Il graffio

Il graffio
di Mauro Calibani
(pubblicato su Up climbing, settembre-ottobre 2019)

Il gatto graffia se lo metti in allarme, se gli rompi le scatole, se avverte un pericolo.

Il gatto insegna ai suoi cuccioli come comportarsi attraverso l’esempio. L’uomo è animale? Certo, si sa, discendiamo dalle scimmie, ed è forse per questo motivo che la nostra specie, quella degli scalatori è così attratta dalla dimensione verticale. Nell’evoluzione della specie, gli animali predecessori, attraverso l’adattamento e la sperimentazione, sono progrediti, si sono evoluti. Anche la storia quindi passa attraverso una continua evoluzione. Il nostro “sport”, l’arrampicata, è passato attraverso una preziosa evoluzione storica, fatta di visioni, sogni e tentativi volti al superamento continuo dei limiti umani. Le sperimentazioni passate sono visibili nelle migliaia di spot in cui si arrampica, si chiamano “vie”. Nelle vie d’arrampicata è racchiuso il linguaggio della natura, che si unisce alla sensibilità che lo scalatore ha e alla sua necessità di esprimersi attraverso di essa.

Mauro Calibani. Foto: Davide Zaccone.

Le vie salite prima di noi hanno un valore immenso, poiché testimoniano la capacità delle generazioni di scalatori precedenti alle nostre di comprendere ed interpretare l’arrampicata di quel preciso momento storico.

Le vecchie vie sono spesso bellissime, articolate e a volte sorprendentemente difficili, se si considera che venivano affrontate con tecniche e materiali neppure lontanamente simili a quelli più evoluti di oggi.

In passato ogni forma d’arrampicata era avventura, anche quella sulle più basse pareti; non esistevano imbragature, tantomeno scarpette performanti e appuntite, o magnesite, rinvii e quant’altro potesse ridurre al minimo il pericolo, che anzi diveniva quel qualcosa da sconfiggere e superare, oltre alla difficoltà oggettiva dell’itinerario.

Per assicurarsi non c’erano gli spit, ma solo fettucce, pezzi di corda infilati nelle clessidre, cunei di legno e chiodi spesso auto-costruiti.

Dalle mie parti Antonio Mari (Tonino) era conosciuto per la sua temerarietà nell’aprire itinerari spesso pericolosi con i suoi speciali chiodi forgiati a mano. Chiodi dalle dimensioni ragguardevoli che costruiva persino con forcelle di bicicletta, o spade preparate e studiate appositamente per quelle vie, da infiggere nella roccia; alcuni di essi erano pesantissimi e si narra che Tonino li battesse con la mazzetta da cinque chili. Ancora oggi sono infilati un po’ ovunque e rappresentano un simbolo, spesso con sopra le sue iniziali, “A.M.”.

A me e a tutti gli scalatori che amano la storia, piace un sacco vedere quei chiodi arrugginiti che testimoniano un passaggio nel tempo, sulla pietra. Ultimamente in alcune falesie dove lui si allenava, sulle sue vie più storiche e conosciute, come I tetti di Mari a Rosara, qualcuno ha deciso di apporre ulteriori nuovi spit, con lo scopo di rendere “maggiormente sicure” queste vie; fin qui nulla di troppo strano, ma purtroppo gli storici chiodi AM sono stati anche smartellati, spaccati e appiattiti dentro alla loro ormai storica locazione perché non si riusciva a tirarli via dalla roccia… Questo modo di agire ha fatto arrabbiare me e tutti quelli che scalando le sue vie avrebbero voluto continuare a commuoversi nel vedere i suoi chiodi grossi e robusti.

