Un accorato appello da uno dei più grandi alpinisti-scrittori.
Le vie più fantastiche
di Bernard Amy
Cari amici arrampicatori, a inizio settembre 2022 ho avuto il piacere, con alcuni amici, di trascorrere dieci giorni in val Badia e dintorni. Abbiamo potuto camminare, arrampicare e percorrere qualche via ferrata. Questa vacanza è stata per me l’occasione di ritrovare con immensa gioia la roccia perfetta delle Dolomiti, le impressionanti pareti verticali, le sue vie di quarto e quinto grado – i veri IV e IV sup – le vertiginose lunghezze di corda di III e III sup e soprattutto la straordinaria atmosfera di quella che i grimpeur francesi chiamano arrampicata tradizionale.
Vivo e arrampico in un Paese, la Francia, dove la maggior parte di chi arrampica non sa praticare nulla se non l’arrampicata sportiva e concepisce una via solo come un itinerario attrezzato con spit e catene. Chi apre una via non può immaginare di affrontare una parete senza un trapano. E gli scalatori hanno una corda e dodici rinvii come loro unico equipaggiamento. Il problema, oggi, è che le attrezzature esistenti sono invecchiate. Ovunque. Club e federazioni hanno intrapreso un vasto programma di riequipaggiamento che porta a riempire ancor più di ferraglia la roccia.
Tornando alle Dolomiti, mi sono chiesto se questa ossessione per l’attrezzatura avrebbe avuto la meglio e si sarebbe definitivamente diffusa anche tra gli scalatori italiani, se quella che l’alpinista inglese Stephen Venables chiama la “peste metallica” avrebbe contaminato i bei percorsi che avevo amato per essere quasi privi di attrezzatura. Sono stato felice quanto stupito quando ho scalato alcune vie da antologia su cui ho potuto praticare l’arrampicata tradizionale più pura, su cui sono riuscito a trovare le straordinarie lunghezze descritte nelle guide con indicazioni come: “40 m, IV e III, IV, clessidre”. Questi tiri terrorizzano molti arrampicatori francesi. Per me rappresentano la quintessenza dell’arrampicata. E benedico il cielo perché esistono ancora.
Amici italiani, sappiate che su queste bellissime pareti dolomitiche possedete autentici tesori. Queste vie di arrampicata tradizionali sono un patrimonio inestimabile che sarebbe criminale distruggere. Continuate a scalarle come dovrebbero essere scalate, cioè in completa autonomia. Evitate la tentazione di sfigurarle. Se avete un trapano a casa, lasciatelo in garage e andate a sperimentare sulle vostre fantastiche pareti la più meravigliosa arrampicata che si possa immaginare, quella dell’arrampicatore indipendente, quello dell’arrampicatore libero.
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Credo che dobbiamo arrenderci all’idea che apparteniamo a mondi non solo diversi ma addirittura conflittuali. Ecco perché non ci capiamo
Molti di voi immaginano che il mondo dei frequentatori della montagna sia solo quello in cui vi riconoscete voi e pertanto mi date dell’ubriaco, perché dico cose asimmetriche o addirittura conflittuali con i vs desiderata. Ma l’ideologia di cui sono intriso fin dalla culla perché così è la realtà della mia famiglia (ideologia che non è quella della montagna come divertimento – checché ne dica anche il grande Amy – ma quella della montagna come “impegno”: impegno concettuale, ideologico, didattico, sociale, etico, comportamentale…) non appartiene solo a me. Almeno a Torino caratterizza uno spaccato sociale molto ampio e numeroso.
Di conseguenza io non sono che il rappresentante di un mondo vastissimo, che però tendenzialmente non ha piacere di manifestarsi qui. Io ci bazzico, qui, per conoscenza ormai abbastanza consolidata nel tempo con Gogna e perché mi piace occuparmi di ogni risvolto del settore dell’editoria (in senso lato) della montagna.
Il fatto che io sia l’unico (o quasi) del “mio” mondo che si esprime qui, vi induce a pensare che io sia un libero battitore, completamente “scentrato” rispetto a un retrostante mondo socio-ideologico-culturale-politico (nel senso ampio di quest’ultimo termine).
Dovreste però riflettere a fondo su ciò. Cito un episodio: mercoledì sera ero alla serata inaugurale della stagione scialpinistica della nostra scuola, ho tenuto un sintetico intervento (10 minuti) ai neo allievi sui risvolti “culturali” dell’andar in montagna (con o senza sci), paralleli all’apprendimento delle tecniche.
Bene, a parte l’applauso scrosciante che ha seguito al mio intervento (sala pienissima: più di 100 persone, i soli allievi sono 90, quindi non siamo quattro gatti), la cosa che intendo riportare qui è che i vari direttori dei corsi, che hanno illustrato i diversi segmenti di attività stagionale, non hanno mai (dico mai) detto “qui vi insegniamo a divertirvi in montagna” o qui “vi portiamo a divertirvi in montagna”. Mai. Hanno invece sempre pestato sul concetto che frequentando sistematicamente i nostri corsi, in media per tre anni, pur in un clima cordiale e sereno, si apprende piano piano un approccio alla montagna, una forma mentis che “vi accorgerete che poi applicherete anche alla vostra quotidianità, perché la Montagna è scuola di vita”.
Ebbene questo è l’imprinting del gruppo dal quale provengo. Che vi aspettate di diverso da me? Immagino che sia questo che vi fa venire l’orticaria. Ma se esiste un mondo così, non otterrete nulla concentrando i vostri strali online sul singolo rappresentante, nella fattispecie Crovella, che tra l’altro, da piemontese goregn, ha una pellaccia da rinoceronte e non si smuove di un millimetro, come il Conte di San Sebastiano alla Battaglia dell’Assietta, vedi articolo sul Blog del 19 luglio u.s. (per la cronaca: il soverchiante esercito francese si schiantò contro la tradotta difesa dai piemontesi).
Anziché strillare, in alcuni casi come oche isteriche, contro l’ideologia di montagna che io rappresento (ma che è la cifra di un ampio spaccato socio-culturale), dovreste invece prendere spunto per “conoscere” una realtà intellettuale completamente diversa dalla vostra. Altrimenti continuerete a limitarvi a sbraitare e non cambierà mai nulla.
Pasini, ti stra-capisco. Io sono arrivato alla conclusione che gli unici credibili sono i no TAV:
https://www.alpinismomolotov.org/wordpress/2022/07/25/18-settembre-2022-dal-paradiso-della-sibilla-al-paradiso-del-pnrr-per-una-camminata-molotov-sui-sibillini/
Caro Fabio, come ho detto io cerco come altri di reagire impegnandomi in piccole cause, specifiche e concrete, ma mi rimane un grosso buco, una grossa mancanza. Forse sarò obsoleto o forse impaziente, vista la sabbia che rimane nella clessidra, ma sono rimasto dell’idea che senza un catalizzatore, un’organizzazione, una rete strutturata non si portano a casa risultati importanti. E non vedo nulla spuntare, tanto meno dalle mie parti (politiche e ideali). Certo seminare e sperare che il seme maturi prima o poi ha un senso, ma ti confesso che non placa la mia ansia di vedere qualcosa di più che non la difesa delle Cime Bianche e ripeto sono convinto di non essere l’unico in questo stato d’animo. Ciao
pasini 94, su questo concordo con te, ma ho abbandonato da tempo la speranza che in questo luogo si possa interagire in maniera alta, se non del tutto erraticamente , quando intervengono belle teste pensanti, i cui afflati vengono comunque miseramente tritati nel rullopensiero crovelliano.
allora non resta che, quando parte l’embolo, dare un metaforico e indignato pugnetto sul tavolo, così … per riaffermare e sottolineare la bellezza di alcuni spunti e la sciocchezza di sprecarli.
“Non penso di essere l’unico a indignarsi ogni giorno per le delusioni che ti procurano persone o organizzazioni nelle quali magari hai creduto da un lato e ad essere scettico sull’efficacia di posizioni ideali apprezzabili in teoria ma che non mordono la realtà e rischiano di rimanere un puro sfogo o una testimonianza dall’altro.”
Roberto, di fronte al degrado civile, sociale, economico e politico che sta travolgendo l’Italia (da quanto? da tre decenni?) e che è molto peggiorato negli ultimi anni, ti confesso che sono preso dallo sconforto. Uno sconforto – e una rabbia – che mi accompagna quasi ogni giorno.
La famiglia e la montagna mi consolano un poco, ma io penso sempre all’avvenire dei nostri figli e nipoti, al futuro delle giovani generazioni a cui lasceremo un Paese in via di disfacimento.
Che fare?
… … …
Auguri a te e a tutto il GognaBlog.
Bertoncelli. Non penso di essere l’unico a indignarsi ogni giorno per le delusioni che ti procurano persone o organizzazioni nelle quali magari hai creduto da un lato e ad essere scettico sull’efficacia di posizioni ideali apprezzabili in teoria ma che non mordono la realtà e rischiano di rimanere un puro sfogo o una testimonianza dall’altro. Il moroteismo non c’entra proprio nulla, almeno per me. Mai stato da quella parte. È disagio e dispiacere non cerchiobottismo assolutorio. La soluzione non penso sarà la mia generazione a trovarla. Quello che si può fare è cercare di ragionare sui propri errori e sulle proprie esperienze. Insultare e fare a botte sempre con gli stessi non porta lontano, anche se pare che qualcuno ne tragga un qualche divertimento. Ogni bene anche a te.
