La parola a Marco Marrosu

La parola a Marco Marrosu
(scritto tra il 2010 e il 2014)

Nato a Sassari il 23 ottobre 1972 Marco Marrosu, dottore in Scienze Naturali, si è reso protagonista, in questi ultimi 20 anni, dell’esplorazione degli ultimi angoli vergini del Limbara, della Gallura, della Nurra, del Monte Nieddu e del Supramonte. Spesso assieme all’amico Lorenzo Enzolino Castaldi (caduto poi dalla Nord dell’Ortles il 25 marzo 2012), talvolta assieme a me, Marco ha salito in stile tradizionale molte pareti di granito e difficili fessure. Valido alpinista, con più di 200 vie nuove all’attivo, ha scalato anche in Corsica, sulle Alpi, nel Sinai e in Oman. Ha fornito una bella testimonianza sul suo modo di scalare con Itinerari sul Limbara (Edizioni Orizzonte Sardegna, 2006). Queste montagne nel cuore della Gallura sono state le prime di tutta l’isola a essere state esplorate alpinisticamente: Marrosu, dopo anni di gite, ricerche e prime ascensioni, ci riassume la sua esperienza quel tanto che basta per avere le prime indicazioni senza azzerare l’avventura, nello spirito di quelle Aree Clean che il Limbara ben rappresenta.

13 giugno 2013, accesso marittima all’Aguglia di Goloritzé. Da sinistra, Giulia Castelli, Mario Verin e Marco Marrosu. Dietro, Antonio Cabras.

Qui di seguito è un misto di due interviste a Marrosu, una di Maurizio Oviglia e una mia.
«All’età di 15 anni io e altri miei amici avevamo fondato un gruppo che avevamo chiamato “Gli Intrepidi”. Era l’87 e la nostra attività preferita era vivere l’avventura. Rubavamo le corde ai muratori, ci costruivamo da soli i nostri chiodi e utilizzavamo le corde in canapa per inventarci i nostri imbrachi. Tutto questo senza avere mai sentito parlare di free climbing né avere mai visto un filmato o una rivista di arrampicata. È un miracolo che siamo ancora tutti vivi.
Da allora rimango sempre affascinato dagli orizzonti, sia verticali che orizzontali, che si affacciano alla mia mente come sfide impossibili. Ma anche sottoterra, anche in acqua. Mi manca solo il paracadutismo o il parapendio!

Per l’arrampicata mi alleno sulle vie spittate, per migliorare il grado a vista. Aumento la difficoltà ripetendole poi con il materiale da vie classiche (casco, martello, nut, friend, ecc.), poi con lo zaino e talvolta con gli scarponi. Prediligo la falesia di Osilo Alto (Sos Saltos) che dista 3 km da casa mia, è la più alta della periferia di Sassari (offre numerose vie tra i 30 e i 35 m) e per raggiungerne la base ci si cala dall’alto. Questo offre inoltre l’indiscutibile vantaggio di potermi allenare da solo fissando la corda sulla sommità.
Difficilmente vado da solo, il mio traguardo è vivere intensamente e morire di vecchiaia. Perciò, anche sulla scelta dei compagni sono abitudinario e vado solo con gente che conosco bene. Quando apri vie dal basso con mezzi tradizionali è ancora più importante sapere quanto puoi chiedere e quanto ti può dare un compagno. L’amicizia è fondamentale e si cementa dopo ogni nuova esperienza vissuta insieme.
Non penso di essere “malato di montagna”. In mancanza delle scalate mi impegnerei maggiormente nella speleologia (che pratico) e viaggerei per mari e monti. Non ripeto quasi mai un itinerario da me già percorso perché la prima volta mi dà delle emozioni che difficilmente diventano ripetibili con la seconda.
Forse scappo sulle montagne perché spinto da un istinto atavico… mi sento più a mio agio tra i boschi che in mezzo alla città.
La maggior parte degli arrampicatori è probabilmente piena di difetti. Sono fighetti perché troppo attaccati alle cose superficiali come le scarpette e l’abbigliamento ultimo modello, o anche perché “il vento è troppo forte e quel posto è troppo in ombra”; sono stakanovisti, per stare sei mesi attaccati a una singola via per poter dire “ho fatto un 8a” (oops! Volevo dire “faccio l’8a”), ma non avere neanche il 7b a vista; sono lavoratori seri ed efficienti, perché per me appendersi sulle corde, portarsi dietro il trapano e le batterie di ricambio, bucare e resinare è proprio un duro lavoro (anche palloso); sono spendaccioni: perché vengono in continuazione aperte vie spittate e fittonate (ma i soldi chi ve li dà?), con la spesa di tre vie fittonate mi comprerei un mazzo di chiodi da roccia e ci arrampicherei per almeno 3 anni; sono scarsi lettori: perché non esistono solo le guide sintetiche di arrampicata. Solo leggendo le esperienze dell’arrampicata degli anni ‘50/’60 ci si sente delle merde… calzando le scarpette su un 6a e pensando a loro che calzavano gli scarponi del dopoguerra sulle stesse difficoltà… ; sono ambiziosi, perché vogliono tutto e subito; e infine sono pigri, perché vogliono la pappa fatta, non hanno iniziativa e quindi si perdono se non hanno una guida.
Sin da quando avevo 16 anni io sapevo piazzare sia gli spit roc che i fix ma mi affascinava maggiormente l’uso dei friend e dei nut. La speleologia, il soccorso alpino e il bagaglio tecnico datomi dall’arrampicata tradizionale mi hanno dato una libertà di scelta nell’arrampicata che è pressoché totale. Quando arrampico sulle vie spittate riesco ad andare vicino ai miei limiti, è vero, ma sono costretto a seguire la fila di spit che sono stati precedentemente disposti da qualcun altro. Oltretutto conosco la difficoltà che dovrò affrontare, la lunghezza della via, so che ci saranno delle soste sicure, che ci sarà un bel maillon e una splendida catena ad attendermi. Quando percorro una via in stile tradizionale invece tutto è nuovo. Riuscirò a mettere delle protezioni? Se non riesco più ad andare avanti come potrò tornare? Ci vuole testa per le protezioni distanziate, e oggi la maggior parte impara ad arrampicare nelle sale, dove gli spit sono vicinissimi.

