il sorpreso e lo sbigottito; anche i chiodi a seguire sono stati smaltiti e la placca superiore è bagnata e lui vuole tornare a casa.
La vegetazione sta invadendo le pareti anche qui in valle, cresce a dismisura in questi luoghi ripidi una volta considerati aridi.
Scendiamo in corda doppia e le corde intrise d’acqua si aggrovigliano come mai mi era successo, fatico a districarle, questo luogo non ci vuole lasciare andare o perlomeno agonizza il nostro tempo di permanenza.
Tutto è silenzio intorno, gli uccellini non cantano più, solo un corvo bello nero gracchia sospeso su un ramo d’abete a poca distanza, si dondola sul ramo e spicca il volo lanciato verso la placca sopra di me sfiorandola più volte, fa un po’ di volteggi eleganti e poi va verso il cielo dall’azzurro al blu fino a scomparire là dietro le montagne alte del Masino.
Mentre ci allontaniamo, volgendo l’ultimo sguardo alle placche noto che il bell’abete rosso e significativo dell’Oasi è seccato e questo è un segnale importante che le cose stanno cambiando.
Forse aveva ragione Antonio rinominando la via Uomini e topi, dove l’autore dell’opera fa riferimento come metafora per rappresentare l’impotenza di fronte al destino: per quanto ci si impegni, le speranze e i sogni, sia degli uomini che dei piccoli animali, possono essere spazzati via dagli eventi.
Rientriamo verso San Martino ripercorrendo la valle che a me sembra ora in uno stato d’abbandono e di degrado vigoroso.
I pastori Melat non ci sono più, la cura del territorio è allo sbando, la bella valle è colma di rifiuti nascosti nella fitta ed incolta boscaglia, non è più la bella valle di una volta.
Sulla schiodatura della via ritengo che sia stata fatta un’opera discutibile, in primis perché doveva essere dibattuta e poi perché non è stata dichiarata; in questo modo la situazione poteva essere potenzialmente pericolosa, se a salire fossero andate cordate ritenendo la via attrezzata.
Comunque provo a mettermi nella mente bizzarra del diabolico schiodatore mascherato, immaginando delle sue ipotetiche motivazioni:
– probabilmente prova un certo senso di piacere nel farlo, liberando la parete dalla ferraglia senza considerare, però, che una parte della ferraglia rimane comunque dentro la roccia (quindi una pulizia parziale).
– in val di Mello nessuna via classica deve avere delle protezioni fisse (fix) anche se con il consenso degli apritori.
– in val di Mello le soste sulle vie classiche non devono essere attrezzate anche se la chiodatura è pericolosa e precaria.
– è giusto che una via classica vada in uno stato d’abbandono se non c’è più la filosofia di salirla com’era stata aperta.
Forse è giunto il momento di discuterne apertamente e civilmente.
Prendo a prestito una frase tratta da Il postino, il film ispirato dall’omonimo libro, dove Massimo Troisi (il postino) dice, «La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve!», lo stesso vale per una via? «una via non è di chi la apre, ma di chi la sale».
Comunque ci sono tanti altri bei luoghi per arrampicare senza schiantarsi, non ne vale più la pena o forse non ne è mai valsa la pena…
Il commento
Mi chiedo come si sentirebbe questo “eroe mascherato” se qualcuno si fosse fatto male seriamente o peggio… per colpa di una schiodatura fatta di nascosto.
Non lo approvo, togliere protezioni senza dire nulla, lasciando che qualcuno possa partire convinto di trovare una via ancora attrezzata, per me è un comportamento irresponsabile (Giovanni Pirana).
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Per qualche giorno, quindi, alla schiodatura delle vie Il gioco dello scivolo e Uomini e Topi, non seguì un’immediata comunicazione del fatto. Questo ha suscitato un’accesa discussione tra chi approva il gesto e chi lo accusa di aver attentato alla sicurezza degli scalatori ignari.
Il tema è sempre acceso, anche quando la cronaca non riporta casi da dibattere. Negli anni ci sono state richiodature a spit e schiodature su vie come Risveglio di Kundalini, oppure Oceano Irrazionale e altre ancora; su montagne più alte nella stessa zona retica, è noto il caso dello Spigolo Vinci al Pizzo Cengalo.
