La storia del rifugio Popena

La storia del rifugio Popena
di Enrico Maioni
(pubblicato su guidedolomiti.com il 12 luglio 2017)

Poche persone conoscono oggi la storia del rifugio Popena e di Lino Conti, suo ideatore e costruttore.
Io stesso, in verità, non ne ero a conoscenza fino a quando una telefonata inaspettata accende la mia curiosità: a chiamarmi è una signora dal tono gentile, che si presenta come Mirella Conti.
Mi chiede se sono interessato ad ascoltare la storia del rifugio Popena e del suo ideatore Lino Conti, suo padre.

Il rifugio Popena
Mirella Conti

Molte volte sono passato nei pressi dei ruderi del rifugio, che giacciono silenziosi su un belvedere di indescrivibile bellezza, e naturalmente la sua storia carpisce subito la mia attenzione. La signora Conti, che oggi vive a Mori (TN), rievoca fatti di un passato lontano, racconta con sincera passione e amore quel che Lino Conti riuscì a fare con pochi mezzi ma tanta buona volontà, sudore e fatica.

Quanto state per leggere è opera di Mirella, un atto d’amore di una figlia nei confronti di suo padre, affinché tutto questo non venga dimenticato. Grazie Mirella.

Lino Conti

La storia del rifugio Popena
La storia di questo rifugio, costruito nella parte iniziale della Val Popena, sopra Misurina, di fronte a Monte Piana e alle Tre Cime di Lavaredo, è legata indissolubilmente alla figura del suo ideatore e costruttore, un grande uomo con la passione delle montagne, montagne da vivere e condividere con la sua famiglia e con tutti coloro che le amano: Lino Conti.

Lino Conti, figlio di Angelo e Domenica Prandi, è nato il primo di luglio 1908 a Bolognano d’Arco in provincia di Trento.

Papà Angelo fin dal 1905, alla età di 32 anni, veniva scelto dalla SAT di Arco come guida portatore per il Monte Stivo. Nel 1906 ci fu l’inaugurazione del rifugio Marchetti, di cui Angelo sarà il gestore per tutto il periodo fra le due guerre.

La prima infanzia di Lino non fu certo particolarmente felice. Con lo scoppio della guerra 1914/1918, la zona austro-ungarica di Arco si trova in prima linea contro le postazioni italiane locate sul Monte Baldo. Le zone da entrambe le parti del fronte furono fatte evacuare, chi verso paesi austro-ungarici, chi verso paesi italiani.

Lino Conti durante la costruzione del rifugio (1934)

La famiglia Conti venne evacuata in Moravia, e toccò con mano le tristi vicissitudini di trovarsi profughi, privati di ogni cosa, in paesi sconosciuti.

Con la fine della guerra, dopo tante sofferenze e privazioni, arrivò il sospirato rientro a Bolognano. Appena il tempo per riprendersi dalle sofferenze della guerra, che Lino, allora tredicenne, perde la mamma di 36 anni di parto. La perdita della mamma fu per Lino un dolore immenso che porterà con sé per tutta la vita.

Papà Angelo con i suoi figli si dedica alla gestione del rifugio Marchetti.

È qui che Lino Conti conosce la montagna, ne scopre le infinite bellezze ed impara a sciare, a salire e scendere con destrezza, a viverla, amarla e rispettarla sempre di più, giorno dopo giorno.

Ad Agostino Martinelli di Bolognano, proprietario e gestore del rifugio Monte Piana sopra Misurina, non sfugge la presenza di questo giovane ragazzo che finito il servizio militare nel corpo dei bersaglieri, mostra tutta la sua esuberanza da bersagliere, forte con gli sci, fortissimo in bicicletta, che sale in montagna come pochi sanno fare. Martinelli lo assume e lo porta a Monte Piana, dove fa di tutto: la spesa a Misurina, il ritiro della posta, l’accompagnatore di turisti e scalatori.

Fra questi conoscerà anche Italo Balbo, che gli regalerà tutta la attrezzatura da roccia. Ma non amerà mai questo sport, lo riteneva troppo pericoloso, tanto che, dopo aver assistito a un incidente mortale, lo abbandonò definitivamente.

In un albergo di Misurina lavora come economa Giulia, una ragazza cui fa la corte. Non è facile poterla incontrare, non ci sono telefoni per poterle parlare.

