La parete nord-ovest del Pizzo Scalino

Salvatore Panzeri ha ritrovato un documento al riguardo di una salita di cui effettivamente si era persa traccia: a tal punto che non era neppure nominata nella peraltro precisa e documentata guida (Collana Monti d’Italia) Bernina di Nemo Canetta e Giuseppe Miotti. Con tutta probabilità questo itinerario, aperto il 9 agosto 1973, è stato ripercorso in buona parte da D. Costa e L. Agudio (it. 156h della guida) che il 19 febbraio 1984 salirono la parete d’inverno senza nulla sapere della cordata Parolini-Nana.

Angelo Parolini e Celso Nana sono due guide alpine della Valmalenco originarie di Lanzada, entrambi nati a Sondrio nel 1951. Angelo ci ha purtroppo lasciato il 7 maggio 2001.

Salvatore Panzeri vuole ringraziare l’amico Elia Negrini, guida alpina e gestore del rifugio Longoni in Valmalenco, per averlo messo in contatto con Celso; nonché l’amico Paolo Masa per il suo interessamento al riguardo.

Parete nord-ovest del Pizzo Scalino
di Angelo Parolini

Ci stiamo innalzando velocemente in mezzo al bosco seguendo il tortuoso sentiero che porta all’Alpe di Campagneda. Il sole sta tramontando dietro le cime del lontano Disgrazia e manda i suoi ultimi bagliori a giocherellare tra le cupe fronde degli alberi illuminandoli di mille riflessi dorati. Nonostante i pesanti carichi che abbiamo sulle spalle la marcia di avvicinamento è spedita e, ben presto, madidi di sudore ed accaldati, arriviamo alle baite da dove si aprono i verdi pascoli, delizia estiva delle valli alpestri. Le mandrie stanno pascolando tutt’attorno e il tintinnio confuso delle loro campane ci rallegra; nelle baite, lo scenario che si svolge attorno al rustico focolare, nel quale scoppietta allegramente il fuoco, è quello abituale di tutte le persone che dopo aver lavorato tutto il giorno, si apprestano al giusto riposo. Ci viene offerto del latte; beviamo avidamente anche perché così risparmieremo alcune delle scarse provviste che ci siamo portati da casa. Quando chiediamo informazioni sulla nostra parete, lo stupore si stampa sulla faccia dei presenti; infatti, per tutta la giornata, grosse pietre hanno continuato a cadere con fracasso reboante. Il loro consiglio è desistere.

Guardo un attimo in faccia il mio compagno poi parto con il mio pesante fardello alla volta della parete senza più dir nulla ma con il cervello in tumulto. Siamo ora alla base del costone che porta alla parete che si erge maestosa sopra le nostre teste. Il sole è tramontato e dobbiamo quindi allungare il passo perché sarebbe opportuno giungere alla base e piantare il tendino da bivacco prima della calata delle tenebre. Quando arriviamo però è ormai notte; togliamo svelti dagli zaini tutto l’occorrente e montiamo la fragile casetta di tela che ci ospiterà, riparandoci dal freddo e dall’aria cruda. Ad uno ad uno entriamo e sistemiamo le nostre cose; prima di chiudere la porticina con la cerniera lampo mi gusto una sigaretta guardando le luci dei paesini sparsi nel fondovalle, dove, gente come noi, sta tranquillamente divertendosi senza pensare alle pareti e alle loro salite. Comunque non mi rimprovero niente, in fondo ho scelto arbitrariamente di andare in montagna consapevole dei rischi e delle immani fatiche che avrei dovuto sobbarcarmi. D’altra parte, a un tenore di vita amorfo come quello della maggior parte dei miei coetanei preferisco il mio modo di vivere anche se imperniato su massacranti fatiche e talvolta sul calcolo delle probabilità che ho di salvarmi la vita. Credo tra l’altro di sentirmi estremamente goffo nei panni del ragazzino tranquillo il cui unico divertimento è l’uscita serale con la fidanzata. Con questi cupi pensieri entro nel mio sacco piuma, scambio ancora quattro chiacchere poi mi addormento. Sono le cinque e mezzo quando mi affaccio alla porticina del tendino per scrutare l’orizzonte; il tempo sembra buono anche se in lontananza sottili nuvolette plumbee potrebbero portare banchi di nebbia o addirittura qualche temporale.