I più rincorrono il grado, “lavorano” le vie per arrivare a dire “ho fatto un 8a!”. E alcuni le sparano grosse, come alla morra: sette, sette, otto! Non c’è più umiltà, né confronto leale: pochi si mettono in discussione. L’alpinista invece vuole confrontarsi sì, soprattutto con se stesso.

Per questo con me non porto cellulare né piantaspit perché devo sapere, salendo, che potrò contare solo sulle mie capacità, senza distrazioni. Una volta in vetta sotto di me non lascio quasi niente, la parete rimane così come l’avevo vista la prima volta, al massimo con qualche cordino in più. Aprire una via lunga con il trapano è un vero e proprio lavoro che può richiedere anche molto tempo. Aprire una via lunga in arrampicata alpinistica è più rischioso, forse, ma anche più divertente e veloce. Questo tipo di arrampicata mi ha costretto al buio, alla pioggia, a bivaccare o forzare un passaggio in artificiale con protezioni removibili… tutte esperienze che una volta vissute ti permettono di allargare i tuoi orizzonti! Per me la differenza tra i due tipi di vie è come quella tra una traccia in mezzo al bosco e un sentiero segnato con bolli e cartelli indicatori.
Vedo che in Sardegna vengono aperte continuamente nuove vie sportive e mi spiace perché questo toglie molto all’aspetto selvaggio dei posti. C’è perfino chi, uscito fresco fresco da un corso, si compra un trapano e va a chiodare il suo posto personale…

Marco Marrosu a Padru, 2008

Secondo me gli apritori delle vie sportive prima di fare funzionare il trapano dovrebbero farsi un esame di coscienza, ricordandosi che ciò che mettono è inamovibile, e documentarsi attentamente sull’esistenza o meno di vie classiche sul posto. Mi è capitato spesso (ma a chi non è capitato?) di trovare vie spittate/fittonate male (con distanze tra gli spit pericolose), sporche (con massi o scaglie in bilico), poco rispettose della fauna (di fianco a nidi di barbagianni, falchi, ecc.), con materiale scadente (colate di ruggine sulla roccia o ancoraggi posti vicino al mare pur sapendo che tra un anno sarebbero stati corrosi), dispersive (cioè una via qua e l’altra molto distante), scavate (perché qualche idiota non ha ancora capito che deve migliorarsi anziché fare i gradini per salire). Per non parlare di spit piazzati su vie di arrampicata classica senza il consenso dei primi apritori (che sono passati senza metterne) come a esempio la via Sinfonia dei mulini a vento a Goloritzé o Il Pilastro del Corallo a Capo Testa. Ma lo sai che c’è perfino chi vagheggiava una via ferrata sull’Aguglia di Goloritzé?

