La metafora

La metafora
di Matteo della Bordella
(dal suo profilo facebook, 28 ottobre 2020)

Quando vado in falesia, o comunque a fare una via di impegno modesto, nello zaino ci metto di tutto: tre paia di scarpette, cibo e vestiti in abbondanza, almeno 16 rinvii, ginocchiera, guanti, guantini e qualsiasi altra cosa mi potrebbe tornare utile durante la giornata.

Quando mi preparo per una grande salita in un posto come la Patagonia o il Bhāgīrathī IV la musica cambia.

Sul Bhāgīrathī IV

Occorre portare solo ed esclusivamente lo stretto necessario, l’essenziale per la salita e non un grammo di troppo, e mettersi già nella testa di soffrire la mancanza di tante cose che avremmo voluto avere con noi.

Qualche volta in passato ho sentito dire da alcuni miei compagni con meno esperienza: “ma sì, 3 moschettoni a ghiera in più me li porto, tanto cosa vuoi che pesino?” ed alcuni minuti dopo magari aggiungere frasi del tipo “dai, prendiamo una giacca in più in due, si sa mai che abbiamo freddo” oppure “queste due barrette in più le metto nello zaino tanto non pesano niente”.

Anch’io all’inizio ragionavo in questo modo: non dover rinunciare a niente ti dà una bella sicurezza psicologica. Con gli anni mi sono reso conto che nelle grandi salite ogni piccolo dettaglio, ogni grammo risparmiato, fa la differenza e ti permette di muoverti in maniera più agile, veloce ed efficiente. Ti permette di essere meno stanco e andare avanti dove altrimenti ti saresti arreso.

Sul Bhāgīrathī IV portare un paio di ramponi in tre, mezzo materassino a testa, due paia di scarpette in tre, nessuna tenda, cibo per un giorno e nient’altro oltre lo stretto indispensabile è stata senza dubbio una delle chiavi del successo.

Spesso dobbiamo rinunciare e sacrificare qualcosa se vogliamo arrivare in cima… non solo in montagna, ma anche in questo preciso momento storico nella vita di tutti i giorni.

6
La metafora ultima modifica: 2020-11-03T05:12:44+01:00 da GognaBlog

21 pensieri su “La metafora”

  1. 21
    Carlo Crovella says:

    Come vedete, l’approccio al fare lo zaino si può declinare in infinite sfumature, come infiniti sono i modi di affrontare l’esistenza. Concetto che, a sua volta, si modifica col trascorrere del tempo. L’importante è che ciascuno “sappia” fare il “suo” zaino, quello adatto alle sue specifiche esigenze in quel preciso momento. Trattasi quindi di un concetto estremamente relativo. Però in giro, sempre più spesso, mi capita di vedere zaini che sono “sbagliati”, o in eccesso o in leggerezza. Quanto mai azzeccato il titolo dell’articolo. Buon lockdown a tutti!

  2. 20
    Ugo Ranzi says:

    Quando avevo 20 anni sono andato al rifugio Pedrotti in Brenta (circa 1500 m di dislivello) con 2 zaini, uno conteneva abbigliamento e viveri per un paio di settimane (volevo risparmiare sui costi del rifugio), l’altro, per traverso sopra al primo, conteneva il materiale (corda di canapa, quella avevo, moschettoni di ferro, chiodi, martello ecc.). Per un totale di più di 30 kg, io ne pesavo meno di 60. Non fu una prestazione eccezionale, Celeste Donini ci aveva portato una vasca da bagno, però neanche poco.
    Oggi, che di anni ne ho una cinquantina in più, ho lo stesso problema di Matteo della Bordella ma non per andare in Patagonia, quella l’ho sempre solo vista e letta nei racconti degli alpinisti di punta. Sono quello che si definisce alpinista medio, quasi ex.
    Per fare qualche salita, ormai di difficoltà moderata, se c’è da camminare un po’ per andare all’attacco lo zaino deve pesare il meno possibile, per cui devo portare la corda che pesa meno, rinvii centellinati, mezza borraccia d’acqua e via discorrendo. Anche il fair play col compagno d’avventura è cambiato. Il “se vuoi lo porto io” è sostituito da un “questo puoi portarlo tu?”
    Qualcuno mi dice “chi te lo fa fare?” Forse sono un po’ patetico ma non riesco ancora a stare al bar a giocare a carte o su una panchina a leggere il giornale.