Molte richiodature avvengono senza alcun clamore, nell’ombra: sempre più vie storiche vengono “messe in sicurezza” con fix, catene e anelli: tra chi difende a spada tratta l’originalità della via e chi invoca la sicurezza innanzitutto, sono molti i reciproci “dispetti”. E così capita che gli spit spariscano di colpo, senza che i responsabili abbiano un nome. Questi ultimi, accusati di vandalismo, vantano il ripristino delle condizioni originarie della via, avendo posto rimedio alla “deturpazione”. Ma difficilmente, in questo gioco, si giunge a innescare una riflessione costruttiva.
Il recente caso delle vie Il gioco dello scivolo e Uomini e topi, in Val di Mello, ha avuto però un epilogo diverso: Luca Schiera – alpinista lombardo e membro del Club Alpino Accademico Italiano, già presidente dei Ragni di Lecco – si è fatto avanti con una lettera al quotidiano Lo Scarpone del CAI, nella quale si dichiarava responsabile del gesto.
La scelta di esporsi da parte dell’esperto alpinista, tuttavia, non è bastata ad assopire le polemiche tra chi plaudeva l’intenzione e chi, invece, additava il gesto come scellerato e irresponsabile. Schiera dal canto suo afferma di essersi confrontato, prima di compiere il gesto, con alcuni dei Sassisti e primi salitori, trovando appoggio sulla rimozione dei chiodi. Parlando dei Sassisti, Schiera si riferisce a quel gruppo di giovani arrampicatori che, a partire dal 1976, hanno dato vita in Val di Mello a una vera e propria rivoluzione dell’arrampicata, ispirata alla filosofia dello Yosemite e al Nuovo Mattino torinese, basata su un approccio anticonformista e dotata di una propria etica: la progressione “in punta di piedi” su massi e grandi pareti di granito, con pochi chiodi e senza l’uso di chiodi a pressione.
Una richiodatura controversa
di Luca Schiera
(pubblicato su loscarpone.cai.it il 29 maggio 2026, a un’ora non riportata)
Consapevole di quanto ad alcuni possa suonare controverso quello che sto per scrivere, sono arrivato alla conclusione che sia meglio fornire le mie ragioni sulla schiodatura che ho fatto alcuni giorni fa di una via in Val di Mello insieme a una amica.
Dopo diversi anni dalla comparsa prima di alcuni fix, poi di resinati e poi ancora di altri fix – più o meno tutti di sosta – ho schiodato le storiche vie Il gioco dello scivolo sullo Sperone dell’onda (140 m IV, aperta da Ivan Guerini e Monica Mazzucchi in mezz’ora nel 1977) e Uomini e topi (300 m IV, aperta senza corda da Popi Miotti sempre nel 1977).
La val di Mello è rimasta una dei pochi luoghi nelle Alpi in cui c’è una discussione sulle chiodature e sulla sicurezza. Questo perché è uno dei posti in cui è nata l’arrampicata libera in Italia (sottolineo libera, non sportiva) e c’è sempre stata una forte comunità di scalatori che vivono o frequentano regolarmente questa valle ereditata dai primi sassisti, quindi il rispetto per la roccia e di chi è venuto prima è sempre stato al centro del dibattito.
Questo non vuol dire che non si possano aprire le vie come si vuole, infatti scalatori da tutto il mondo hanno attrezzato vie lunghe e monotiri in tutti gli stili, va ricordato inoltre che la stragrande maggioranza delle vie sono attrezzate a fix, tanto che se ne contano a migliaia e il numero è sempre in aumento.
L’unica eccezione è per gli itinerari storici che, seppur addomesticati, mantengono la chiodatura originale.
Il perché abbia sempre funzionato è molto semplice. Ogni volta che è comparso uno spit sulle vie classiche c’è sempre stata una mano oscura che l’ha rimosso subito dopo.
Vari scalatori più o meno locali sono stati gli artefici di questi gesti, ed esclusivamente per questo si è interrotto un circolo vizioso in cui se si “mette in sicurezza” una via, allora è giusto aggiungere qualcosa anche su un’altra fino a cancellare le caratteristiche che rendono speciale questa valle. Solo per citarne alcuni, penso al traverso di Polimagò, agli 80 metri senza soste di Patabang, alla placca sprotetta di Stomaco peloso, alla fessura fuori misura di Oceano irrazionale e poi alla facile ma sprotetta Uomini e topi. Tutte vie che hanno fatto sognare (o erano incubi?) per generazioni di scalatori proprio per queste loro caratteristiche uniche.
