Il debutto olimpico dello skimo

L’inserimento dello “scialpinismo” nei giochi olimpici invernali ha suscitato grande interesse di pubblico, specie tra i non addetti alla tradizionale disciplina scialpinistica, quella vera. In questo articolo cerchiamo di analizzare come i non addetti hanno colto la novità e come i tradizionali appassionati l’abbiano in genere criticata.

Con questo intento abbiamo ripreso tre degli articoli apparsi nei giorni precedenti allo svolgimento delle gare, limitandoci (nel terzo) a riportare in corsivo e sottolineare le informazioni che più evidentemente denotano l’ignoranza di cosa è veramente lo scialpinismo.

Alla fine, dopo una doverosa ma rapida sintesi dei risultati, il commento di Carlo Crovella e della Redazione.

Lo scialpinismo, un ritorno alle origini
di Giovanni Battistuzzi
(pubblicato su ilfoglio.it il 14 febbraio 2026)

Il 24 dicembre del 1934 è la data esatta nella quale gli sciatori hanno iniziato a impigrirsi. Il giorno nel quale venne inaugurato il primo impianto di risalita a fune alta a Davos, Svizzera (quello che dal paese saliva verso lo Jakobshorn). Sino a quel momento per poter scendere serviva salire e, salvo qualche super riccastro che si faceva portare in quota con una carrozza trainata da muli, o ci si affidava alle prime rudimentali manovie (una fune alla quale ci si appendeva, mossa da un argano, NdA), ma per brevi tratti, di solito quelli più pendenti, o toccava mettere le pelli sotto gli sci, armarsi di pazienza e far lavorare i muscoli. Lo sci era questo.

Classica immagine da scialpinismo tradizionale

Il progressivo e inesorabile impigrimento degli sciatori rese necessaria l’introduzione di un nuovo termine: scialpinismo. Lo scialpinismo è la resistenza dello sci com’era allo sci com’è, una selezione genetico-culturale capace di eliminare il fighettismo dalla neve, per quanto diversi fighetti selfiemaniaci siano riusciti a intrufolarsi.

La resistenza dello scialpinismo è stata a lungo ignorata da chi gestisce lo sport, tanto che il debutto alle Olimpiadi invernali avverrà proprio ai Giochi di Milano-Cortina 2026.

Anche perché il Comitato olimpico internazionale ha riconosciuto la Federazione internazionale di scialpinismo solo nel 2016, nonostante gare di scialpinismo fossero già attestate negli anni Venti del Novecento, mentre quelle di sci alpino erano iniziate addirittura nel 1843 in Norvegia.

Un ritardo ingiustificato eppure giustificabilissimo. L’International council for Ski mountaineering competition, la federazione internazionale di questa disciplina, si è formata solo nel 1999.

Prima di allora nessuno ne aveva sentito il bisogno. E pure dopo, in molti hanno continuato a non sentirne il bisogno. Il motivo è semplice. Una federazione impone delle regole e lo scialpinismo è sempre stato refrattario ad averne. Un paradiso anarchico.

Anche perché le gare di questa disciplina a lungo si sono svolte senza un percorso prestabilito. C’era una partenza, qualche punto di controllo da passare obbligatoriamente e un arrivo. Il percorso per unire partenza, punti di controllo e arrivo era a discrezione degli atleti.

A Bormio, sede delle prove olimpiche di Milano-Cortina 2026, invece c’è un tragitto da seguire obbligatoriamente, tra l’altro quasi esclusivamente su neve ben compattata dai gatti delle nevi. Un addolcimento quasi stucchevole di quello che fu “la versione invernale del ciclismo”.

A descriverlo così fu Oscar Egg, straordinario pistard svizzero, vincitore di quasi un’ottantina di Sei giorni in carriera, primatista del mondo di una decina di specialità della pista (dai 500 metri alla 100 chilometri), capace di stabilire tre Record dell’Ora tra il 1912 e il 1914, l’ultimo dei quali rimase imbattuto per quasi vent’anni (ci riuscì Jan van Hout il 23 agosto del 1933).

Oscar Egg in inverno si divideva tra velodromi e neve. Quando non era in giro per il mondo a correre su di una biciletta a scatto fisso, si metteva ai piedi gli sci, allacciava le pelli di foca sulla parte inferiore e iniziava a scalare le montagne.

