Il paesaggio è l’anima dell’identità alpina

Il paesaggio è l’anima dell’identità alpina
di Ruggero Crivelli
(pubblicato su Gea, numero 43, gennaio 2021)

Lo studio del paesaggio rientra sicuramente tra i maggiori interessi della geografia. Se, nella disciplina, si sente sovente il bisogno di discutere di questo tema al punto da avere l’impressione che i geografi detengano il monopolio della discussione sul paesaggio, è sicuramente a causa della “maledizione” del Visconte Dimezzato: il paesaggio ha una natura fisica (quindi geomorfologica) e una natura umana (quindi culturale). Oggi, per fortuna, anche in geografia la parte sinistra del Visconte ha ritrovato la sua parte destra e le discussioni su chi abbia la buona definizione del concetto si sono notevolmente affievolite.

Il paesaggio è una realtà geofisica, non ci sono dubbi, ma è anche una realtà sociale, così come individuale, e anche su questo aspetto non ci sono più dubbi. Quindi, interrogarsi su queste due facce porta a riflettere sia sui meccanismi che reggono la dimensione fisica del paesaggio, sia su quelli che sono alla base della dimensione umana, tenendo sempre presente, in ultima analisi, che una è l’altra.

Dötra. Foto: Ruggero Crivelli.

Il paesaggio come luogo antropologico
Considerando il problema in modo sintetico, come spesso ha spiegato Claude Raffestin il paesaggio sarebbe il risultato dell’interazione tra tre logiche: quella della natura, quella della società e, al centro – strattonata da una parte e dall’altra – quella che riguarda la vita delle singole specie (umane, animali o vegetali che siano) presenti in un luogo. Il paesaggio è la forma visibile di una territorialità e questa è il risultato di trasformazioni che avvengono nel tempo. Teniamo però sempre presente che il visibile non corrisponde necessariamente al suo contenuto: un bel paesaggio può nascondere situazioni sociali, economiche, ecologiche disastrose o drammatiche, mentre un paesaggio in apparenza brutto può non mostrare i suoi aspetti profondamente umani.

Non avendo, come si diceva, il monopolio del concetto, il geografo potrebbe utilmente ascoltare quanto si racconta in altri ambiti. Annibale Salsa è un antropologo culturale, conoscitore e appassionato del mondo alpino. Il suo ultimo libro intitolato I paesaggi delle Alpi (2019) è un vero e proprio viaggio tra filosofia, natura e storia, come dice anche il sottotitolo.

Egli insiste sulla storia: il paesaggio è il frutto di un’evoluzione nel tempo, in questo caso dell’evoluzione delle società alpine. Nel suo approccio ritroviamo indirettamente le tre logiche di Claude Raffestin. Tuttavia, Salsa sottolinea altri due aspetti che occorrerebbe prendere in considerazione se si vuol afferrare un paesaggio e comprenderlo fino in fondo e, soprattutto, se si desidera capire la società che lo ha generato e che lo modifica: un paesaggio è l’espressione di un’identità ed è un mezzo di condivisione. Avvalendosi di una nozione sovente utilizzata anche in geografia, quella di palinsesto, Salsa mette in evidenza gli strati culturali sedimentati dalla storia dietro i quali si cela il paesaggio. L’autore lascia però intravvedere qualcosa di più: gli strati culturali non solo sedimentano ma sovente si intrecciano gli uni con gli altri. Utilizzando una metafora geografica, si potrebbe parlare di orogenesi culturale, risultato dei sollevamenti e dei ribaltamenti di questi sedimenti storici.

Cos’è allora, tra le altre cose, il paesaggio (alpino) per Annibale Salsa?

“Il paesaggio rappresenta uno ‘spazio di vita’ in cui riconoscersi, un ‘luogo antropologico’ antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di un paesaggio muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti. Andrea Cavallero, uno dei maggiori esperti di alpicoltura, sostiene che ormai in molte località delle Alpi italiane ‘Il paesaggio tace’. I luoghi non comunicano più le ragioni della loro presenza e dei loro segni che modellano il paesaggio generando così la perdita di significati una volta espliciti e lo svuotamento dei messaggi del territorio.

Il patrimonio paesaggistico, frutto di un’attività agro-silvo-pastorale ciclica e plurisecolare,si conserva in modo frammentato grazie all’iniziativa residuale del singolo montanaro residente o malgaro transumante, quasi mai collegata a un progetto complessivo di un’intera collettività. Sono queste le ragioni per le quali non vogliamo che i paesaggi alpini vengano messi a tacere, che gli insediamenti permanenti e stagionali vengano inghiottiti dall’avanzare della selvatichezza e dell’incuria. I paesaggi rurali delle nostre Alpi devono continuare a comunicare la propria anima alle future generazioni, pur con le necessarie trasformazioni imposte dai tempi e dalla natura delle cose.” (Salsa, 2019, pp. 6-7)

In questa parte della premessa, l’autore mette in evidenza quegli aspetti dettagliati poi nel suo testo che caratterizzano il paesaggio all’interno delle scienze umane. “Il paesaggio rappresenta uno ‘spazio di vita’ in cui riconoscersi”: è quindi parte integrante di un’identità.