Le Placche dell’Oasi erano l’unica struttura dell’intera Val Masino che non solo non era attrezzata, ma in più quasi ogni via era stata aperta senza nemmeno l’uso della corda. Addirittura Boscacci era stato criticato perché quando aveva aperto Cristalli di polvere nel ‘79, la prima via di VIII in Masino, la aveva provata prima con la corda dall’alto…
Ho parlato con alcuni dei Sassisti e primi salitori ed erano d’accordo sulla rimozione. Non voglio cercare delle giustificazioni perché basta rileggere le due righe sopra per averle.
Le soste erano in buona parte utili solo per pura comodità e infatti è cambiato poco a livello di sicurezza, le vie risultano comunque sprotette, anche se è davvero difficile cadere, vista la poca pendenza. Si può sostare tranquillamente su pianta o su qualche friend medio, nel diedro iniziale di Uomini e topi o se si sale la variante Baader conviene fare un tiro lungo fino all’oasi (tirati con corde da 60 m) oppure fermarsi qualche metro prima sulla sinistra.
Perché ho deciso di espormi, pur sapendo che mettendoci la faccia questo gesto avrebbe perso di efficacia? Perché è l’unico modo per spiegare chiaramente le motivazioni, poi credo che il dialogo sia un buon modo per farci riflettere e magari di trovare dei punti in comune.
Questo discorso a mio avviso si inserisce in un contesto più ampio per questa valle. Vogliamo continuare in questa direzione, pur sapendo che a quaranta anni dalla comparsa dei primi spit la gran parte delle pareti hanno già quasi esaurito le possibilità? Cosa lasceremo alle prossime generazioni?
Se il consumo di suolo riguarda tutti i cittadini, il tema del consumo di terreno verticale prima o poi dovrebbe essere affrontato dagli scalatori, andando oltre al solito spit sì/spit no, ma mi rendo conto che per farlo serve un minimo di cultura e visione, che purtroppo non tutti possono avere e non è nemmeno una loro colpa. In ogni caso spero che parlarne faccia accendere qualche lampadina.
Nella speranza di contribuire a un dibattitto strutturato, L’Altramontagna ha intervistato oggi uno dei primi e più entusiasti sassisti dell’epoca, Jacopo Merizzi. Oggi guida alpina, esploratore e fotografo, e tra i pionieri di questo stile di arrampicata.
L’intervista a Jacopo Merizzi
di Samuele Doria
(pubblicato su ildolomiti.it/altra-montagna il 1° giugno 2026)
Che giudizio dai su queste schiodature?
Do un parere positivo sull’operato di Schiera: leggo il gesto come un’opportunità per la valle di tornare ad essere pioniera verso un approccio più fedele alla roccia. Le vie di cui si parla sono state attrezzate una quindicina d’anni fa, con soste chiodate per renderle più adatte all’uso delle guide: se porti su delle scuole di roccia, le soste fanno comodo. Ma la Val di Mello nasce con un’altra filosofia: l’ambiente e il paesaggio sono prioritari rispetto all’arrampicata. Alle placche dell’Oasi ti ritrovi in questa lingua di roccia in mezzo al bosco con tutta la valle che si estende ai tuoi piedi. L’arrampicata c’entra, ma è molto relativa.
Il gesto di Schiera risponde a un’ottica condivisa dalla tradizione dell’arrampicata libera locale (arrampicata “libera” non “sportiva”)?
Secondo me è stato un atto simpatico, allegro. In un mondo super antropizzato, dove tutto viene programmato per la ripetizione, qualcuno che schioda è un evento. Oggi ci sono delle persone che non sanno neanche arrampicare e chiodano, tutto perché il loro itinerario venga ripetuto. Ma che senso ha? È bello che la Val di Mello abbia ancora delle pareti che non sono predisposte alla ripetizione.
Quanto la valle deve la sua popolarità a questa caratteristica peculiare?