Prova Sprint, la scalinata

In un’intervista del 1913 a Henri Desgrange, l’uomo che fondò L’Auto – all’epoca il più venduto giornale sportivo d’Europa – e che inventò il Tour de France, raccontò così i suoi inverni sugli sci: “Quando non frequento i velodromi, preferisco lasciare il velocipede a casa e mettermi sugli sci. Lo sci dà le sensazioni del velocipede. Le gambe lavorano intensamente, l’aria della montagna ristora polmoni e cuore, e i panorami accarezzano lo spirito, donano all’animo un che di magnifico. La fatica della salita, la stessa che richiede il velocipide, è compensata egregiamente dal trasporto che dà la discesa sugli sci senza pelli. Il senso di ebbrezza che dà la velocità è lo stesso. E uguale è la sensazione di essersi conquistato tale bellezza”, disse il corridore svizzero.

Allenamenti che garantirono a Oscar Egg anche un’ottima carriera da ciclista su strada: vinse due tappe al Tour de France (oltre alle tre nella categoria isolati), una al Giro d’Italia, una Parigi-Tours e una Milano-Torino.

Sono invecchiate male le parole di Oscar Egg. Ora sono incomprensibili, senza un’aggiunta: serviva correggere sci, con scialpinismo. Ora lo sci è discesa senza salita.

Michele Boscacci

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Scialpinismo al debutto
(ecco come funziona la nuova disciplina dei Giochi)
di Daniele Sparisci
(pubblicato su corriere.it/sport il 19 febbraio 2026)

Basta osservare un allenamento all’arrivo della pista Stelvio per stancarsi. Giulia Murada, pioniera italiana dello scialpinismo (pioniera, in tutta evidenza, solo della disciplina olimpica che debutta oggi alle Olimpiadi Invernali, NdR), ha il dono della sintesi: «Per noi il piano non esiste… non mi piaceva nemmeno lo sci, ho cominciato ad apprezzarlo andando in salita, si vede che sono portata per la fatica. Preferisco “guadagnarmi” la discesa». 

Cinquanta metri sulla neve da percorrere in salita con gli sci ai piedi (vanno messe le pelli sotto le «suole», che per fortuna non sono più di foca, ma di materiali sintetici, anche se tutti le chiamano ancora così); poi via gli sci, una quarantina di gradini da affrontare di corsa con gli scarponi e lo zaino carico dell’attrezzatura, e il solo aiuto dei bastoncini. Poi, altro scatto verso la «transition zone», l’area nella quale bisogna cambiare assetto, cioè togliere il più velocemente possibile le pelli.

Per concludere l’anello di 610 metri si va giù in discesa con il passaggio obbligato fra porte blu e rosse simili a quello dello slalom gigante. Una prova di resistenza di due minuti e 40 secondi circa, tutto si decide in verticale, nella parte più massacrante. Un format breve dove ci si sfida in batterie con sei atleti (passano i primi tre) fino alle finali.

Alba De Silvestro e Michele Boscacci oggi (19 febbraio 2026, NdR) si divideranno nelle sprint individuali (femminile e maschile), poi torneranno insieme (nella gara “mista” del 22 febbraio, NdR).

Coppia di fatto, in pista e nella vita, tenteranno di vincere sabato una medaglia nella staffetta: «Gareggiare con il marito non capita a tutti — racconta Alba che si è tinta di rosa i capelli per intonarli al fucsia degli sci— per tante cose è meglio, per tanto è peggio. Oggi per esempio eravamo un po’ nervosi, poteva essere una combo letale… per fortuna c’è ancora tempo».

Giulia Murada invece si gioca tutto stamattina (quest’anno tanti bei podi in Coppa del Mondo: «Inutile nascondersi, non sono ai Giochi per partecipare») sotto gli occhi del padre Ivan, che è stato campione del mondo di scialpinismo ed è anche il suo allenatore: «C’è un rapporto molto sincero, non abbiamo problemi a discutere, talvolta a litigare, quando non siamo d’accordo. Mi fido ciecamente perché la sua testa funziona meglio della mia e gli basta uno sguardo per capire quando sono in forma».