Lino ha bisogno di sapere quando Giulia usufruisce del riposo per poterla incontrare, e per saperlo si accorda con un suo amico, che al momento opportuno stende uno scialle nero sulla neve: è il segnale che attende, Giulia è di riposo. Trovata al volo una ragionevole scusa per il signor Martinelli, inforca gli sci, e giù per la discesa, e in un attimo è a Misurina.

Il rifugio Popena
La costruzione del rifugio Popena

La nascita del rifugio Popena
La visuale dal Monte Piana spazia a 360° in un susseguirsi di monti di rara bellezza, ma le cime del Cristallo, il Piz Popena e la sua valle sono le preferite da Lino, tanto da sognare un giorno un rifugio tutto suo, da costruire e gestire poi con la sua Giulia.

La sua determinazione è così forte, che armato di entusiasmo e della forza delle sue braccia, a 26 anni inizia i lavori. È un lavoro enorme, tutto il materiale necessario deve essere portato in loco a spalle. In montagna ci sono solo i sassi, manca anche l’acqua. Lino non si spaventa e in due anni dal 1934 al 1935 conclude la costruzione.

Il rifugio Popena, ingrandito
Il rifugio Popena, anni Trenta

Due anni più tardi nell’ottobre 1937 si realizzano i due sogni della sua vita: il matrimonio con Giulia e l’apertura del rifugio Popena. Il giorno dell’apertura Lino mette ai piedi di Giulia un paio di sci muniti di pelli di foca. Giulia non ha mai messo gli sci fino a quel giorno, ma l’entusiasmo per il futuro che sta per iniziare le dà la forza per salire al rifugio.

I primi anni di lavoro sono buoni. Il rifugio diventa il punto di riferimento degli scalatori che, alla fine delle arrampicate nel prendere la strada del ritorno, spesso chiamavano ad alta voce la Giulia, invitandola a buttare la pasta, annunciandole così il loro arrivo al rifugio.

Nel periodo 1940/1945 il rifugio è sempre stato aperto anche se con minori presenze. La famiglia intanto cresce. Nascono Mirella e Vilma, a cui seguiranno a fine conflitto anche Carla e Mara.

Per arrotondare Giulia e Lino fanno i guardiani all’hotel Savoia.

Finita la guerra il lavoro al rifugio torna buono. Sembra che la favola possa continuare, ma purtroppo non è così.

Al rifugio Popena, anni Trenta
Al rifugio Popena, anni Trenta

Nel 1948 alcune persone salgono al rifugio Popena, accendono il fuoco, si rifocillano; poi prendono tutto quanto possono portar via, e danno fuoco al rifugio.
I pompieri di Cortina ed Auronzo accorsi sul posto, trovano un cumulo di macerie fumanti. Sul sentiero di ritorno, le reti metalliche dei letti, abbandonate perché probabilmente troppo difficili da trasportare a valle, o giustificarne la provenienza.

Nonostante il dolore e la delusione per l’accaduto, Lino tentò successivamente la ricostruzione.
Liberò i muri maestri dalle macerie. Le travi del tetto, rese inutilizzabili dal fuoco, le riutilizzò per stabilizzare il sentiero sui ghiaioni e per consolidare il percorso di accesso al nuovo rifugio.

Lo riprogettò sulle macerie di quello bruciato, ma di dimensioni più ridotte. Ricominciò il trasporto da valle dei materiali che servivano, naturalmente sempre a spalle, ma ora col sentiero più sicuro.

Rifugio e Val Popena
Il rifugio bruciato

Riuscì a portare il suo nuovo rifugio fino alla base del tetto. Poi con immenso dolore dovette rinunciare per mancanza di risorse economiche.

L’ultima visita di Lino ai resti del rifugio Popena risale all’estate del 1984. Aveva 76 anni, e questa volta fece molta fatica a salire. Quando si fermò sui ruderi del suo rifugio pianse.
Poi rivolto alla sua Giulia le disse: Giulia dammi quei due soldi che abbiamo, lo voglio ricostruire.

Due anni dopo questa visita, nel febbraio del 1986 confortato dalla sua Giulia e dalle figlie Lino Conti muore serenamente, con la sua adorata mamma e il suo rifugio sempre nel cuore.

Alcuni anni dopo le figlie hanno posto sul muro di quello che fu il rifugio Popena una piccola lapide con queste parole:
Stelle indicatemi la via del cielo.
La montagna mi abbraccia col suo silenzio ed io sono a un passo da voi.
A ricordo di Conti Lino.

