Il dramma della tenda rossa

L’obiettivo del terzo volo del dirigibile Italia era di raggiungere il Polo Nord. Il viaggio fu particolarmente preparato, furono caricati, tra l’altro, 270 kg di strumentazioni e materiali scientifici. Al Polo sarebbero dovuti sbarcare Nobile, Pontremoli, Malmgren e Mariano per effettuare misurazioni sulla banchisa muniti di una tenda, di una stazione radio campale e di razioni. Il volo iniziò alle 4.28 del 23 maggio 1928; a bordo erano presenti 16 persone più la cagnolina Titina. Raggiunto il Polo Nord il comandante decise di non atterrare a causa delle avverse condizioni atmosferiche. Nel rientro avvenne la tragedia, alle ore 10.33 del 25 maggio 1928.

Questo è l’elenco dei componenti la spedizione dell’Italia al Polo Nord:
Umberto Nobile – Capitano della spedizione/ingegnere progettista. Sopravvissuto.
Titina — Cagnolina di Nobile. Sopravvissuta.
Aldo Pontremoli – Fisico italiano. Disperso con l’involucro dell’Italia.
Ugo Lago – Giornalista inviato dal Il Popolo d’Italia. Disperso con l’involucro dell’Italia.
Calisto Ciocca – Motorista. Disperso con l’involucro dell’Italia.
Attilio Caratti – Motorista. Disperso con l’involucro dell’Italia.
Ettore Arduino – Capo motorista. Disperso con l’involucro dell’Italia.
Renato Alessandrini – Attrezzatore. Disperso con l’involucro dell’Italia.
Vincenzo Pomella – Motorista. Morto nell’impatto.
Finn Malmgren – Meteorologo e fisico svedese. Morto durante il tentativo di raggiungere i soccorsi a piedi.
Frantisek Behounek – Fisico ceco. Sopravvissuto.
Adalberto Mariano – Navigatore. Sopravvissuto.
Filippo Zappi – Navigatore. Sopravvissuto.
Alfredo Viglieri – Navigatore/idrografo. Sopravvissuto.
Natale Cecioni – Capo tecnico. Sopravvissuto.
Giuseppe Biagi – Operatore radio. Sopravvissuto.
Felice Trojani – Timoniere di quota/ingegnere progettista. Sopravvissuto.

Per maggiori dettagli vedi gli articoli:
La tenda rossa – 1
La tenda rossa – 2

Gli uomini del Krassin nei pressi della Tenda Rossa

Il dramma della tenda rossa
di Paolo Gobetti
(estratto da Le esplorazioni polari, ed. Schwarz, Milano, 1959. L’autore, grande esperto di questioni storiche polari, si è basato sul libro del sopravvissuto Alfredo Viglieri, La coda di Minosse, da lui reputato il migliorew sulla tragedia dell’Italia)

Così, dopo 7310 km di volo sulle regioni artiche, l’Italia ha fi­nito la sua carriera. Del suo involucro e dei sei che ha portato via sul pack non si troveranno mai più tracce. Sul ghiaccio giace morto, a poca distanza dai superstiti, il motorista Vincenzo Pomella. La situazione appare disperata. Dei nove naufraghi ben quattro so­no feriti, più o meno gravemente. Passato il primo momento di sconforto s’incomincia a fare l’inventario di quanto è caduto sul ghiaccio. C’è una tenda, che tinta di anilina per renderla più vi­sibile diventerà la famosa “tenda rossa”: è quadrata, misura m 2,75 di lato e al centro è alta m 2,50. Costituirà un angusto rifugio. Tutt’attorno sono sparsi provviste, indumenti, materiali vari. C’è persino, quasi intatta, la stazione radio campale.

Attorno a essa Giuseppe Biagi si mette a lavorare disperatamente, cer­cando di ristabilire il collegamento interrotto dalla catastrofe. La ricevente funziona, anche la parte trasmittente viene riparata. Ma nessuno risponde agli appelli disperati. Immobilizzati, non riu­scendo a farsi udire, i naufraghi dell’Italia sentono che tutto il mondo è commosso per la loro scomparsa, che da ogni parte del mondo giungono alle Svalbard mezzi di soccorso: due aerei norvegesi pilotati da Hjalmar Riiser Larsen e Finn Lutzov-Holm, gli aviatori svedesi Einar Lundborg, Birger Schyberg ed Egmont Tornberg, gli italiani Umberto Maddalena, Pier Luigi Penzo e Ivo Ravazzoni con due Savoia Marchetti, l’idrovolante francese La­tham 20, i rompighiaccio sovietici Krassin e Malyghin, gli sciatori italiani Gianni Albertini e Sergio Matteoda e gli alpini del capitano Gennaro Sora, tutti corrono alla ricerca e al salvataggio dell’Italia.

