“Ormai quasi tutti trovano i modi e i mezzi per camminare, scalare e fare alpinismo…”.
Il CAI e l’alpinismo contemporaneo
di Luca Rota
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo, 2022)
Nel settembre 2019 pubblicavo un articolo intitolato Un cambio di paradigma per la cultura di montagna, nel quale riflettevo su come oggi vengono frequentate le montagne dal punto di vista tecnico e, soprattutto, da quello culturale, arrivando a chiedermi se non siamo ormai giunti nel momento in cui, per il bene e lo sviluppo futuro delle montagne e della cultura alpina, da questo ambito debba essere definitivamente svincolata la pratica alpinistica: da considerarsi in tutto e per tutto come un’attività sportiva sostanzialmente priva, nelle forme in cui è praticata oggi, di qualsiasi matrice culturale. Domanda che, in ottica CAI, metterebbe in dubbio l’attualità di quanto delineato dal fondante articolo 1 della Statuto ovvero che il sodalizio abbia (ancora) «per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale».
Il mio articolo, sia chiaro, voleva essere costruttivamente provocatorio. E’ palese che il CAI persegua ancora quanto indicato nell’articolo 1: accadeva all’epoca della sua fondazione, quando rappresentava “l’alpinismo” per eccellenza, e accade formalmente anche oggi nella sua qualità di principale associazione di frequentatori e appassionati delle montagne. Semmai è l’alpinismo a essere cambiato o, per meglio dire, ad aver spesso cambiato anima in modi più o meno inevitabili ma non sempre scontati, assumendo una matrice meno culturale e scientifica (i tempi sono cambiati, appunto) e più ludica, sportiva, agonistica o più semplicemente legata a una frequentazione turistico-commerciale dei monti che, in certi casi, appare quanto mai lontana da quell’articolo 1 dello Statuto CAI e dal suo spirito originario.
Al riguardo, di recente, una figura ben più prestigiosa dello scrivente come Enrico Camanni ha spinto ancora più a fondo l’analisi del tema, addirittura chiedendo (sempre provocatoriamente) a «cosa serva» oggi, il Club Alpino Italiano:
«Forse ci sfugge il mutamento degli ultimi 10-20 anni. Penso a come s’è fatto facile l’accesso ai monti — ormai quasi tutti trovano i modi e i mezzi per camminare, scalare e fare alpinismo, se ne hanno voglia – e a come s’è fatta delicata la frequentazione, perché siamo in tanti, sempre di più, e incidiamo su equilibri terribilmente precari. Credo che il CAI, che è ancora il primo riferimento per le terre alte, più che portare la gente in montagna dovrebbe educare chi ci va già, e anche chi non ci va, favorendo ogni occasione di crescita culturale».
A modo nostro, abbiamo entrambi posto l’accento sulla realtà sostanziale del praticare «alpinismo» (inteso nella sua accezione più ampia ovvero l’andare per monti in genere) al giorno d’oggi, in un’epoca nella quale non sta cambiando solo l’alpinismo ma, in modi anche più repentini e per molti versi drammatici, stanno cambiando le montagne: sotto l’aspetto climatico, geomorfologico, ambientale, paesaggistico e poi, a cascata, per ogni altro correlato a partire da quello socio-economico.
D’altro canto, la frequentazione contemporanea sostanzialmente ludico-ricreativa dei monti comporta diverse conseguenze tra le quali una delle più importanti è stata evidenziata di recente da un comunicato della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, ultima di una lunga e annosa serie di osservazioni al riguardo: l’aumento degli incidenti in montagna.
Scrive la CIPRA che «Dopo il lockdown per il Covid, sempre più persone vanno in montagna senza adeguate conoscenze alpinistiche. Un’indagine condotta nel 2021 dall’Ufficio svizzero di prevenzione infortuni è giunta alla conclusione che molti escursionisti sopravvalutano la propria forma fisica e la capacità di affrontare in sicurezza terreni difficili, non sono consapevoli dei pericoli della montagna e scelgono quindi percorsi troppo impegnativi. Anche la Scuola Nazionale di Sci e Alpinismo in Francia attribuisce l’aumento del 15% degli incidenti escursionistici rispetto all’anno precedente al fatto che molti escursionisti sono poco informati, preparati ed equipaggiati. Ma anche la crisi climatica contribuisce a rendere la montagna più pericolosa».
E’ la constatazione di un’evidente carenza culturale nella pratica alpinistica contemporanea di molte persone, probabilmente dettata da certe nuove modalità di frequentazione montana che basano molto del loro successo su un marketing indubbiamente efficace, le quali da un lato hanno “avvicinato” i monti a tante persone, spesso nuove alle alte quote, e dall’altro hanno però amplificato pericoli, rischi, problematiche ambientali e al contempo diminuito il livello di consapevolezza culturale diffuso.
Sono aspetti, questi, che si possono ben constatare proprio sulle nostre montagne, prossime alle città e alle grandi aree urbanizzate, dunque più soggette a una frequentazione turistica occasionale (qualcuno la definirebbe «mordi e fuggi») che persegue innanzi tutto un fine ricreativo, ma a volte tende a sottovalutarle quasi come se fossero “addomesticate” dalla vicinanza alle aree metropolitane per le quali rappresentano una sorta di parco divertimenti in quota.
Può dunque il CAI recuperare un valore contemporaneo al primo articolo del suo Statuto, scansando le derive smodatamente turistiche di un certo andare per monti, parimenti contribuendo alla crescita culturale dei frequentatori delle montagne? Io penso di sì e credo che quell’articolo 1, redatto più di 150 anni fa, ma a ben vedere assolutamente consono ai tempi correnti, abbia in sé le due chiavi fondamentali per tale fine: conoscenza delle montagne e loro difesa. Se un tempo salire le montagne serviva a conoscerle, oggi può certamente essere utile a conoscere meglio noi stessi nella dimensione montana, per frequentarla in sicurezza e al contempo per (ri)conoscere il suo fondamentale valore ambientale e culturale.
Questo si lega direttamente all’altro “ideale” espresso, la difesa dei monti: conoscerli e comprenderne il valore è la base culturale fondamentale per la loro salvaguardia, quanto mai necessaria nella realtà climatica che stiamo affrontando. Entrambi gli elementi assicurano alle montagne una frequentazione ben più virtuosa di quella oggi proposta da certo turismo di massa ovvero, in fondo, garantiscono a noi tutti la possibilità di godere di tutta la loro insuperabile, preziosa bellezza continuando ad esserne validi custodi, nello spirito fondativo del CAI e come enunciato da quel fondamentale, imperituro articolo 1.
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Ormai il CAI è solo burocrazia! Dello spirito di un tempo rimane poco! I difensori delle montagne e dei montanari non ci sono più! Esempi: 1) si organizzano sempre più uscite turistiche che in montagna! Nel caso di queste Olimpiadi di Cortina così distruttive ,inutili e con sperpero di denaro pazzesco il CAI è assente! Non una parola di denuncia forte e pubblica o di dissociazione dalle mostruosità create nelle meravigliose Dolomiti. Il CAI è anche inesistente nelle tante voci contro le nuove proposte sulla caccia e su i nuovi impianti sciistici sotto i 2000 metri o sulle tante proposte di questo scellerato governo per modificare gli statuti e i confini dei parchi (restringimento ).