In arrampicata a Rosara, Marche

La brutta contraddizione di oggi è che se da una parte abbiamo fortissimi scalatori che continuano a far evolvere l’arrampicata con grandi ideali e valori, dall’altra, e purtroppo in stragrande maggioranza, l’ignoranza domina il panorama arrampicatorio. E non si tratta solo di conoscere e di rispettare il passato: il problema è che molti tra i nuovi “scalatori di oggi” non sanno bene che cosa stiano facendo, se stiano praticando uno sport alternativo o se si sentano davvero dei climber interrogandosi sul reale significato di questa parola fortemente connessa ad un passato. Mi sento circondato da grande confusione e superficialità e non riesco ad abituarmi a vedere persone che non sanno amare nel profondo questa disciplina, ma che paradossalmente sanno invece molto bene apparire come grandi appassionati attraverso Post in cerca di Like. Per quanto mi riguarda continuerò ad arrabbiarmi di fronte all’ignoranza non mollando, per cercare di trasmettere importanti messaggi e valori alle nuove generazioni e a chiodare o salire nuove visioni, o passaggi, con l’intento di mostrare un “modo giusto”. L’arrampicata prima ancora di divenire sport di massa è un’arte. Confido quindi nei talentuosi giovani sensibili, perché s’impegnino a cercare di mostrare sempre la giusta maniera e a battersi perché il passato possa restare vivo anche nel futuro.

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Il graffio ultima modifica: 2020-01-30T05:45:34+01:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Il graffio”

  1. 12
    Alberto Benassi says:

    a proposito di via storiche del finalese, l’anno scorso ne abbiamo ripetuta una sul Pianarella che sale tra la Grimonet e la Calcagni:
    “IMPEDIMENTO STERICO”
    Bella e impegnativa via aperta nel 1985 da Bruno e Ghiglione ancora oggi è chiodata  in modo tradizionale, un avera PERLA che mi auguro così rimanga.

  2. 11
    Roberto Pasini says:

    Commento n.8 Diciamo che nelle foto che accompagnano l’articolo di abbigliamento se ne vede poco, con grande gioia per gli occhi dei lettori che apprezzano tartarughe, dorsali e pettorali. Tutta pura invidia ovviamente.😃

  3. 10
    Enri says:

    Tutte facce ben note….Io ho iniziati a finale un po’ dopo, nel 1986, a 16 anni. La prima via fu nel Canyon, con la neve…..Partivamo da Genova alle 5, con il treno, poi a piedi da finale marins alle falesie…. si vedeva spesso Calcagno, e Gallo, ma erano anche i tempi di Berahult di notte sul tetto di Coralie. Poi ci ho passato i 25 anni successivi…. poi purtroppo gravi infortuni non me lo hanno piu’ permesso.
    era un momento fantastico, un vero eldorado.
    per non divagare sul personale, forse quei momenti oggi non fanno piu’ parte dei giovani, anche il solo fatto che tutto sia condiviso sul web e subito toglie parecchio fascino a certi, posti, via nuove da rintracciare, scoprire. Oggi tutto questo probabilmente non c’e’ piu’ ma chi si da e si vuole innamorare c’e’ ancora anche fra i nuovi quindicenni.
    Ripeto, quando vedo sti giovanetti provare ( e fare) le via storiche di Finale sono contento, vuol dire che le cose che noi abbiamo considerato magnifiche lo sono anche pggi anche per altri che ci seguono. E poi mi piace perche’ sono dediti, si impegnano, hanno voglia di faticare. 
    Certo poi ci sono quelli in cerca solo di fama, di like come si dice oggi. Ma quelli c’erano anche allora, li vedevi per qualche mese, poi siccome andare sopra il 7a non era per nulla banale allora a Finale, non li vedevi piu’. Penso che fossero coloro che oggi scalano solo per mettere le foto su facebook, stessa pasta. Ma oggi non tutti sono cosi, lo ripeto. Ultimo esempio, la figlia di Battistella, che al Muzzerone ha ripetuto una via che solo che ci ha messo le mani sopra sa cosa vuol dire….. 
    saluti a tutti
     

  4. 9

    Enri
    http://marcellocominetti.blogspot.com/2019/12/finale-e-un-bufalo-recensione-allultima.html?m=1
    Finale è diverso dalle altre falesie, infatti c’è chi lo ama e chi lo odia, senza vie di mezzo.

  5. 8
    StupidoPerplesso says:

    l’autore ha ormai quasi 50 anni, e’ fortissimissimissimo ma credo non serva neanche dire chi e’ !!!  probabilmente indossate tutti un suo capo di abbigliamento visto che e’ il fondatore della E9

  6. 7
    Alberto Benassi says:

    insomma questi giovanissimi, malgrado ogni tanto finiscano erroneamente  classificati nella categoria cannibali, sono davvero un bell’esempio di passione, rispetto per la storia, dedizione…

    questo è bello e un’ottima speranza per un futuro nel quale non venga tutto normalizzato.