Ventisette anni, sorride davanti alle «sue» montagne: vive ad Albosaggia, un paesino vicino Sondrio, a un’ora da qui considerato la patria degli scialpinisti (quelli da rally o altro genere di gare, NdR).

La preparazione per affrontare gare sprint di questo tipo è particolarmente intensa: l’allenamento è soprattutto aerobico con bici e corsa d’estate, e poi gli sci d’inverno, circa 800-900 ore prima di ogni stagione.

I segreti di una sprint? «Non puoi fare conti, devi solo andare forte e gestire bene i cambi, lì puoi buttare via la gara. E poi stare attenti in discesa, ai sorpassi. Giù a “tutta”, ma con un po’ di attenzione».

Per alleggerire la pressione fra una manche e un’altra Giulia riempie parole crociate e sudoku, ha preso una laurea triennale in Scienze del Turismo ed Economia: «Mi piace studiare, anche se in quest’anno olimpico ho dovuto concentrare tutto su queste gare».

C’è una medaglia verticale da inseguire sui gradoni di ghiaccio.

Giulia Murada impegnata nella prova Sprint, 19 febbraio 2026. Foto: EPA/Anna Szilagyi.

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Il debutto dello skimo
(ma il format olimpico si piega alle esigenze tv)
di Alessandra Giardini
(pubblicato su Il Domani del 19 febbraio 2026)

Lo skimo è una questione di famiglia. I tre azzurri che formano la Nazionale per il debutto ai Giochi della specialità abitano tutti ad Albosaggia, in Valtellina: un paese di 3mila abitanti a 500 metri di altezza, nel Parco delle Orobie Valtellinesi, alle porte di Sondrio. Un residente su mille gareggerà ai Giochi: bella media. Loro sono Giulia Murada, Michele Boscacci e Alba De Silvestro.

Il team italiano
Giulia, 27 anni, è figlia di Ivan Murada, che è stato tra i primi campioni di questo sport con l’inseparabile Graziano Boscacci, il papà di Michele. Insieme hanno vinto tutto. Quanto ad Alba, lei e Michele grazie allo skimo si sono incontrati, innamorati e dal 2021 sono moglie e marito. Bellunese cresciuta sulle Dolomiti lei, 30 anni, 5 podi in Coppa dei Mondo nel 2025. Valtellinese lui che a 36 anni vanta due Coppe dei Mondo, 8 medaglie mondiali (quattro d’oro) e 4 europee. In più ha vinto 4 volte il Mezzalama, l’ultima nel 2025 insieme con Robert Antonioli, altro fuoriclasse dello skimo azzurro. De Silvestro e Boscacci gareggeranno oggi 19 febbraio nello Sprint, e sabato 21 nella staffetta mista. Ad Albosaggia hanno una fattoria con le api e le mucche che sarà il loro futuro dopo lo sport agonistico. Una medaglia insieme vorrebbe dire toccare il cielo con un dito, e non è impensabile: nel 2025 hanno ottenuto due podi in Coppa dei Mondo nella staffetta. Nello Sprint invece è Murada ad avere più chance, ma i favoriti d’obbligo sono spagnoli, francesi e svizzeri. Murada è stata dieci volte sul podio in gare Sprint in Coppa dei Mondo, tre soltanto quest’anno. Tutta Albosaggia oggi si sposterà a Bormio, a un’ora di strada. E 12 tecnici della Polisportiva Albosaggia sono tra i volontari chiamati per preparare la pista Stelvio, agli ordini proprio di Ivan Murada e Graziano Boscacci.

