L’essenza dell’uomo in Feuerbach

L’essenza dell’uomo in Feuerbach
(dal De Ratio all’Essenza del Cristianesimo)

Freie Universit ät Berlin Institut für Philosophie Hausarbeit für das Modul “Theoretische Philosophie I” Vorlesung: Modelle der Religionsphilosophie Dozent: Ugo Perone Studentin: Petra Gogna, M.A. 1. Semester, Matr. 5249757.

Introduzione
L’idea di questo saggio nasce dall’acceso interesse che gli scritti di Ludwig Andreas Feuerbach hanno suscitato in me, per via dei temi che questo scrittore ha trattato nell’arco di tutta la sua produzione filosofica e per la potenza degli esiti a cui è arrivato. Il fascino che, in quanto studiosa di filosofia della religione, le tesi feuerbachiane hanno esercitato su di me, non è sicuramente motivo di stupore: già per i giovani rivoluzionari della Germania di fine ‘800 infatti erano fonte di ispirazione ed entusiasmo. Questo credo sia dovuto al fatto che nonostante le problematiche che Feuerbach affronta appartengano all’ambito dell’ontologia, della metafisica e della religione, le soluzioni che propone confluiscono in una dimensione intrinsecamente umana e concreta. Tematiche come l’essenza di Dio, la morte, la dialettica finito-infinito, la ragione e la coscienza di sé vengono esposte ed analizzate con un approccio sì teoretico ma che sempre rivela il medesimo fine pratico: l’uomo. Per questo credo che si possa parlare di una sorta di “umanesimo” feuerbachiano, dal momento che lo sforzo evidente di questo filosofo è stato quello di mostrare come teologia, religione, antropologia e filosofia nascono tutte dalla stessa radice e trattano tutte lo stesso soggetto, seppur con lessici e logiche diverse.

Ludwig Feuerbach

Ho deciso di addentrarmi nello studio del pensiero di questo filosofo fino ad imbattermi nella sua tesi di laurea Über die eine, allgemeine und unendliche Vernunft che è stata originariamente scritta in latino con il titolo De infinitate, unitate atque comunitate rationis e che citerò da qui in avanti utilizzando l’abbreviazione De ratio. Dopo aver constatato che questo testo non conosce una traduzione in italiano, con la triste conseguenza che nella critica italiana le tracce ed i riferimenti ad esso sono praticamente inesistenti, ho deciso di applicarmi nella traduzione dei suoi passi, a mio avviso, più cruciali per poi tentare una comparazione tra questi e l’opera più celebre di Feuerbach L’essenza del cristianesimo. Nel mio lavoro propongo un’analisi puntuale di alcuni estratti da me tradotti del De ratio con l’obiettivo di instaurare una correlazione tra questi e i passaggi dei primi due capitoli dell’Essenza del cristianesimo che mi sono sembrati corrispondenti per significato, nella convinzione che quest’ultimi possano essere più chiari attraverso il collegamento e l’integrazione con i primi.

L’intento di questo scritto consiste dunque nel voler mostrare come e in quale misura alcune tematiche dell’Essenza del cristianesimo siano già contenute “in nuce” nel De ratio. I concetti scelti sono sia nell’Essenza del cristianesimo che nella struttura generale della filosofia di Feuerbach, in stretta correlazione gli uni con gli altri e costituiscono la base teorica per comprendere da una parte lo sviluppo dell’opera, dall’altra il cuore del pensiero dell’autore.

Verranno analizzati il concetto di pensiero (das Denken), di ragione (die Vernunft), di coscienza di genere (das Gattungsbewusstsein), di morte (Tod) e quello di essenza dell’uomo (das Wesen des Menschen).

I. Essenza del Cristianesimo, dialettica finito-infinito e confronto con Hegel
Prima di iniziare con l’analisi dei testi, è opportuno delineare la tesi cardinale dell’Essenza del cristianesimo, poiché è in relazione a questa che la trattazione delle tematiche scelte acquista un significato organico. L’idea principale dell’opera è che la teologia è in realtà antropologia e che quindi il significato nascosto del cristianesimo è l’ateismo.