  7. 6
    Enri says:

    Anche in questo caso ci sono giovani e giovani. So di ragazzi che scalano solo sul sintetico, non li biasimo ma mi spiace per loro. Conosco invece nuovissimi scalatori che hanno gia’ dimostrato oltreche’ capacita’ eccezionali anche vero amore per i luoghi e per la storia. A Finale un gruppetto di adolescenti da tempo sta facendo cose inaudite, non solo inseguendo i numeri ma anche le vie con nome e cognome. Forse il fenome e’ anche dovuto al fatto che hanno come genitori alcuni finaleros doc che nel we non ne vogliono sapere di appendere la magnesite al chiodo….
    sta di fatto che si e’ creata una bellissima transizione alle nuove, direi nuovissime, grnerazioni che ha in se la riscoperta di tutti quei luoghi mitici finalesi che erano andati un po’ in disparte, perche’ troppo severi nei gradi (!) a favore di luoghi piu’ generosi (…).
    e non si tratta solo di ripetere le vie che hanno fatto la storia e di restarne affascinati proprio come le precedenti generazioni, ma anche di scoprire del nuovo.
    su una barra in cima al Paretone del Pianarella, sempre a Finale, luogo dove ancora oggi puoi ripetere le mitiche vie dei fratelli Calcagno e Vaccari, un paio di giovanetti hanno visto, immaginato e realizzato alcune vie estreme, davvero estreme, in pieno old style finalese. Per arrivare alle vie bisogna camminare parecchio, individuare le cenge giuste, star li’ a provar le vie ed ogni volta stesso giro. Non conosco personalmente i ragazzi ma ne deduco abbiano sano interesse per la cornice in cui si muovono.
    insomma questi giovanissimi, malgrado ogni tanto finiscano erroneamente  classificati nella categoria cannibali, sono davvero un bell’esempio di passione, rispetto per la storia, dedizione…

  8. 5
    Paolo Gallese says:

    Io ho imparato ad arrampicare a Rosara!!!! E di Caliboni ho immensa stima! Lui non sa di una via sul Gran Sasso, sulla seconda spalla, che io e i tre amici con cui eseguimmo una variante all’originale, ri-nominammo: Filini, Fantozzi, Caliboni, Calibani.
    Indovinate chi dei quattro, in ordine di bravura, era Fantozzi…? 🙂

  9. 4
    Alberto Benassi says:

    “Ma veniamo a quel misterioso vecchio chiodone.
    In mezzo agli strapiombi e ai luccicanti spit del primo tiro di Confessioni di una strega, moderno itinerario sulla parete est, ecco che fa l’occhiolino un solitario e arrugginito chiodone a campanella. Ma chi l’avrà mai piantato quel vecchio e misterioso chiodone? Che ci fa lì?Me lo sono sempre domandato, ogni volta che, arrivato alla sosta, dopo aver salito quel primo tiro, sporgendomi, me lo vedevo apparire e stimolare la mia curiosità. Certamente non l’ha messo qualche moderno climber armato di trapano o di qualche altra diavoleria di oggi.Forse la muta testimonianza di gesta di altri tempi? Credo proprio di sì.”

  10. 3
    paolo says:

    Bello!
    Secondo me i giovani e non solo loro capirebbero un poco di più se il giornalismo urlasse di meno e indagasse sul “come vengono fatte le salite”, non solo elogiando i tempi e i percorsi.

  11. 2
    Alberto Benassi says:

    A me e a tutti gli scalatori che amano la storia, piace un sacco vedere quei chiodi arrugginiti che testimoniano un passaggio nel tempo, sulla pietra.

    “quel misterioso vecchio chiodone”
    è sacrosanto ma spesso e volentieri non capito, perchè interessa solo la prestazione.

  12. 1
    Matteo says:

    Non conosco l’autore, ma lo stimo molto per questo articolo e sottoscrivo parola per parola.
    Se l’arrampicata, non importa se intesa come sport o meno, perde il contatto con la sua storia, non sente il fascino e non rispetta più il passato è destinata a diventare un’inutile ginnastica verticale. E in nome della sicurezza e del divertimento commetterà le peggiori brutture, rovinando forse per sempre, sassi, pareti, sentieri e discese. Si ridurrà come lo sci di pista.

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