Ci prepariamo velocemente, carichiamo in uno zaino tutto l’occorrente poi ci incamminiamo verso la base della parete alla ricerca del punto di attacco. Mentre in corrispondenza delle rocce basali prepariamo l’attrezzatura che ci servirà per salire, una grossa frana di sassi si stacca dal canale sovrastante la parete, sibila sinistramente sopra le nostre teste e si schianta a poca distanza da noi sollevando enormi spruzzi di neve. Ci guardiamo ammutoliti poi senza dir parola parto innalzandomi per una filata di corda mentre il mio compagno mi assicura nascosto sotto uno sperone di roccia. Egli porta lo zaino dove c’è tutto il necessario che potrebbe servirci durante la salita; l’accordo è che esso venga portato dal secondo, in caso di passaggi molto esposti o pericolosi verrà recuperato con una corda di emergenza collegata alla mia imbragatura alla quale sono anche appesi più di 30 chiodi, altrettanti moschettoni, oltre a cordini e staffe. L’inizio della salita si apre su sfasciumi rocciosi ricoperti di terriccio supero un primo canaletto che termina con un passaggio verticale poi approdo su un pianerottolo ricoperto di sassi e terriccio. Ogni tanto sento sibilare qualche pietra che cade dalla parete, ritengo quindi opportuno ripararmi sotto una sporgenza per far salire il compagno che avanza con il pesante zaino e toglie i chiodi che ho infisso. Quando arriva mi riprendo i chiodi e parto verso destra per poi ripiegare su un canaletto-diedro molto ripido e delicato terminante con un “tetto” di circa due metri. Sporgenze e appigli ce ne sono, però al solo toccarli si staccano. Pianto 3 o 4 chiodi per superare l’ostacolo aiutandomi anche con le staffe; le corde scorrono poco perché le angolazioni tra un chiodo e l’altro sono molto forti; cosicché, dopo una ventina di metri dobbiamo fermarci, oppure mettere in funzione l’altra corda liberandoci della precedente. Dopo questo diedro devo percorrere un esile cengia e saltare su un cucuzzolo di pochi centimetri dal quale si giunge ad un ampio pianerottolo terroso dopo aver superato una placca liscia di 2 o 3 metri. E’ questa una zona soggetta alla caduta di pietre, quindi meglio portarci subito a ridosso della vertiginosa parete che si alza imponente sopra di noi.

Mi alzo ancora una filata di corda poi mi fermo a riposare al riparo di una placca strapiombante. Ci leghiamo ad un chiodo; con le gambe a penzoloni nel vuoto mangiamo qualche cosa e dissetiamo le labbra arse. Mentre ci riposiamo ci guardiamo attorno; nel fondo del costone, dove si apre una verde distesa erbosa un gruppo di persone è seduto a guardare l’insolito spettacolo di due puntini rossi appiccicati alla parete nel punto di massima verticalità; forse lo considerano uno spettacolo avvincente. Poco dopo però sopraggiunge la nebbia; ora siamo veramente soli: la parete, noi e il vuoto. Prima di ripartire devo cercare una linea di salita¸ perdo un ora nello studio della placca soprastante poi pianto una serie di chiodi che mi permettono di alzarmi per una decina di metri fino ad un passaggio strapiombante. Sono teso allo spasimo, se mi sbilancio, rischio di finire là sul piccolo nevaio sottostante. Quando riesco ad appoggiare le punte dei piedi sopra un bordo di pochi centimetri, mi fermo a riprendere fiato, ma nell’afferrare un appiglio mi procuro una slogatura alla spalla. Lasciare la presa, come verrebbe naturale, significherebbe volare nel vuoto; stringo i denti, poi riesco a piantare un chiodo assicurandomici con la corda mediante un nodo.