MG. Guarda che non parlavo di Crovella o di altri , magari di segno opposto. L’’unico modo di uscire dalla ruota del criceto dei conflitti personali ripetitivi è quella di alzare il tiro e di cogliere lo spunto per considerazioni sugli elementi generali che stanno dietro alcune manifestazioni e fenomeni che ogni tanto registriamo anche qui. Altrimenti si scende sempre più in basso nel buco, anche se uno pensa con la sua indignazione di contrastare in buona fede la tendenza ma in realtà la favorisce. Ma non importa. Stammi bene.
A essere del tutto sinceri e precisi, io nel buon Pasini vedrei, su una solida base democristiana di sinistra, un pizzico di moroteismo d’antan.
N.B. Roberto, se qui non scherzo con te, con chi scherzo? 😇😇😇
Col Crovella? 💥💥💥
questo… ” Il crinale che divide idealismo e ideologia è molto sottile. Mi sono chiesto più volte cosa si può fare per evitare questa deriva che è molto diffusa, almeno da noi, proprio tra chi potrebbe essere una risorsa importante per il cambiamento, a prescindere dal colore della bandiera, e che finisce per essere una voce che non scalfisce minimamente la realtà e grida nel deserto, soffocata dal rumore della folla Temo che sotto ci sia qualcosa di profondo e che non se venga fuori.”
quindi? aldilà dell’infinito giro di parole alla Achille Occheto , cosa suggerisci, cosa proponi, qual’è la tua posizione, chi secondo te ha torto o ragione e perché, è ideologia, ideale o semplicemente sprezzo del ridicolo dire da anni e con un milione di ripetizioni dello stesso concetto, sono io che vedo avanti e voi tonni che non capite, o forse il messaggio di ami andava un pò oltre la logorrea sabauda? .
Secondo me il confronto dialettico sta tutto lì. Altrimenti è fumo buonista.
Ecco. Appunto “qualunquista” e “democristiano”. Mah….che vuoi dire. Nulla. Buon Natale e ogni bene.
pasini, mancava un pò del tuo democristiano qualunquismo… MA quale campana e idealismi.
C’è qualcuno che svanvera e da anni ripete un mantra sempre più indigesto e prolisso, evidentemente legato al suo decadere fisico e mentale, che vede nelle eccellenze delle diverse attività la minaccia al futuro dell’alpe.
Senza rendersi conto che la stupidità e la scintilla dell’intelligenza sono trasversali e non hanno età
e.
oste, un altro sciortino al Crovella, pago io. è quello giù al tavolo in fondo, quello che a ogni bicchiere vede avanti un ventennio…
Continui a parlare per proclami, di cose che non consoci e che non frequenti.
Vai a farti un pò di classiche in dolomiti e sul bianco (ma vale a maggior ragione per posti ancor più desueti, Apuane, Marittime, Vallli di Lanzo, etc) e vedrai qual’è la pressione antropica rispetto a solo trent’anni fa. Sono vie che non fa più nessuno.
ormai la maggior parte della gente sta solo nei soliti tre posti. e i corsi caiani non derogano al creare questa tipologia di frequentatore, anzi…
fa parte del mondo precotto, della comodità, del congelamento dei neuroni e della voluta restrizione degli orizzonti culturali, chè un popolo di pecoroni è più comodo. altro che più montagna per pochi.
la montana è già per pochi. il casino lo trovi al muzzerone la domenica mattina, non sulla via indicata da Amy.
se non fossi così tautologico, fastidioso, ingombrante e distruttivo per ogni serio confronto, saresti quasi comico.
Quello che a volte succede qui è emblematico, al di là di alcune derive alla Zanzara che temo inevitabili. La cosa che mi colpisce di più in certe discussioni è la mancanza di senso pratico e di realismo. A volte ho la sensazione che l’approccio “idealistico”, di per se’ nobile e portatore di cambiamento, diventi come una sorta di campana di vetro dentro la quale le persone si chiudono, più che una lente attraverso la quale osservare il mondo e affrontare i problemi che la realtà continuamente ci pone. Il crinale che divide idealismo e ideologia è molto sottile. Mi sono chiesto più volte cosa si può fare per evitare questa deriva che è molto diffusa, almeno da noi, proprio tra chi potrebbe essere una risorsa importante per il cambiamento, a prescindere dal colore della bandiera, e che finisce per essere una voce che non scalfisce minimamente la realtà e grida nel deserto, soffocata dal rumore della folla Temo che sotto ci sia qualcosa di profondo e che non se venga fuori. D’altra parte è constatazione quotidiana,purtroppo, che i “realisti” spesso diventano “conniventi” , se non addirittura complici attivi e la cronaca fornisce ogni giorno ampio materiale per alimentare cocenti delusioni anche su persone e movimenti che ti sembravano almeno decenti. In questa fase della mia vita ho cercato una soluzione, come hanno fatto anche molti altri che conosco, impegnandomi in alcune cause specifiche e concrete che mi sembrano degne e promosse da persone di cui fidarsi, sempre con giudizio. Tuttavia l’amaro in bocca rimane. In ogni caso cercherò di consolarmi domani andando a fare uno degli itinerari “intermedi” e appartati segnalati in modo minimalista qui in Ligura dal benemerito Andrea Parodi, senza sentirmi parte per questo di alcun club o gruppo di portatori di non so quali valori. Mia nonna diceva “Zucca e melone, ognuno ha la sua stagione”.
@86 Enri. Sinteticamente e in un’ottica di dialogo costruttivo.
1) tu dici: La cosa che non funziona nel tuo schema e’ che la montagna dovrebbe essere resa meno accessibile a coloro che tu reputi, secondo un tuo personale schema di valutazione, indegni di andare in montagna.
NO! auspico una montagna meno accessibile in termini assoluti e oggettivi. Spero che diminuiscano anche i cosiddetti “alpinisti”. Il succo è: meno “comodità”-meno gente. Perché oggi la “gente” ha mediamente una mentalità consumistica e non è attirata dalle “Scomodità”.
2) Tu dici che io desidero una montagna che escluda chi non ha mentalità alpinistica. Sì, confermo: con una montagna “selettiva”, i primi a dirigersi verso altri lidi saranno i non alpinisti.
3) Tu dici che in fondo non apprezzo, anzi forse disprezzo, i vari “nati climber”, “nati skyrunner”, “nati skialp-races” (gare di scialpinismo nella formula moderna: circuiti chiusi e sicurizzati) ecc ecc ecc. Sì, è vero: sono molto tradizionalista e conservatore, nella vita intera e, di conseguenza, anche in montagna. Considero l’alpinismo/scialpinismo un’attività che richieda una “mentalità” più evoluta. Nessuno me lo toglie dalla testa.
5) Parli degli allievi CAI come i mie ideali di riferimento. Sbagliato. io sono profondamente caiano, non ci piove, e credo fortemente nella bontà del modello didattico del CAI, ma nei miei ragionamenti faccio riferimento alla generica figura di alpinista, non di allievo CAI (poi, perché “allievo”? Semmai “istruttore”. L’allievo per definizione deve imparare, quindi è meno completo. L’istruttore è completo. Ma in ogni caso non è questo il mio riferimento).
6) Se nella montagna “libera”(cioè i famosi paradisi) ci fosse posto per tutti, andrebbe bene ospitare tutti, a prescindere dalla categoria cui appartiene. (quindi anche: nati climber, skialp-racer ecc ecc ecc) Ma occorre scremare l’accesso antropico, la montagna non lo regge più, non farmi ripetere il discorso. Tale scrematura potrà avvenire attraverso un’infinità di meccanismi: ho già detto in altra sede che non mi stupirò se, in futuro, verrà addirittura introdotta una “patente” con un numero contingentato di accessi annui per individuo. Ma infinite altre saranno le modalità di selezione, a volte “naturali” (cioè lasciate alla Natura), a volte imposte da autorità (divieti, numeri chiusi, patenti…), a volte frutto di una scelta personale di autolimitazione (e il concetto di “Montagna Sacra”, largo circa, si inserisce in questo ultimo filone: vedete che il concetto inizia a emergere). Ho già detto in passato che, per scelta personale, da diversi anni autolimito il mio numero di uscite annue. A prescindere. Riduco il mio “consumo” di montagna. Credo quindi di esser molto coerente con le mie idee. Gli alpinisti “illuminati” dovrebbero ragionare così: sarebbe un piccolo passettino verso l’obiettivo.
7) In un contesto in cui per preservare la montagna dovremmo addirittura autolimitarci anche noi, noi “alpinisti” intendo, a maggior ragione dovremmo trovare dei meccanismi tecnici che escludano, in prima battuta, i “non alpinisti” a vantaggio degli “alpinisti”. Sì vero: confermo che ne sono convinto. Ecco perché affermo che i meccanismi di selezione dovrebbero escludere in via preventiva i vari “nati climber”, “skialp-racer” e compagnia bella e solo in via residuale quelli che hanno una mentalità alpinistica. Come? Al momento non facile da ideare. Tuttavia, io sono convinto che se manteniamo i paradisi del tutto “scomodi”, saranno pochissimi i nati climber ecc che si avventureranno. Qualcuno sì, ma il problema non è escluderli tutti, bensì ragionare sui grandi numeri.