Questo pensiero, che a prima vista sconcerta per la sua originale e profonda brutalità, affonda le sue radici nella filosofia del grande maestro di Feuerbach, Georg Wilhelm Friedrich Hegel e ora si vedrà in che senso. Quando dice che teologia è antropologia, Feuerbach intende dire che tutto ciò che è divino nella religione è una proiezione nell’oggetto-soggetto “Dio” degli attributi essenziali dell’uomo, cioè dei predicati della natura umana. Feuerbach vuole dimostrare che l’idea di Dio è in realtà un composito di aggettivi umani, con la conseguenza che ciò che viene venerato come divino non è nient’altro che una sintesi in forma oggettivata delle perfezioni umane. Analogamente ad Hegel, anche Feuerbach vuole affermare la realtà oggettiva dell’universale, rappresentato non più dallo Spirito assoluto ma dall’essenza umana. Nella Fenomenologia dello spirito Hegel afferma che il mondo è l’oggettivazione e il dispiegarsi dello Spirito assoluto, ed è a partire da questa tesi di fondo che egli descrive il processo di reificazione di predicati astratti come “pensiero” prima in forma di oggetto e poi in forma di agente, attraverso la figura dello Spirito Assoluto.

Feuerbach, primo esponente della sinistra hegeliana, rielabora la teoria del maestro cercando fino all’ultimo di mostrare come dietro alla figura dello Spirito assoluto si celi l’essenza dell’uomo.

Se per Hegel il mondo era oggettivazione e dispiegamento dell’Assoluto, Feuerbach vuole mostrare, seppur non esplicitamente, come l’Assoluto sia a sua volta l’astrazione in forma reificata dell’essenza umana.

Se quindi per Hegel la religione rivela il dispiegamento dell’infinito (lo Spirito assoluto) nel finito (nel mondo), per Feuerbach la religione è un processo di autoconoscenza del finito (l’uomo) rispetto alla sua essenza (una e infinita), che egli appunto oggettiva e divinizza nel concetto di Dio.

Non è più lo Spirito Assoluto a guadagnare autocoscienza attraverso l’oggettivazione e realizzazione di se stesso nel mondo finito, ma è invece lo spirito finito, cioè l’uomo, che perviene ad un’autocomprensione della sua natura infinita, della sua essenza, attraverso l’esternazione o oggettivazione della sua essenza nell’idea di Dio.

Alla base di questa tesi è da rintracciare la teoria di fondo, sempre di origine hegeliana, secondo la quale l’uomo coglie la sua essenza nel momento in cui la proietta fuori da sé, nella forma di un oggetto, che poi finisce per diventare soggetto, un altro essere, Dio. L’uomo oggettiva la propria essenza, trasforma cioè in oggetto gli attributi propri della sua specie, per poi elevare questo oggetto a soggetto esterno e indipendente (Dio-creatore) e ridurre se stesso ad oggetto di quest’essenza oggettivata (Uomo-creato).

In questo senso Dio “è l’essere rivelato, il sé espresso dell’uomo” e il compito che la filosofia deve assumere secondo Feuerbach consiste proprio nello svelare questo processo di proiezione dei predicati umani nell’idea di Dio e restituire loro la natura umana, il valore materiale, terreno ed immanente che gli sono propri, per valorizzarli come reali e “pratici”: l’intento della “nuova filosofia” è quindi in ultima analisi politico poiché, nel restituire all’uomo tutti i predicati spirituali che per natura appartengono a lui e non a Dio, mira a costituire una nuova coscienza unitaria del genere umano.