Tanto, io direi che la popolarità è dovuta proprio a queste linee ancora integre che salendo devi essere tu stesso a trovare. Vie storiche come Il risveglio di Kundalini non sono particolarmente difficili, ma quando ripetute sanno regalare sensazioni che vanno oltre la performance. Sono un’esperienza che ti porti a casa e che ti ricordi. Queste placche non protette, non chiodate, secondo me oggi hanno avuto un successo incredibile proprio perché si ricerca qualcosa di naturale, non una via predisposta artificialmente. Quando sali non vai da spit a spit, devi cercare dove passare, magari a sinistra, magari a destra, cercare la fessura dove proteggerti. È molto di più della semplice difficoltà.
E cosa mi dici della “sicurezza”?
Quando c’è affollamento sulle vie questo è dovuto alla loro eccessiva “messa in sicurezza”: secondo me l’affollamento è anche più pericoloso delle soste non attrezzate. Su alcune vie lunghe della valle, a volte, ci sono contemporaneamente sei, otto, dieci persone: così la via è già affollata e diventa un pericolo. Il rischio non è la protezione, la sosta o il chiodo. Il rischio è rimanere fino alla notte perché la cordata che hai davanti è lenta, e non sapere come scendere; o rimanere appeso in parete durante un temporale pomeridiano. Le soste si possono costruire bene e risultare del tutto sicure: occorre però saperle fare.
Dunque è sbagliato rendere accessibile a tutti l’arrampicata perché questo non può che portare a pericoli maggiori?
I numeri di quelli che fanno alpinismo e vie lunghe devono essere pochi: l’arrampicata deve essere per forza elitaria, non c’è alternativa. Ogni generazione sente il bisogno di re-interpretare a modo proprio l’approccio alla montagna, e spesso questi approcci vivono dei veri e propri cicli. Prima di noi Sassisti, c’erano gli alpinisti storici, che fino agli anni Ottanta sono andati avanti a scalare con gli scarponi rigidi (noi li chiamavamo i “rigidones”), perché erano convinti che reggessero meglio sulle tacche.
Poi, ad un certo punto, siamo arrivati noi con le pedule: per l’epoca era un tabù pazzesco. Andavamo in montagna nella maniera più allegra, sprezzante, mangiando e bevendo, ma soprattutto rinunciando quasi del tutto all’uso dei chiodi.
Dopo di noi, la generazione successiva è stata quella degli sportivi: allenatissimi e fortissimi, attenti all’alimentazione. Per loro il progetto non era più la salita, ma la difficoltà. E quindi, perché non assicurarsi con gli spit? Da lì c’è stata l’esplosione e il culto del grado.
Oggi però, qualcosa è cambiato, e le nuove generazioni stanno tornando alla ricerca di un approccio più disimpegnato, più leggero e meno “artificiale”: più esplorativo.
Le generazioni contemporanee, i miei colleghi più giovani e bravissimi, sono gente che arrampica scalza, che ripetono vie durissime attaccando appena qualche friend, magari legati in vita così, senza imbrago.
Insomma, la sicurezza non può bastare come criterio per dirimere la questione della chiodatura?
Per tornare dunque alle vie schiodate da Luca Schiera, di fronte alla possibile contestazione di aver ammesso il gesto solo più tardi, esponendo dunque chi la ripetesse al pericolo di trovarsi inaspettatamente di fronte a una via non attrezzata, rimango inflessibile sull’importanza e responsabilità personale come alpinisti e arrampicatori di saper prevenire ogni imprevisto.
Le pareti sono luoghi d’avventura, non sono la palestrina attrezzata. Ti devi aspettare il temporale, il chiodo che non c’è o è malmesso, una vipera o qualche altro animale: tutta una serie infinita di cose che se si dovesse tutelare ciascuno per ogni possibilità, allora non si potrebbe far altro che chiuderle.
Quale soluzione, dunque? Con che criterio è più sensato, al giorno d’oggi, porsi di fronte ad una parete?
Credo che come luoghi d’avventura le pareti vadano conservate: con tutte le incertezze e i rischi che comportano, e che sta a te saper prevedere. Ad ogni generazione piace reinterpretare le pareti a modo proprio, farne uno spazio di sperimentazione e scoperta, ed è per questo che mi sembra più ‘etico’ lasciare loro il campo libero, sgombro di ferraglia, cosicché anch’essi possano scriversi la loro parte di storia.
Alcuni commenti
Giuseppe Popi Miotti, primo salitore di Uomini e Topi.
