Le Alpi Occidentali alla fine dell’Ottocento – 1

Le Alpi Occidentali alla fine dell’Ottocento – 1
di Gian Piero Motti
(pubblicato in La storia dell’alpinismo) (GPM-SdA-12)

Terminata la cosiddetta fase di conquista delle vette maggiori delle Alpi Occidentali, è naturale che l’alpinismo non potesse arrestarsi sui valori acquisiti.

Per i motivi che sono stati espressi a monte l’attività umana è in continua e costante tensione verso una meta più o meno reale.

Comunque mai è riuscita ad arrestarsi su ciò che ha scoperto e conquistato e nemmeno si è sentita appagata dal presente. Ai successori dei pionieri era comunque aperta la possibilità di ripetere le imprese di coloro che li avevano preceduti ed infatti, accanto ad un’altra forma di alpinismo più agguerrita, vi fu anche il gusto di ripercorrere le tracce precedenti. Il distacco tra due epoche e la differenziazione tra due correnti di azione e di pensiero non è mai netta e graduale, ma si svolge mediante uno scorrimento su piani paralleli: dopo una fase promiscua, si giunge infine in chiarezza ad individuare le due epoche ben distinte.

Sulla sinistra, Petit e Grand Dru

Resta il fatto determinante che i successori erano animati dallo stesso spirito inesauribile di scoperta e di conquista e da un desiderio d’avventura che non poteva essere saziato dalla ripetizione, per quanto difficile, di ciò che era già stato fatto. E quindi per forza di una situazione (e non tanto per precisa volontà individuale) che si giunge all’idea di salire su una montagna già conquistata lungo itinerari diversi e più difficili. Molte volte si è letto che questo tipo d’alpinismo fu detto appunto «moderno». In realtà non vi è nulla di moderno e di antico nella storia e nell’evoluzione umana, in quanto anche le imprese di Whymper potevano essere moderne rispetto a quelle di De Saussure. Come sempre abbiamo la mania di etichettare ogni nostra azione, senza accorgerci che la storia procede lungo una curva ben definita e costante. Il pensiero segue una direzione precisa e determinata, come un raggio di luce che viaggia con moto uniforme nello spazio cosmico. Quando però incontra degli strati atmosferici o degli attriti, ecco che la sua velocità può variare, come pure l’intensità luminosa, che può essere rinfocolata oppure smorzata. A seguito di questi attriti l’azione appunto si veste di aspetti differenti e a volte apparentemente contraddittori, portandoci a credere che improvvisamente, come se fossimo raggiunti da una forza carismatica, un fascio illuminante giunga al cervello umano, rendendolo capace di azioni nuove e “moderne”. Probabilmente nella mente umana è racchiuso tutto quanto il sapere ed il potere che noi abbiamo definito come «divino»: questa potenzialità è stata però inibita da alcuni fattori di cui abbiamo smarrito o rimosso il ricordo. Per questo una grande percentuale della nostra capacità mentale è come congelata, inutilizzata, in attesa che il famoso raggio della memoria attraversi ancora fasce di tempo infinite, superi ostacoli frenanti, trapassi come un sottile laser dei muri di sbarramento, e giunga finalmente a riaprire i “cancelli della memoria», riportando alla coscienza i traumi generatori della miserevole condizione umana e terrestre. D’altronde più d’una volta la psicoanalisi ha dimostrato che «nota causa, cessat effectus». Una volta chiusa la circonferenza, ricongiunto l’inizio con la fine, la dimensione tempo perde il suo significato, almeno se si intende il tempo come corsa necessaria per ricongiungere l’inizio con la fine e viceversa.