Ma, ignorando il punto preciso in cui si trovava il dirigibile al momento della catastrofe, dove si dirigeranno gli sforzi? Il capitano di corvetta Adalberto Ma­riano ha calcolato il punto in cui si trovano: 81° 14’ N e 25° 25’ E, e cioè a nord-est dell’isola più settentrionale delle Svalbard: la Terra di Nord-Est. Sentono invece dalla radio che le prime ricer­che si svolgono sulle coste di nord-ovest.

Quest’attesa, in cui non possono far altro che assistere ai va­ni sforzi di Biagi, logora i nervi dei naufraghi, che hanno già il morale duramente scosso dalla catastrofe. Mariano e Filippo Zappi sono impazienti di muoversi, di far qualcosa, di spingersi con una mar­cia sui ghiacci alla Terra di Nord-Est, raggiungere le spedizioni di soccorso, e così condurle dai compagni. È evidente che i due ufficiali hanno troppa fiducia nelle loro forze, e non conoscono le terribili insidie, la fatica estenuante d’una marcia sui ghiacci artici in quella stagione.

L’impatto sul pack

L’unico ad avere una certa esperienza polare è lo svedese Finn Malmgren, il quale, nonostante il braccio malandato, accetta di accompagnare i due. Una volta deciso il tentativo, non è più pos­sibile frenarli. E così il 30 maggio i tre si avventurano, per una marcia disperata tra i ghiacci. Anche se comprensibile dal punto di vista psicologico e dettato dal desiderio di salvare i compagni, questo dividere le già scarse risorse dei naufraghi è un grave er­rore e un atto di sfiducia nei confronti della radio. Tanto più che Malmgren due giorni prima ha ucciso un orso con una pistola e quindi i viveri, per quanto scarsi, sono aumentati.

La decisione dei tre appare poi particolarmente intempestiva quando si consideri che il 2 giugno un dilettante russo intercetta ad Arcangelo l’SOS di Biagi. Il 6 giugno anche i naufraghi della “tenda rossa” ne sono informati dalla stazione di Roma, e, tra l’entusiasmo generale e grazie all’attività indefessa di Biagi, l’8 giugno viene finalmente realizzato il collegamento regolare radio tra la “tenda rossa” e la nave-base della spedizione, Città di Mi­lano, alla baia del Re.

Ormai tutti gli apparecchi che stanno concentrandosi alle Svalbard sono pronti a portare soccorso ai naufraghi. Mentre Riiser-Larsen il 17 e il 18 giugno vola invano sulla banchisa avvi­cinandosi al campo di Nobile senza avvistarlo, parte contemporaneamente da Tromsø, in Norvegia, l’idrovolante francese La­tham 20 pilotato da René Guilbaud, con a bordo Roald Amundsen. Il grande esploratore ha ormai 57 anni e una lunga carriera alle spalle. Dopo il volo del Norge era nato qualche screzio tra lui e Nobile; ma non appena ha notizia della catastrofe dell’Italia non esita un attimo, e ponendo immediatamente la propria esperien­za al servizio delle operazioni di soccorso, s’imbarca sull’apparec­chio francese. Non sa di andare incontro alla morte come un an­tico vichingo. Il Latham scomparirà e non se ne saprà mai più nulla.

Alla fine d’agosto si comunica che un galleggiante probabil­mente appartenuto all’idrovolante è stato ritrovato sulle coste settentrionali della Norvegia. Inghiottito dalle gelide acque di quelle regioni polari che forse più di ogni altro aveva contribuito a scoprire e domare, Amundsen, eroe dei due Poli, ebbe la morte più degna: una morte da eroe di leggenda.