8) Infine in generale: non solo su questo tema specifico, ma complessivamente, io mi rendo conto che spesso non vengo “compreso” perché, a livello di evoluzione del pensiero, sono 15-20 anni avanti. Quando ho iniziato a parlare di “Più montagna per pochi”, circa 17-18 anni fa, perfino fra i miei conoscenti più intimi sollevavo sorrisetti di compatimento. E poi, dopo 10-12 anni (quindi 5 anni fa, largo circa) molti di loro mi hanno detto “Ma sai che avevi proprio ragione?! Anzi la realtà si è rivelata perfino peggiore delle tue previsioni!” Quindi basta che aspettiamo: fra 15-20 anni vedremo cosa sarà accaduto. Non mi stupirei che vi diceste “Ma sai che quel cretino di Crovella aveva proprio ragione?! Gli avessimo creduto tutti subito…”
Crovella, mettiamo da parte il vino e proviamo a fare una sintesi seria. Io sono d’accordo sul fatto che la montagna vada resa meno accessibile ( e quindi come nel caso dell’articolo vada lasciata come l’hanno trovata e attrezzata i primi apritori). La cosa che non funziona nel tuo schema e’ che la montagna dovrebbe essere resa meno accessibile a coloro che tu reputi, secondo un tuo personale schema di valutazione, indegni di andare in montagna. Quindi il tuo fine è’ giusto ma, dal mio punto di vista, commetti due errori seguenti. Uno: rendendo la montagna meno accessibile otterrai che a frequentarla siano proprio quelli che tu aborri e cioè gente che macina migliaia di metri di dislivello o gente che scala su gradi piu alti. Perché’, se tu levi funivie rifugi e chiodi, salgono solo quelli che oggi macinano metri di dislivello e tirano prese. Mi dispiace fartelo notare ma se tu oggi levassi la skyway, il rifugio Torino e gli spit dal Grand Capucin, non credo ci troveresti gli allievi del CAI, con tutto il rispetto. Il secondo errore che fai e’ pretendere di conoscere la motivazione, il vissuto, l’emozione che esiste in chi fa specialità’ che tu, da quel che scrivi, conosci poco. Perché’ vorresti impedire o ostacolare l’accesso alla montagna di un nato climber o di uno che fa il Tor? Solo perché’ dai per scontato che la sua passione ed il suo modo di esprimerla siano di minor valore del tuo. Grave errore. Nessuno è’ in grado di valutare ciò’ che sta dentro la testa ed il cuore di un altro. Ho amici nati climber che hanno una sensibilità’ all’ambiente alla montagna che parte della gente del cai si sogna, come ho amici che hanno fatto il Tor piuttosto che altre gare che hanno più’ diritto loro ad andare in montagna che non mille altri tizi che affollano Finale a ottobre. Conosco bene guide alpine che hanno fatto il Tor: dovrei pensare che non sono veri appassionati di montagna? Come la mettiamo allora? Vogliamo catalogare la gente in base a quello che noi crediamo abbiano nella testa nel cuore? Lasciamo stare! D’accordo a rendere la montagna meno accessibile ma poi sappi che ci troverai alpinisti, allievi del CAI, nati climber, trail runner, gente come me che in camera tiene ancora la foto di Bonatti e di Edlinger sullo stesso piano…Nessuno di noi ha il diritto di valutare cosa sta dentro la testa degli altri e le loro motivazioni. Montagna per pochi e’ giusto, ma CHI comporrà’ quei pochi non lo decidiamo noi.
Buonanotte
una articolo carino, di un grande che dice una cosa banale ma poco considerata: divertitevi, e per divertirsi non c’è bisogno né di spittare l’ennesimo mono tiro di 10c né di andare a fare chissà quali difficoltà.
ci sono infinite vie che con un pò di esperienza e curiosità offrono gioco e avventura senza grandi rischi e costituiscono un formidabile luogo di scoperta-riscoperta e di bellezza.
una riflessione semplice ma che nella frenesia di un mondo precotto spesso si perde. io stesso – che pure scalo da 40 anni dove posso, ce come posso, cercando di divertirmi, tanto in falesia che ai monti – l’ho riscoperto su certi itinerari apuani dimenticati, dove con qualche friend e tre chiodi ritrovi il gusto della ricerca.
il tutto, more solito, mandato in malora dai soliti deliri sui nati climber, cannibali, pipponi mentali caiani, credere obbedire e combattere, etc
e invece magari era utile e carino riflettere su quel messaggio, tanto su quelle vie non ci sarà mai la coda, né si corre il rischio di antropizzare un marcione di terzo e quarto grado in culo al mondo; ma per molti, magari un pò agee, può essere una straordinaria riscoperta.
un bel messaggio, fresco e intelligente, da parte di un grande conoscitore della montagna e di grande sensibilità, credo vicino agli ottanta, buttato nel cesso dalla solita foga prensenzialista e stantia di uno che manco sa dove abita e che deve sempre dividere in categorie, quando in realtà il mondo della montagna è quanto di più fluido, libero e bello che ci sia (come dimostrano i bei messaggi di Battimelli, che legittimamente si è rotto le palle di interloquire con uno che parla unicamente di e con se stesso e talvolta manco si capisce da solo).
Ormai ogni discussione in questo blog è una caduta verticale nell’insensatezza.
Che pena.
——— PIOVE SUL BAGNATO ———
«Insomma, io so’ io e voi nun capite un ca**o.»
La reazione tipica dell’ubriaco è quella di insistere sull’affermare di essere sano.
Infatti…
Mettetevi d’accordo fra tutti. 1) Matteo 71 affermava che ho commesso un errote di fondo: gli ho rispiegato da zero, sennò ci si perde lungo il cammino. 2) Battimelli fra ieri e stamattina ha sostenuto che Amy nell’articolo intende stimolare all’alpinismo i climber puri, che io per brevità ho chiamato i “nati climber”: nati in strutture artificiali, sia indoor che l’outdoor, e frequentatori al massimo di falesie spittatissime.
È vero che ho partecipato a diversi brindisi, ma i ragionamenti del precedente intervento sono lucidissimo e filano senza contraddizioni. Forse sono troppo sofisticati per alcuni di voi, ecco perché non li capite. Non importa: ciò che importa è che si alleggerisce la pressione antropica sulla montagna. Buonaserata a tutti.
L’unica giustificazione che si può dare a Crovella è che si ubriaca ai brindisi e poi scrive qui.
Ma chi e’ che è’ interessato a portare il verbo alpinismo ai nati climber? Nati climber? Cannibali? Poi sono io quello che torna sistematicamente sulle stesse cose.
Qui mi sa che stia già’ scorrendo a fiumi direi il vino delle feste.
Quando si effettua la prima ripetizione di una via si è avvantaggiati dalla relazione e dall’eventuale materiale lasciato in parete dagli apritori. Per poter affermare di aver ripetuto quella via la si dovrebbe salire almeno con le stesse modalità degli apritori. Modificando o aggiungendo di volta in volta dell’altro materiale, lasciandolo magari in loco per quelli che seguiranno, snatura e declassa la via. Questo inoltre priva della verifica reale sul campo quelli che affermano di poterla ripetere con le stesse modalità dei primi salitori e porta i meno preparati ad affrontarla senza esserne all’altezza.
Scrive un post per dire che non può ripetere sempre le stesse cose da Adamo ed Eva, alternato ad un altro in cui le ripete.
Con questo a quante volte siamo, 200? 300?
@71 può darsi che il fine anno professionale con il suo affannarsi di riunioni stressanti, pratiche da chiudere, visite di clienti e fornitori, brindisi e ciance varie…ecc ecc ecc… mi faccia commettereerrori sia per eccesso di velocità nella lettura/comprensione di testi altrui che di non perfetta efficacia nella mia esposizione. Vediamo di chiarire il più sinteticamente possibile.
Il tema spit qui è collaterale, cmq anche altri lo hanno toccato. Ma lasciamolo da parte, ci distrae. Il tema chiave è se portare oppure no il “verbo dell’alpinismo” ai nati climber. Io sostengo di no, tassativamente no!!! Attenzione c’è una sotto-fattispecie che va distinta: se il nato climber matura in se’ il desiderio di avventura e viene a bussare alla porta delle scuole. Allora sì che dobbiamo essere disponibili. Ma percentualmente sono irrisori. Credo invece che la visione di Amy-Battimelli sia molto diversa: andare noi a stimolare i nati climber a espandersi anche nell’alpinismo. Personalmente sono contrarissimo e spiego il perche’.
La montagna è una cosa bella se resta una cosa per pochi. Una montagna iperaffollata diventa svilita, ferita, sputtanata.
I “paradisi” cui si riferisce Amy sono tali perché sono selvaggi, avventurosi, isolati. Se vogliamo che restino integri dobbiamo auspicare che rimangano poco frequentati. Assurdo quindi essere noi ad andare a invitare i nati climber ad avventurarsi dell’alpinismo. Lasciamo questi soggetti nei loro recinti sicurizzati.
Passaggio concettuale in più. I paradisi sono tali perché “scomodi”: lunghi avvicinamenti, rifugi vintage, no vie attrezzate. Se aumentiamo il tasso di comodità (es impianti o strade, rifugi albergo, vie attrezzate con soli chiodi o anche con spit ecc ecc ecc) i paradisi saranno assaliti da torme di umani. Già questo li danneggerà a prescindere dalla qualità e dall’educazione degli umani. Se poi i soggetti sono cannibali, il danno sarà più che proporzionale. Difficile che i nati clumber non siano cannibali: non c’entra se sono simpatici o meno, c’entra che se uno si forma sulla plastica o al massimo in falesie spittatissime, ha una forma mentis che non è quella dell’alpinista.