Ritornando più nel concreto, ossia all’oggetto della nostra trattazione che si occupa di insignificanti rilievi della crosta terrestre e di tanti piccoli uomini che invece con la loro azione li hanno resi importanti, abbiamo appunto detto che ai successori, per forza di cose ed in virtù di un’energia che non concede arresti, non restava che lanciarsi alla conquista del sempre più difficile, rendendo per altro ai futuri successori la vita sempre più dura e difficile in questo senso. Poiché vi è certamente un limite, contro il quale prima o poi si andrà a sbattere. E non è detto che la crisi dell’alpinismo attuale non sia proprio la rappresentazione delle numerose «testate» che stiamo dando contro il soffitto granitico della condizione umana.

Sarebbe veramente curioso e divertente, (ma solo per alcune menti già un po’ «liquefatte»!) scoprire che invece l’uscita di sicurezza era proprio dalla parte opposta a quella in cui si è corso…! D’altronde abbiamo già parlato della filosofia yoga e del suo straordinario tentativo di uscire dalla Natura, di far macchina indietro e di andare contro il tempo, fino a scoprire giù negli abissi del Tanatos la porticina di uscita (e che fu probabilmente quella di entrata). D’altronde uno degli obiettivi dello yoga è proprio quello di disinibire le parti della mente “congelate” dai traumi e di riacquistare il potere divino perduto. D’altronde anche la tecnica psicoanalitica si serve del meccanismo di regressione per portar chiarezza sul passato inconscio e preconscio dell’individuo, al fine di far galleggiare gli eventuali traumi fino al potere dissolvente della coscienza individuale (o anche collettiva, per alcune correnti attuali più «storiche» e meno individualistiche).

Come prima si è detto, non si giunge ad una nuova fase con uno scatto netto e preciso. Vi furono alcune imprese ed alcuni alpinisti che rappresentarono il punto di scorrimento e di passaggio tra le due epoche. Alcuni di essi poi (come appunto l’inglese Mummery) sapranno determinare la nuova epoca, giungendo alla pratica di un alpinismo senza guide e di carattere tipicamente sportivo (inteso in senso inglese), dopo una prima fase di alpinismo con guide e di stampo classico.

La conquista del Grand Dru
La prima impresa che segna questo passaggio, è la scalata del Grand Dru. Quando si giunge per la prima volta a Chamonix, lungo la verde ed ampia Valle dell’Arve, dapprima lo sguardo è attratto dalle candide colate dei ghiacciai di Bossons e di Taconnaz, che si riversano tra il verde cupo e fitto delle pinete, fino a lambire i prati di fondovalle, rompendosi in tanti cubi che paiono giganteschi zuccherini ammassati senza alcun ordine. Oppure delle forme di cacio, come appunto furono definiti dai valligiani savoiardi, i quali fabbricavano nei loro alpeggi delle tome cilindriche, i “serac”, che forse nella loro fantasia vedevano somiglianti ai blocchi di ghiaccio rotti ed ammassati dal corso del ghiacciaio.

Se poi ci si inoltra tra le vie animate della cittadina posta ai piedi del Bianco e ci si siede in uno dei tanti e graziosi “dehors” a gustare una birra alsaziana ed uno di quei tipici panini francesi dalle proporzioni inconsuete, allora si ha tutto il tempo per posare lo sguardo sulle calotte bonarie ed un po’ grassocce del Dôme du Goûter e del Bianco stesso, che da questo versante non paiono poi così terribili. Più a sinistra, oltre le elevazioni ghiacciate del Mont Maudit e del Mont Blanc du Tacul, svetta sottile l’Aiguille du Midi, in vetta alla quale si erge una sorta di razzo cosmico, una specie di obelisco che rimarrà ai posteri come una delle più tangibili dimostrazioni del cattivo gusto del genere umano del secolo Ventesimo.