Il termine “proiezione” (Projektion) è usato raramente nei testi feuerbachiani. L’espressione che il filosofo utilizza più spesso è invece “oggettivazione” o “oggettivare” (Vergegenständlichen), di radice hegeliana. Sia proiezione che oggettivazione rimandano al significato di alienazione, termine che avrà molto successo grazie all’altro importante esponente della sinistra hegeliana, Karl Marx. In Feuerbach l’uomo proietta, oggettiva e quindi aliena se stesso in un altro essere per conoscersi, per prendere cioè piena coscienza di sé. Riportando quanto scrive Van A. Harvey nel suo studio (1) si può dire che la differenza con Hegel è che per Feuerbach questo processo di auto individuazione attraverso la proiezione in un Altro ha una radice ben più concreta e si rifà al reale incontro con l’altro Tu, mentre per Hegel il Tu è rilegato al piano puramente logico. Per Feuerbach il processo di presa di coscienza dell’umanità rispetto alla propria essenza, attraverso l’Altro (Dio), è strettamente collegato alla presa di coscienza del singolo (Io) rispetto alla propria individualità. A onor del vero, bisogna tener presente che è stato Hegel il primo ad affermare che la condizione di possibilità dell’autocoscienza risiede nella coscienza dell’altro, il che vuol dire che l’Io esiste veramente solo come un essere autoriflesso rispetto ad un Tu, per il quale l’Io si ritrova ad essere un oggetto. Ma in Hegel questa auto differenziazione dell’Io dal Tu rimane sul piano della coscienza, mentre per Feuerbach è mediato da un incontro reale e concreto con un Altro.

II. Gattungsgefühl è l’unità dell’Uno e dell’Altro
L’essenza del cristianesimo inizia con l’affermazione che “La religione riposa sulla distinzione essenziale dell’uomo dalla bestia” (2) e cioè sulla coscienza. In questo senso Feuerbach spiega che “si ha coscienza nel significato più rigoroso della parola quando un essere è consapevole della propria specie, della propria essenza. La bestia è consapevole di sé come individuo, percepisce se stessa come essere, ma non si conosce specie; è priva quindi di coscienza, termine che deriva da conoscere” (3).

L’uomo è cosciente da una parte di essere un determinato individuo, dall’altra di appartenere alla specie “essere umano” e ha così coscienza della propria specie, della sua essenza in generale: è capace di pensarsi, oggettivarsi come un essere umano in generale. La coscienza è quindi determinante poiché implica la facoltà connaturata in ogni uomo di rendere oggetto di pensiero i predicati essenziali della propria specie. L’animale ha la percezione di se stesso come individuo e forse anche di appartenere ad un gruppo di suoi simili con i quali, in un modo o nell’altro, comunica, ma non ha di certo la consapevolazza della sua specie in termini astratti: Il lupo, per esempio, sa di essere vivo, comunica a suo modo con gli altri lupi, ma non sa di essere un lupo, non ha coscienza della specie “lupo” sciolta e scorporata, per così dire, dal qui ed ora.

(1) Van A. Harvey, Feuerbach and the interpretation of religion, Cambridge University Press, Cambridge, 1995.
(2) Ludwig Feuerbach, L’Essenza del cristianesimo, Feltrinelli Editore, Milano, 6, 2018, Traduzione dal tedesco di Camilla Cometti, pp. 23.
(3) Ivi, pp. 23.

La coscienza di specie (das Gattungsbewusstsein) è il tratto distintivo dell’uomo, ciò che lo distingue dalla bestia, e viene qualificata nell’Essenza del Cristianesimo come l’essenza dell’uomo (Wesen des Menschen) e soprattutto l’oggetto della religione.

Prima di esaminare in che cosa consiste esattamente questa essenza dell’uomo (das Wesen des Menschens) che è la coscienza di specie, ci soffermeremo sulla correlazione che vige tra la coscienza di specie e la facoltà di avere coscienza dell’Altro, di cui s’incontra una lunga trattazione nel De ratio.