1° giugno 2026, da facebook
Mi sento un po’ tirato per i capelli che non ho. Sono talmente distante da questo mondo, che pure ho frequentato, da faticare a comprendere tanto fervore. Mi viene in mente, però, che accusare Luca Schiera di essere stato arrogante mi fa ridere. E, allora, chi ha messo quei chiodi non ha compiuto un atto della medesima, se non peggiore, arroganza? E perché non si è dichiarato (pardon, forse l’ha fatto, ma non seguo i social)? Non so quanti chiodi ci fossero sulla placca che invero è una passeggiata per anziani, e magari (ma proprio magari) qualche sosta attrezzata poteva starci (scuole d’arrampicata,) ma il resto… Neppure sapevo che l’avessero chiodata. Era stato bello perdersi in quel mare di granito senza molti punti di riferimento e fermarsi all’ombra dell’Oasi senza nessuno attorno. Un ricordo che nessuno spit potrà cancellare.
Francesco Frisco D’Alessio
1° giugno 2026, da facebook
Non voglio sollevare polveroni né mettermi a rispondere a Jacopo, Luca o Rampikino e altri. Con loro di polveroni, litigate davanti a una birra e no, ne ho già fatte tante.
Non è un mistero che loro si sentano i custodi della Val di Mello e io l’eretico. Non è un mistero che riguardo le chiodature siamo stati sempre uno bianco e uno nero, uno di qua e uno di là; io la pensavo in un modo e loro all’opposto. Non voglio sollevare polveroni nemmeno riguardo a soste di vie nuove schiodate ripetutamente perché osavano incrociare vie storiche. Ormai sono vecchie diatribe e sono vecchio (anche se ho in Val di Mello una via bellissima ancora da finire di chiodare!) e mi sono un po’ rotto di discussioni, meglio una birra in compagnia.
Però una riflessione voglio farla.
E’ di pochi giorni fa la notizia che Luca Schiera ha schiodato alcune vie storiche, iconiche della valle. Ho letto la sua intervista su Lo Scarpone. La motivazione è la solita: che le vie storiche, iconiche della valle “debbano mantenere lo stato originale”.
Non discuto se sia giusto o no.
Solo faccio presente che “lo stato originale” non esiste più per moltissime di quelle vie. Le vie sono cambiate e non c’entrano i chiodi e lo stato originale non tornerà più.
Faccio un esempio, ma potrei farne tantissimi. Vi ricordate come era Risveglio di Kundalini? Forse Luca è troppo giovane, ma Popi o Jacopo che son vecchi come me se lo ricordano certo: già il traverso per arrivare al tiro della Serpe ha avuto una evoluzione enorme in termini di zolle erbose, tanto è vero che è cambiato un po’ il percorso. Vi ricordate il bell’albero alla base della Serpe dove ci si appendeva anche in tanti e si potevano fare doppie? … E’ sparito, morto. Dentro il camino dopo la Serpe c’era una bella scaglia che non c’è più. Per non parlare dei tiri in traverso su zolle dal Giardino verso la grande cengia orizzontale, sono cambiati tutti completamente. E quel bell’alberone che faceva anche una bella ombra alla base del penultimo tiro? Scomparso, morto. Lì non c’erano e non servivano fix, c’era un albero enorme con cui far sicura che ora non c’è più e c’è una liscia placca.
Potrei andare avanti ancora tanto… L’Alba del Nirvana… Stomaco peloso… anche Uomini e Topi è molto cambiata. In certe aree la vegetazione ha preso il sopravvento, in altre molti alberi utili e usati dai primi salitori sono morti.
Zolle, alberi, arbusti, scaglie e scagliette… le vie d’arrampicata sono cambiate da sole, talvolta in meglio, talvolta in peggio, comunque in modo irreparabile.
Per cui, cari amici, se parlate di mantenere una sorta di “spirito della valle”, “etica”, “Gigiat”, ecc., nonostante i cambiamenti naturali, posso concordare e rispetto al cosa fare se ne può parlare (anche se non è detto che le scelte siano sempre le vostre e sempre le stesse, visto che la natura cambia).
Ma non parliamo, per favore, di interventi per mantenere le vie allo stato originale.
