La Patagonia di Giovanni

In un recente dibattito fra di noi ci si è confrontati sull’importanza delle “imprese” alpinistiche, in particolare se realizzate su montagne extra europee. Il dibattito mi ha fatto tornare in mente uno scritto di Alberto Paleari, uscito circa 25 anni fa su ALP.

Questo arguto articolo mi colpi fin da allora, perché era l’elogio dell’anti-spedizione prestazionale: mi riconosco a meraviglia del personaggio Giovanni.

Paleari, con preveggenza cassandreggiante, già allora (cioè ben prima del CoViD-19 e anche ben prima della presa di coscienza collettiva sul problema ecologico) aveva lucidamente preconizzato l’irragionevolezza di molte spedizioni lontane da casa. C’è una sproporzione fra i “prezzi” a carico dell’intera umanità (per l’impatto ambientale) e il “ritorno” in termini di specifico divertimento del singolo.

Patagonia cilena

I motivi nel dettaglio li lascio esporre direttamente all’autore. Ciò che mi piace molto di questo testo è la conclusione: sarà che, da bravo torinese doc, sono un perfetto bougia nen, ma sono arciconvinto che non ci sia bisogno di andar dall’altra parte del mondo per fare della buona montagna. A tal fine le Alpi e gli Appennini sono una vera mecca, capaci di alimentare un rinnovato interesse per la vita intera: ognuno trova il suo livello tecnico e di impegno e per tutti c’è pane per i propri denti.

Il mio amico Lorenzo Bersezio, collega istruttore alla SUCAI di Torino, seppur viaggiatore incallito, ha da tempo teorizzato il fascino dell’esotico vicino. Io ne sono un assiduo praticante, da decenni: ci sono valloni isolati e selvaggi, a 100 km da Torino (a volte anche solo 50 km!), che rivaleggiano in mistero e avventura con le terre più lontane e inesplorate.

Patagonia cilena

Per esempio qualche tempo fa mi è capitato di intestardirmi nel trovare un collegamento praticabile fra due di questi valloni e quando, dopo decine di tentativi, la cosa mi è riuscita (transitando su un colletto aereo e decisamente poco frequentato) ero più eccitato e felice di chi scoprì il Passaggio a Nord Ovest nelle terre artiche!

A chi mi obietta che così perdo il fascino dell’estraneo, del diverso, degli animali non comuni qui da noi, del cibo, della gente, delle altrui abitudini e del loro modo di vivere… ebbene controbatto che mi basta viaggiare con i documentari.

Lago Escondido

Ho visitato ogni Paese del Mondo attraverso il tablet che in genere visiono sotto il pergolato della mia casettina di campagna, di ritorno dalle mie scalate nelle Alpi e negli Appennini. Nel piccolo pergolato, io sono al fresco, in silenzio, tranquillo, senza disagi e senza confusione intorno: ho visto immense balene arcuarsi nella acque oceaniche, tigri ferocissime, fiumi irrequieti, deserti sconfinati. Ho conosciuto il viso cotto dei patagoni, quello ceruleo dei cinesi, l’allegria caraibica, le savane dell’Africa e la confusione delle megalopoli asiatiche.

Le scalate? Le faccio qui da noi. Alpi e Appennini sono le montagne più belle del mondo. Non c’è bisogno di trasvolate oceaniche.

Se allungo una mano, quando sono là nel mio pergolato campagnolo, riesco facilmente a staccare qualche acino di uva da tavola: sono maturi, sugosi, dolci. Io sono felice e il pianeta mi ringrazia (Carlo Crovella).

Fitz Roy

La Patagonia di Giovanni
di Alberto Paleari
(pubblicato su Alp n. 161, settembre 1998)

Nel gennaio del 1989 mi recai in Patagonia con Giovanni Odobez per salire una montagna poco importante nel gruppo degli Adela: il Cerro Grande. Con Giovanni ero già stato in Perù dove avevamo fatto l’Alpamayo e un’altra volta in Argentina dove eravamo saliti sull’Aconcagua, la cima più alta d’America. Formavamo una cordata affiatata, lenta, fortunata.

Giovanni non ha badato a spese nell’acquisto delle derrate, siamo arrivati al campo Maestri con due cavalli carichi d’ogni ben di dio…

Ci siamo insediati in una baracca che vedremo poi al cinema quando il grande Herzog L’userà per ambientarci il suo film peggiore. Preparo il minestrone, Giovanni vuole farci bollire un uovo col guscio, lo fermo in tempo: «Perché?» mi chiede. «Da dove esce l’uovo?» rispondo. Si mette a ridere: «Ma tanto bolle».