Pet cui, lasciamo che la montagna resti “al naturale”: da sola farà selezione perché chi cerca le comodità andrà da un’altra parte o addirittura si dedicherà ad altre attività. A maggior ragione questo appello vale per quelli che qui ho chiamato i “paradisi”, che sono aree le meno danneggiate della montagna (proprio perché finora poco frequentate)
Conclusione: io non comprendo come mai chi si ritiene un “appassionato” di montagna, e dell’alpinismo in particolare (basato su avventura, isolamento e maggior aleatorieta’), possa auspicare l’aumento della frequentazione antropica dei cosiddetti paradisi, addirittura andando a stimolare chi, di suo, non si metterebbe a praticare alpinismo. Tale aumento antropico comporterà un il danneggiamento dei paradisi (a prescindere dalla posa o meno degli spit!). Lasciamoli “selvaggi”, sennò che paradisi sono???
In attesa dell’ennesimo, classicissimo “spit sì spit no” (in fondo è una ruota che gira, non è che gli argomenti acchiappaclimber siano poi così tanti) che farà lievitare le risposte (come sta avvenendo in questo caso), volevo scusarmi con le guide alpine se ho erroneamente addebitato loro la spregevole opera di tinteggiatura delle clessidre (ormai datata, ma sempre presente), ma questa era la voce che mi era giunta. Non capisco però cosa dovrei invidiare loro, anzi! Ma di questo se ne parlerà eventualmente, se ci sarà l’occasione, in altro contesto.
45 anni di alpinismo?? O pi posa di pavimenti?
ciao Emanuele, via in Dolomiti a cui resinare le soste.
Addirittura resinare!
Condivido molte cose dette da Bernard Amy soprattutto per quanto riguarda le vie classiche di bassa difficoltà, ma auspico che su molte vie di alta difficoltà si possa arrivare ad ottenere delle SOSTE con resinati senza altre aggiunte, come ho constatato hanno fatto gli austriaci in Wetterstein e i tedeschi in Kaisergebirge. Dico questo dopo 45 anni di alpinismo. Per quanto riguarda ” il crovellismo” spero che resti un fenomeno isolato o in via di estinzione…
Gianni, ti comunico che Carlo una volta ci informò con orgoglio che i suoi colleghi di lavoro lo avevano soprannominato Caterpillar.
… o era invece Terminator? «Ascolta e cerca di capire. Quel Terminator è la fuori: non si può patteggiare con lui, non si può ragionate con lui; non conosce pietà né rimorso. Niente lo fermerà prima di averti eliminato. Non si fermerà mai.»
Cosí, tanto per conoscere meglio il proprio interlocutore.
P.S. Carlo, non ricordo: tu sei Caterpillar o Terminator?
Crovella, ritengo che tu commetta un errore di fondo.
Battimelli pensa che l’articolo di Amy sia “un invito ai nati climber, per suggerire loro, senza diktat e senza nessuna puzza sotto il naso, che là fuori c’è dell’altro oltre alle falesie attrezzate a norma, e che questo altro è bellezza e piacere”
e tu automaticamente ne deduci che ciò significhi spittare e securizzare tutto, cosa che Gianni non ha mai detto e, credo proprio, nemmeno pensato (esattamente come Amy, d’altronde).
Basterebbe leggere l’ultima frase di Gianni: questo altro “vale la pena di preservarlo”
@69 Io ho riletto ancora il testo di Amy e ne do un’interpretazione diametralmente opposta alla tua.
Come tu faccia a sostenere che questo testo sia un invito ad aprire questi paradisi agli “altri” (climber plasticosi o anche soggetti di altra natura) non riesco a a coglierlo. A me sembra piuttosto un invito a tenere questi paradisi fuori da grandi numeri, proprio per tenerli inalterati così come sono.
Tuttavia, voglio provocatoriamente ragionare all’opposto. Ovvero partiamo dal presupposto che l’interpretazione “corretta” del testo di Amy sia quella battimelliana e che io abbia preso farfalle nel leggere il testo di Amy. Bene, ringrazio Battimelli per avermi illuminato, ma la mia conclusione NON è allinearmi ad Amy (nell’interpretazione battimelliana), ma completamente opposta. A questo punto mi contrappongo aspramente non solo a Battimelli, ma anche ad Amy in persona! L’invito ad aprire questi (ed altri) paradisi ancora “selvaggi, avventurosi e rischiosi” è un’enorme stupidaggine!
Infatti bisogna agire esattamente in direzione opposta: occorre alleggerire la pressione antropica sulla montagna in generale e, in particolare, sui restanti paradisi come queste vie. Occorre alleggerire la pressione antropica innanzi tutto sul piano numerico e, subordinatamente, in termini qualitativi. Altro che aprire i paradisi a “tanti” altri!!!! Teniamoli ben nascosti e, forse un po’ grettamente, teniamoceli solo per noi (noi “alpinisti”, intendo).
Questo perché la montagna NON ne può più dell’abuso umano: prima ancora di scardinare le attrezzature già in loco (impianti, strade, troppi rifugi, consumismo ecc ecc ecc), cosa che andrà fatta in un futuro non troppo lontano, ma ancor prima la cosa da fare è evitare ulteriori strutture artificiali (nel caso: spit, soste ecc) e soprattutto EVITARE assolutamente L’AUMENTO DELL’ACCESSO ANTROPICO.
@67. Crovella. Non mi resta che constatare che del senso del mio intervento, e in particolare del riferimento all’invito di Amy, non hai capito granché. Pazienza, me ne farò una ragione. Però quando scrivi
“Il sottinteso di posizioni (tra l’altro storicamente ormai anacronistiche, ’68 o al massimo anni ’70…) come la tua è che, siccome vi considerate più “nobili” di ideali rispetto ai gretti come me, allora pretendete di imporre la va posizione a tutti”
lasciami dire che l’unica reazione può solo essere una omerica risata. Non ho mai preteso di imporre la mia posizione a nessuno. E se c’è qualcuno qui dentro che si considera più “nobile” di ideali, beh quello sei proprio tu.
Il mondo è bello perché è vario.
P.S. Bertoncelli e Pasini, grazie, troppo buoni.
Gianni, mi sono espresso in modo equivoco: intendevo attribuire gli ottantacinque anni al tuo istruttore del lontano 1967, ma forse ho esagerato anche in quel caso.
So bene che tu sei ancora forte e, ciò che piú conta, giovane di spirito.
… … …
Ti informo che tra i libri della mia biblioteca si trova «Montagne di parole. Antologia di alpinisti italiani», ed. CDA, Torino, 1986, opera tua e di Stefano Ardito.
Ora ho occasione di ringraziarti per quell’opera meritoria: grazie!
… … …
Tra i tanti brani dell’antologia ricordo in particolare quello di Carlo Alberto Pinelli, apparso per la prima volta nel 1976: «Il regno della libertà». Considerato che nel GognaBlog si parla spesso dei perché dell’alpinismo e della protezione dell’ambiente montano, ne riporto alcune frasi come invito alla riflessione. Si riferiscono al Colle del Gigante, alla sua funivia e ai monti all’intorno.
« La funivia permette agli alpinisti di compiere in giornata ‒ a volte anche con il tempo incerto ‒ una grande quantità di salite che prima richiedevano piú giorni e una marcia di avvicinamento di varie ore su per un erto sentiero.
[…] sono fermamente convinto che una sola ascensione, compiuta nelle condizioni originali, rappresentasse una esperienza qualitativamente molto piú importante di un intero elenco di salite messe in cantiere con le attuali facilitazioni. Basta pensare a cosa dovesse significare per chi proveniva a piedi dalla valle di Courmayeur, affacciarsi ad un tratto su quell’incredibile mondo di ghiaccio, roccia e silenzio che era la Vallée Blanche. Oggi, come scriveva Samivel, gli dèi sono fuggiti altrove, lasciando il Colle del Gigante alle folle dei turisti, degli sciatori e ai giganteschi immondezzai che circondano i due rifugi».
A leggere quelle parole il mio pensiero correva a Gervasutti e Chabod negli anni Trenta, e a tutti gli altri. Oggi invece abbiamo la Skyway…
Battimelli: non contesto il tuo legittimo diritto di mescolarti al “nati climber”, se questi ti piacciono. Però rivendico il mio diritto di non averli fra i piedi, quanto meno fra i “miei” piedi. Il sottinteso di posizioni (tra l’altro storicamente ormai anacronistiche, ’68 o al massimo anni ’70…) come la tua è che, siccome vi considerate più “nobili” di ideali rispetto ai gretti come me, allora pretendete di imporre la va posizione a tutti.
Circa le scuole (di ogni disciplina e difficoltà) l’esperienza che ho io (quindi di scuole torinesi o di area nordoccidentale) è molto semplice: noi siamo apertissimi, anche nei confronti di chi, pur provenendo dalla plastica più bieca (o nello scialpinismo dalle gare attuali, che sono il corrispondente scialpinistico della plastica) vuole avventurarsi nell’alpinismo/scialpinismo (la matrice ideale di ricerca di avventura e connesso rischio è la stessa, rispetto ai corrispondenti luna park “sicurizzati”). Però deve essere una “loro” scelta e una “loro” presa di umiltà. Invece contesto apertamente il principio per cui il CAI e nello specifico le Scuole CAI debbano essere loro ad andare a cercare col lanternino i “nati climber” per coinvolgerli. Se questi ultimi non sentono dentro di loro il desiderio di aprirsi a spazi di avventura, che se ne stiano pure nei loro recinti sicurizzati.
Circa l’ultimo punto, cioè l’apertura ai nati climber degli spazi indicati da Amy, sono totalmente contrario e mi batto alacremente al riguardo. Questi spazi sono belli e affascinanti proprio perché NON ci sono i nati climber. Oltretutto per renderli fruibili a loro, che tendenzialmente richiedono una maggior sicurizzazione (ovvero spit, ecc ecc ecc), dovremmo snaturare la bellezza e il fascino dei suddetti “spazi”. Cui prodest? Teniamoceli così come sono, questi spazi selvaggi e rischiosi.