Relazione di Uomini e Topi dopo la chiodatura (dotata di avviso della recente avvenuta schiodatura)
https://www.inmontagna.blog/via-delloasi-o-uomini-e-topi-scivoli-di-piacere-in-mello/
Relazione di Uomini e Topi prima della chiodatura
https://www.sassbaloss.com/pagine/uscite/mello14/mello14.htm
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uuuu, noto che ormai qualcuno è alla frutta 😉 bene, molto bene. D’altronde: Ubi maior…
“Ora che si sta rendendo conto che io ho qualcosa da dire”
Ma io ho sempre saputo che tu avevi cosa da dire, caro.
Peccato che siano solo cazzate e falsità.
Roberto. È inutile che provate a spiegare a Matteo le cose. Ora che si sta rendendo conto che io ho qualcosa da dire, e lui è completamente annullato dai miei argomenti, non sa più come fare e cerca in tutti i modi di dire la sua. Qui gli hai fatto notare la sua incoerenza, e lui subito è corso ai ripari sostenendo che non ci siano analogie tra me e schiera. In effetti nessuno lo ha mai sostenuto, io per primo. Anzi, non tollero di essere accostato a una schidoatura così banale. I miei intenti, e il mio manifesto, lo schiera non saprebbe manco come iniziare a concepirli. Ripeto: da una parte c’è il solito richiamo alla storia, dall’altra una denuncia di dinamiche economiche e individualiste che solo uno alla Matteo, che i problemi li rileva solo quando è oramai troppo tardi, può non capire. Tutti gli altri stanno invece capendo e questo mi fa piacere.
Michele Piccolo, io l’adulazione incondizionata per i maestri l’ho abbandonata alle scuole elementari. E ritrngo che la semplicità sia un pregio solo quando diventa una scelta consapevole, non una condizione in cui versi per manifesta limitatezza. La mia opinione su certe morali rimane pertanto immutata, ti consiglio di uscire dall’ingenuità d’opinione nella quali versi.
@Christian
Guarda che ormai per qualsiasi tema è inutile discutere pubblicamente nerosubianco, in quanto la maggior parte degli interlocutori esprime a prescindere una opinione ideologica senza conoscenze specifiche da un pdv tecnico o topografico.
Nello specifico, quando si tocca il mantra della cosiddetta “sicurezza” il dialogo è impossibile. Anche se l’oscuro oggetto salvacaduta è stato messo dove di fatto è inutile, arriveranno sempre tanti benpensanti che senza conoscere cosa e dove, esecreranno un qualsiasi intervento di “pulizia” e auspicheranno denunce ecc…
Amen.
Gesto condivisibile!chi parla di spit e soste messe per la sicurezza degli arrampicatori mente sapendo di mentire. Quelle soste e quegli spit sono stati aggiunti dalle guide solamente per velocizzarsi il lavoro. Dunque, care guide, fatevi una bella plenaria e risolvetevi i vostri problemi perché il 90% delle volte siete voi che chiodate e sempre voi che schiodate!
Nemmeno sulla sud del Burel.
Ma li ci sono anche zecche e roccia friabile a tenere lontani.
Io credo che ci sia spazio per tutti, non vedo questo problema di sovraffollamento….anzi sarebbe meglio avere dei posti calamita dove le masse si radunano e posti desolati e salvaggi dove nessuno ci va…..sono appena tornato dalla Sardegna ed evidentemente questo fenomeno è già esistente…..
Se poi ci vogliamo spostare il discorso sulle grandi pareti….non mi direte mica che sullo spigolo nord dell’ Agner c’è la folla? Tanto per dirne una ….
Di Michele Comi.
Lo so, lo so Alberto, basta spostarsi un po’. Ho un amico amante dell’”archeologia” che mi trascina ogni tanto su reperti storici facili ma senza neppure un chiodo. Volevo solo cercare di chiarire l’idea del climbing Park. Sakuti
Robwrto, non è del tutto vero. Il versante nord, la parete che sovrasta il canale di Lorousa, non è in climbig park. L’alpinismo ancora regna, speriamo duri.