Gente di Patagonia. Foto: Patrisia Larese.
Foto: Patrisia Larese

Calafate è un paese di frontiera, frontiera con che cosa? Il cielo è nero e le strade sono larghe e polverose (non asfaltate) attraversate da cani e da cartoni spinti dal vento. Passammo il capodanno a Calafate concedendoci tutto quello che poteva concederci un paese che dista 5.000 km da un film in prima visione, ma soprattutto il lusso di una manciata di ciliege fresche, ciliege fresche a capodanno. A Rio Gallegos avevamo preso un aereo della compagnia Lade, a elica, vola avventurosamente sotto le nuvole, aggirando i temporali, il pilota ha un cappello da cowboy, lo spuntino che ci offrono fa tenerezza: un panino con la gazzosa. Dei viaggi ricordiamo soprattutto quello che si è mangiato. Giovanni è un signore di circa sessant’anni, quando dico un signore dico proprio un signore, cioè una persona che cerca in ogni modo di far dimenticare che è ricca. Giovanni è sempre gentile, sempre elegante, sempre corretto, sempre disponibile. Qui in Patagonia siamo leggermente fuori luogo, una guida col suo cliente, gli altri sono tutti grandi alpinisti.

Foto: Patrisia Larese

I nostri vicini di tenda sono due sloveni fortissimi che stanno facendo la Sud del Torre, Silvo Karo e Janez Jeglič; li incontrai qualche anno dopo al festival di Trento, sbarbati, con la giacca e la cravatta, a prima vista non Li riconobbi, mi chiesero per prima cosa: come sta Giovanni? Arriva Kammerlander con un giovanotto a torso nudo che prima ancora di mettere La tenda piazza una sbarra fra due alberi e si mette a fare trazioni. Giovanni mi guarda sorridendo e si gratta La pancera di Lana. Pioveva sempre, di notte nevicava un po’, il famoso vento non è venuto. Giovanni va d’accordo con gli sloveni, giocano a carte, la sera tirano tardi nella baracca, io nella tenda a rileggere l’unico Libro che ho portato e a guardare L’altimetro, se sapevo che era così portavo più libri e meno chiodi. Spiavo L’altimetro e gli sloveni, più gli sloveni che l’altimetro. Un giorno il tempo è meno brutto del solito, facciamo una gita a un colle verso la valle del Rio Bianco, Giovanni come gli antichi aruspici vede un’aquila che artiglia un serpente, quando torniamo gli sloveni sono partiti, anche l’altimetro è sceso di una cinquantina di metri. Prepariamo due zaini enormi ma ormai è troppo tardi per partire. Dopo cena arrivano Ivo e Janez: erano scesi a fare provviste. Un mattino, prestissimo, Giovanni mi sveglia: è bello. Svegliamo eccitatissimi gli sloveni, guardano fuori dalla tenda e si rimettono a dormire. Noi partiamo. Oggi il mio amico non è in forma: a scendere la morena del Ghiacciaio Grande impieghiamo un’eternità, non è mai stato veloce ma è uno che arriva in cima, uno che non cede mai, lo vedi che sta morendo di fatica eppure fa ancora un passo. Ma qui siamo in Patagonia, qui bisogna correre.

Canale di Beagle
Alberto Paleari

All’alba il Cerro Torre s’infiamma, meritava di venire fin qui solo per questi dieci minuti? Ma gli sloveni avevano ragione; a mezzogiorno il cielo si vela, il tempo cambia, non farà più bello per tutta la settimana che resisteremo ancora al campo Maestri. Da Calafate andammo a vedere in pullman climatizzato, insieme a un gruppo di turisti soprattutto italiani, il ghiacciaio Perito Moreno. I turisti, riflettevo con Giovanni, avevano attraversato l’oceano, bucato l’ozono, per un ghiacciaio; alla maggior parte di loro, con tutti i ghiacciai che ci sono sulle Alpi, non glien’era mai fregato niente dei ghiacciai. Noi alpinisti almeno lo facciamo per una passione.