Sono ormai più di 15 anni che io porto avanti la mia azione ideologica e “politica”, sintetizzata dallo slogan #piùmomntagnaperpochi (ne ho parlato a fondo anche in questi spazi web, e almeno dal 2019: se interessato a conoscere i dettagli cerca gli articoli in archivio): al contrario una montagna aperta a tutti è una montagna svalutata, denaturalizzata, sputtanata.
Battimelli. Come hai scritto, il buon senso spesso è una merce rara. Di solito se lo invochi sei oggetto di feroci insulti di vario genere, da quelli antropologici a quelli politici. Mi meraviglia che tu non sia stato aggredito. Forse ti ha fatto da scudo la tua fama nell’ambiente o forse si tratta di una tregua natalizia. Noto anche certe assenze, spero vivamente non dovute a problemi personali o di salute. Conviene dunque approfittarne 😀 Temo duri poco. Buon Natale sardo, a quanto ho letto.
@60. Crovella. Giusto per puntualizzare due cose che mi stanno a cuore, e poi la pianto lì.
“Personalmente sto sul lato alpinismo perché mi piace e mi diverte, mentre sull’altro lato non mi diverto”. Beh, questo è un problema tuo, non dei nati climber. Io mi diverto moltissimo.
“Se uno non sa oltrepassare i confini o i muri è un limite suo, non degli altri “cattivoni” che non lo vogliono”. Non è vero. E una delle principali funzioni di una scuola è precisamente quella di fornire all’allievo gli strumenti per oltrepassare i confini e i muri, perché se l’allievo non sa farlo molto spesso non è un limite suo, ma dell’ambiente in cui cresce.
“A molti vecchi (come me) non piace condividere il proprio tempo con i nati climber: troppe differenze, ci si da’ solo fastidio a vicenda”. Vedi com’è: a te le differenze finiscono per dare fastidio, io le trovo un elemento di arricchimento reciproco.
“E’ posizione molto diffusa nel mondo CAI”. Vero, purtroppo. Per fortuna il mondo CAI non è un monolite ingessato. Sono molto contento di aver vissuto in un sottoinsieme del mondo CAI dove quella posizione non era diffusa, e di aver dato il mio piccolo contributo nella scuola a far sì che si diffondesse una posizione diversa.
Infine, questa cosa che “non lo fanno perché non vogliono tornare indietro dai loro gradi elevati e abbassarsi alla gavetta” etc. etc. mi sembra una colossale corbelleria, che dimostra semplicemente che, per l’appunto, il mondo dei nati climber non lo frequenti e quindi non lo conosci, se non per stereotipi.
Quindi, “Che c’azzeccano, col testo di Amy, i nati climber”? Ci azzeccano e come. Bernard sa benissimo che il suo discreto appello non ha nessun bisogno di rivolgerlo agli alpinisti come lui. E’ un invito ai nati climber, per suggerire loro, senza diktat e senza nessuna puzza sotto il naso, che là fuori c’è dell’altro oltre alle falesie attrezzate a norma, e che questo altro è bellezza e piacere, e che vale la pena di preservarlo.
@61. Dai Fabio, 85 sono un po’ troppi… Ne riparliamo quando e se ci arrivo, per ora sono ancora abbastanza sotto.
Crovella, il bue che da del cornuto all’asino.
Cominetti: invece “conosco” eccome la materia “montagna”, altrimenti nessuno verrebbe a chiedermi di fare interventi, serate, conferenze o scrivere una pluralità di testi per riviste e libri del settore. Piuttosto mi pare che tu, come sempre, dimostri che vivi in un mondo tutto “tuo”, un mondo di ribellione al sistema (non solo della montagna) e parti dall’erroneo assioma che tale tua posizione sia quella fondante per tutti.
Crovella, come sempre, dimostra anche ‘stavolta la solita incompetenza. Si, perché di totale misconoscenza dell’argomento si tratta. Altrimenti non vedo diverse ragioni per sentenziare sempre su tutto. Specialmente su ciò che si pensa di conoscere senza conoscerlo affatto.
@ 55
«[…] vado a tirar plastica alla Rock It, insieme a un tipo che è stato mio istruttore quando ho fatto il corso di roccia, nel 1967.»
Ma come? Allora si può arrampicare fino a ottantacinque anni? 😉😉😉
N.B. Marcel Rémy arrampicò fino alla bella età di 99 anni (dicesi novantanove). Poi la trista signora con la falce decise che era tempo di mietere il grano.
Battimelli. Sempre per motivi anagrafici pure io sono nato alpinista e ho sconfinato, seppur marginalmente nell’ardamoicata pura. Personalmente sto sul lato alpinismo perché mi piace e mi diverte, mentre sull’altro lato non mi diverto. Ma non ho nulla contro i nati climber: semplicemente le cose vanno precisate. Se uno non sa oltrepassare i confini o i muri è un limite suo, non degli altri “cattivoni” che non lo vogliono. Mi spiego. A molti vecchi (come me) non piace condividere il proprio tempo con i nati climber: troppe differenze, ci si da’solo fastidio a vicenda. E’ posizione molto diffusa nel mondo CAI, specie nelle Sezioni più conservatrici e tradizionaliste. Io sono molto “caiano” di formazione e quindi, volente o nolente, sono inserito in queste fila. Ma nessuno vieta a un nato climber di avventurarsi nell’alpinismo: si tiri su le maniche, prenda i libri giusti, faccia la gavetta partendo da vie di III, si prenda le sue andate ecc ecc ecc… lo abbiamo fatto anche noi, 40 anni fa, no? E perché loro non lo fanno? Il punto è che non lo fanno ma non perché glielo vieto io, bensì perché non vogliono tornare indietro dai loro gradi elevati e abbassarsi alla gavetta del III e poi IV, alle nasate e al saper chiosare ecc ecc ecc.
Questo risvolto che è un po fuori tema si collega alla considerazione che il testo di Amy è profondamente intriso di alpinismo. Che c’azzeccano con questo testo, i nati climber? Nulla. Diverso per chi pratica in entrambi i terreni. Ma, appunto, dobbiamo individuare con precisione i sottoinsiemi umani, altrimenti si osanna il tutto e il contrario di tutto. Ciao!
@58. Crovella. Quelli come me, per pure ragioni anagrafiche, sono nati “alpinisti”, e molti sono diventati anche “climber”. Quelli che cominciano ad arrampicare oggi nascono – salvo rare eccezioni – “climber”, e molti vorrebbero diventare “alpinisti”. Ho l’impressione che, se non ci riescono, questo dipenda largamente anche dall’aver sbattuto il muso contro i rigidi muri divisori che qualcuno (non faccio nomi) vorrebbe erigere tra i due mondi.
Molti fanno entrambe le cose. Le riflessioni riguardano quei soggetti che io chiamo “i nati climber” (a maggior ragione se sul cemento) e rimasti tali, non chi sa giostrare su entrambi i terreni. Non vedo proprio come lo scritto di Amy, molto intriso di “alpinismo”, si colleghi ai “nati climber”
Ho incontrato Bernard Amy, con Salvatore Bragantini, l’anno scorso a Corvara e nell’occasione avevamo chiacchierato sull’argomento. Fondamentalmente avevo capito che ci si può divertire anche se la sosta è ben attrezzata. Infatti alcune delle vie classiche che avevano fatto ed avrebbero fatto, hanno le soste spittate o con fittoni.Le clessidre colorate in zona Cortina sono opera dei militari. Mi spiace per chi anela a sputare sempre fango sulle guide alpine dimostrando la solita invidia, oltre alla classica ignoranza. Ma vabbè.
Senza andare a fondo di argomenti tanto noiosi quanto ormai scontati, dico solo:
Battimelli for President!
quoto Battimelli, in toto.
L’articolo di Amy, che è sempre stato un precursore, ha un afflato di freschezza che prescinde della pippa mentale aggravata e continuata che caratterizza questa lunga serie di commenti.
A riprova che gioventù e età anagrafica non sono sinonimi…
Mamma mia, sempre le stesse tiritere…
L’antispigolo del Bosconero lo ho salito, venticinque anni fa, proprio con Bernard. Anche la Strobel (con un altro). E con Bernard (e altri vecchietti) sarò a fine anno in Sardegna, dividendoci tra vie trad a Surtana e vie spittate all’Oddeu (o viceversa)… E credo che ce la spasseremo alla grande. E ora vi saluto perché vado a tirar plastica alla Rock It, insieme a un tipo che è stato mio istruttore quando ho fatto il corso di roccia, nel 1967.
Il buon senso, questo sconosciuto.
Paragone da applauso
Vero Balsamo.
E poi la Rocchetta Alta di Bosconero con la KCF, Navasa, Stobel, Dorotei-Masucci. Una più bella dell’ altra. Se poi ci mettiamo la piccola Casera li sotto con il bellissimo ricordo della Monica simpatica e accogliente rifugista più unica che rara che purtroppo non c’è più.
Un vero regno il Bosconero
“La magnificenza che si ammira in fotografia è l’Antispigolo nordovest del Sasso di Bosconero”
Mi piace pensare che la scelta di associare il Sasso di Bosconero all’appello non sia casuale.
La zona è bellissima, forse non tanto conosciuta, rappresentativa di quei tesori di cui parla l’autore.
Magari proprio perché ancora (quasi) selvaggia.
Come lo sono anche altri angoli delle Zoldane, con l’auspicio che rimangano tali.