Nell’Essenza del cristianesimo Feuerbach scrive: “L’uomo è per se stesso in pari tempo Io e Tu, può porre sé al posto dell’altro, appunto perché non solo la sua individualità, ma anche la sua specie, la sua essenza, possono essere l’oggetto del suo pensiero (4)”. Come già evidenziato, questo argomento è una variazione dell’analisi hegeliana della coscienza e dell’auto-differenziazione esposta nella Fenomenologia dello spirito, opera in cui Hegel afferma che la condizione di possibilità dell’autocoscienza è la coscienza dell’Altro e che quindi l’Io esiste come un essere auto riflesso rispetto ad un Tu, per il quale è oggetto.

La relazione Io-Tu veicola diverse relazioni dialettiche: genera la coscienza di essere un Io separato da ciò che lo circonda, la coscienza del Tu come un altro individuo separato da me e allo stesso tempo come me, la coscienza di appartenere ad una specie e infine la coscienza dell’essere umano in generale: per la coscienza umana dunque la coscienza del Tu equivale alla coscienza di genere.

La stessa tesi viene affermata nel De ratio che, in quanto tesi di laurea e quindi primo scritto ufficiale dell’allora giovanissimo Feuerbach, presenta una marcata enfasi idealista e un considerevole accento hegeliano.

(4) Ivi, pp. 24.

Già nelle prime battute di quest’opera si ritrova la stessa argomentazione riguardante la differenza essenziale tra l’uomo e l’animale. Il tema principale della prima parte è l’essenza del pensiero (das Wesen des Denkens) in quanto è proprio la facoltà di pensare, intesa in senso rigoroso, ciò che differenzia l’uomo dall’animale e quindi ciò che risulta essere l’essenza dell’uomo. In realtà, lo vedremo più avanti, nell’ultimo capitolo del De ratio l’essenza dell’uomo viene ad identificarsi con l’essenza della ragione (Wesen der Vernunft), di cui il pensiero emerge come l’attività essenziale. Si dirà infatti che la ragione è attività (Tätigkeit) che avviene nel pensiero (das Denken). Perciò prima di procedere alla trattazione dell’essenza della ragione, Feuerbach esamina accuratamente, e noi con lui, il pensiero (das Denken) e la sua correlazione con l’autocoscienza (Selbstbewusstsein).

Nel descrivere la natura del pensiero puro (die Natur des reinen Denken), egli afferma che l’animale non è in grado di pensare alla sua specie in modo oggettivo – come specie tra le altre specie – limitandosi così ad avere coscienza di sé come un ente.

Pensare in modo rigoroso (das reines Denken) significa invece pensare l’universale: la natura del pensiero è “l’unità dell’Uno e dell’Altro (die Einheit des Einen und des Andern) (5)”, pensare vuol dire riuscire ad astrarre l’altro come “un altro Io” e quindi come “Altro in generale”.

“L’uomo è in generale gli uomini; ognuno comprende gli altri dentro di sé, poiché ha la coscienza di essere uomo. In questa coscienza mi riconosco sì come questo Singolo (o Individuo), ma altrettanto come uomo in generale, entrambe le cose sono inseparabili; nella coscienza di me stesso è compreso l’Altro; quando mi ri-conosco, vale a dire quando affermo me stesso, affermo anche l’Altro (l’uomo in generale); e con ciò non sono più un singolo qualunque, come lo è un essere naturale (l’animale o la pianta), che non si ri-conosce. Il sapere se stesso e il sapere l’Altro sono la stessa cosa e in un questo sapere consiste l’unità di me con l’Altro (6)”. Anche nell’Essenza del cristianesimo viene detto che solamente un essere per il quale l’essenza della sua stessa specie è oggetto di pensiero, solo lui, può oggettivare altre cose o altre essenze secondo la loro essenza. Nel De ratio viene individuata dunque nel pensiero (das Denken) quella capacità di astrazione, che è prerogativa dell’essenza umana e che innalza l’uomo alla conoscenza dell’universale.