Alberto Paleari

Al ritorno l’aereo era pieno di turisti italiani che raccontavano di spiagge, cascate, ghiacciai, foreste, città, ristoranti, culi, tette, così, alla rinfusa, ma non credo che, a parte i tre ultimi oggetti del desiderio, che peraltro da noi non mancano, da parte loro ci fosse stato un interesse, un motivo valido per giustificare un viaggio di tale costo e lunghezza. Dopo la Patagonia né Giovanni né io siamo più andati in spedizione, per Giovanni forse più che altro a causa del lavoro, la mancanza di tempo, gli impegni della famiglia, per me soprattutto per la convinzione, maturata in quel viaggio, che al giorno d’oggi il turismo sia un’attività immorale. Un volo di poche ore incide sull’effetto serra più dell’intera vita di decine di contadini indiani, peruviani o nepalesi e consuma più carburante di quanto ne possano consumare gli stessi contadini in tutta la loro esistenza. E vi sembra giusto che il prezzo del biglietto aereo che noi paghiamo per andare a fotografarli, questi contadini nepalesi, peruviani o indiani, equivalga al reddito di anni del loro lavoro? Alpinisti: le Alpi sono le montagne più belle del mondo, sembrano create apposta per arrampicare, e anche gli Appennini non scherzano. La Patagonia lasciatela là, in quell’emisfero australe del cervello dove si annidano i sogni e i miti. I viaggi fateli con la fantasia, gli aerei guardateli passare, alti sopra le vostre teste, mentre arrampicate su una cresta alpina.

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La Patagonia di Giovanni ultima modifica: 2021-08-21T05:13:00+02:00 da GognaBlog

29 pensieri su “La Patagonia di Giovanni”

  1. 29
    Roberto Pasini says:

     Certo. I veneziani non sono matti e vedono bene cosa succede. Però è sempre un problema di percentuali: di quanto ridurre/contingentare salvando la capra (il capitale ambientale accumulato) e i cavoli (il pranzo quotidiano, che non è mai gratis). Maledetta economia. scienza triste. In più ci metti la psicologia sociale che ci dice quanto l’uomo sia più immediatamente più sensibile alle perdite che non ai guadagni e il quadro si complica per riuscire a trovare una soluzione accettabile prima del disastro. 

  2. 28
    Carlo Crovella says:

    Segnalo che proprio in questi giorni si è re-infiammato il dibattito sul numero chiuso a Venezia, con tanto di tornelli stile stadio per contare gli accessi giornalieri (a fronte di pagamento pedaggio). Chissà che il tema non arrivi anche a Roma, in un futuro non immediato… Se non erro, Londra prevedeva già prima del Covid  un meccanismo di controllo degli accessi alla metropoli… (per la cronaca io -bougia nen perfino quando avevo 30 anni –  ora sono supertanoso). Buona giornata

  3. 27
    Roberto Pasini says:

    Cominetti. Conosco. Con gli amichetti qui dico sempre: quando i cinesi cinesi compreranno tutto e il Tigullio puzzerà di involtini fritti ci rimpiangerete con i nostri risottini e le nostre cotolettine impanate e le nostre bausciate (poi per cavarmela, da figlio di buona donna, dico sempre che in realtà sono ossolano e così il sorriso, sempre negli standard liguri, si apre : “Ah …allora è diverso..il Monte Rosa…”.cosa non si fa per un po’ di amore. 

  4. 26

    Consiglio la lettura di Anatomia dell’irrequietezza, di Bruce Chatwin. Ci sono molte risposte a temi trattati nei vari commenti.
    Pasini, sui liguri e gli iban lombardi c’è il Movimento estremista ligure contro i milanesi: https://youtu.be/hS19W1WOQRg 

  5. 25
    Alberto Benassi says:

    Si Roberto potrebbe essere come dici te…poveri vecchietti😂 queste donne hanno una marcia in più

  6. 24
    Roberto Pasini says:

    Benassi. Alberto ho gli stessi problemi. Ho notato che succede anche ad altri. Sembra che le mogli superata la fase degli obblighi e dei doveri diventino più inquiete e aument la loro propensione per i viaggi più avventurosi. Noi invece diventiamo più attenti alla tana, non necessariamente pantofolai ma più territoriali. Forse si preparano ad una vedovanza attiva? Effettivamente quando all’autogrill si fermano gli autobus si nota il predominio delle vedove che circondano qualche smarrito vecchietto che ti rivolge sguardi accorati ai quali io rispondo sempre con un largo sorriso😀 

  7. 23
    Alberto Benassi says:

    Ieri a proposito di viaggi ho avuto un piccolo confronto con mia moglie. Lei è una grande appassionata di viaggi, ne ha fatti tanti , soprattutto in bicicletta lunhj e faticodi. Vorrebbe fare un giro per il mondo senza una scadenza. Stare via un anno, due…insomma fino a che ne hai voglia. Lei si sente assai stretta in questa Italia super regolamentata.
    A me andrebbe bene, che poi quando sono a giro e sto bene non ho particolari nostalgie di casa. 
    Però anche se sono a giro  mi piace avere un luogo tutto mio dove ri-tornare. Un luogo che non deve per forza essere quello in cui sono nato. Ma un luogo in cui mi sento bene, che sento mio, che mi assomiglia.

  8. 22
    Roberto Pasini says:

    Sempre per tener conto di come gira la ruota, bisogna considerare che i luoghi esotici rappresentano una quota residuale dei viaggi turistici e quindi dei voli. Tra i primi dieci abbiamo i soliti noti. L’unica destinazione “esotica” è laThailandia, che francamente oggi mi pare ben poco “esotica”. Quindi i movimenti che generano inquinamento sono più o meno in casa nostra, per così dire, anche se si è aggiunta la Cina oltre ai soliti USA. Qui Rodi, qui balla dicevano gli antichi. A Venezia o Roma non credo sarebbe molto ben accetta una campagna per ridurre i voli in ingresso. Però si può provare, con adeguate mutande di ghisa.

  9. 21
    Carlo Crovella says:

    In questo contesto, riferimento ai viaggi verso luoghi lontani e incontaminati: atolli polinesiani, pampa patagonica, tundra siberiana… preservarli dall’ulteriore distruzione è il primo obiettivo da raggiungere. In merito alla riduzione del PIL del turismo, sono convinto che la mia parallela teoria del contenimento demografico (sul cui tecnicismo rimando a quando l’ho spiegata) aggiusterà molte cose: meno individui sul pianeta, meno bocche da sfamare quindi meno esigenze in toto

  10. 20
    Roberto Pasini says:

    Aggiungo un altro piccolo dato. L’Italia è il terzo paese più visitato al mondo. Mediamente 94 milioni di visitatori stranieri all’anno. Tutti a casa loro ? Come dicono qui in Liguria dei milanesi, la cosa migliore sarebbe che se ne stessero a casa loro, gli comunichiamo l’IBAN e ci fanno direttamente il versamento. Potrebbe essere una proposta interessante.

  11. 19
    Roberto Pasini says:

    Tutto giusto e condivido. Personalmente avevo smesso prima del Covid di fare un viaggio lungo all’anno come in passato con qualche dissenso in famiglia. C’è però un problemino da risolvere. Il turismo rappresenta il 10% del PIL mondiale e occupa 300 milioni di persone. In Italiav1.5 milioni e vale il 7/8 % del PIL. Numeri che fanno paura. Come ce la caviamo senza turismo straniero? Me lo chiedo con preoccupazione. Ci sono piani realistici di sostituzione in un paese messo come siamo messi? Non si rischia il linciaggio? Chiedo sommessamente.

  12. 18
    Carlo Crovella says:

    A titolo personale io non sono mai stato un gran viaggiatore, causa la mia profonda natura di bougia-nen torinese. Ma ho “condiviso”, specie sui libri, lo spirito e l’eccitazione del periodo d’oro del viaggi. Un periodo che va dai navigatori del 400-500 fino agli ultimi decenni del 900. Però da allora, in  pochi decenni è fisicamente cambiato il mondo e ora abbiamo di fronte uno scempio tale per cui qualcosa lo dobbiamo cambiare a che nei nostri comportamenti individuali. A me pare che evitare di andare fisicamente negli “altri” posti sia una delle possibili soluzioni. Non l’unica, forse  ma almeno un mattoncino personale lo mettiamo in tale direzione. Ci sono altre ipotesi? Ben vengano, io personalmente non ne vedo tante. Il risvolto del dibattito sul tema è che non abbiamo tanto tempo per individuare le soluzioni. Se non cambiamo in breve tempo, sarà la Natira che ci imporrà i cambiamenti.

