Lavoriamo di più, siamo iperconnessi. La pandemia ci lascia anche la “Zoom Fatigue”

Lavoriamo di più, siamo iperconnessi. La pandemia ci lascia anche la “Zoom Fatigue”
di Silvia Renda
pubblicato su huffingtonpost.it il 2 aprile 2021

Con il distanziamento, conferenze e aperitivi si spostano sulle piattaforme video. A fine giornata siamo esausti: colloquio con la psicoterapeuta Elisabetta Gallotta.

La conferenza è su Meet, l’aperitivo è su Zoom, la chiacchierata è su Skype. La pandemia ci allontana, la tecnologia ci avvicina, ma a un suo prezzo. Connessi a un dispositivo per tutta la giornata, quando arriva la fine ci ritroviamo completamente esausti. A questa condizione è stato dato un nome, “Zoom Fatigue”, coniato dal National Geographic in un articolo che già a maggio del 2020 evidenziava la nascita del fenomeno a causa delle nuove regole relazionali dettate dal lockdown appena concluso. A un anno di distanza dallo scoppio dell’emergenza, con lo smart working sempre più dilagante, di Zoom Fatigue si parla ancora. Una recente ricerca condotta dalla multinazionale Gartner evidenzia che il 40% di chi lavora almeno parzialmente da casa fa orari più lunghi e fatica a disconnettersi 1,27 volte di più rispetto a chi è in ufficio. Le conseguenze sono sempre più preoccupanti e i meeting virtuali vengono avvertiti come più pesanti rispetto a quelli reali.

“E’ il prezzo che paghiamo per la vicinanza in questa epoca di pandemia” dice ad Huffpost la psicoterapeuta Elisabetta Gallotta “L’uso della tecnologia ci ha aiutati e ci aiuta a ridurre il senso di isolamento e i sintomi depressivi”. Questi i pro, ma i contro non mancano. Non solo stanchezza ed esaurimento, qualcuno a fine giornata sperimenta un problema opposto: ipereccitazione. Lo evidenzia uno studio pubblicato da un gruppo di ricercatori di Standford, che ha analizzato le conseguenze psicologiche dell’esposizione prolungata alle video chat: “Nella maggior parte delle configurazioni offerte dalle varie piattaforme, il volto è in primo piano in una modalità che simula lo spazio ravvicinato, quello che avresti con qualcuno con cui sei in intimità. Quando il viso è così vicino, il nostro cervello interpreta questa situazione come intensa, la stessa che di solito dà luogo a un accoppiamento o a un conflitto. Da qui scaturisce l’ipereccitazione”. Anche stare a fissare tutto il giorno la propria immagine ritratta su un dispositivo non fa bene, con le conseguenti energie disperse per sistemarci continuamente, cercando di nascondere quelle cure in gesti casuali.

Le giornate di lavoro, spiega la ricerca riportata di Gartner, sono due o tre ore più lunghe rispetto a prima della pandemia, un arco di tempo ancora maggiore rispetto ai 48,5 minuti in media trovati qualche mese fa da uno studio dell’università di Harvard in 18 città nel mondo. “Il tradizionale orario dalle 9 alle 5 non ha più senso oggi” ha affermato Alexia Cambon, l’autrice principale, “perché siamo in un ecosistema in cui si lavora tutto il giorno da casa, e ci sono molte più interruzioni per motivi lavorativi o familiari. Dobbiamo mettere qualche confine perché questo non va bene per la salute mentale, visto che conciliare tutti gli aspetti è diventato più difficile”. “Con il lavoro da remoto che ha sfumato i confini tra lavoro e vita personale” spiega la ricerca di Gartner, “i lavoratori non riescono a mettere confini, e molti restano connessi anche molto dopo la fine dell’orario teorico di lavoro”. La problematica non è solo prerogativa dei lavoratori ma anche degli studenti, specie delle superiori e universitari, ormai da oltre un anno costretti alla scuola alla didattica a distanza.

I pericoli della Zoom Fatigue potrebbero riflettersi nelle relazioni sociali. Esausti dopo una giornata trascorsa a fissare la propria faccia e quella degli altri in formato fototessera, cerchiamo l’isolamento e non abbiamo le forze necessarie a sostenere anche un ipotetico incontro dal vivo. Ma se a Zoom (o chi per lui) non possiamo rinunciare per lavoro e relazioni con le nuove regole che la pandemia ha dettato, come possiamo allora evitare questo genere di fatica? Innanzitutto la regola è: “Non lasciatevi prendere la mano”.

“E’ bene limitare il numero delle videoconferenze a quelle strettamente necessarie” dice la dottoressa Gallotta, “Interrogatevi su quale sia lo scopo da raggiungere e se possa essere sostituita da una telefonata che ci permette ad esempio di camminare nel mentre”. Importante prendersi delle pause se le cose vanno per le lunghe: non è un’offesa staccare per qualche minuto la videocamera, tenendo connesso solo l’audio. Anche l’ambiente nel quale ci muoviamo può essere d’aiuto: “Curate la stanza dove vi trovate in modo tale che sia possibile muoversi, allontanarsi dallo schermo, usando una tastiera esterna per esempio o una webcam esterna al computer”.