Bertoncelli. Te la prendi con i mulini a vento. Il blog è pieno di “sputatori”ma gli “spittatori”mi pare siano in minoranza. Capisco la prevenzione però…a mia madre over ‘80 che ando’ dal frate a protestare perché alla messa delle 18 frequentata da anziane signore tuonava contro gli eccessi della sessualità moderna il frate rispose “Hai ragione figliola, ma io mi alleno per la messa delle 11 di domenica”. Fai anche tu così? Saluti bagnati.
@49
Applausi a scena aperta
La magnificenza che si ammira in fotografia è l’Antispigolo nordovest del Sasso di Bosconero.
Al di là di tutte le disquisizioni ideologiche e financo filosofiche, chi osasse mai punteggiarlo di spit dovrebbe essere sbattuto in galera. Sarebbe come pretendere di ridipingere la pettinatura della Gioconda perché quella nel quadro non è piú di moda.
Fine della mia disquisizione.
@47
Io non ho mai messo nè metto davanti nessuno. Ho esperienza di entrambe le specialità e non provo a fare una classifica. Ho scritto quello che ho scritto perchè mi fa sorridere quanto leggo che chi scala sul IV/V proteggendosi è un artista e chi scala in falesia è un atleta nel senso diminutivo del termine….
ciao ciao
@45 è vero: penso esattamente così, come hai scritto nel tuo 45. Ne sono profondamente convinto da molto tempo e non mi smuovo da questa posizione. Non farmi riscrivere il commento precedente. Il succo è chi si muove in un certo modo è un “alpinista”, anche se arrampica solo sul IV (nemmeno sul V, ma sul IV), mentre chi fa ESCLUSIVAMENTE falesie/palestre NON è un alpinista. Questo penso e lo dico apertamente. Per le motivazioni della mia convinzione rileggiti il mio precedente commento.
@46 non è che sia vietato ritornare sul tema, è che – fra noi due – ti ho già chiarito direttamente più volte e da mesi la mia posizione ideologica, per cui è ridicolo ogni volta ripartire da Adamo ed Eva. Sul punto, abbiamo visioni inconciliabili: io metto gli alpinisti ideologicamente “davanti”, anche se fanno solo il IV, e non ho stima degli arrampicatori puri. Tu metti la capacità arrampicatoria davanti e quindi anteponi gli arrampicatori puri agli alpinisti.
A tavolino sono entrambe scelte legittime: io mi tengo la mia e tu tienti la tua. E’ inutile, nel senso che è “improduttivo”, che ci torniamo ulteriormente sopra: io resterò sempre della mia idea e tu resterai sempre della tua. Punto. Assodato ciò, che senso ha riparlarne ogni volta??? Lasa perdie, dicono a Torino. Ciao!
…..e comunque se anche ci fossi tornato sistematicamente sopra? è vietat0?
A te non capita mai di tornare su alcuni argomenti in modo sistematico?.
Lasciamo stare questo genere di commenti e stiamo ai contenuti, concordi?
ciao
Ci sono tornato sopra non tanto per riprendere le definizioni che tu riporti quanto per far notare un certo “alone” sottostante ad alcuni messaggi di questo capitolo che sintetizzo: “chi va sul V in montagna e se lo protegge, quello si che ha testa, intuito, sangue freddo. Chi scala in falesia è un atleta, tira prese, la testa e l’intuito non gli servono più di tanto, anzi molto poco”.
Posso essermi sbagliato…..
ciao
@31 l’avevamo già chiarito mesi e mesi fa, perché ci torni sistematicamente sopra?
Riprendo i concetti e sintetizzo: oltre a chi fa solo vie medie (quelli qui citate da Amy), nell’altro insieme umano c’è moltissima differenza fra chi fa sia vie alpinistiche che falesia/palestra (intendo strutture artificiali) e chi fa solo falesia/palestra. Chi fa sia vie alpinistiche che falesia/palestra, sviluppa in ogni caso una mentalità alpinistica e magari (bontà sua) la arricchisce di capacità strettamente arrampicatorie, allenandosi su gradi altri in falesia/palestra: questi sono ottimi alpinisti.
MA IO NON MI RIFERISCO A QUESTO SOTTINSIEME umano, bensì all’altro, quello di chi (magari anche su gradi alti, se non addirittura altissimi) si muove esclusivamente in falesia/palestra. QUESTI ULTIMNI NON SONO “ALPINISTI” (o, meglio, io NON li considero “alpinisti”): hanno tutta la legittimità di svolgere l’attività che li diverte e li gratifica, però sbaglia chi li considera gli eredi odierni dei sestogradisti degli Anni Trenta (da Gervasutti a Comici a Cassin…). L’arrampicata pura (senza anche una parallela attività su vie alpinistiche) NON è alpinismo, è arrampicata pura: un altro settore, come sci alpino e sci di fondo.
Fin qui si tratta di pure definizioni a tavolino: ognuno ha le sue, io credo che le mie siamo fondate, ma ammetto che si tratta di una mia visione personale e soggettiva. Il punto cardine, però, è che l’arrampicatore “puro” (ovvero colui che pratica esclusivamente arrampicata in falesia spittata o su strutture artificiali), se per caso si avventura su una via “alpinistica”, rischia di rivelarsi un cannibale all’ennesima potenza. Infatti saper fare il 9z NON incorpora in automatico altri concetti quali saper chiodare, saper posare i nut, saper fare soste autogestite ecc ecc ecc. La cosa più paradossale è che la figura da cannibale dell’arrampicatore estremo (ripeto: colui che normalmente opera solo su falesie/palestre) è tanto più elevata quanto più facile è la via “alpinistica” in termini di gradi arrampicatori. Questo perché si sottostimano le difficoltà “alpinistiche” di contorno.
Ovvero uno abituato a muoversi (in falesia) sul 9z, se per caso affronta una di queste vie di IV, tende a sorriderci su. Non ha dietro il martello (e anche se l’ha con sé, probabilmente non sa chiodare come Dio comanda), forse neppure i nut/friend, non ha cordoni né rinvii “lunghi”, non ha guanti-berretto-giacca a vento, né un po’ di cibo e di benade ecc ecc ecc: se è costretto al bivacco o se arriva il classico temporale dolomitico (con crollo drastico delle temperature), ci resta secco. Personalmente non piango: la montagna è severa.
Non è quindi la difficoltà che si supera in arrampicata ma quest’ultimo risvolto, il vero spartiacque fra chi ha una mentalità davvero “alpinistica” e chi non ce l’ha: che il primo ha coscienza che “la montagna è severa” e il secondo no. Tutto qui.
Dopo aver letto il “redazionale” di questa mattina, mi intriga e mi indigna sempre meno il tema di una sosta messa a posto su una via di quarto in quel contesto, che ormai ha preso una strada irreversibile e che non frequento più da anni. Sul problema del marsupio ognuno ha le sue ossessioni, effettivamente per qualcuno durano tutta la vita. L’industria farmaceutica ci ha costruito sopra un enorme business😀
E poi mettiamo anche una bella targhetta rivettata con il nome della via. Così non ci sono dubbi nell’individuare l’ attacco.
In fondo che problema è? I problemi, quelli veri, son altri nella vita.
Pasini mi dispiace per te. Ma noi, fortunatamente, siamo rimasti degli inguaribili immaturi.
A peoposito di dimensioni, qualcuno ti risponderebbe:
“lo vedi il marsupio ?!?!?” ahahahaha….
Caro Massimo, nessunissima cattiveria da parte mia , ti assicuro!
Sei tu che hai citato il divano e le soste che non tengono, io ho detto, in modo forse un po’ ellittico, che poco c’entrano con l’articolo di Bernard Amy e che lui non può certo essere accusato di scrivere da un divano.
Prendo atto che nemmeno tu lo fai e ne sono lieto. Io non l’ho mai nemmeno posseduto, un divano.
By the way, ho consigliato non solo a te ma a tutti di non cadere e non ti ho mai detto di stare a casa…
Quello che, credo, sostenga Bernard è che le vie in Dolomiti devono essere lasciate così come sono, specie le vie storiche; che le Dolomiti sono una grande riserva di terreno d’avventura.
Un’avventura forse piccola e senza pretese, per piccoli uomini come me, che certo non sono e non saranno mai grandi alpinisti, ma che così possono trovare e un tesoro da esplorare.
Se si inizia a pensare di “mettere in sicurezza” le soste, si finisce fatalmente con le spitovie certificate, le segnalazioni verniciate e magari i patentini.
Intendiamoci, non ho nulla contro le vie a spit e tantomeno contro gli atleti da 8a 0 la falesia (se non una certa invidia, intendo…) e tantomeno voglio demonizzarli o sostenere che quello non sia vera arrampicata.
Solo che sono una cosa differente, che comporta un approccio mentale differente e parte da condizioni differenti.
Proprio per questa differenza non è giusto, è da evitare e da combattere che l’approccio sportivo, da falesia, si imponga in un contesto che non è il suo. Differente, appunto.
Non sono contrario a priori a vie sicure, anche a spit, in montagna, se chi le apre le vuole così; e magari le ho pure percorse e apprezzate.
Di certo vorrei una certa umiltà e prudenza nell’aprirle, perché sono contrario a che venga ritoccato o snaturato quello che già c’è.
Di certo non voglio che la montagna venga assimilata alla falesia usando il cavallo di troia della sicurezza.
E non solo in Dolomiti: io toglierei i canaponi sul Cervino, sul Dente del Gigante e le catene sul Polluce, per dire…
Benassi. Sono assolutamente d’accordo. Il problema degli imbarazzanti confronti sulle dimensioni del pene dovrebbe essere superato con la maturità. A ciascuno il suo. La questione di qualche intervento mininvasivo sulla dimensione quarto è dunque molto pratica e triviale. Meglio lasciar riposare le trombe e i tromboni per altre cause più prioritarie. Almeno io la penso così. Buona notte.