Il dolore è lancinante e mi procura fitte terribili, dovrò ora salire muovendo solo l’avanbraccio e tenere il braccio ben premuto contro il busto; è chiaro che in queste condizioni non posso stare davanti, quindi chiamo il mio compagno, gli consegno i chiodi e lo faccio salire cercando di guidarlo dal basso lungo la linea di salita che avevo precedentemente studiato. Terminata la filata di corda do il via allo zaino che sale dondolando pendolo nel vuoto, poi salgo a mia volta superando con delicatezza l’espostissimo passaggio e togliendo i chiodi. Quando mi fermo ho a disposizione una pensilina larga 10-15 centimetri e lunga meno di mezzo metro. Su questo enorme spazio devono stare i mie piedi, lo zaino e 80 metri di corda. L’altro per farmi posto si è incuneato con le spalle in una spaccatura appoggiando il piede su quel pianerottolo dove già ci sono io; il terzo terrificante amico, il vuoto, si trova sempre attorno a noi e non ci lascerà che alla fine della parete. Il prossimo passaggio incomincia con un camino verticale, dal quale, dopo qualche metro, bisogna uscire su uno spigoletto aereo per evitare un tetto. Dopo il tetto si intravede finalmente verso sinistra una bella cengia larga un paio di metri su cui potremmo riposare. Ancora una volta faccio salire lo zaino e, come prima, allo stacco lo vedo volare nel vuoto in mezzo alle totale di nebbia, quando riappare devo scansare la testa affinché non mi travolga; sul bordo superiore dello strapiombo la corda di trazione si infila in una spaccatura, lo zaino urta la parete e si ferma, perciò sono costretto anch’io a uscire direttamente attraverso lo strapiombo per liberarlo.