Più a sinistra ancora l’occhio percorre una sorta di castello incantato dalle mille torri, una gigantesca cattedrale gotica di granito rosso e grigio, dove si individuano altissimi e poderosi pilastri che sorreggono volte acute, archi rampanti che si appoggiano a fiancate poderose e compatte, arabeschi e disegni che rigano in mille striature le lastre scabre e levigate del protogino. È il massiccio delle Aiguilles de Chamonix, un mondo dove regna lo spezzato e l’angolo acuto. Più a fondo, a sinistra ancora, sopra una costa boscosa dietro la quale si cela la stazioncina di Montenvers, si scorge una vetta bifida e turrita, di roccia rossa e sanguigna. La cosa può incuriosire: si lascia Chamonix e si prende il trenino che si inerpica nel fitto della foresta verso la grande valle glaciale dove scorre verdastra e crepacciata la grande e placida Mer de Giace.

Improvvisamente il trenino curva e raggiunge l’ingresso della valle: come sempre la guida di turno, all’altoparlante, con tono un po’ solenne, dirà ai viaggiatori e turisti ciarlieri e rumorosi: “A vôtre gauche, l’Aiguille du Dru, avec sa face ouest, haute plus de 1000 mètres”.

Sospiri, commenti esaltati, gridolini di ammirazione e sguardi di sufficienza e di commiserazione di qualche alpinista che con aria superiore si rivolge al compagno e gli accenna magari il tracciato del Pilastro Bonatti, destando un calcolato interesse in qualche bella fanciulla che gli siede di fronte, agli occhi della quale vorrà apparire come uno dei “grandi”, uno del “milieu” di Chamonix, di quelli che di sera, dopo le salite più dure, abbronzati e vincenti, si danno ritrovo al «Bivouac» per carpire le grazie delle più belle fanciulle della Savoia.

Resta comunque il fatto che agli occhi dell’osservatore si apre una visione inattesa e grandiosa: la piccola vetta bifida, osservata da Chamonix, si distende come un perfetto triangolo isoscele di proporzioni smisurate e va a formare la più bella struttura granitica forse non solo delle Alpi ma del mondo intero. Una parete regolare alta più di mille metri, tutta di granito rosso e grigio, caratterizzata da immensi diedri lisci e regolari che, come giganteschi libri lasciati aperti da un gigante distratto, vanno a morire sotto barriere di tetti regolari e geometrici. Al centro la parete è un po’ incavata, mentre a destra si conforma una struttura magnifica, un pilastro di roccia rosata che materializza alla perfezione l’ideale estetico di ogni alpinista. Proprio su quel pilastro, un uomo dei nostri giorni, Walter Bonatti, si arrampicherà per sei giorni da solo, portando il concetto ed il limite di possibilità umana ad un gradino ancora superiore e destando le riprovazioni di moralisti e benpensanti.

Questo è il Petit Dru (che poi di piccolo non ha proprio nulla), ma il nome gli tocca perché è di qualche metro più basso del suo gemello che gli sta a destra, il Grand Dru. A dispetto del nome, quest’ultimo è assai meno grandioso ed elegante, anche perché si cela dietro la mole granitica del fratello e ne risulta certamente sminuito e schiacciato. Però a quei tempi la salita al Petit Dru pareva ancora porre dei problemi non risolvibili, mentre il Grand Dru si presentava come assai difficile, ma forse più probabile. E poi forse perché il Grand è più alto del Petit e questo allora contava ancora. Un piccolo particolare: allora il Dru era considerato come una semplice “spalla” della vicina Aiguille Verte. Solo dopo la salita della Verte sorgerà il problema del Dru, a conferma di un processo evolutivo su cui già si è discusso con ampiezza.

La salita del Grand Dru divenne epica ed ebbe fama di notevole difficoltà: indubbiamente fu assai difficile, se si pensa che furono necessari ben 18 tentativi prima di poter raggiungere la vetta! Anche oggi la salita non è per nulla semplice e testimonia il coraggio e la determinazione di questi uomini, che ormai trovavano piacere e soddisfazione nella lotta stessa contro le difficoltà e nelle sensazioni ricavate dallo spingersi al limite delle proprie possibilità. Ideatore e protagonista della salita fu ancora una volta un inglese, Clinton Thomas Dent, uno dei massimi personaggi dell’epoca, ma affiancato da una guida di eccezionale bravura e di forza fisica leggendaria, quell’Alexander Burgener che ritroveremo sempre nelle maggiori ascensioni di questo periodo.