Martin de La Soudière (1991), citando Augustin Berque, definisce il paesaggio come “l’expression sensible de la relation d’un sujet, individuel ou collectif, à l’espace de la nature”. L’espressione sensibile è, in un certo senso, la struttura portante dell’identità: passa attraverso i cinque sensi i quali concorrono a strutturare la dimensione dell’affettività in relazione ad un luogo (amore, odio o indifferenza). Un soggetto (individuale o collettivo) condivide il suo luogo di vita in quanto ciò gli permette di condividere i suoi sentimenti, o almeno una parte di essi. Infatti, la realtà sentimentale è composta da ciò che viene esibito (condiviso con l’ospite) e da ciò che resta segreto (invisibile all’Altro o all’ospite). La parte che rimane segreta viene svelata lentamente, man mano che fiducia e confidenza si instaurano tra l’ospite e chi è ospitato. Salsa difende l’idea di un paesaggio costruito dai suoi abitanti e condiviso con gli ospiti di passaggio o con quelli che risiedono in modo più o meno permanente. Affinché ciò possa avverarsi, un paesaggio deve essere sentito come proprio e, per far sì che ciò si realizzi, ci vuole del tempo. Per l’abitante questo aspetto temporale è rappresentato dalla storia della collettività alla quale egli appartiene (è il tempo che scorre attraverso le generazioni), per l’ospite il tempo viene costruito grazie a una frequentazione regolare e abituale dei luoghi (e di conseguenza delle persone). A questo proposito, il geografo o lo storico o l’antropologo, studiando e trasmettendo la conoscenza dei luoghi (in particolare a chi li abita), hanno un ruolo importante da svolgere.

Autonomo-Eteronomo
Il paesaggio alpino trova le sue radici principalmente nel periodo medievale, come spiega Annibale Salsa nel suo libro. Nel Medioevo la necessità di mettere in valore le terre alte obbligava i “príncipi” a concedere delle libertà ai “coloni”, il paesaggio alpino era quindi il risultato di scelte fatte dalle comunità insediate. Era il loro paesaggio. Certo, si trattava di comunità agrarie per le quali il paesaggio era fonte di sussistenza e quindi di esistenza.

Il problema dei paesaggi della modernità riguarda invece le dinamiche che generano la costruzione paesaggistica. Il mondo alpino è oggi racchiuso (per non dire prigioniero) all’interno di una rete multi-scalare di poteri: leggi, regolamenti e accordi che disciplinano i diversi ambiti della vita nazionale o internazionale, strutture politiche multiple che vanno dai Comuni all’Unione Europea alle istanze del commercio mondiale. Oggi non è più (solo) il “contadino” (abitante) che costruisce il suo paesaggio in funzione delle proprie necessità.

Queste vengono dettate da un mondo esterno secondo le logiche del mercato e non più quelle della sussistenza. Parlando del lavoro dei contadini nella società contemporanea, Nicolier e Simona (1982) avevano utilizzato il concetto di “lavoro autonomo vs lavoro eteronomo”.

Potremmo prendere in prestito questa espressione e parlare di paesaggi alpini eteronomi, nel senso che le norme e i valori inerenti questi paesaggi vengono spesso imposte (o accettate) da un mondo esterno alla montagna. Sino al secondo dopoguerra (anche se le cose hanno già iniziato a cambiare con l’industrializzazione del XIX secolo) i paesaggi alpini erano l’abito di un territorio confezionato dagli stessi abitanti. Erano cioè l’espressione delle conoscenze e delle pratiche indotte dal confronto del loro lavoro con lo spazio insediato. Poi le cose sono cambiate in modo radicale e le pratiche di costruzione del paesaggio, e quindi del territorio, hanno iniziato ad essere originate da forze esogene. Sono cioè state indotte – “preformate” potemmo dire – da conoscenze esterne di natura tecnologica o ideologica (rendimento, profitto, tipo di razionalità, romanticismo, ecologismo, ecc.). Questo processo di espropriazione culturale si è accelerato dopo il secondo conflitto mondiale.