(5) Ludwig Feuerbach, De infinitate, unitate atque communitate rationis. Disputatio inauguralis scripsit Ludwig Feuerbach (Über die Unendlichkeit Einheit und Allgemeinheit der Vernunft), traduzione in tedesco di Manfred Hiller, Traduzione in Italiano di Petra Gogna, in Ludwig Feuerbach Werke in sechs Bänden Hgg. Erich Thies, Frühe Schriften (1828-1830), 1, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1975, pp. 22.
(6) Ivi, pp. 23.

Caratteristica del pensiero è infatti il saper riportare le differenze ad un’unità, in altre parole di conoscere attraverso concetti universali e di riunire in questi le cose che alla sensazione appaiono diverse e molteplici. “Nel pensiero la moltitudine delle cose si raccoglie, viene sintetizzata e diventa concetto (Begriff) (7)”. Le differenze evidenti tra me e un altro individuo, che annunciano un contrasto (Gegensatz) e che creano distanza (Abstand) tra noi, nel pensiero vengono rovesciate e “l’unità diviene visibile e reale al posto dell’opposizione (Entgegensetzung) dell’Uno e dell’Altro […] e io stesso sono, nel momento in cui penso, quest’essenza dell’uomo, la sua unità (8)”. Continuando nella sua analisi del pensiero come “momento” in cui le differenze convergono in un’unità, Feuerbach suggerisce il concetto di “Mit-denken”, pensare insieme, affermando che “nel momento in cui io penso, posso essere l’Altro e posso esserlo realmente: il suo essere (sein Wesen) e altrettanto mio e ciò che in me è la cosa più intima, ciò che da me è inseparabile (cioè i miei pensieri), vale ed è uguale anche per l’altro (9)”. Nel De ratio la prerogativa del pensiero è quindi “Einheit schaffen” cioè la disposizione a creare unità: il pensiero viene inteso come un’attività (Tatigkeit) in cui due vengono ad essere uno e questo non vale solo per il riconoscimento dell’essenza universale degli uomini, unica ed infinita, dove due individui si riconoscono appartenenti alla stessa specie, ma anche per tutte le cose del mondo: il pensiero è per Feuerbach la forma universale e in sé infinita per la quale la natura di tutte cose è l’unità (Einheit), l’interezza (Ganzheit), la totalità (Allheit), l’infinità (Allgemeinheit). In altre parole come per gli occhi i colori e per le orecchie i suoni, il pensiero ha come suo oggetto gli universali.

Abbiamo cercato finora di mostrare come la coscienza di specie (Gattungsbewusstsein) che nell’Essenza del cristianesimo è l’origine e l’oggetto della religione, sembra derivare, attraverso l’integrazione con il De ratio, da una coscienza preliminare cioè la coscienza dell’Altro, che a sua volta scaturisce nel pensiero, descritto appunto come l’unione dell’Uno e dell’Altro.

La coscienza di specie è l’unità tra gli uomini, quindi pare lecito associarla a quell’unione dell’Uno e dell’Altro descritta nel De ratio: “Io e l’Altro, separati nella sensazione, ci uniamo nell’atto del pensiero: l’altro è me stesso e io sono l’altro, ma non uno specifico Altro, bensì l’Altro in generale (überhaupt) come genere (Gattung) (10)”.

(7) Ivi, pp.25.
(8) Ibid.
(9) Ivi, pp. 21.

(10) Ibid.

III. Coscienza di specie, pensiero e morte
In entrambe le opere si sottolinea la connessione essenziale e necessaria tra il pensiero, la coscienza di specie e la morte. Riuscire ad avere coscienza dell’altro come altro in generale è possibile mediante la presa di coscienza che anche io sono per l’altro quello che lui è per me: un altro in generale.