Col tempo e le intemperie la lapide è andata distrutta, ma non il ricordo di Lino Conti.

Vedi anche: La Val Popena e il rifugio dimenticato.

Dal Corriere delle Alpi, lo scrittore e scultore Mauro Corona propone di riaprire il rifugio Popena.

Enrico Maioni

Enrico Maioni
Guida Alpina, è nato e cresciuto a Cortina d’Ampezzo, con un ampia conoscenza delle Dolomiti e anni di esperienza in montagna. Questo è il suo sito/blog.

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La storia del rifugio Popena ultima modifica: 2022-05-16T05:58:00+02:00 da GognaBlog

12 pensieri su “La storia del rifugio Popena”

  1. 12

    Grazie Enrico,bel viaggio nel tempo,vero e denso.

  2. 11
    Luciano Caramel says:

    Ci sono stato due volte d’inverno con gli sci e una d’estate.
    Grazie per avermi permesso di conoscere
    questa storia.
    Storia d’amore, di sacrificio e dedizione, cose ed insegnamenti di cui abbiamo bisogno.
    Grazie
    Luciano

  3. 10
    Massimo Maceri says:

    Una storia che mi ha emozionato. E’ sempre bello sentire di sentimenti e amore: traccie di un passato che è un peccato si cancellino.. Grazie Enrico per averla fatta arrivare fino a noi.

  4. 9
    Vittorio Lega says:

    Bella e commovente figura che non conoscevo, chissà se anche lui e Giulia, come nel finale di questa poesia dello sloveno Josip Osti, si sono resi conto, nel realizzare il rifugio tra una guerra e l’altra, di costruire “le macerie di domani”.  Tornerò in Val Popena con più consapevolezza!
     
    Dopo la guerra costruiamo una casa…Dopoun’altra guerra, durante la quale molti sonrimasti senza tetto sopra la testa, costruiamola casa e sistemiamo il giardino attorno ad essa.La costruiamo simile al guscio della chiocciola,piccola e bella ma per due. Impariamo dallerondini. Chiediamo consigli al vento e alla pioggia.La costruiamo con le mani che sanno di terra,nella quale ritorna tutto ciò che da essa è cresciuto.Con le mani che si toccano teneramente e stanchescoppiano a ridere come il fiore di sambuco. Ci aiutanola pietra e l’acqua che uniamo al profumo di lavandae a immagini oniriche … Dopo la guerra costruiamola casa … Per due corpi che giaceranno nel lettocome sotto un melo fiorito, e per due animeche passeggeranno dentro placidamente, cosìcome oggi vaga dentro l’anima della vecchinache è vissuta e morta tra le sue mura … Costruiamomuretti che ci separeranno dalla crudele realtà,e scale che ci condurranno oltre le cose note, dovegiungono solo coloro che si vogliono bene … Dopola guerra costruiamo la casa … Giorno e notte,anche se ci rendiamo conto che stiamo costruendole macerie di domani.

  5. 8
    albert says:

    I ruderi, visti in foto receti sul web, aggiungono un fascino romantico e tragico al paesaggio.

  6. 7
    Raffaele Parisi says:

    Bellissima storia! Ma la Val Popena è bellissima e forse adesso è meglio che rimanga così, senza “rifugi”… 

  7. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Ho sempre considerato affascinanti queste storie di piccoli grandi uomini, altrimenti destinati all’oblio totale.
    Alessandro, continua cosí!

  8. 5
    antoniomereu says:

    Destino di un uomo di montagna  della sua grande operosita’ segnato nel profondo dalle due guerre.
    Ciao Enrico è sempre un piacere leggerti e incontrarti. 

  9. 4
    Mario says:

    Grazie per la bella storia. 

  10. 3
    lorenzo merlo says:

    Ciao Enrico.
    Bella faccia, me la ricordo.
     

  11. 2

    Complimenti Enrico. Bella storia, anche se triste.

  12. 1
    Paola Cesco-Frare says:

    Bella storia che non conoscevo. Grazie Enrico Majoni!
    L’ idea di ricostruire il rifugio Popena potrebbe essere una proposta valida, perché manca un punto di appoggio per alpinisti ed escursionisti in Val Popena, e per onorare la memoria di Conti, che così tenacemente lo desidero’ e  lo volle realizzare.

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