  3. 19
    Roberto Pasini says:

    Per Cominetti. Caro Marcello nella tua natia Liguria il Totino ha proposto di applicare anche agli umani lo stesso criterio “questo mi può servire” ? per decidere cosa lasciare a casa o scartare. La sua proposta però non ha avuto un grande consenso. I liguri non amano molto buttar via. Può sempre servire per un tapullo. Gli ho chiesto su FB, lui a che velocità mediamente corre in salita ma non mi ha risposto. Teniamo su lo spirito. Almeno quello.  🎃🎃

  4. 18
    Carlo Crovella says:

    Tutyo dipende appunto da cosa si va a fare. Io in Patagonia non ci andrò mai e per quello che faccio nelle Alpi posso permettermi di mettere un paio di guanti in più nello zaino. La gran parte degli “alpinisti” si muove su livelli medi, dove non ha senso risparmiare peso e trovarsi magari a bivaccare in maglietta… per una via di IV qui da noi un po’ di peso in più non incide e invece ti da’ sicurezza nelle eventuali emergenze. Buona serata pre lockdown (almeno nel Nord Ovest, così sembra).

  5. 17

    Quando ti dici “questo potrebbe servire” è meglio che lo lasci a casa. Il peso è nemico della velocità e essere veloci è più sicuro. Specialmente in Patagonia. 

  6. 16
    Carlo Crovella says:

    Se non si fosse capito, io sono uno da zaini che alla fine sono sempre un po’ più “pesanti” rispetto all’equilibrio aureo. Mi porto dietro sempre qualcosa da mangiare in più, dei guanti e un berretto in piu e così via. Ma quando queste cose in più mi sono davvero servite, sono stato contento di aver pagato il prezzo della fatica supplementare anche nelle volte in cui non mi sono servite (e quindi le ho trasportate a vuoto). Non sai mai cosa ti può capitare. “Cintura e bretelle” si dice a Torino (magari non solo a Torino): per non far cadere i pantaloni meglio doppia protezione. Per fortuna non ho le esigenze prestazionali dell’autore e posso permettermi zaini, di volta in volta, un po’ più pesanti del mix ottimale. Ciao!

  7. 15
    Carlo Crovella says:

    La quintessenza del saper fare lo zaino e avere “tutto” quello che ti può tornare utile nell’uscia che affronti di volta in volta. Non esiste uno zaino standard per tutte le occasioni. Ci sonopoi alcune dritte che ti insegna la vita. Per esempio, io ho sempre dietro un frontalino nella patta dello zaino, anche a fare una gita in sci di poche ore. “La montagna è severa”, non sai mai cosa ti può succedere. Invece guardo gli zaini di oggi e, spesso, non hanno neppure le tasche esterne, ma solo ganci cui appendere gli oggetti. Nessuno pensa più ai frontalini e, se ti perdi al buio, magari non riesci a tornare a casa. Fare lo zaino è davvero metafora dell’approccio all’esistenza. Se l’autore non avesse scritto l’ultima frase, il concetto sarebbe stato cmq implicito: se intitolati “la metafora” un testo del genere, è ovvio che il testo si articola nel parallelismo fra “saper fare lo zaino” e “saper affrontare la vita”, sempre alla ricerca di quell’impalpabile equilibrio ideale fra massimo della protezione e massimo della leggerezza. Ciao!

  8. 14
    Alberto Benassi says:

     
    Un pò di anni fa con un mio amico,  siamo andati d’inverno sulla parete nord del Pizzo d’Uccello,  a ripetere  la  via Cantini-De Bertoldi o via di sinistra del 69. Nonostante le condizioni invernali e lo sviuppo della  via di oltre 700 metri , siamo partiti molto leggeri senza materiale da bivacco confidando nel detto:
    Quando ti porti il materiale da bivacco, anche solo per prudenza, di solito bivacchi.
    Gioco forza uscire in giornata. E così è stato. Sulla via, poi ci siamo ritrovati in 4 perchè al nostro inseguimento è arrivata un’altra cordata di 2 baldi giovanotti nonchè  amici. Loro in verità erano li per un’altro scopo,  ma  alla fine viste le non perfette condizioni della parete,  hanno rinunciato alle loro intenzioni  e ci sono venuti dietro.
    La cosa divertante alla fine è stata che i 2 vecchiotti, che avrebbero dovuto avere  avere più cervello e maggiore prudenza erano senza materiale da bivacco. Mentre i 2 giovanotti erano ben attrezzati di tutto punto per stare almeno un paio di giorni in parete con tutti i confort.
    Alla fine è stata una bella e divertente corsa tra scapoli e ammogliati finita con una cena al rifugio Donegani.
    Magari il Monaco, se legge potrà dire la sua.
     