La Engel ha tracciato così il ritratto di Dent: “C.T. Dent rimane nella storia dell’alpinismo come l’uomo che ha fatto la prima al Dru. Era anch’egli un alpinista di prim’ordine, anche se di tipo assolutamente diverso da Mummery; non aveva la flemma del suo collega e non rispondeva con lo stesso slancio al richiamo delle montagne. Le scalate di Dent erano organizzate con una perfezione di pretta marca classica. Egli si dedicava solo alle cime celebri, la cui difficoltà non poteva essere minimamente messa in dubbio. Nella vita borghese, Dent era un grande chirurgo, famoso negli ambienti medici non meno di quanto lo fosse negli ambienti alpinistici. Quando scrisse Above the Snowline fece il possibile per riuscire accetto alle più vaste categorie di pubblico e per interessare anche i lettori che non facevano montagna… Dent fece anche la prima ascensione dello Zinalrothorn da Zermatt e della Lenzspitze. Al proprio attivo egli annoverava inoltre una scalata che lo tenne impegnato per ben ventitré ore, sotto una pioggia scrosciante: quella di una nuova cresta del Bietschorn. Fu anche il primo a vincere il Portjengrat, una superba parete rocciosa nella valle di Saas. In tutte le sue imprese egli non lasciava nulla al caso, ma il margine di sicurezza varia a seconda dell’alpinista e, nel caso di Dent, questo margine era spesso molto sottile (Claire-Éliane Engel, Storia dell’alpinismo, pagg. 135-136)”.

I tentativi erano iniziati già nel 1837, lungo il versante della Charpoua, dove il ghiacciaio stretto e capriccioso si rompe in due rami contro lo scoglio roccioso e morenico, il “rognon”, dove oggi è situata una piccola capanna che serve da ricovero agli alpinisti. Probabilmente Dent non doveva essere molto fortunato, se per un motivo o per un altro, dovette tornare diciotto volte all’assalto della montagna.

Solo nel 1878, con il già nominato Alexander Burgener, Walker Hartley e Raspar Maurer, Dent giunse alla vittoria tanto ambita e sospirata. È interessante riportare le sue impressioni in vetta, per osservare come le sensazioni, gli intenti e gli stati d’animo di questi uomini fossero cambiati nel giro di pochi decenni: “Ci fermammo un momento, perché la cima distava ormai pochi metri soltanto, e Hartley che era davanti a me, ebbe la gentilezza di slegarsi per lasciarmi passare. Qualche secondo dopo mi aggrappavo alle ultime rocce sbriciolate e mi issavo sulla vetta in pendio. Mi fermai per qualche istante, gli occhi fissi a Chamonix che si apriva ai miei piedi. Il sogno delle vacanze di cinque anni si era avverato: l’Aiguille du Dru era stata scalata. È possibile trovare, in tutto il mondo, uno sport che possa dare una gioia del genere?… Le gioie che danno le Alpi sopravvivono a lungo al momento della vittoria, sono qualcosa di simile ad un investimento. Rimane da sapere se può condividere o capire questa gioia chi non sia colui che tale investimento ha arrischiato”.

Ma solo l’anno seguente, il 29 agosto 1879, si registra una vittoria francese lungo lo sperone che conduce alla vetta del Petit Dru. Anche il gemello minore era conquistato, a prezzo di una scalata assai difficile.

Ancora oggi la “normale” del Petit Dru è una delle più belle scalate classiche del Bianco ed offre un’arrampicata rude ed atletica con difficoltà di terzo ed anche quarto grado. I protagonisti di questa impresa furono le guide Jean-Estéril Charlet-Straton, Prosper Payot e Frédéric Folliguet.