La salita verso la scalinata

Tra tecnica e avventura
Ma cos’e questo Skimo? Skimo e l’abbreviazione di Ski mountaineering, per noi semplicemente scialpinismo: combina l’arrampicata in salita, spesso su forti pendenze, e lo sci in discesa. E l’unica disciplina nuova di questa Olimpiade. Uno sport che richiede tecnica, resistenza e spirito di avventura. La storia di questa disciplina comincia nel 1933 con l’istituzione dei Trofeo Mezzalama, sul Monte Rosa, la maratona dei ghiacciai più famosa del mondo. Gli atleti utilizzano per la salita sci leggeri e pelli da arrampicata (tradizionalmente erano pelli di foca, oggi sono strisce di peli realizzate con fibre tessili sintetiche o miste con il mohair), scarponi da sci adatti sia all’arrampicata sia alla discesa, e poi bastoncini, casco e zaino. Gli attacchi sono progettati specificamente per consentire di passare dallo sci in salita allo sci in discesa, con un sistema di rotazione sulla punta degli sci. Ci si arrampica in salita tenendo gli sci attaccati alla schiena e utilizzando le pelli da arrampicata, per poi passare alla discesa dopo una breve fase di transizione in cui si tolgono le pelli con un piccolo salto e si ripongono in una tasca a marsupio: nella gara Sprint è un’operazione molto veloce, che richiede 3-4 secondi, un pit-stop da Formula 1. Gli sci sono normalmente più corti di quelli da sci alpino per una maggiore manovrabilità, soprattutto sui terreni tecnici. Ci vuole anche un equipaggiamento di sicurezza: una coperta di sopravvivenza, una sonda da neve e un rivelatore di valanghe. «Normalmente le gare sono sicure, ma i rischi non si possono azzerare», ha spiegato lo svizzero Thomas Bussard, oggi 23 anni, che ha vinto l’oro nello skimo ai Giochi olimpici giovanili 2020 di Losanna, dove in pratica si testava la disciplina che debutta a Milano-Cortina. Anzi, a Bormio. A ospitare lo skimo sarà ovviamente l’Alta Valtellina, dove questo sport è nato: un vero paradiso per questa disciplina, con percorsi dedicati, strutture, un’app, addirittura uno skipass riservato. Il programma olimpico prevede gare individuali di Sprint, maschili e femminili (una salita e una discesa per un totale di circa 3,5 minuti ogni prova), che si svolgeranno oggi 19 febbraio; mentre sabato 21 febbraio si svolgerà la staffetta mista, con squadre composte da un uomo e una donna che si alternano nelle frazioni: la donna inizia con due salite e due discese, poi il suo collega fa lo stesso.

Ogni atleta completa il circuito due volte, per un totale di quattro transizioni: 25 minuti, più o meno. Il format olimpico strizza l’occhio alle esigenze televisive, ma tradisce un po’ lo spirito dello skimo, che si basa su lunghe distanze e immani fatiche.
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La scalinata

Note tecniche
Nell’edizione 2026 delle Olimpiadi invernali non è stata disputata la prova Individual (inizialmente prevista) perché prevedeva dislivelli molto maggiori e grandi difficoltà tecniche nella ripresa televisiva. Lì sarebbe stato obbligatorio l’uso del Sistema di sicurezza ARTVA, pala e sonda. Certamente l’Individual è la disciplina che meno si allontana dallo scialpinismo tradizionale.

La prova Sprint dello scialpinismo olimpico è una gara esplosiva e altamente tecnica, che combina salita, tratti a piedi e discesa in un formato molto breve e spettacolare. Alle batterie (tutte da sei atleti) di qualificazione, sono seguite le semifinali e poi la finale.
Dopo la partenza in linea c’è stata la salita con pelli, il tratto a piedi (bootpack) con sci nello zaino, la transizione unica (con rimozione pelli) di preparazione discesa, la discesa.
Con un dislivello positivo di 70 metri, i migliori tempi sono variati dai 2’34”03 (maschile) ai 2’59”77 (femminile). Il materiale regolamentare (ISMF) prevedeva un peso minimo degli sci pari a 750 g (senza attacchi), un peso minimo degli scarponi pari a 500 g, il casco obbligatorio (in salita e discesa), lo zaino tecnico per trasporto sci, un sistema di attacco con sgancio certificato.

La prova di staffetta mista ha visto squadre composte da una donna e da un uomo che si sono alternati per un totale di due frazioni per ciascun componente (donna-uomo-donna-uomo). Le frazioni ricalcavano il format dello Sprint ma erano raddoppiate (135 metri di dislivello); il cambio al compagno/a avveniva con tocco di mano.
Con un dislivello positivo di 270 metri per ogni atleta, il miglior tempo fatto segnare dai vincitori è stato di 26’57”44. Per avere un’idea della velocità, da un calcolo rapido risulta una media di salita di circa 20 metri al minuto, comprensivi di partenze da fermi e ben 10 cambi di assetto!
Il materiale regolamentare (ISMF) prevedeva un peso minimo degli sci pari a 750 g (senza attacchi), un peso minimo degli scarponi pari a 500 g, il casco obbligatorio (in salita e discesa), lo zaino tecnico per trasporto sci, un sistema di attacco con sgancio certificato.