Domestico-Selvatico vs Natura-Cultura
Il mondo tradizionale contadino contrapponeva il domestico al selvatico, il mondo moderno e urbano contrappone il culturale al naturale. Considerando il selvatico come naturale, la modernità urbana ha allora espropriato anche la parte domestica del mondo tradizionale, facendola entrare nella categoria del naturale e imponendo così le proibizioni e le regole proprie della sua razionalità. La contrapposizione domestico-selvatico poggiava su una relazione dialettica in cui l’uno era imbricato nell’altro. Anche se lo spazio domesticato restava il fulcro di questa relazione, lo spazio selvatico costituiva sempre una risorsa e ciò implicava una sua gestione accorta. La contrapposizione culturale-naturale crea una dicotomia, una separazione netta, in cui il primo (culturale) ha un valore centrale, mentre il secondo (naturale) diventa un pozzo infinito dal quale estrarre risorse per le società umane. Domestico e selvatico sono concetti che rimandano al concreto, mentre natura e cultura all’astratto. Se, fino a poco tempo fa, la contrapposizione ideologica tra natura e cultura ha portato la prima ad essere subordinata alla seconda, l’apparizione dell’ecologismo ha capovolto i termini della relazione generando un mito della natura che è andato a scapito della cultura. Sottomesso a regole imposte dal mondo urbano, il paesaggio alpino è uscito perdente: dapprima sfruttato per le sue risorse idriche, forestali, turistiche (soprattutto invernali), poi messo sotto protezione e gestito da interdizioni varie in nome di una presupposta necessità ecologica o climatica, o ancora di una rigenerazione psicologica individuale o collettiva. Tutto ciò dimenticando che il paesaggio, come sottolinea Annibale Salsa, è una costruzione sociale ancorata ad un supporto ambientale: “La ricollocazione del paesaggio al centro di una relazione dialettica che restituisce pari dignità ai fattori naturali e culturali trova una giustificazione scientifica nelle odierne teorie eco-sistemistiche della complessità.” (Salsa, 2019, p. 61)

Politiche per il paesaggio alpino
Le attuali politiche del paesaggio hanno troppo spesso dimenticato la necessità di “restituire pari dignità ai fattori naturali e culturali” e hanno confuso l’ecologia con l’ecologismo.

Ma in politica, si sa, la complessità il più delle volte si limita a forma di bipolarità asimmetrica. Nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso, in Svizzera sono state messe in atto le prime misure di protezione in materia paesaggistica giustificandole – legittimamente – con la gravità di una situazione ambientale degradata da uno sviluppo economico e urbano privo di scrupoli e ignorante della relazione dialettica tra i fattori naturali e culturali. A poco a poco, i fattori naturali sono diventati il parametro centrale di una politica che ha trasformato i paesaggi alpini in una specie di palcoscenico dal quale godere della natura, assimilando così quest’ultima ad uno spazio selvatico. Sulla scia di questi bisogni sono nate le politiche di protezione, tra le cui risultanti possiamo annoverare l’allestimento dei parchi naturali o le iniziative di salvaguardia come quella del Lavaux, o ancora la limitazione all’edificazione di ulteriori residenze secondarie, la Lex Weber accettata in votazione popolare. Al seguito di queste scelte sono sorte vive discussioni – a volte polemiche – alle quali hanno partecipato le popolazioni delle regioni di montagna che spesso si opponevano alle misure di protezione introdotte. Non sempre le ragioni erano (o sono) esenti da interessi personali degli attori locali, in parte complici del degrado ambientale, tuttavia queste opposizioni (tra cui il recente rifiuto di istituire i parchi regionali dell’Adula o del Locarnese malgrado il coinvolgimento nella preparazione delle popolazioni montane locali) possono essere interpretate come un segnale del fatto che gli abitanti continuano a risentire del peso di un controllo esterno sulla produzione del loro paesaggio. Tuttavia, malgrado la conflittualità che ha preceduto questi rifiuti, si assiste qua e là al recupero di alcuni aspetti dei progetti bocciati in votazione: è forse questo il segno di una volontà di riappropriazione delle comunità locali della produzione del proprio paesaggio? Forse sì, anche se per ora si tratta solo di intenzioni non ancora inserite in un vero progetto territoriale. Siamo però convinti, come dice Annibale Salsa, che solo un’alleanza tra abitanti e frequentatori abituali permetterebbe di gestire i paesaggi alpini prendendo in considerazione simultaneamente i fattori naturali e quelli culturali: lo strumento principale per condurre questa operazione resta la sensibilità e l’empatia nei riguardi della storia locale del paesaggio. La conoscenza dei resti paesaggistici quali sentieri, case e cascine, mulini, terrazzi, riali, ecc. e, quando non è possibile una loro rivitalizzazione, della visibilità dei segni della loro passata esistenza, rimane un punto di partenza per una riappropriazione dei paesaggi locali.