Quando sono completamente nel vuoto urlo al compagno di bloccare ai chiodi di sicurezza la corda a cui sono sospeso, e; mentre mi appresto a liberare lo zaino, sono un goffo pendolo che fa tic tac. Finalmente vedo il sacco sparire sopra la mia testa e poco dopo a mia volta raggiungo l’amico. Su questo bel terrazzo ci possiamo finalmente riposare un momento prima di apprestarci alle ultime fatiche che ci porteranno in cima. Una serie di placchette rotte si alza sopra di noi in verticale fino ad un tetto che si può evitare sia a destra che a sinistra. Il passaggio a sinistra porta ad un diedro molto liscio e fortemente strapiombante; è molto difficile da superare, allora decidiamo di attraversare verso destra fino ad una prominenza dalla quale tenteremo di superare i prossimi passaggi difficili, dovrebbero essere gli ultimi. Quando parte l’amico sto assestando le ultime martellate alla serie di chiodi che ho piantato per assicurarci; le placche sovrastanti non tengono i ferri, cosicché li dobbiamo piantare verso sinistra su un canaletto viscido e scivoloso lungo il quale gronda un ruscelletto che finisce la sua corsa sulla mia testa trascinando anche parecchi sassolini. Parto stavolta con lo zaino in spalla, levo alcuni chiodi, alcuni li devo abbondare perché diventerebbe troppo rischioso recuperarli; quando anch’io giungo di là siamo ancora esposti alla raccapricciante visione di quella verticalità che ci offusca la vista e ci obbliga a mantenere la massima concentrazione e freddezza nell’esecuzione dei movimenti. Siam fermi su una cornicetta di pochi centimetri e il corpo è premuto contro la parete dai chiodi che ci assicurano. Il prossimo passaggio si snoda su un diedro viscido e verticale chiuso da un masso che incombe paurosamente sopra le nostre teste. Il compagno cerca di incunearsi il più possibile nel diedro per poi attaccare direttamente il tetto rappresentato dal masso che ostruisce il passaggio; la mancanza di appigli lo fa però ripiombare al mio fianco. L’unica soluzione sta nel caricarmelo sopra la testa e, sporgermi all’indietro, fargli superare l’ostacolo direttamente con gli appigli e con gli appoggi che gli procurano le mie spalle e la mia testa. Non appena tocca il masso esso si mette a scricchiolare, minacciando di cadere da un momento all’altro trascinandoci con sé in un vertiginoso volo… Deve raggiungere uno spigoletto aereo appoggiando il sedere sulla mia testa e la schiena contro le mie mani alzate. Poco dopo ce l’ha fatta, sale ora a zig zag piantando chiodi ed affrontando piccoli passaggi verticali fino ad una cengia entro la quale bisogna strisciare carponi fin sotto una cascatella gelida. Quando parto io, la corda non scorre più nei moschettoni; mi faccio calare quella di recupero e faccio salire lo zaino con non poche difficoltà. Per salire a mia volta, occorre che mi liberi da quella corda e mi aggrappi all’altra che è libera dai chiodi. Con un Prusik aggancio una staffa per creare l’appoggio che mi porti sullo spigoletto¸ quando però il mio peso grava sulla scaletta, l’allungamento della corda di lilion mi fa volare in basso oltre il pianerottolo su cui ero prima, mentre i chiodi appesi all’imbragatura cantano una cinica allegria. Per un momento, pensando al terrificante vuoto che avevo sotto i piedi, mi si annebbia la vista; poi, sentendomi dondolare, mi rallegro per lo scampato pericolo e ringrazio la corda che mi ha tenuto. Infine reinizio la salita ed arrivo anch’io a fare la doccia sotto la cascata dove si trova l’amico: tra non molto, quando ci rivedrete saremo di nuovo lindi e puliti più che mai anche senza il sapone.

Siamo quasi alla fine, il corpo è intorpidito dall’umidità e le mani, più rattrappite che mai, sono bianchi tentacoli che graffiano disperatamente la roccia. La spalla mi duole ancora e il dolore produce lancinanti fitte, ciononostante la prossima filata di corda la inizio io; supero la cengia a destra, risalgo due o tre placche ripide poi finalmente la pendenza tende a diminuire. Poco dopo, attraverso un canaletto, raggiungiamo un ammasso di sfasciumi : l’avventura è quasi finita, la parete è vinta; ci sediamo qualche attimo poi ripartiamo e dopo poche decine di minuti siamo in vetta. La giornata sta volgendo al tramonto mentre i nostri occhi scrutano l’orizzonte e lo sguardo si perde all’infinito in nostalgici ricordi. Ci guardiamo, siamo sfiniti, il nostro sguardo ha personificato l’immane fatica; poi ci sediamo soddisfatti e mangiamo avidamente gli ultimi avanzi che abbiamo nello zaino. Prima di scendere non disdegno la “fumatina vetta” poi, finalmente paghi, corriamo veloci lungo il ghiaione verso il nostro bivacco, lo smantelliamo, carichiamo gli zaini e ci avviamo verso casa. Prima di lasciarci alle spalle il costolone ghiaioso, il nostro sguardo percorre veloce per l’ennesima volta la ripida parete che sta per essere inghiottita da un denso nebbione, infine le verdi distese d’erba, ricevono i nostri stanchi piedi. L’avventura è finalmente conclusa; sono soddisfatto, il conto è pari: ho dato attimi di vita, ho ricevuto fuggevole soddisfazione.

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La parete nord-ovest del Pizzo Scalino ultima modifica: 2021-10-12T05:41:00+02:00 da GognaBlog

11 pensieri su “La parete nord-ovest del Pizzo Scalino”

  1. 11
    Fabio Bertoncelli says:

    “Un modo di vivere incomprensibile alla maggioranza delle persone.”
    Alberto: “E allora? Che ce ne frega se la maggioranza non comprende!”.
    … … …
    Alberto, ti rendi conto che questi pensieri si avevano (forse) a diciotto anni? Quanti, alla tua e alla mia età, la pensano ancora cosí? Dimmi: quanti?