Podio dei vincitori della prova a squadre

Risultati
Sprint Maschile
Oro allo spagnolo Oriol Cardona Coll (2’34”03), argento all’indipendente Nikita Filippov (2’35”55) e bronzo al francese Thibault Anselmet (2’36”34).

Sprint femminile
Oro alla svizzera Marianne Fatton (2’59”77), argento alla francese Emily Harrop (3’02”15) e bronzo alla spagnola Ana Alonso Rodríguez (3’10”22).

Staffetta mista
Oro alla squadra francese (Emily Harrop e Thibault Anselmet, 26’57”44), argento alla squadra svizzera (Marianne Fatton e Jon Kistler,27’09”30) e bronzo alla squadra spagnola (Ana Alonso Rodriguez e Oriol Cardona Coll, 27’23”94).
La medaglia di “legno” se l’aggiudicano gli americani Anna Gibson e Cameron Smith, con il tempo di 27’40”43. Alba De Silvestro e Michele Boscacci sono quinti con il tempo di 27’57”64.

Il commento
a cura di Carlo Crovella e della Redazione

La nostra prima reazione nel leggere quasi tutto ciò che è stato scritto e detto prima, durante e dopo lo svolgersi delle competizioni di “scialpinismo” alle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 è stata pressappoco “Non sparate sul pianista.” Cioè: “Poveretti, non sanno di cosa stanno parlando”.
Subito dopo è intervenuta la considerazione che occorre ragionare a mente fredda: i quotidiani generalisti e le telecronache RAI non possono fare altro che seguire i trend del momento, rischiando di risultare un po’ sprovveduti agli occhi dei vecchi montagnard e della maggioranza degli scialpinisti.

Che cos’è davvero lo scialpinismo tradizionale? L’amico Riccardo Valchierotti, vera “volpe argentata” in quel mondo di raffinati scialpinisti che è il CAI UGET Torino, ricorda che la più bella e calzante definizione dello scialpinismo è quella di Andrea Gobetti: “Lo scialpinismo non è né la capacità di correre in salita più forte degli altri, né quella di fare la pista più ripida o inanellare le curve più belle in discesa. Lo scialpinismo è l’arte di navigare il mare bianco che durante l’inverno e la primavera si traferisce sulle montagne“.

Senza la pretesa di raggiungere la liricità di Gobetti, noi stiamo più terra terra e affermiamo che lo scialpinismo è una “mistura” composta da: esplorazione (al limite anche individuale, cioè “vado per la prima volta in un vallone dove io non sono mai stato prima”), avventura, imprevisti, rischi, saper tracciare, scegliere dove passare, prendere decisioni, sapersela cavare di fronte a tutto, saper tornare indietro, informarsi, studiare, scrutare le cartine, inventare nuovi progetti, organizzarli a puntino, partire, realizzarli e… tornare a casa sani e salvi.

In effetti l’analogia con il gobettiano “navigare” è molto profonda.

Alba De Silvestro

Soprattutto lo scialpinismo non è salire per poi fare una sola discesa, per quanto sciisticamente “bella”. Per lo scialpinista doc, la discesa “bella” è un optional: se c’è, bene, ma se non c’è, bene lo stesso. Spesso la discesa è brutta, a volte addirittura molto brutta: o per la brutta neve o per il tempo non favorevole, la nebbia, l’incertezza, la stanchezza e mille altre ragioni, compresa la scarsa forma fisica individuale di quella giornata. Ma, discesa bella o brutta, le uscite scialpinistiche sono sempre divertenti e dai contenuti “spessi”.

È vero che lo scialpinismo degli ultimi due-tre decenni si è messo ad esaltare molto la discesa, quindi ricerca la bella neve, specie se farinosa, la cosiddetta polvere. È uno scialpinismo diverso e nuovo, infatti in suo onore è stato coniato un “nuovo” nome: Skialp.

Tale visione innesta nelle uscite scialpinistiche il cosiddetto Free Ride, cioè la discesa inebriante a grandi curvoni veloci. C’è una maggior ricerca, quasi esasperata, del divertimento prettamente sciistico.