  13. 17
    Luigi says:

    ….e invece i risultati del mito della crescita sono sotto gli occhi di tutti ( non si tratta di essere ambientalisti estremi ma onesti e informati si), incendi,alluvioni,pioggia in Groenlandia, basta leggere l’ultimo rapporto dell’ipcc per capire che siamo alla canna del gas ,in tutti i sensi.Spendiamo migliaia di miliardi di dollari in armi (industria inquinante), con le conseguenze drammatiche di questi giorni in Afghanistan. Dovremmo tutti cominciare a rinunciare a qualcosa per salvare il pianeta altrimenti dovremo affrontare una decrescita forzata allora si che saranno guai.

  14. 16
    Critico says:

    Bello l’articolo di Paleari. Scritto in un epoca in cui il dubbio se viaggiare ed inquinare o se rimanere a casa non sfiorava i turisti per i quali si erano aperte le porte dei viaggi aerei low cost. Importante era andare per il mondo a vedere, con occhio occidentale,  le cose per poi stupire amici e parenti con racconti in stile. Bastava essere un poco più danarosi della media ed ecco i ns connazionali trasformati in scopritore di ghiacciai,  deserti e lande desolate o paesi poveri. Tornavano poi a dirti che avevano visto la povertà e che dovevi ancora esser contento. Loro si che lo sapevano,  avendo visto i poveri dai loro alberghi con aria condizionata o da villaggi vacanza. Ora poi, I viaggiatori anni 90 sono tutti a invocare l’auto elettrica per salvare il pianeta, dopo aver viaggiato in aereo a più non posso.

  15. 15
    Giorgio Daidola says:

    Caro Carlo, negli ultimi due anni purtroppo non ho più viaggiato a causa della pandemia ma ti posso assicurare che almeno fino a marzo 2020 mi è stato possibile fare incontri per il mondo che mi hanno arricchito, né più né meno di come avveniva negli anni settanta e ottanta, quando si viaggiava alla grande senza farsi problemi. Tutto dipende secondo me dallo “stile” con cui si viaggia. Penso inoltre che i grandi viaggiatori esisteranno sempre, finché esisterà l’umanità, non credo nelle teorie evolutive o involutive.  Se io non viaggerò più sarà colpa delle pandemie e/o del fatto che il mondo sarà diventato tutto brutto e tutto uguale (ma penso che ci sarà sempre qualche chicca da scoprire, basta volerlo davvero!), non certo per far risparmiare benzina all’aviazione. Se gli aerei non avranno passeggeri grazie ai virtuosi, continueranno infatti a viaggiare lo stesso, magari mezzi vuoti come in questi tristi mesi, caricando più frutta, carne, cineserie varie, ecc..da offrire a basso prezzo sui mercati internazionali.  O più migranti. Questo, piaccia o meno, succederà ancora per un bel po’, salvo che si voglia a tutti i costi una crisi economica e sociale senza precedenti. Il mito della decrescita ha fatto il suo tempo e per crederci ancora dovrebbe porsi obiettivi più efficaci di quelli che si è posto sinora per tentare di salvare il mondo. Ciao, buona domenica!

  16. 14
    Carlo Crovella says:

    Giorgio, ti capisco e, a priori, condivido le tue aspirazioni, ma era un altro mondo. Anche solo nei decenni di fine ‘900 si poteva “viaggiare” come intendi tu, ora è completamente cambiato il contesto. Colpa della globalizzazione. Proprio per l’estrema facilità nel viaggiare, il mondo è stato rovinato ad un ritmo smisurato. Se non ci conteniamo, porteremo il mondo alla distruzione completa o, come sostengo io, alla “reazione” della Natura (vedi recente articolo sui cervi)

  17. 13
    Giorgio Daidola says:

    Ci risiamo con la filosofia minimalista di mettersi in un cantuccio magari respirando poco per non consumare ossigeno e così collaborare al salvataggio del mondo. Se il mondo si salverà sarà per altri motivi di tipo malthusiano non per questi comportamenti virtuosi talvolta un po’ troppo osteggiati come nell’articolo proposto.. Questo non significa che bisogna sperperare ma nemmeno negare e perdere di vista il senso del viaggiare attraverso il mondo. Che fa parte del senso del vivere, è sempre stato così e sempre così sarà, almeno per molti, da Marco Polo a Chatwin che per a dare in Patagonia e scrivere un capolavoro prese l’aereo. Personaggi del genere non ci saranno più?  Carlo Crovella è un estimatore come me di Hemingway, che è stato un grande viaggiatore fra guerre, mari, corride, montagne. Come lo è stato il mio mito Bil Tilman, che non ha certo passato la vita davanti ad un caminetto. Siamo davvero sicuri che un mondo senza geni di questo tipo sia davvero ancora interessante? Ovviamente si, per chi accetta questa filosofia. Che, per carità, ha anche i suoi geni e maestri: uno per tutti, che prediligo: Louis Oreiller, il pastore di camosci. Ma non mi basta!