Marco. In teoria e nel modo di salire le distinzioni sono chiare a chiunque abbia un po’ di esperienza non solo contemporanea. Sul terreno ci sono molti ibridi o ibridazioni. Feci la Decessole al Corno Stella poco dopo che girarono il film in costume per l’anniversario e ci trovai degli spit ma la parte finale era ancora da ricercare e in un tiro andai fuori via. Ora il Corno Stella è diventato un Climbing Park d’alta quota con centinaia di vie descritte nei dettagli. Vedi guida di Bergese e Ghibaudo. Anche la Val Masino è diventata un Climbing Park, accessoriato e ibridato, dove convivono frammenti antichi e frammenti moderni, a volte in pace a volte in conflitto. Ciao
Bobby, l’ho presente, meglio cambiare che aggiustare….troppo complicato.
E se arriva la corrente galvanica e corrode l’anima interna del fittone? Te dai per scontato (!!) che lui tenga, non puo non tenere, ma lui ti frega e te non te ne accorgi.
@ Benassi-Hai presente il meccanico che una volta riparava tutto per non ordinare un pezzo nuovo ?Già il camminare 30 minuti per raggiungere una falesia fuori mano taglia il 50 % dei potenziali fruitori : sono arrampicatori loro , mica facchini…Meglio ancora se il muro è di resina e ci si arriva con l’ascensore.-Anche lo spirito dei trekking è diverso : il passeggiatore non è più un “marinaio di foresta” che occasionalmente chiude il percorso velocemente e fà un po’ il barlafùs al bar , l’obbiettivo del giro è spesso senza ambiguità il riscontro cronometrico con tanto di dati smartwatch e gps postati urbis et orbis , e tu non sei più un uomo che cammina su una montagna : Cit. Troisi “vedi come sono vestito ? Sono uno skirunner / arrampicatore”, o un wannabe delle due categorie.- Oggi si tende a cambiare l’auto perchè ha una ruota a terra , e in arrampicata cambiare tutto è molto più giustificabile perchè usi protezioni sostitutive più sicure e la posta in gioco se la protezione non dovesse tenere è altissima.
A me non sembra che martello, chiodi da calcare o da granito, frends, dadi, cordini, siano una “bizzaria” , siano del “mezzi di fortuna” .
Non mi sembra che uno come Ivo Rabanser che apre vie piantando chiodi spessorati sia un tipo bizzarro p.in temetario fuori di testa
Anzi mi sembra che per fare tutto questo ci voglia preparazione tecnica e culturale oltre che una certa esperienza.
Ma se trovi tutto preparato come fai ad imparare?
E le scuole del CAI, di cui anche io faccio parte, che si fregiano del titolo di scuole di alpinismo (!!) cosa trasmettono ai propri allievi?
Che la sosta a volte si presenta anche senza la catena?
Bello essere una bizzaria.
@ Pasini-Minchia come condivido queste cose…-Il virus della comodità ha contagiato tutti o quasi tutti. Il gusto dell’avventura, dell’incertezza, dell’inventiva, del sapersi adattare, che sono alla base dell’alpinismo classico li abbiamo persi, sono roba da emarginati per questa società. Meglio la minestra pronta del supermercato, è più facile, apri la busta e giù. Non serve manco il piattp mangi direttamente lì. Troppo difficile fare un soffritto per insaporire: carota, sedano e cipolla e che roba sono???-Come ha già detto qualcuno qui sotto molti post indietro , chi ha doti di eclettismo , intuito ,temerarietà , fiuto per la via , arte di arrangiarsi con mezzi di fortuna , per me è un figo che possiede le qualità che hanno fatto grandi gli uomini , ma al mercato odierno vale poco : è out.-Adesso gli scalatori fanno gradi esoterici su vie più o meno preparati , ma difficilmente , salvo pochi , fanno stronzate rischiose e protette a nut sui campanili , come il primo Manolo.Pasini ha ragione : i nuovi alpinisti sono bravissimi , ma sono cambiati : se oggi nascessero un nuovo Ivan G. o un nuovo Roberto M. , probabilmente i più non lo considererebbero un mito , ma piuttosto una bizzarria che non serve a niente, e che vale poco sul mercato.-Mi viene in mente questo :https://www.youtube.com/watch?v=hfIlasfgibA
Ciao Roberto. Non mi era chiaro come non ti fosse più che consolidata la differenza tra una via alpinistica una via moderna e una via sportiva…..
Non capisco cosa intendi per climbing park
Comunque sono d’accordissimo con l’ultimo intervento di Matteo.