L’idrovolante S55 di Umberto Maddalena sorvola per la prima volta la Tenda Rossa (20 giugno 1928, 80° latitudine N)

Il 20 giugno, finalmente, un apparecchio vola sul campo del naufraghi. È l’idrovolante di Maddalena che subito getta riforni­menti e materiali preziosi: scarpe, fucili, accumulatori per la ra­dio. Mentre i voli con il lancio di materiale si susseguono, i nau­fraghi preparano un piccolo campo d’atterraggio e il 23 un appa­recchio pilotato dallo svedese Lundborg atterra sul pack. Il pilota aveva ordini precisi: doveva portare in salvo per primo il gene­rale Nobile, che non solo era il ferito più grave ma anche l’uomo più necessario per dirigere le operazioni di ricerca degli altri due gruppi. Natale Cecioni, l’altro ferito che non poteva muoversi e che No­bile avrebbe voluto fosse salvato per primo, era, disse Lundborg, troppo pesante. L’apparecchio sarebbe tornato la sera stessa a portarlo in salvo.

Così Nobile dovette piegarsi alla volontà di Lundborg: fatto che venne poi ampiamente sfruttato nella campagna contro di lui da chi sosteneva, in base a una retorica tradizione, che avrebbe invece dovuto essere salvato per ultimo. Poche ore dopo Lund­borg è di ritorno, ma il suo piccolo Fokker biplano tocca terra troppo tardi e cappotta per evitare i blocchi di ghiaccio in fondo alla pista. Il salvatore diventa così anch’egli prigioniero dei ghiacci. Per parecchi giorni il morale alla “tenda rossa” è alquanto basso, anche se ora le isole accanto alla costa settentrionale della Terra di Nord-Est appaiono, a causa della deriva, a pochi chilo­metri. Ma una marcia sui ghiacci nello stato di avanzato sciogli­mento in cui si trovano sarebbe fatale a tutti. Solo il 6 luglio un altro apparecchio svedese atterra sul ghiaccio e porta in salvo Lundborg. Costretto poco dopo a un atterraggio forzato, non può però proseguire l’opera di salvataggio. Cinque uomini restano in attesa alla “tenda rossa”. Ormai l’unica speranza è riposta nel rompighiaccio sovietico Krassin che sta girando attorno all’estre­mità settentrionale delle Svalbard. Caduta la forte tensione emotiva, gli ultimi giorni dei naufraghi dell’Italia trascorrono in una tranquillità e serenità quasi incredibili.

Il 10 luglio, mentre il rompighiaccio prosegue, l’aviatore rus­so Boris Ciucknovsky, con un trimotore Junkers, scorge osservando il pack, il gruppo dei tre che avevano lasciato la “tenda rossa” nei primi giorni dopo la catastrofe, e di cui non s’era saputo più nul­la. Aprendosi una via tra i ghiacci il 12 luglio il Krassin arriva sul posto. Ma sul campo di ghiaccio trova soltanto Mariano e Zappi. Il primo è in condizioni quasi disperate, con i piedi con­gelati e gravemente esaurito; Zappi, per quanto affamato, è in migliori condizioni, e può narrare la fine di Malmgren. Dopo quindici giorni di marcia tra i ghiacci, lo svedese, colpito da vari congelamenti e incapace di continuare, aveva chiesto ai compagni di essere lasciato sui ghiacci. La marcia era stata ancora più ter­ribile di quanto si potesse immaginare, e i progressi, già minimi, venivano per di più annullati dai movimenti contrari della deriva.

L’impatto sul pack

Zappi e Mariano, evidentemente in gravi condizioni anch’essi, non avevano saputo opporsi alla richiesta del compagno, ormai deciso a morire al più presto, lasciando agli altri maggiori pos­sibilità di salvezza. Quarantatré giorni era durata l’odissea dei due, tra i ghiacci sempre più impraticabili. Resterà, questa, una delle più terribili avventure nella storia delle esplorazioni polari. Ma ora, a bordo del Krassin, regna una grande eccitazione: la “tenda rossa” è vicina.

Sono le 16.15 del 12 luglio quando i naufraghi odono un fi­schio di sirena. L’avanzata della potente nave tra i ghiacci è pe­rò straordinariamente faticosa, e l’attesa diventa intollerabile. Al­le 8.45 di sera la nave s’accosta al banco di ghiaccio che per tanti giorni aveva costituito un ricovero sicuro per i cinque superstiti. Il terribile incubo è finito.