  18. 12
    Antoniimereu says:

    E meno male che leggo e rileggo queste righe su gogna blog con i sempre interessanti commenti al seguito, mi sento già meno moscabianca o matto…

  19. 11
    Simone Di Natale says:

    Buon fine settimana anche a te Roberto.
    Fai un bel giro anche per me.
    Ciao

  20. 10
    Roberto Pasini says:

    Simone. Perdona un povero peccatore che spesso non sa cosa digita🎃quante Ave Maria ? Ciao

  21. 9
    Simone Di Natale says:

    Crasi di nome e cognome?

  22. 8
    Roberto Pasini says:

    Sono assolutamente d’accordo. Non negare, anzi, ma relativizzare appunto e riconoscere le “virtù” altrui, se ci sono, tenendo poi conto di alcuni interessi generali con i conseguenti doveri. Sempre là si finisce. Amen. Ricambio il buon w.end. e finisco con la predica domenicale altrimenti De Simone giustamente mi bastona. 

  23. 7
    Carlo Crovella says:

    Sinceramente non  vedo perché si dovrebbe “prendere le distanze dal proprio io”… Anzi credo che sia una gran stupidaggine. Se ciascuno nega se stesso, alla fin fine che gusto c’è a vivere? Vivere, “vivere veramente” (come direbbe Hemingway) consiste proprio nell’esprimere il proprio io. A chi piace viaggiare, questa espressione sarà nel viaggio, a chi piace rintanarsi a leggere sarà nella lettura. La valutazione generale, però, dei tempi attuali è che (come anche affermato nell’articolo sui cervi) non abbiamo più tante possibilità di abusare dell’ambiente e quindi sarebbe meglio che tutti seguissimo uno stile che punti a “risparmiare” l’ambiente… risparmiare su tutto, a cominciare dai viaggi. Buon week end a tutti!

  24. 6
    Roberto Pasini says:

    Succede sovente che noi uomini trasformiamo in virtù e precetti generali le specificità del nostro carattere, legate a casualità, educazione, influenze ambientali e fattori naturali ed ereditari. Succede da sempre. Così è. Per citare Merlo possiamo dire che non è facile prendere le distanze dal proprio io, richiede una gran fatica. 

  25. 5
    Carlo Crovella says:

    Senza arrivare alle provocazioni onanistiche, è risaputo che sono molto abitudinario. Sono sposato da 30 anni senza soluzione di continuità e non mi passano per la testa esigenze “centrifughe”. Mio padre diceva: “Le fumme a rumpu mac le bale“. Correre di qua e di là, spender soldi, sopportare rogne e grane, sgridate e scenate, inventarsi bugie e scuse,… non fa per me, è un modo stupido di investire la mia intelligenza. Mi interessano le persone intelligenti, questo sì, a prescindere dal fatto che siano maschi o femmine, altri o bassi, bianchi o neri.: ma l’attuale tecnologia consente di dialogare con chi ti interessa anche senza vederlo fisicamente. Il mio “piacere” (non va inteso in senso erotico, ma esistenziale) è implicito nella mia normalissima routine di vita: leggo una media di 3 libri alla settimana, oltre a svariati quotidiani ogni giorno, guardo caterve di film (genere d’autore), scrivo fiumi di pagine sui più disparati argomenti e soprattutto lavoro. Ho un’esistenza talmente piena che spesso  le giornate di 24 ore mi appaiono come un limite… Invece, gli altri, il diverso, il “fuori dalla mia ruotine” non mi attira per nulla, ne vedo solo i lati negativi: costi, fastidi, fatica, disagi…  Il senso di avventura? Non è necessario volare dall’altra parte del mondo per soddisfarlo: l’altro giorno, io e mia moglie, abbiam fatto una gita nel Parco Orsiera-Rocciavrè, a 35 km da Torino. Camminato 10 ore senza quasi interruzioni. In tutto il giorno, incrociate solo 3 persone (più schive di noi: buongiorno-buongiorno) e tre stambecchi. Mangiato speck e toma sulle rive di un lago senza altri esseri umani fra i piedi, sotto una impervia parete dove stridii ripetuti indicavano la presenza di molteplici rapaci, di grossa taglia. Per essere felici non è necessario andare dall’altra parte del mondo. La frenesia di viaggiare spesso è  figlia di insoddisfazioni esistenziali e irrequietezze varie più che vera sete di conoscenza e di avventura… Considerato che siamo arrivati ad un punto di sfruttamento dell’ambiente che richiederebbe il plafonamento dei viaggi (di ogni tipo), fio affermo che sarebbe meglio starcene buoni e tranquilli intorno a casa piuttosto che correre dietro alle chimere…