Questo nuovo approccio (che ormai tanto nuovo non è più…) ricerca inevitabilmente la bella neve, che diventa la variabile chiave dell’intera uscita. Tutto il resto (esplorazione, avventura, improvvisazione, sapersela cavare, ecc.) si stempera nelle retrovie e tendenzialmente sparisce. Non a caso le relazioni di uscite individuali postate sui siti specializzati mettono in primo piano la qualità della neve, in genere gradata da zero a 5 stelle: il giorno dopo l’uscita della relazione, tutti si accalcano sull’itinerario “stellato”, mentre nel valloncello a fianco non c’è nessuno.

Se lo scialpinismo tradizionale è “andare in montagna anche quando essa è innevata e a tal fine si utilizzano gli sci”, lo Skialp non fa più parte dell’andare in montagna, almeno come lo intendiamo noi vecchi montagnard. Lo Skialp è salire, in genere veloci (se non velocissimi) e su grandi dislivelli, per poi fare una lunga meravigliosa discesa, tutta sparata nella polvere “00”. In parole semplici, lo Skialp è uno sport.

Ecco dunque che i report di questi giorni assumono un’altra valenza, ed è ancora più evidente quando definiscono lo scialpinismo come uno sport, paragonabile per esempio al ciclismo. Il fatto che il paragone di Oscar Egg risalga addirittura agli albori o quasi dello sci (cioè all’inizio del Novecento) non deve trarre in inganno. Innanzi tutto si descrive il pensiero di un ciclista (cioè uno che praticava sistematicamente uno sport) il quale, nel tempo libero dal ciclismo, si dedicava allo sci (allora senza impianti per definizione). In secondo luogo una visione “sportiva” sull’uso degli sci esisteva anche in quel lontano passato: descriverla è qui fuori luogo, ma non è casuale che in quei decenni sia nata la FISI (Federazione Italiana Sport Invernali), cui compete la gestione dello “sci sportivo” (poi diventato “agonistico”), mentre l’andar in montagna con gli sci sia rimasto competenza degli Ski Club e, dopo la Seconda guerra mondiale, sia entrato nel grande mondo del CAI.

L’accelerazione dei decenni più recenti verso una concezione marcatamente sportiva dello scialpinismo è un fenomeno innegabile. Molti tra gli appassionati dello Skialp non sanno cosa si perdono nel non conoscere il “vero” scialpinismo.

Attenzione che “concezione sportiva” dello scialpinismo non necessariamente si limita all’attività prettamente agonistica: quest’ultima fa parte della prima, che è invece un concetto più ampio. Anche qui ci si imbatte in non pochi equivoci all’interno del mondo attuale dello scialpinismo. Non rubiamo altro spazio e svicoliamo via veloci, ma non possiamo esimerci da sottolineare l’inconsistenza della tesi per cui la disciplina agonistica che ha fatto l’esordio olimpico in questa edizione sia chiamata “scialpinismo”.

Competizioni scialpinistiche sono sempre esistite, ma i grandi Trofei storici (il Mezzalama su tutti, ma non solo) hanno sempre avuto un’attinenza ideologica con l’andar in montagna. E lo stesso dicasi anche per i famosi rally scialpinistici in pieno spolvero fra gli anni Cinquanta e i Settanta.

Con più o meno rispetto per la prestazione sportiva, sono in tanti a ritenere che gli atleti che si muovono allo spasimo (come accade ai giorni nostri) in un circuito ristretto, magari ripetendolo più volte, ricordino i criceti che corrono sulla ruota che gira. Le gare, oggi chiamate “scialpinismo”, sono uno spin off dello sci di fondo: meritevoli di rispetto, per carità, ma troviamo una definizione diversa e più adatta.

E’ ben giustificato che i giovani atleti, spesso genuinamente “scialpinisti”, abbiano abbracciato questa nuova possibilità che viene loro offerta. Essi hanno tutto il nostro totale rispetto per le fatiche e l’impegno richiesti, pari a qualunque altra disciplina olimpica. Ma quest’attività agonistica non ha proprio nulla a che fare con lo scialpinismo tradizionale. E non la si può assimilare neppure allo Skialp (ed è per questo motivo che, quando fu proposto di chiamare le competizioni olimpiche “Skialp Race”, questo nome non ebbe fortuna). “Skimo Race” potrebbe essere una definizione abbastanza giusta, dove il divario tra nome e significato storico e culturale sarebbe di certo meno spropositato.