Le vie sportive devono essere il più possibile sicure, vicine e raccolte in settori dove puoi allenarti senza fare chilometri. Vorrei che in futuro in tutta la Sardegna (e magari anche nel resto d’Italia) venissero riconosciute delle “Aree Clean”. Aree cioè in cui non si mettono assolutamente protezioni fisse come spit e fittoni. Per il rispetto delle rocce, perché quei posti possano mantenere intatto il loro spirito selvaggio e che chiunque passi per la prima volta possa avere l’impressione di esplorare un posto nuovo. Con la zonizzazione si potrebbero individuare i posti per il boulder, per l’arrampicata sportiva e per quella classica: si potrebbe mettere un cordino su un albero o uno spuntone per arrampicare top rope (o “in moulinette”, se vi piace di più alla francese). In particolare, per l’arrampicata sportiva, potrebbero essere valorizzate aree marginali, più basse e vicine magari ai paesi. Ci dovrebbe essere il massimo reciproco rispetto tra “tradizionali” e “sportivi”. Questi ultimi dovrebbero smetterla di pensare che se una placca è liscia occorre mettere gli spit: qualcun altro può salire!

Progetti così si possono attuare facilmente inserendoli nei piani di gestione di SIC, ZPS e Parchi, come hanno fatto nel parco degli Écrins o nei Tatra.
Delle aree di questo tipo sono state già individuate in Sardegna, massimo il 5% del potenziale. In alcune non si può già spittare per ordinanza comunale (Capo Testa-Valle della Luna) altre sono aree a tutela integrale secondo l’Assessorato alla tutela dell’Ambiente (S. Pantaleo), altre sono delle riserve faunistiche (Capo Caccia-P.ta Cristallo), altre monumenti naturali (Monte Pulchiana): ma per altre ancora è necessario considerare gli aspetti storici dell’arrampicata (numerosi itinerari classici o particolarmente importanti), questo per sottolineare che non è necessario solo seguire la legge ma anche rispettare chi è passato prima di noi.

Invece vedo che col tempo le amministrazioni comunali non rispettano la presenza di itinerari classici mentre ammettono l’esistenza di quelli sportivi, solo per il fatto che questi ultimi hanno più visibilità per la presenza degli spit o fittoni. C’è anche da dire che alcuni sportivi che vogliono provare a fare vie classiche hanno paura di salirle perché non sono presenti eventuali soste attrezzate da cui calarsi in caso di guai. La paura di dovere abbandonare friend, chiodi e altro, li ferma a volte da provare. Per questi motivi sto riflettendo che potrebbe essere un compromesso accettabile aprire ALCUNE vie classiche lasciando SOLO soste attrezzate per le calate.

Comunque molta gente dovrebbe avere meno fretta di imparare tutto e subito, facendosi trasportare dal ritmo cittadino, e che cominciasse ad avvicinarsi con calma e intento esplorativo a questa vecchia/nuova disciplina chiamata arrampicata alpinistica per poi magari approcciare vie di misto alpine (neve/ghiaccio/roccia), salite su ghiaccio, spedizioni e… chissà cosa d’altro!

Dovrebbero esserci più istruttori con conoscenze alpinistiche, anche solo per insegnare arrampicata sportiva. Non ci sono, qui in Sardegna! C’è gente che non va in certe falesie solo perché c’è da calarsi dall’alto e loro non sanno farlo, sanno usare solo il gri-gri. C’è fame di istruttori, qualcuno che t’insegni a fare una sosta senza le maledette catene.

Ovviamente si vede anche qualcuno che lentamente assaggia il terreno dell’avventura, forse ne ha bisogno. Lamenta la mancanza di maestri, ma ci prova. Poi ci sono quelli che vengono dalla speleologia, che di certo non è “sportiva”.
Nel mio futuro vedo un impegno per continuare a insegnare, a chi mi chiede, le tecniche che ho appreso in anni di esperienza di arrampicata in Italia e all’estero e un impegno per cercare di tutelare le aree più importanti da un punto di vista naturalistico, e difenderle da chi rimette in discussione le Aree Clean e considera le rocce solo come una banale palestra all’aperto o un modo per spillare quattrini alle amministrazioni.

Ora sono travolto da lavoro e dalle solite rotture di balle. Da un pò di anni sono poco tranquillo emotivamente, tante cose sono successe in pochi anni (la morte di Lorenzo, i casini con le fidanzate, la morte per tumore di mia zia, i problemi di lavoro, ecc.)… piano piano le cose si stabilizzeranno, forse sto già un po’ meglio».

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La parola a Marco Marrosu ultima modifica: 2022-09-26T05:51:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “La parola a Marco Marrosu”

  1. 3
    Lucia says:

    Ciao sono in linea con le tue idee anche se trovo le relazioni trad molto scarse soprattutto gli avvicinamenti sai consigliarmi qualche libro che parli delle vie sul limbara  e dintorni? 

  2. 2
    Teo says:

    “Per l’arrampicata mi alleno sulle vie spittate, per migliorare il grado a vista”
    Quanta ipocrisia, e quante cazzate. 

  3. 1
    Alberto Benassi says:

    qualcuno che t’insegni a fare una sosta senza le maledette catene.

    a volte la sosta si presenta anche senza la catena…Già!!

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