Romantico e tecnico non sono per forza agli antipodi.
Il brutto è l’omologazione, è snaturare un itinerario per renderlo più fruibile, togliendogli identità e stile proprio.
L’antispigolo NW del Sasso di Bosconero,bellissimo, ripetuto negli anni’80, si sale quasi di corsa, per la bella qualità della roccia, il giorno prima avevamo salito lo Strobel alla Rocchetta Alta..in arrampicata libera, una gran via..
Pasini conosco benissimo il libro di Terray, ma ripeto quello che è utile o inutile non lo decidimo ne te ne io. Ad ognuno la sua visione nel rispetto degli altri. Non sono qui a fare classifiche, chi è meglio, chi peggio. Chi fa il terzo grado, chi fa il 7a. Chi fa le solitarie, chi le salite di misto. Quello che a me interessa è la non omologazione, difendere questa attività dalla monestra pronta da supermercato. Magari con la scusa della sicurezza , della fruibilità, di riportare in vita itinerari, si dice dimenticati…
Il gioco alpinismo non è solo difficoltà o gesto. Ci sono anche altri elementi: scelta dell’itinerario, proteggersi, avvicinamento, ricerca della via, discesa, rapporto col compagno, paura, gioia, rimuncia, storia dell’itinerario, conoscere gli apritori, bivacco. Elementi che contribuiscono a gratificare i “cercatori di emozioni” sia che si tratti di una via di III / IV grado, che di 7a.
E questi elementi devono essere lasciati liberi di agire e non preconfezionati dentro delle infrastrutture fisse. Inoltre c’è l’aspetto della storicità e del rispetto dello stile di come un itinerario è stato aperto. Questi spesso viene sacrificato anche per motivi economici con itinerari sviliti per facilitare l’uso turistico.
Pasini dice bene, mi pare piu’ un pretesto ruffiano per ‘fare gruppo’ e raccogliere facilmente i consensi dei lettori senior. L’autore avra’ pure fatto la sua storia ma le sue sparate indicano che e’ rimasto piuttosto al di fuori di quello che e’ l’ambiente dell’arrampicata moderna in Francia.
Sui commenti concordo al 100% con Enri. Del resto gli arrampicatori di 30/40 anni che salgono vie da proteggere frequentano regolarmente le falesie ( e anche – orrore! – le palestre), e sanno bene che per muoversi con disinvoltura sul 6 con protezioni tradizionali/mobili richiede un livello 7 in falesia. Le due cose non sono in contraddizione ed anzi si complementano naturalmente e senza patemi etici.
@32
Esatto!
ciao a tutti. Mamma mia quanta cattiveria in certi commenti tipo il #21 di Massimo nei miei confronti o il #7 di Matteo sempre nei miei confronti.
Allora sto arrampicando da troppi anni in Dolomiti e su livelli medi (VI e VII grado) e non frequento vie plaisir in Dolomiti ma preferisco le belle classiche.
Ho detto che molte soste non tengono un volo… vi sfido a dimostrare che ciò non è vero.
Non ho mai sostenuto di spittarle ma mi auspico che piano a piano vengano sostituite con chiodature più moderne (come auspico DinoM al commento #28).
Girando vedo che pochissimi hanno il martello e questa è una brutta abitudine almeno su certi itinerari. Io lo porto via o meno a seconda degli itinerari che scelgo.
Mi è stato consigliato di non volare… beh quello l’ho imparato anch’io in 42 anni di vie in montagna NON plaisir.
Mi è stato consigliato di stare a casa… beh finchè posso arrampico in montagna ed in falesia e mi alleno e mi diverto.
Mi è stato detto che mi piace il divano… beh a chi non piace rilassarsi dopo una bella via? Sicuramente ho consumato più scarpette che divani.
Vi lamentate perchè intervengono sempre i soliti quattro gatti? Ma per forza perchè molti sembrano zitelle inacidite pronte a saltare alla gola ai nuovi intervenuti.
Per concludere apprezzo molto l’intervento #31 di Enri… che spazza via molti luoghi comuni alla Crovella (per intenderci). Chi fa i gradi alti non è diverso da chi ravana sul quarto grado ed in genere chi fa i gradi alti in montagna è veramente una spanna sopra a noi tutti.
Enri. Per la precisione l’articolo e le foto parlano di 3 e 4 grado in Dolomiti e del fatto che queste vie andrebbero lasciate non attrezzate. Va bene. Giusto. Se su queste vie metti poi a posto qualche sosta non peggiori il mondo e non togli nessuna avventura a nessuno. Di cosa stiamo parlando? Nella Disneyland per eccellenza poi. Tempeste in un bicchiere d’acqua.
Come sottofondo ad alcuni commenti noto (forse mi sbaglio) l’eterna volontà’ di demonizzare gli atleti dei gradi alti in arrampicata sportiva ( atleti si ma senza testa, intuito e chissà’ senza cos’altro) e santificare quelli che invece si sanno scalare perché’ salgono vie da proteggere, loro si che sanno scalare, gli altri sono scimmie con qualche neurone, ma giusto un paio…non di più’.
Diciamo un paio di cose con chiarezza:
la maggior parte dei climber attuali e anche meno recenti potenzialmente non sa posare un dado ne’ attrezzare una sosta dal nulla. Vero. Se vogliono possono sempre imparare.
La maggior parte di coloro che sale solo vie di difficoltà’ classica ( quinto, sesto grado? Di questo stiamo parlando giusto?) non ha la più’ pallida idea di quanta tecnica, intelligenza motoria ( per non parlare delle qualità’ fisiche) serva per scalare con disinvoltura in falesia a spit su gradi da 7a/7b in su. Quindi prima di dire che chi sale vie spittare e’ solo un mucchio di bicipiti e dorsali pensiamoci bene. Se poi invece vogliamo fare un discorso serio sull’arrampicata libera e da proteggere su vie di alto livello allora è’ tutto un altro paio di maniche e siamo tutti certi che per salire certe vie bisogna essere dei bravissimi alpinisti e climber provetti, dei fuoriclasse su tutto.
A me sta cosa che, per fare un esempio, i climber in falesia fanno il 7a ma se poi li porti su una via di V non sanno proteggersi e non si muovono a me non ha mai convinto, forse perché’ ho vissuto tutte queste specialità’ e non le ho mai trovate in contraddizione.
Tra l’altro se oggi andate a dire ad un climber da falesia che non sa attrezzare una sosta mica si offende, probabilmente vi chiederà’ semplicemente di insegnarglielo.
Sul tema dell’articolo sono d’accordo, vie aperte con protezioni amovibili dovrebbero rimanere tali. Detto questo se uno spit in sosta può’ evitare che qualcuno ci lasci le penne non mi scandalizzo più’ di tanto.
Benassi. Si tratta di una citazione ironica di un testo famoso che sicuramente ben conosci “Conquistatori dell’inutile”. Lo scopo era invitare a mantenere un certo senso delle proporzioni e della misura. Proprio quella misura e discrezione che dovrebbe indurre la frequentazione della montagna e che l’autore del post appunto propone, criticando un certo “gigantismo” alla francese. Se possibile, lasciamo la retorica, spesso condita di frasi fatte, sempre uguali e precotte, ad altre attività più adatte a soddisfare certi bisogni di enfasi e di colore.
È il trapano quanto costa?
Riduciamo il nostro rapporto con la montagna ad un fattore economico?!?!?
Sulle vie di 4° ho scalato molti anni dalle più famose e ripetute alle sconosciute. Allora se volavi ti rompevi forte. Già da molti anni è diverso. Le protezioni veloci hanno reso un po’ più sicure anche quelle vie. C’è l’invecchiamento fisiologico dei chiodi. Le soste, salvo clessidre o casi particolari, vanno fatte ( almeno io) a chiodi in dolomiti. Un chiodo da roccia costa 18/20 euro. Uno spit inox 4.
Verità e basta, non è rispettoso ferrare tutto.
Però per favore lasciamo da parte l’arte, che è tutt’altra cosa. Qui al massimo, ma con la manica molto larga, potremmo scomodare una certa forma di artigianato, ma solo per chi i cunei e i chiodi se li faceva a mano in cantina. Roba di almeno 50/60 anni fa, ma non utilizzerei di certo nemmeno il termine “artigianato” per saper fare una sosta. Chiamatelo ingegno, esperienza, capacità manuale, questi o altri termini più adatti a descrivere un’operazione che non è necessario essere artisti per realizzare.
23@ Pasini non cerco ne’ gloria ne’ contrapposizione , parliamo di vie di quarto grado dove se cadi e non hai saputo mettere protezioni aggiuntive sei morto. Tu non vuoi vedere che sulle vie di media difficolta’ proprio ”l’arte di arrampicare ” e’ necessaria? A meno che, ovviamente le riempi di placchette lucenti alle soste ed in via. Nel qual caso non serve essere artisti, basta essere atleti, che delle vie di 5 grado non sanno che farsene. Ma prova ad essere un quintogradista e sbagliare itinerario allora si che l’avventura di precipita addosso… mentre un artista se la puo’ beatamente cercare Saluti e Buon Natale 🙂
Pasini non generalizzare, sarà inutile per te.