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Lavoriamo di più, siamo iperconnessi. La pandemia ci lascia anche la “Zoom Fatigue” ultima modifica: 2021-07-04T04:16:00+02:00 da Petra

7 pensieri su “Lavoriamo di più, siamo iperconnessi. La pandemia ci lascia anche la “Zoom Fatigue””

  1. 7
    grazia says:

    La verità sta sempre nel mezzo: sta a noi partecipare o meno alla coercizione.
    Sono parte di una sola chat, non partecipo a corsi online, partecipo a riunioni online solo se sono programmate entro le 19 (in realtà, per me è già tardi), sto lo stretto indispensabile al pc, rispondo alle richieste di lavoro fino alle 21 anche se mi è successo di perdere clienti, ho tolto tutte le suonerie tranne quelle degli sms (ormai rari) e delle telefonate, sto al telefono a lungo solo se non posso incontrare l’interlocutore a breve, trascorro molto tempo con le persone care.

  2. 6
    albert says:

    Proteste collettive dei nuovi lavoratori  poche, indebolimento  sindacale  che  non sa trovare nuove forme di contratti rispetto alle novita’ , in compenso movide  di massa in tutte le città e paesini per…l’ingresso della squadradi  futball in finale agli  europei, ai rigori( ovvero unaspecie di  gratta-e-vinci ,la nuova fede politica-religiosa )

  3. 5
    albert says:

     Esempio nella  dad,  didattica a distanza. Ci marcianogiornalisti con articoli di colore sugli studenti furbacchioni,  bendati, escogitanti suggerimenti  in maniere artistiche. Mai sentito di docenti che  spediscono questionari alle 22 da consegnare postati compilati la mattina dopo? di altri docenti che  assegnano voti negativi per non aver ricevuto questionari completati  via email, ed invece erano  arrivati in ritardo indipendentemente dall’ora di spedizione, per questioni della rete informatica?? di lezioni in pdf e di esercizi di corsi universitari  postati per email sempre di notte a un giorno-due di distanza dall’appello? Di appelli di  scritti con parti ed esercizi mai trattati o di fretta esemplificati a lezione? Il  fenomeno dello sfruttamento fuori orario era noto da tempo.  Sms che interrompono vacanze o licenziano , in compenso dispositivi  di sicurezza resi inattivi informaticamente?
     

  4. 4
    Simone Di Natale says:

    Su questo Marcello non sono d’accordo. Non tutti i lavori sono uguali e neanche tutti i periodi lavorativi. Se oggi tenessi spento il telefono per intere giornate creerei grossi problemi anche a terzi. Certo che questo deve costituire una parentesi e non una regola di vita.

  5. 3

    INfatti. Se voglio o devo concentrarmi su qualcosa il cellulare lo metto in modalità aereo. Le email le ricevo solo sul computer (che accendo la sera e neppure tutte le sere). Noto però che anche molti giovani fanno così. Saranno pochi ma ci sono.E poi sono convinto che farsi sempre trovare sia un po’ da sfigati. Lo vedo in chi lo sente necessario.

  6. 2
    Carlo Crovella says:

    Io ho notato questo fenomeno. Il paradosso del sempre connessi è che invece di essere un Plus è un Minus. Accadeva già prima della pandemia, ma a maggior ragione dal marzo 2020 in poi. Ora è ormai conclamato: ricevi messaggi/mail di lavoro composti e spediti alle 3 di notte (!) mentre, in pieno giorno, se parli a un interlocutore professionale, costui (anziché essere “sul pezzo” con la testa) è costantemente distratto da chat private, a volte del tutto superflue o addirittura stupide. Non c’è più distinzione fra “tempo del lavoro” (dove si è concentrati, si ragiona, si progetta, si decide…) e “tempo dello svago” (dove si cazzeggia). Apparentemente sembrerebbe un bene, perché si pensa che il divertimento caratterizza tutta l’esistenza. Invece non è così, anzi accade il contrario., Siccome, per una legge vecchia come il mondo, sono le mele marce a intaccare quelle sane e non queste ultime a sanare le prime, l’attuale impostazione sta portando ad un “cazzeggio” istituzionalizzato, lungo tutte le 24 ore. La qualità del lavoro ne risente in modo irrecuperabile, lo scazzo è ormai la dominante, perché la superficialità del cazzeggio condiziona anche il tempo professionale. Il tutto aveva iniziato a manifestarsi prima del Covid, ma ha subìto un’accelerazione irrecuperabile nell’ultimo anno e quasi mezzo. Fare riunioni su Zoom, con cravatta e sotto bermuda e ciabatte (come nella foto molto rappresentativa), sdogana lo svacco intellettuale. Quando ho iniziato a lavorare, eravamo la 5-6 potenza economica del mondo ce la giocavamo con UK), ora siamo una nave che sta affondando e non ci riprenderemo mai più. Mi spiace per le future generazioni, vivranno in un paese da 4 mondo.

  7. 1
    albert says:

    Nle 2008 venne pubblicato ed apparve in libreria
    https://www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=serana+zoli+il+lavorosmobilita+uomo
    profetico, attualissimo assieme a tanti altri saggi.Esiste anche un fenomeno opposto: assunti come impiegati o informatici, cassieri o commessi, addetti alla comunicazione,  poi si viene mandati a  scaricare furgoni, movimentare  pacchi pesanti , rifornire scaffali.. dato che ormai con i vaucher aboliti  non si puo’ assumere personale  palestrato ad hoc.

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