Il debutto olimpico dello skimo ultima modifica: 2026-02-24T05:56:00+01:00 da GognaBlog

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21 pensieri su “Il debutto olimpico dello skimo”

  1. Abbiamo perso purtroppo la capacità di indignarci ormai assuefatti a tutto. Qui abbiamo assistito ignari e inermi ad uno dei più grandi errori di semantica della storia. Potremmo chiamarlo skistep o qualcosa del genere, anche bagski visto lo zainetto. Lasciamo stare chi ama la montagna la neve e lo scialpinismo in toto per favore, incluse le bellissime gare su pista tipo Sellaronda e Monterosa. Spero che tra 4 anni i francesi che in linea di massima hanno più palle di noi, se ne freghino del CIO e propongano qualcosa che almeno sia scivolare con le pelli in salita, una traccia, due alberi, una crestina e una discesa. Magari per due interminabili giri di 18-20 minuti, compiendo il sacrilegio di sovrapporsi alla super televisiva e appassionante 50 km di fondo.

  2. La “sverginata” sulla montagna di casa, Marcè, che te la riassapori ammirandola dal sofà quando s’accentua al tramonto con linee sinuose con una birra in mano e nessuno ne sa niente di chi e quando, ma la firma anonima è stata tracciata con approccio intimo e consenziente. E può essere con attacco dinafit, atk, silvretta oppure telemark o ancora con la “brega”, ma te la sei sudata in salita come importante preliminare 😉

  3. @18 beh vuoi dire che non c’è differenza di percezione tra il guardare un pornazzo romantico tecnica classica e invece uno imparentato col pilates a ritmo tecno da massacro e affioramenti anatomici indesiderati? Anche neoclassico piuttosto 

  4. Lo sci alpinismo l’ho sempre visto come un momento di quiete del frequentare la montagna. Metti da parte scarpette, corda, ansie e tutto l’impegno che ci vuole per affrontare una parete di roccia difficile, oppure tralasci la pericolosità di una candela di ghiaccio, preferendo un giro sulla neve senza pensieri e questo significa già che non andrò a cercare la pauder cacciandomi nei guai col bollettino a livello 4 e neanche cercherò la pendenza più esasperata. Quando a gare come la Transcavallo si cominciò a correre a perdifiato disdegnando una birra offerta in forcella perché sennò perdevi il socio che oltretutto si leva entrambe le pelli con un balzo mi sembrò di assistere ad un porno di quelli nevrotici con la donna che soffre come in un parto. Mi dispiace ad averlo rivissuto in maniera ancora più pesante con il debutto olimpico. Forse quando si è sensibili succede. L’importante è che qualcuno ci guadagni e che non esponga striscioni vele e gommoni marchiando il territorio senza risvolti.

  5. Umberto, faccio presente che i tuoi eroi di Albosaggia del laresún, non hanno vinto niente nello skimo olimpico.

  6. Per 2 cose è famosa Albosaggia nel mondo:
    – il Laresùn, larice monumentale secolare dalla circonferenza di 7,5 metri. Tanta legna come un centinaio di larici tagliati a Cortina per la pista di bob.
    – preparazione perfetta per gare di Skimo olimpionico.

  7. Le Olimpiadi – compreso tutto il loro crescente contorno mediatico – sono anche l’occasione per fare conoscere discipline meno note o diffuse o praticate da sportivi non molto numerosi. Lo sci alpinismo è infatti poco conosciuto se non, ad esempio, dai lettori di questo blog che non sono certamente un campione rappresentativo dei milioni di spettatori che hanno seguito i giochi invernali. Purtroppo qui gli organizzatori hanno gravemente toppato e spiace che si siano prestati alla penosa messa in scena campioni che gareggiano e vincono Mezzalama e dintorni, in primis i nostri connazionali. Invece hanno avuto un grandissimo successo due discipline: short track e curling, i cui praticanti, amatori e agonisti, in Italia sono veramente poche decine. Purtroppo molti tecnici e praticanti, visto il successo, si sono affrettati a lamentarsi della scarsità degli impianti esistenti in Italia. Anche se una bravissi ma atleta valtellinese ha conquistato ben 15 medaglie in sei differenti Olimpiadi pur in un Paese mediterraneo dove tenere in fresco il ghiaccio in estate non è cosa semplice, come non sarebbe facile ghiacciare i bocciodromi o le piste dove si pratica il bowling. Non semplice poter accontentare tutti, specialmente in quegli sport visibili ogni 4 anni. Sono invece contenti, così come è stata rappresentata la loro disciplina, i moltissimi sci alpinisti, semplici gitanti delle montagne innevate o agonisti nelle numerosissime gare in tutta la catena alpina europea? 