“Saper arrampicare vuol dire essere anche un artista….” Urca… stiamo parlando di vie classiche sul quarto grado da fare per sano divertimento domenicale o per vecchie glorie sul viale del tramonto del tipo “provaci ancora Sam. Poi sicuramente il senso di avventura è relativo, come ha ribadito anche Gogna in un recente post, però insomma manteniamo sempre la percezione delle proporzioni. Altrimenti si cade nella retorica con il rischio di diventare un po’ patetici.
No no. Spietate no!
Spittate
In merito al commento di Massimo Bursi…
La soluzione è restare a casa e non affrontare avventure alpinistiche, oppure vie spietate che a mio avviso cominciano ad annoiare più di qualcuno.
Saluti e buon diverimento
Vediamo…
Mah….sarà. Io non mi sento tirato in causa, perché quando posso vado ancora a fare cosette da attrezzare completamente applicando quanto imparato nel giurassico. Però francamente “esageruma nen”. Secondo me si esagera un po’troppo con l’ideologia (se volete chiamatele pure pippe) su queste “conquistine” dell’inutile: si sta parlando di roba sotto il 5a. Una sostina fatta bene non è poi così riprovevole e magari fa piacere, senza trasformare tutto in plaisir alla svizzera (anche se francamente qualche bella vietta svizzera classica la trovo divertente e rilassante. Sarò sicuramente senile, ma forse bisognerebbe usare un po’ di buon senso e di profilo basso. Che poi mi sembra l’atteggiamento dell’autore. Non c’è ogni volta bisogno di smuovere i grandi pilastri e di scomodare un’intera orchestra sinfonica. Ben altre sono le sfide che la vita ti pone. In fondo è tempo libero, per chi non è un professionista della montagna o del suo indotto editoriale & c.
@Pasini al 6 e @ a Mario al 17. Pasini colpito e affondato.
6@ Vedo una differenza sostanziale che tu non vedi tra ‘arrampicare’ e ‘sapere arrampicare’, dove se la prima richiama abilita’ tecnico atletiche la seconda racchiude in se’ la quintessenza della scalata in montagna. Sapere arrampicare vuol dire essere anche un artista, e gli artisti hanno tra le loro licenze poetiche anche quella -marginale- di cercarsi a naso la strada intorno alla valutazione del rischio. Non e’ una sosta ben attrezzata che abbatte il rischio, ma l’ essere in grado di attezzarne una come si deve perche’ ne sei capace. Splendido lo scritto di B. Amy , nel mondo arido di placchette lucenti e’ una ventata di aria fresca. Grazie Alessandro per averlo proposto.
si chiama LUNA PARK
Bravissimo Bernard !
Personalmente sono convinto che ,in particolare su via di grado classico, le vie naturali da proteggere producono negli alpinisti gioia e soddisfazione decisamente superiori rispetto alle vie attrezzate.
E quoto Luciano per la modernizzazione delle vie classiche citofonare alle guide alpine.
Condivido in pieno la posizione di Bernartd Amy, ma altrettanto condivido le considerazioni di Pasini. Sembra che ci sia contraddizione, ma non è così. Cerco di spiegarmi sinteticamente: l’obiettivo è individuare e soprattutto adottare un comportamento che sia il giusto mezzo fra due spinte contrapposte e antitetiche.
Non sono affatto un sostenitore della spittatura ossessionante, anzi. Lo spit è stato il grimaldello per un approccio sportivo e quindi superficiale, edonistico, consumistico, alla montagna (ovviamente non solo lo spit: è uno dei tantissimi elementi della montagna “malata”). In particolare dobbiamo avere ben chiaro che arrampicare su strutture esclusivamente spittate (anche naturali, ma a maggior ragione se artificiali, esterno o indoor non importa ) NON è alpinismo. Il climber da 9z di oggi NON è l’erede dei sestogradisti degli Anni Trenta. Sono due attività completamente diverse e non vanno mescolate: chi si definisce alpinista trova il proprio terreno di gioco in pareti come quelle citate da Amy, non nei luna park spittatissimi.
Di conseguenza: mettersi io gioco va bene, anzi è il sale dell’andar in montagna (su roccia, su ghiaccio, con gli sci, o anche sui semplici sentieri), ma – dall’altra – occorre sempre una gestione manageriale del proprio comportamento.
Affrontare la montagna come fosse una roulette russa è un approccio “criminale”. Criminale verso se stessi, verso i propri famigliari e, non ultimo, anche verso la società. In parole povere giocare alla roulette russa in montagna è un atto di estremo egoismo sotto ogni punto di vista e come tale l’ho sempre criticato con asprezza.
Conclusione: io appartengo all’impostazione per cui andar in montagna è sicuramente “ricercare avventura” (e, in quanto tale, non può svilupparsi su terreni esclusivamente spittati o, in generale, “sicurizzati”), ma la sicurezza deve provenire dal proprio modo di comportarsi, cioè dalla scelte individuale: saper scegliere a tavolino l’itinerario adatto a quel particolare momento (anche soggettivo, cioè in funzione del proprio allenamento e delle motivazioni emotive in essere), saper partire all’ora giusta, tenere il giusto trend di svolgimento, saper tornare indietro, saper gestire ogni risvolto sia ordinario che imprevisto (quindi dal saper chiodare alle eventuali manovre di auto-soccorso), addirittura saper scegliere il compagno “giusto” per quell’itinerario o per quel particolare momento di vita. Questo io insegno, da oltre 40 anni ormai: che il tasso di rischio lo si può contenere attraverso un oculatissimo comportamento individuale.
Quindi se per avventura consideriamo la libertà sfrenata (es: di fare quello che si vuole, di partire all’ora che si vuole, di andare e venire come si vuole, di farlo con qualsiasi tipo di compagno ecc ecc ecc ), ebbene affermo che questo specifico approccio NON è alpinismo. Non è alpinismo né lo spit elevato a sistema né, all’opposto, la libertà sfrenata elevata a sistema.
Invece se si ha un approccio intermedio (ovvero: in montagna ricerca dell’avventura, ma capacità manageriale di comportarsi sempre in modo equilibrato e maturo), e uno come Amy per definizione ha un approccio del genere, è ovvio che le pareti dolomitiche in questioni (e mille altre luoghi) sono il paradiso per l’alpinista, per il “vero” alpinista.
Però non basta dire: andateci. Occorre dire: andateci sapendo fare tutte le cose per benino.
Gli unici che si permettono di “mettere in sicurezza” le vie classiche non sono di certo gli arrampicatori della domenica. Nei dintorni di Cortina molte di queste vie hanno le soste a fittoni e spesso le clessidre dipinte di rosso, hai visto mai che passino inosservate!.
Citofonare “guide Alpine”.
Da applauso!!!
Il problema è che c’è chi è convinto che conta solo il gesto, la difficoltà tecnica. Mentre il resto come: ricerca dell’itinerario, incertezza, il sapersi proteggere, siano solo problemi da eliminare, ma non domande a cui dare una risposta con la nostra abilità.
Questa però è la tendenza.
E ti sembra una cosa positiva?!?!?
Saper chiodare bene, mettere un buon chiodo, non è meno importante e appagante che arrampicare bene
Sono felice e grato all’autore.
Montagna pulita, preserviamo l’avventura.
Articolo bellissimo. Sposo in pieno questa filosofia.
Massimo Bursi “Tutto bello e poetico specialmente stando seduti sul divano… ma quante soste dolomitiche terrebbero un bel volo?”
a parte che sono sicuro che tu abbia consumato almeno 10 volte i divani di Bernard, se le soste dolomitiche non tengono un bel volo hai tre possibilità:
1 – non voli
2 – sei capace di renderle sicure
3 – vai altrove finché non sarai capace di soddisfare i primi due punti
Merci mosieur Bernard, et chapeau!
Mettere in gioco la propria vita (non sto parlando di vie “facili”, anche se pure su quelle si può crepare, ma è un fatto probabilistico), godere della botta adrenalica e poi della pace conseguente (“ anche oggi sono sopravvissuto, che bello vivere!”) è qualcosa che attira molti, soprattutto in certe fasi della vita, tendenzialmente quando c’è molta sabbia nella clessidra. Penso che tutti, più o meno, a seconda del loro livello di ingaggio abbiano avuto queste esperienze “mistiche”. Tuttavia non ne farei una “virtù” ma piuttosto un orientamento personale (magari ancge contingente e temporaneo). Non necessariamente da generalizzare imponendolo agli altri. Uno se lo può anche cercare andando a trovarsi luoghi appartati o poco frequentati o non usando le soste e le sicurezze. Questo ovviamente non vuol dire creare ovunque autostrade spittate. Tuttavia, come detto da altri, qualche sosta a regola su vie frequentate non fa del male a nessuno, soprattutto considerando ben altre barbarie che girano sui monti.
Splendido articolo per me che ho 72 anni. Ho arrampicato con Walter Bonatti ed oggi arrampico ancora. Temo che purtroppo i giovani che incontro oggi in parete, salvo rare eccezioni, non lo condividano e non riescano neppure a comprenderne il pensiero. Walter mi parlava sempre di Avventura, l’arrampicata oggi cosa sia l’avventura l’ha quasi completamente dimenticato, è diventata semplicemente uno sport come tanti altri, uno sport bello ed affascinante certo, ma l’avventura era ed è tutt’altra cosa..
Tutto bello e poetico specialmente stando seduti sul divano… ma quante soste dolomitiche terrebbero un bel volo? Molte delle soste sono integrabili con friends ma alcune sono proprio obbligatorie e veramente vecchie.
(e molti di noi non usano più il martello!)
Bell’articolo, sembra che per almeno qualche aspetto i francesi ci invidiano! 😉
Volesse dio che venisse ascoltato da guide e cai a caccia di “sicurezza”
Ma questo è un inno alla gioia!