     

  9. 13
    Paolo Gallese says:

    Giorgio ti capisco. 
    Se decido che starò fuori più di un giorno, preferisco viaggiare un po’ più pesante. 
    Sull’Aletsch, un giorno lontano il mio sesto senso mi disse “Portati tutto”. Ricordo la gente che sorrideva al mio incedere, incontrandomi. 
    Quella notte mi salvai la vita. Seppi due giorni dopo che ci furono 2 morti. 
    Dipende sempre, dove si va, a fare cosa. Le variabili sono molte, lo sapete tutti. 
    E, a bastonate, la montagna ti insegna a conoscere te stesso. 
     

  10. 12
    Riva Guido says:

    Bello riuscire a fare lo zaino, di volta in volta, ridotto all’essenziale, ma ancora più bello è trovarne uno che te lo porta.

  11. 11
    Luigi says:

    Grazie Matteo, la dimostrazione che sei un grande lo dicono le tue parole!

  12. 10
    Giorgio Daidola says:

    Sono spesso stato criticato, giustamente, di portare zaini troppo pesanti nei miei sci-viaggi. Soprattutto considerate le mie modeste capacità fisiche. Ho cercato di migliorare, perché soprattutto con gli anni è giocoforza ridurre i pesi. Dire che ci sono riuscito in modo soddisfacente sarebbe dire una bugia. Ridurre i pesi oltre certi limiti significa infatti esporsi a rischi elevati, abbagliati dalla voglia dei risultati che solo l’alpinismo di velocità, se tutto va bene, permette. Chi dice che andando in fretta si eliminano certi rischi ha ragione, a patto però che tutto vada liscio. Perché ci sono altri rischi ineliminabili. Che sono evidenti a tutti, quindi non mi dilungo nell’elencarli.  L’idea del bivacco di emergenza non deve quindi, a mio modesto avviso,  mai essere dimenticata. Per risolvere il problema senza assumersi rischi assurdi per raggiungere il risultato la soluzione c’è, almeno per le grandi traversate con gli sci che sono sempre state il mio gioco preferito: quella dell’assoluta lentezza. Trainare la propria pulka da 5o kg con tutto dentro, come se fosse una barca che scivola con te, per settimane e settimane, è un gioco bellissimo anche se faticoso che non richiede di ricorrere a metafore per spiegare l’assurdo di questo povero esausto mondo, abbagliato dal mito della velocità sempre, in ogni campo, ad ogni costo. 

  13. 9
    Roberto Pasini says:

    In un bellissimo e malinconico film sulla solutidine con George Clooney, “Tra le nuvole” il personaggio centrale tiene conferenze negli alberghi portandosi uno zaino e usandolo come metafora sulla necessità di viaggiare leggeri nella vita. Però alla fine……

  14. 8
    Antonio Arioti says:

    Io invece ero più bravo all’inizio, col tempo sono peggiorato. Va però detto che non faccio spedizioni alla Matteo.
    Certo che, col massimo rispetto, l’ultima frase se la poteva risparmiare.

  15. 7
    Carlo Crovella says:

    Anche per semplici alpinisti di medio livello arrivare a fare bene lo zaino (cioè tutto quello che può servire – comprese situazioni di emergenza – ma nulla di più per non cedere terreno al peso) è la quintessenza dell’alpinismo. Il concetto è modulare e flessibile perché dipende dal tipo di uscita che si affronta (alta montagna/falesia, gita in rifugio/in giornata ecc). Io ho imparato a fare lo zaino, quando ero ragazzino, osservando con attenzione gli istruttori più esperti di me. “Se loro che sanno andare – mi dicevo – fanno certe cose, vuol dire che quelle cose sono strumentali a saper andare.” Poi ho fatto un mix delle diverse osservazioni, ci ho messo del mio e penso che oggi so fare lo zaino a occhi chiusi. E’ un’arte che invece non viene compresa e apprezzata per la sua effettiva importanza. Oggi come oggi, osservo in giro l’andazzo delle scuole (non solo di alpinismo, ma anche di scialpinismo, di escursionismo ecc ecc ecc) e vedo che ci si concentra ossessivamente sulle manovre e sull’uso degli strumenti tecnologici. Le “astuzie del mestiere”, come appunto saper fare lo zaino a puntino, sono messi in un angolo. Le si guarda con distacco e fastidio, sia da parte degli istruttori che anche da parte degli allievi. Mi sono infatti accorto che quando cerco di trasmettere le “astuzie”, molti allievi sbuffano irrequieti, per loro la cosa importante è “andare” e se proprio ci si deve fermare per fare esercitazioni, ebbene che siano esercitazioni da fighi e non da vecchi imbolsiti… Poi guardi il loro zaino e vedi che è fatto alla “cazzo”… E’ un peccato perché tutto il know how immateriale si sta perdendo… E lo stesso vale nell’esistenza di tutti i giorni: si ragiona solo in termini di app da scaricare, nessuno sa più aggiustare un elettrodomestico rotto, in ciò il tema dell’articolo è metafora della società in cui viviamo. Buona giornata a tutti!

  16. 6
    Alberto Benassi says:

    Ora senza arrivare fino a certi limiti, come fa un mio amico, che tende spesso e volentieri ad applicare il detto: ” si fa come ad Avenza, cioè si fa senza” perchè non si porta manco quello che effettivamente ci vuole e si era detto di portare. E, magari,  lo doveva portare lui  quando ci si è sentiti per decidere la spartizione del materiale.
    Il peso comunque non dorme, è un compagno sempre presente ma che rema contro. Un pò come il sacco da recupero che di solito s’incastra.
    Ogni tanto vedo gente che all’imbrago ha un’ abbondanza di moschettoni a ghiera con annesse maglie rapide d’acciaio anche belle massicce, quindi pesanti. Non ho mai compreso bene fino in fondo a cosa servirebbero tutte queste ghiere. Se devi fare manovre di emergenza puoi anche farle con quello che hai.
    Se vado indietro con la memoria, i primi anni di montagna,  mi portavo una bella scorta di roba da magnà.  Va beh che ero giovane e l’appetito non scherzava (anche adesso però…) ma ero un esagerato per di più contenuta in una scatola di plastica (altro peso e ingombro inutile).
    Ma poi s’impara e si fa di necessità virtù,  s’impara a fare a meno di tante cose. Soprattutto s’impara che con un solo oggetto  si possono fare tante cose, basta avere elasticità mentale e spirito di adattamento.

  17. 5
    Emanuele Mannocci says:

    Metafora che non condivido. La preparazione dell’itinerario e dello zaino è un momento di completa responsabilità individuale. La situazione di questi giorno di individuale non ha nulla, né la gestione di essa che è delegata, né la prevenzione di essa che è allo stesso tempo delegata. È ora che si torni ad occupare (anche in senso politico) il nostro corpo e le nostre menti e si riporto la responsabilità del singolo al centro della vita sociale invece che trovare lo zaino già fatto e la vita già spittata.

  18. 4
    Matteo says:

    “Mi sembra un concetto abbastanza ovvio”
    Sarà anche ovvio, ma di certo è il concetto più totalmente disatteso da tutti noi  nella vita di tutti i giorni: è questa la metafora. Grazie Matteo

  19. 3
    Enri says:

    Mi sembra un concetto abbastanza ovvio, sia nel senso materiale che in quello di vita generale.
    io da tempo uso una bilancia coi decimali. Quando pensi di fare uno zaino leggero e’ invece un attimo arrivare a 5 kili…
    nella vita in genere piu’ togli e meglio e’. L’accumulo di cose e beni rendono la vita solo apparentemente migliore ma alla fine si rivelano ulteriori vincoli e zavorre. 

  20. 2

    A parte l’ultima frase (io non l’avrei messa) sono profondamente d’accordo. 

  21. 1
    Paolo Gallese says:

    Ho imparato anche io negli anni, cosa portare. Ma, soprattutto, ho imparato il pensiero del rinunciare in modo più ampio. Ho imparato che i pesi hanno la loro importanza non solo nello zaino, ma nella testa. 

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.