  8. Agli sportivi dello skimo consiglio vivamente le scale di casa, soprattutto d’inverno. Liberare la montagna dai turisti del brivido sarebbe un vantaggio per tutti.

  9. Chat-GPT mi ha detto che quel format era il prezzo da pagare per far entrare lo skialp nell’ambito olimpico dove tutto deve essere super controllato, super prevedibile e televisivsmente super gestibile.
    Io dico che una “run” (come si dice adesso …) di 1.000 mt. (di dislivello …) in un contesto sicuro con riprese da postazioni fisse e con droni la potevano pure fare visto che questi del CIO nn mi risulta siano una congrega di indigenti …
    Speriamo nei francesi tra 4 anni che di solito ci sanno fare meglio di noi in queste cose.

  10. Ps io le “pelli da arrampicata” pensavo fossero le epidermidi dei californiani che si scarnificano nelle fessure in Yosemite 

  11. Ti alleni per le gare di scialpinismo e poi ti fanno correre su per una scala in un parcheggio.
    Io mi vergognerei. Chi ti vede e paragona a quelli che fanno il gigante o la 50 km di  fondo, pensa che lo skimo sia uno sport per idioti.
    Un po’,  scusatemi,  lo penso anch’io. 

  12. Per la prossima edizione dei Giochi propongo una versione indoor, con le ciabatte al posto degli scarponi …

  13. A proposito Alberto, mi ricordo che feci una gara di sci alpinismo in appennino, il mitico trofeo Schiaffino, la partenza era scaglionata con un ritardo in base alla prova di ricerca arva che sì faceva in un boschetto vicino all’ arrivo/partenza…
    Comunque le gare di scialpinismo vere esistono..vedi  il mezzalama , ecc ecc

  14. Tanto di cappello per le prestazioni atletiche, molto meno per quanto riguarda la tecnica, per esempio in  discesa che mi sembrano un po’ delle seghine. In salita avrebbero dovuto mettere qualche dietro front obbligatorio sul ripido, ne avremmo viste delle belle!. In ogni caso nulla a che vedere con lo scialpinismo

  15. Dove sussiste il nome alpinismo,deve essere indiscussamente svincolato da qualsiasi gara agonistica,in quanto è intrinseco nel nome l’avventura,il rischio ,l’incognita ecc……A differenza,lo sport deve essere privo di rischio e pianificato.Giu’le mani dallo scialpinismo alle attività olimpiche, è solo business e stralci di fama sterili!

  16. Non ho capito che cosa c’entri una scalinata con lo sci, lo scialpinismo, la neve, l’inverno e le Olimpiadi invernali. Ah, ma è Skimo!
     
    Per la prossima edizione dei giochi consiglio un nuovo tipo di gara: lo Skriceto. L’atleta con gli sci dovrà esibirsi dentro una gigantesca ruota innevata e girevole, di almeno dieci metri di diametro. Come un criceto.

  17. Incredibile la velocità con la quale si mettono e tolgono le pelli di foca, così come si mettono e tolgono gli sci! Col tempo che impiego io a mettere gli sci e le pelli di foca, loro hanno già finito la gara!

  18. Ma prima di affrontare il percorso della gara di “scialpinismo” i giudici l’hanno guardato il bollettino valanghe?

  19. Non paragonerei la progressione in salita dello scialpinismo con l’areampicata.

  20. Letto e apprezzato il commento della Redazione e C.C. che evidenzia sia gli aspetti turistici che quelli agonistici, ripeto quanto scritto ieri: mi sembra di essere tornato ai tempi di ‘Giochi senza frontiere’. 

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