Riferimenti bibliografici
– Salsa Annibale (2019), I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Prefazione di Gianluca Cepollaro e Alessandro de Bertolini, Roma, Donzelli Editore.

– De la Soudiére Martin (1991), « Paysage et altérité. En quête de ‘Cultures paysagères’: Réflexions méthodologiques », in Etudes rurales, n. 121/124, De l’agriculture au paysage (Jan-Déc 1991), pp. 141-150.

– Nicolier Jean-Luc, Simona Giovanni (1982), Paysans et territorialité : la modernisation, un chemin sans issue ? Etude de cas : les exploitations d’élevage de Feigères et de Présilly, communes du Bas-Genevois, Genève, Mémoire de Licence en Géographie, Université de Genève, Faculté des Sciences Economiques et Sociales.

Riferimenti ad Annibale Salsa:
https://www.montagneinrete.it/person/annibale-salsa
http://accademiamontagna.tn.it/annibale-salsa
https://www.facebook.com/watch/?v=228118448303881

Ruggero Crivelli è geografo (Société de Géographie de Genève e Université de Genève).

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Il paesaggio è l’anima dell’identità alpina ultima modifica: 2021-05-19T05:44:00+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Il paesaggio è l’anima dell’identità alpina”

  1. 5
    bruno telleschi says:

    Dobbiamo ringraziare i contadini e i pastori che nel corso dei secoli hanno costruito il paesaggio. Proprio per questo il paesaggio è diventato un valore che trascende il lavoro perché il senso del paesaggio appartiene all’anima, al sentimento della bellezza che unisce lo spirito degli uomini alla materia della natura. In questo senso siamo tutti ospiti della stessa terra con lo stesso dovere di conservarla, perché siamo tutti residenti nella stessa terra. Allora tutti diventano custodi della loro parte di terra. Come i cittadini custodiscono i monumenti senza trasformare il centro storico in campi di grano, così i montanari custodiscono le valli senza moltiplicare le stalle per allevare animali.

  2. 4
    albert says:

    Il paesaggio esisterebbe come entita’autonoma , senza umani  che  lo guardano , studiano, dipingono , filmano e modificano ??

  3. 3
    Filippo Petrocelli says:

    Deo gratias! Finalmente un’analisi moderna, che tiene conto dei molteplici fattori in gioco e che considera il paesaggio come qualcosa di dinamico e non di statico. 
     

  4. 2
    albert says:

    “un bel paesaggio può nascondere situazioni sociali, economiche, ecologiche disastrose o drammatiche, mentre un paesaggio in apparenza brutto può non mostrare i suoi aspetti profondamente umani.”
    Per esperianza..un bel paesaggio ormai dipendente dall’industria turistica, puo’non essere fruibile economicamente dai discendenti di chi ha svenduto i terreni e le case, o insostenibile da addetti ai servizi pubblici a stipendio fisso.
    Spesso i medesimi messi ai margini, si rifugiano in enclalve meno belle ma con una vita sociale piu’ autentica e costi piu’ abbordabili.  Per renderci conto basta  confrontare le offerte immobiliari di zone montane griffate e  dei paesi satelliti…meno baciati da panorami e visioni  fotogeniche.In compenso i paria possono sempre spostarsi e godere  sia della ” la realtà sentimentale  composta da ciò che viene esibito (condiviso con l’ospite)” e  scoprire solo per una cerchia ristretta di eletti ciò che resta segreto (invisibile all’Altro o all’ospite). Vero che “La parte che rimane segreta viene svelata lentamente, man mano che fiducia e confidenza si instaurano tra l’ospite e chi è ospitato” ma sempre meglio non divulgare.Infatti ,per esperienza di anziano , svela oggi svela domani, ed i disvelati a loro volta disvelano esponenzialmente col passaparola o negli onnipotenti social,  ..   accade che localita’ un tempo avvolte da segreto e condivise solo tra adepti  autoctoni della fatica, ora sono diventate un piccolo circo Barnum di motoslitte, mountain bikes elettriche, carrozzone a cavalli,   ristoranti che sbolognano funghi precotti coltivati in scatola, spezzatini di cacciagione importata surgelata, formaggi industriali fusi  con fettine di polente precotte ecc.,sempre con personale vario in costume tipico obbligatorio.Escursioni, ferrate , scalate ormai dotate   all’inizio .. di dispensatore di numero taglia code??.Unica scappatoia..frequentare anche in bassa stagione e meteo incerto che ha pur sempre un suo fascino anche paesaggistico.(viva la pioggia, la nuvola bassa, il temporale con fulmini e grandine, la nevicata quieta o con raffiche di vento)

  5. 1
    Paolo Gallese says:

    Articolo molto interessante. Sul quale voglio riflettere e poi tornare. 

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