  26. 4
    Roberto Pasini says:

    L’umanità si divide in coloni ed esploratori. In realtà le due anime convivono in noi anche se una è prevalente diceva Jung e l’altra vive spesso nella penombra dell’inconscio. Anche i coloni sono esploratori nel loro territorio. Frequento dei liguri qui nel Tigullio che non si muovono mai da loro territorio, ne esplorano ogni antico tratturo e sentiero e ne conoscono la storia e i dettagli. Io mi aggrego e faccio scoperte bellissime e entusiasmanti con loro, anche se ogni tanto taglio la corda e torno sulle Alpi e appena si potrà qualche sogno di viaggetto in posti sconosciuti prima di chiudere lo coltivo. Forse è il carattere di chi è nato sul confine. L’ultimo libro di Paleari si chiama proprio così “Sul confine” ed è dedicato ai passi tra Italia e Sizzera dal Sempione alla Formazza. Affascinante non solo per gli ossolani ma anche per chi nella vita è sempre stato incerto sulla sua appartenza, “due anime mi straziano il petto dice il poeta” ma non si riferiva al decreto di legge sull’omofobia 😀

  27. 3
    Enrico Defilippi says:

    Ahimé, pare che anche il web produca un miliardo e 800 milioni di tonnellate cubiche di emissioni di CO2 all’anno, alle spalle di Cina, Stati Uniti ed India…Oltre alle Alpi ed Appennini non ci resta altro che leggere vecchi libri.

  28. 2

    Ricordo quando era uscito questo articolo e quanto mi piacque, nonostante andassi proprio in Patagonia ogni anno. D’altronde Paleari è sempre stato la mia passione, anche quando al corso aspiranti guide nel 1983 lo avevo come istruttore e ci trovavamo alla capanna Valsesia in una bufera. Uscimmo per andare all’attacco della nostra via sulla sud della Parrot e una valanga ci sfiorò. Poco dopo ci successe di nuovo, al che ci fu chi disse che forse era meglio rinunciare e l’istruttore Paleari concordò e quindi girammo i tacchi. Quando la sera ci cercavamo le ferite al rifugio Pastore scoprimmo, noi 4 allievi, che Paleari ci aveva dato un voto insufficiente perché avevamo voluto scendere. 
    Quindi le contraddizioni fanno parte del “nostro”, come anche nell’articolo. 
    Su Crovella sotto al pergolato che viaggia per il mondo con il tablet che dire… si potrebbe sostenere che arrovellarsi dietro alle donne (o agli uomini per le donne) non valga la pena quando si può raggiungere l’orgasmo masturbandosi e privandosi così di un sacco di grane, anche ambientali (spostamenti ripetuti in mezzi a motore  cene, pannolini, etc). È, come sempre, questione di gusti.
    Che ti move  o omo ….

  29. 1
    albert says:

    In effetti i viaggi aerei sono sempre piu’ low cost ed invogliano, pero’poi il combustibie propellente usato, basterebbe  per migliaia  di spostamenti in treno.Ma tanto e’ inutile: gli snob possidenti iniziano i viaggi spaziali..comportanti enormi quantita’ di rifiuti scaricati in strati alti dell’atmosfera per lo sfizio di 2 0 3.I loro redditi ultra miliardari sono concentrati  da milioni di piccoli clienti pigri che vogliono il pacco davanti all’uscio.Per giovani del giro(figli ,nipoti e loro amici) costa meno andare in mete esotiche  beccando l’offerta aerea  che  la citta’d’arte italiana raggiunta  con biglietto aereo o auto e ticket autostradale ed 1 o 2 pieni di carburante. Almeno il covid ha fatto riscoprire i rifugi a 100 chilometri da  casa, i borghi, le prealpi..i Monti non griffati. Alberto Paleari ha sempre avuto un suo stile arguto e profondo anche se scanzonato.
     

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