Albert Frederick Mummery, uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi
L’alpinismo inglese, malgrado qualche eccezione, verso la fine dell’Ottocento si muoveva ancora su schemi assai classici. Il compito maggiore, durante un’impresa, toccava pur sempre alla guida o alle guide, le quali rimanevano sempre i responsabili materiali dell’ascensione. L’alpinismo senza guide non era compreso, addirittura il più delle volte osteggiato o considerato come rischio inutile. Verso la fine del secolo, ormai, tutte le vette principali della catena alpina erano state salite lungo i percorsi più logici ed evidenti. Se si voleva far qualcosa di più, era necessario quindi o aprire nuove vie sulle stesse montagne, cosa che già accadeva con relativa frequenza, oppure cercare di salire quelle vette minori e più ardite che ancora non erano state prese in considerazione.

L’alpinista inglese Albert Frederick Mummery giunge alla ribalta delle Alpi in questo preciso momento. Più volte si è letto che Mummery diede inizio all’alpinismo moderno e cosiddetto «sportivo»: la definizione non è del tutto esatta. E vero, Mummery seppe risolvere problemi .alpinistici che allora parevano insolubili, diede l’impressione di voler cercare la difficoltà per la difficoltà, diede inizio all’alpinismo senza guide. Fu uno dei più grandi. Eppure, come intelligentemente sottolinea Doug Scott “nella sua ricerca di cime inviolate Mummery giunse troppo tardi per poter aspirare alle vette maggiori e si dedicò quindi alla salita delle Aiguille che guardavano direttamente Chamonix. Lo scopo essenziale di Mummery non era quello di superare particolari difficoltà su roccia; le sue vie erano, e rimangono, il percorso più facile alla cima… In forza delle circostanze, però, divenne il miglior scalatore su roccia del XIX secolo (Doug Scott, Le grandi pareti)”.

Si dice anche che Mummery fu essenzialmente alpinista senza guida, anzi che diede inizio a questa nuova fase sulle Alpi Occidentali, ma si dimentica che lo stesso Mummery compì gran parte delle sue imprese proprio con le guide. Egli seppe instaurare infatti un nuovo rapporto con le guide alpine e seppe dare un esempio sulla scia del quale si formeranno cordate leggendarie che risolveranno problemi alpinistici di altissima difficoltà, testimoni di un’audacia che oggi quasi lascia sconcertati.

Il merito di Mummery fu quello di cercare nella guida un vero e proprio compagno di cordata, un amico con cui intraprendere una lunga carriera alpinistica. Tuttavia era riuscito a far capire alle guide che egli non necessitava di un capocordata e che avrebbe potuto benissimo intraprendere ascensioni anche senza l’appoggio delle guide. Infatti saprà dimostrarlo in seguito realizzando e guidando per proprio conto ascensioni di notevole difficoltà.

Le guide compresero ed apprezzarono il suo modo di pensare. Alexander Burgener, la leggendaria guida che operò sovente al suo fianco, lo stimava moltissimo e lo reputava arrampicatore eccezionale. Eppure il nostro non doveva avere quel che si dice «le physique du rôle». Si narra che un giorno il professor Kugy lo avesse visto discendere da una mulattiera a cavallo di un asino. Incuriosito, chiese: «Chi è quel povero diavolo?». Alexander Burgener, che aveva assistito alla scena, disse divertito: “È Mummery, e arrampica ancora meglio di me!”.

Piuttosto Mummery desta ammirazione e simpatia per il magnifico rapporto che seppe instaurare tra sé e la montagna. Ben conscio dei rischi e dei pericoli che l’alpinismo presentava, non si sottraeva di certo ai sacrifici ed alle sofferenze che questa pratica severa imponeva. Ma poneva questi aspetti come in secondo piano, li dava quasi per necessari e scontati. A differenza di una tendenza eroica e masochista presente in Austria e in Germania, Mummery cercava nell’arrampicata piacere e divertimento e sapeva trarre sempre qualcosa di positivo da ogni esperienza in montagna.