Non erano finite però le discussioni e le polemiche che costi­tuirono lo sgradito strascico di questa spedizione che aveva otte­nuto peraltro risultati tutt’altro che disprezzabili, e la cui cata­strofe aveva dato luogo a così elevati episodi di sacrificio e di emulazione tra i soccorritori di ogni nazione. Ma l’intrecciarsi di accuse, di calunnie, di polemiche, dettate da rivalità spesso me­schine non c’interessano. Un fatto è chiaro: all’Italia dei fascisti dava fastidio che un’impresa nazionale terminasse con un disa­stro; perciò tutto il mondo ufficiale cercò di separare netta­mente le proprie responsabilità da quelle del comando della spe­dizione. E si arrivò persino all’assurdo di una commissione d’in­chiesta con elogi e condanne.

Quello che c’interessa invece nella tragedia dell’Italia è il po­sto ch’essa viene a occupare nella storia delle esplorazioni pola­ri e gl’insegnamenti che se ne possono trarre.

Umberto Nobile e la sua Titina

In primo luogo la spedizione di Nobile dimostrò quanto po­co sicuro fosse il mezzo “più leggero dell’aria” nelle regioni po­lari, così come inadeguato si dimostrerà anche per tutti gli altri impieghi. E, in secondo luogo, come non si possa improvvisare la preparazione d’un esploratore polare, e come sua caratteristica fondamentale debba essere uno spirito aperto e capace d’adattar­si alle diverse condizioni ambientali.

Il diverso esito della marcia dei tre naufraghi dell’Italia, che in 43 giorni non riescono a raggiungere un’isola distante poco più di venti chilometri, e della marcia di Sir George Hubert Wilkins e dell’aviatore americano tenente Carl Benjamin Eielson che raggiungono invece la costa dell’Alaska in una dozzina di giorni percorrendo 160 km, rivela una ben diversa misura di capacità d’adattamento al mondo polare. Sono uomini coraggiosi e risoluti tanto gli italiani e lo svedese quanto il pilota americano e l’esplo­ratore australiano; ma questi sanno che cos’è il mondo polare e sono preparati ad affrontarlo, mentre i primi lo concepiscono invece come nei libri di scuola, e, nella loro sventura, pensano in termini di eroismo e di avventura.

Non dimentichiamo però che, nonostante tutto, il salvataggio dei naufraghi dell’Italia costituisce una nuova vittoria sull’Artide e che il mezzo aereo s’è ormai imposto. E ogni vittoria chiede le sue vittime.

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Il dramma della tenda rossa ultima modifica: 2021-05-18T05:42:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Il dramma della tenda rossa”

  1. 2
    Geri Steve says:

    Concordo con Albert e ci aggiungerei che mai una dittatura ha riconosciuto i propri errori.
    Queste spedizioni sono finanziate da centri di potere e quindi i capi sono scelti per appartenenza e non per competenza. E’ successa la stessa cosa con la spedizione al K2 che è stata affidata a Desio e non a Cassin, certamente molto più competente. A favore della direzione affidata a Desio si è impuntato il CNR (Ente di Ricerca da sempre in mani masssoniche), condizionando il suo contributo finanziario. Eppure, il fascismo almeno formalmente non c’era più.
    geri
     

  2. 1
    albert says:

    “Nobile fu accusato di imperizia e di comportamento vile per aver abbandonato i suoi uomini . Un giurì d’onore, convocato su richiesta dello stesso Nobile, non si pronuncio sulle cause tecniche ma espresse un giudizio di severa censura sulla scelta di Nobile di essere evacuato per primo.”
    Dava forse fastidio non solo il fallimento, ma anche che   le onde radio  sos di Biagi fossero state captate in URSS da un radioamatore  e il rompighiaccio Krascin fosse  sovietico?
     Poi anni dopo molti ,  sacerdoti dell'”onore”e censori del'”disonore altrui” ,  cercarono di smammarsela con comportamento ultra vile o cambiamenti di casacca…e prosecuzione di carriere con “onore salvo o rinfrescato ”  nella Repubblica  troppo prontamente amnistiante.
    Biagi, il radiotelegrafista, si riciclo’ come  Benzinaro..un modesto molto onorevole.

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