  2. 10
    Paolo Gallese says:

    Grande passeggiata sul cresta Sud Orientale. Eravamo ragazzi e per noi era la spalla del K2. Che scemi, bivaccammo poco sotto la cima credendo di aver fatto chissà cosa. La mattina dopo le abbiamo prese…

  3. 9
    lorenzo merlo says:

    La narrazione è sempre terza cosa rispetto alla realtà osservata.
    È realtà essa stessa.
    Essa esprime il potere creativo delle parole. Cioè nostro.
    Potere che però catalizza nel destinatario a sua immagine e somiglianza.
    Tutto ciò sta entro il principio che l’esperienza non è trasmissibile.
    La realtà oggettiva è quella in cui le parti in dialogo esistono su un piano di interpretazione del mondo, linguaggio incluso, condiviso.
    Quella soggettiva è relativa a dialoghi esistenti tra campi di interpretazione del mondo inconsapevolmente differenti tra le parti.
    La realtà nella relazione si mostra nella consapevolezza dei due punti precedenti.

  4. 8
    Michele Comi says:

    Come cambierebbe la descrizione delle cose se sostituissimo immagini, video e pure tastiera con carta e penna?

  5. 7
    albert says:

      Solo nei giorni 10-11 ottobre ..presenti resoconti di imprese sul Manaslu(discesa in sci) e un  record 9b+, con tanto di foto , film ed intervistina, tempi  record, nuovi propositi e tante foto con marchio sponsor in bella evidenza. Se scriveranno qualcosa , sara’ con tavoletta grafica, word processor.

  6. 6
    Alberto Benassi says:

    raggiungere.Un modo di vivere incomprensibile alla maggioranza delle persone

    E allora?
    Che ce ne frega se la maggioranza non comprende!

  7. 5
    Giovanni battista Raffo says:

    L’ineffabilità di queste avventure al limite della sopportabilità umana sono tipiche di questi grandi personaggi che sfidano se stessi e la morte per raggiungere  ciò che non si potrebbe mai raggiungere.Un modo di vivere incomprensibile alla maggioranza delle persone( come premesso) Saluti
     
     
     
     
     

  8. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    «Va’ dove ti porta il cuore.»

  9. 3
    Giovanni Baccolo says:

    Bellissimo racconto. Quando le cose sono fatte per sé stessi c’è sempre un valore aggiunto, che forse oggi abbiamo un poco dimenticato.

  10. 2
    lorenzo merlo says:

    Progresso, lato B. Il solo umanisticamente importante.

  11. 1
    albert says:

    Che ricchezza espositiva scritta e pure a callegrafia. “Mentre in corrispondenza delle rocce basali prepariamo l’attrezzatura che ci servirà per salire, una grossa frana di sassi si stacca dal canale sovrastante la parete, sibila sinistramente sopra le nostre teste e si schianta a poca distanza da noi sollevando enormi spruzzi di neve..”!TALE E QUALE SHOW IN DOLOMITI AI NOSTRI GIORNI,L’UNICO PROGRESSOE’SCHE NON SISCRIVE, SI FILMA DIRETTAMENTE, COME PURE una scalata con la telecamerina sul casco, cosi’si perde la capacita’ narrativa (sovrastante? sibila sinistramente?mancano sempre piu’ dal repertorio delle relazioni..nel fimato sostituiti dai rumori registrati, tira e molla corda , imprecazioni , tintinnio di moschettoni ed aggeggi, ansimate..e tanti byte a disposizione in una micro scheda di memoria) La fuggevole sensazione diventa virale prontamente postata.,e diventa grande impresa pure la ferratina

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