Amava l’avventura e l’alpinismo tanto da farne la ragione di vita, ma non ne era completamente posseduto; non era il suo un amore disperato.

Indubbiamente la sua dote migliore era la lucida intelligenza. E da uomo intelligente sapeva porsi in costante autocritica, ironizzando sovente su se stesso. Certamente egli era un grande innamorato, ma un innamorato che sapeva anche sorridere di se stesso e celare i propri sentimenti più sdolcinati, le proprie angustie e le proprie pene.

Amava l’azione forse sopra ogni cosa. Ma sapeva anche arrestarsi in contemplazione e cogliere gli aspetti più delicati della natura. Eppure non era poeta. Fu uno dei primi a parlare di piacere dell’arrampicata, fu uno dei primi a spaziare su orizzonti più sconfinati, portando la propria azione al di là delle Alpi, sul Caucaso o nel lontanissimo Himalaya. La sua sfida al Nanga Parbat è il confronto di un nano verso il gigante implacabile.

Un confronto che certamente era assurdo per quei tempi, per quanto estremamente leale.

Da vero giocatore, aveva un senso etico spiccato e amava il confronto leale e diretto. Fu quindi nemico dei mezzi artificiali, mentre fu amante e cultore dell’arrampicata libera su roccia, di cui era vero maestro.

Per Mummery forzare ad ogni costo non aveva alcun senso, vincere ricorrendo ad ogni mezzo possibile era volgare e meschino, non poteva dargli quella soddisfazione che egli cercava e provava nelle sue imprese.

Egli ci appare come un vero e proprio «signore», un carattere fine ed elegante, un’intelligenza viva ed arguta, un coraggio lucido e metodico, sorretto da uno «humour» incrollabile anche nelle situazioni più disperate. Certamente amava quel mondo selvaggio e solitario, ma era geloso dei suoi sentimenti. Solo una volta scrisse: “All’età di quindici anni le rocce della Val Mala e le nevi del Théodule fecero sorgere in me una passione che è sempre cresciuta con gli anni, occupando vieppiù i miei pensieri e la mia vita. Per soddisfarla mi sono trovato in luoghi di così affascinante bellezza che al loro confronto le favolose meraviglie di Xanadù sembrano povere e banali; mi ha donato amici fedeli nella buona e nella cattiva sorte e mi ha arricchito di ricordi, veri tesori non cancellabili dal tempo (Albert F. Mummery, My climbs in the Alps and Caucasus)”.

Accanto a Mummery vi è sempre Burgener. Di questo montanaro dell’Oberland molto si è detto e si è scritto, fino a farne una figura leggendaria. Egli è il primo delle grandi guide delle Alpi Occidentali che agirono fino alla Prima guerra mondiale. La sua costituzione fisica era imponente, la sua resistenza alla fatica era inesauribile. Come una specie di gigante buono era capace di intagliare gradini nel ghiaccio per centinaia di metri, oppure di issare una persona a sola forza di braccia lungo una parete. Non temeva alcuna difficoltà, né su roccia né su ghiaccio e le sue realizzazioni lo dimostrarono ampiamente. Certo era un carattere montanaro in ogni sua cellula, quindi un po’ rude nei contatti umani. Numerosi sono gli aneddoti curiosi e divertenti che caratterizzano la sua personalità. Eppure era un uomo leale, cordiale e molto stimato dagli inglesi: in ogni situazione, anche nelle più difficili, sapeva comunicare uno straordinario senso di sicurezza. Due episodi significativi: in un canalino ghiacciato del Grand Dru, il collega Maurer improvvisamente scivola verso il basso, ma Burgener è pronto… mentre gli passa accanto lo afferra al volo per un braccio e lo arresta con il suo pugno d’acciaio! Un’altra volta rincuora la signora Mummery che esitava un po’ durante una faticosa salita al Täschhorn, dicendole: «Potrei tenere una vacca, di qui…”.

A differenza di molti altri libri di montagna, quello di Mummery rimane sempre fresco e attuale e lo si rilegge sempre volentieri, scoprendo ogni volta qualcosa di nuovo e soprattutto penetrando in una epoca magnifica e forse perduta, in cui tutto era ancora da conoscere e da scoprire. Davanti alla squallida pianificazione dei giorni nostri, che ormai lascia ben poco spazio all’avventura individuale, la lettura delle loro imprese, desta un fascino straordinario, unito però ad un senso di malinconia. Forse il segreto di queste imprese e di questi uomini stava proprio nella semplicità estrema con cui essi agivano e pensavano.

Grand e Petit Dru

Le prime realizzazioni della cordata Mummery-Burgener e le audaci ascensioni di Thomas Middlemore
Già a 15 anni (1871) Mummery aveva scalato il Cervino lungo la via normale con una guida. Forse già durante quell’ascensione aveva attentamente osservato la bella cresta, detta di Zmutt, ancora inscalata. Il suo percorso elegante ed essenziale poteva farne forse la via più bella di salita al Cervino. Ma solo nel 1879 Mummery ritorna a Zermatt e cerca una guida per tentare la salita: incontra allora Burgener, il quale però prima vuole saggiare le reali capacità del suo cliente inglese. L’allenamento fu piuttosto intenso, ma non affaticò per nulla il giovane britannico, anzi si può dire che al termine di quella breve ma dura “campagna” preparatoria l’uno fosse ampiamente soddisfatto dell’altro. Così il 3 settembre dello stesso anno si compie la prima grande impresa dell’inglese: con Burgener ed altre due guide, viene salita la cresta di Zmutt, aprendo una via assai bella ed attraente, certamente più difficile di quelle aperte precedentemente sulla montagna. L’anno seguente il Cervino lo vede ancora protagonista: con Burgener realizza un’impresa di vera eccezione, superando l’orrido canale di ghiaccio che dal versante svizzero sale al Colle del Leone. Ancora oggi, se si osserva il “couloir”, ripidissimo e di ghiaccio nerastro, si stenta a credere che esso possa essere stato risalito senza ramponi, senza chiodi da ghiaccio e solo con asce per intagliare gradini alquanto rudimentali. Ma ciò che maggiormente sorprende è il coraggio di affrontare pendenze glaciali di questo genere con un’attrezzatura così sommaria. Viene così a caratterizzarsi la mentalità di Mummery, sempre aperta verso il nuovo ed il più difficile e la straordinaria forza fisica di Burgener.

Eppure imprese del genere non erano rare sulle Alpi Occidentali: non per nulla quest’epoca corrisponde a quella in cui le guide seppero sicuramente esprimere il meglio di loro stessi.

Anche l’Aiguille Verte, nel 1876, era stata teatro di un’impresa eccezionale. Di tutti i versanti della montagna, quello detto di Argentière è il più grandioso ed affascinante. Tipicamente glaciale, è caratterizzato da due «couloir» di ghiaccio quasi paralleli, separati al centro da uno sperone triangolare di rocce. È una parete severa per diversi motivi: la pendenza dei due canali è assai forte, variante dai 50 ai 60 gradi di inclinazione/ la lunghezza è notevole, superiore agli 800 metri di dislivello, le condizioni sono sovente cattive e si richiede esperienza consumata per saper scegliere il momento favorevole per compiere l’ascensione. Inoltre sono da temere scariche di sassi e di seracchi.

Ebbene il 31 luglio 1876 Henry Cordier, Thomas Middlemore e John Oakley Maund con Jakob Anderegg, Johann Jaun e Andreas Maurer risalgono proprio il “couloir” di destra, certamente il più ripido e difficile, che in seguito verrà poi detto appunto il Couloir Cordier. A proposito di questa salita, Lucien Devies sulla guida Vallot commenta: «La prima ascensione di questo itinerario è una grande data della storia dell’alpinismo, in quanto segnò un passo avanti per l’audacia della sua concezione e per il livello delle difficoltà superate. Furono la guida dell’Oberland Johann Jaun e l’alpinista inglese Middlemore ad avere per primi la convinzione che l’Aiguille Verte potesse essere salita dal versante di Argentière. Jaun ne fece il suo progetto più importante fin dal 1873 ed effettuò un primo tentativo con Middlemore. La famiglia Middlemore era in relazione con la famiglia Cordier. Middlemore, alpinista d’avanguardia e di un’audacia assai criticata a quell’epoca, venticinquenne al momento dell’impresa, fu per Cordier, molto più giovane di lui (aveva solo 20 anni al momento della salita e morì l’anno seguente discendendo dal Le Plaret), colui che lo iniziò all’alpinismo di scoperta… Questo itinerario ha un tracciato meno elegante di quello del Couloir Couturier, ma è più ampio ed è più interessante tecnicamente… L’inclinazione è fortissima: 56° dalla crepaccia terminale fino alla costola rocciosa. Pericoli molto seri: cadute di seracchi provenienti dal ghiacciaio sospeso, cadute di sassi provenienti dalle sponde del canale (Lucien Devies e Pierre Henry, La chaîne du Mont Blanc – Aiguille Verte – Triolet – Dolent – Argentière – Trient, Arthaud, 1975)”.

Riguardo all’audacia di Middlemore, i commenti inglesi non erano molto favorevoli e non apprezzavano il suo spirito di conquista un po’ temerario e sprezzante del pericolo.

“… I nuovi alpinisti cominciarono a cercare una via sulle pareti più minacciose. Era il principio di una nuova concezione della montagna. Verso il 1875 si cominciò a comprendere la gioia enorme ed inebriante della lotta contro gli ostacoli che stanno al limite delle possibilità umane. Questa gioia può derivare in parte dalla scoperta delle innumerevoli trappole che la montagna immancabilmente prepara e, in parte, anche dalla passione per l’ignoto. Sono questi i sentimenti che hanno spinto Oakley Maund e Middlemore all’assalto di alcune tra le più difficili pareti della catena del Bianco. Quando Middlemore portò a termine la traversata del Colle delle Grandes Jorasses, i suoi colleghi dell’Alpine Club si resero conto che l’alpinismo trovava una nuova espressione. Con la sua guida, Jaun, ed il suo portatore, egli si dedica ad una specie di gara per evitare le pietre che spazzano di continuo la via da essi battuta. Una gli sfiora la testa, stordendolo per qualche istante, un’altra lo ferisce ad una mano, altre ancora fanno scomparire due piccozze su tre, in modo che diventa terribilmente difficile assicurare la corda, e, per finire, Jaun cade in un crepaccio. Viene da chiedersi quale sia l’elemento più caratteristico di questa spedizione: la straordinaria mancanza di qualsiasi precauzione da parte di Middlemore e della guida o la loro indifferenza alle norme della più elementare prudenza. Quando raggiungono il colle, si accorgono di aver risalito il canalone di scarico nel quale fluiscono tutte le pietre che si staccano dalla cresta di rocce friabili che formano il Colle delle Grandes Jorasses! (Claire-Éliane Engel, Storia dell’alpinismo, pagg. 136-137)”.

Le Alpi Occidentali alla fine dell’Ottocento – 1 ultima modifica: 2022-12-16T05:51:00+01:00 da GognaBlog

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2 pensieri su “Le Alpi Occidentali alla fine dell’Ottocento – 1”

  1. Affascinante lettura. Purtroppo sembrano tempi (e uomini) molto più lontani dei 150 anni che ci dividono. Grazie, riprenderò senz’altro in mano LE MIE SCALATE NELLE ALPI E NEL CAUCASO dei licheni

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