Affinché io riesca a riconoscermi come un altro in generale, devo porre un limite alla mia individualità, negarle lo statuto di assolutezza e illimitatezza, riconoscere l’altro e assieme a lui il mio limite: mi riconosco come finito.

Ma per fare ciò devo astrarre me stesso dalla mia stessa individualità: nel fatto che divento cosciente di me come uomo in generale riposa il superamento della mia finitezza e il mio slancio verso l’infinito, cioè verso la specie, universale ed infinita.

Rappresentarsi la specie, l’infinito, significa porre un limite spazio-temporale che circoscrive la mia individualità finita e, al contempo, astrarre me stesso e l’altro dal qui ed ora: negare il finito per poi superarlo. Questa negazione del finito è la morte.

Nel De ratio l’essenza del pensiero (das Wesen des Denken) prevede nella sua stessa attività (Tätigkeit) proprio la morte, nel senso che l’unione dell’Uno e dell’Altro è possibile solo mediante la negazione e il superamento dell’individualità. Si riporta ora un passo del De ratio dove la morte in relazione al pensiero viene descritta in modo magistrale: “Nel pensiero non sono uno qualunque, nel senso di un determinato qualunque, bensì sono la specie per antonomasia, senza nessun tipo di limitazione o eccezione. – Se volete avere davanti agli occhi l’assoluta uguaglianza tra gli uomini, non dovete cercarla nei cimiteri o guardare le ceneri dei morti, poiché quell’uguaglianza che cercate nella morte o nella vita ultraterrena e che a quanto pare annulla ogni differenza, ce l’avete molto più vicina: si compie nel pensiero (Sie ist gegenw ärtig im Denken).

Perché? Perché la morte nascosta dentro di voi è già qui – la morte cioè che porta la vita dentro di sé e che è in vostro potere, molto superiore e più divina della morte corporea. Poiché quest’ultima è solo morte, pura e sola negazione (11)”. L’affermazione “Io penso, quindi sono tutti gli uomini (12)” è da ricollegare all’altra dichiarazione “quando penso sono io stesso la specie umana, non più l’uomo singolo che percepisco, vivo e dirigo (handeln); non sono quindi un determinato questo o quello (Dieser oder Jener), bensì sono un nessuno (13)”. Questo “annullamento del Sé” non è da intendere come negazione negativa, bensì positiva, è negazione che afferma, in quanto è la condizione di possibilità per il superamento della condizione finita e l’apertura all’universale, all’infinito. Infatti Feuerbach non utilizza il termine negazione (Negation) e opta a favore della parola “Aufhebung”, che dischiude la sfumatura della sospensione più che della pura negazione. “Aufhebung des Ich” è una negazione che innalza ed è in definitiva l’attività essenziale (die wesentliche Tätigkeit) del pensiero puro, grazie alla quale è possibile l’unione con l’altro e quindi l’uguaglianza degli uomini.

Alla fine della prima parte della sua tesi di laurea, Feuerbach riassume il pensiero puro e scrive: “Il nostro oggetto era il pensiero come attività (Denken als Tätigkeit) dal punto di vista della forma sempre uguale a se stessa e immutabile; abbiamo visto che nel processo del pensiero (im reinen Denkvorgang) l’individuo si annulla (sich aufhebt). In definitiva la ragione è autocoscienza – cioè pensiero che ha come oggetto se stesso – e l’annullamento dell’individuo è la forma del pensiero, non il contenuto (14)”.

Se dunque nel De ratio il pensiero si identifica con la morte, nell’Essenza del cristianesimo è la specie che viene ad esser la morte dell’individuo. Bisogna dedurre a fronte di quanto analizzato finora che è il pensiero, grazie al quale la coscienza di specie è possibile, il vero fondamento della morte. In entrambi i casi comunque è importante sottolineare che la morte avviene all’interno di una dialettica finito-infinito. Nel De ratio l’infinito è rappresentato dall’infinità del pensiero, mentre nell’Essenza del Cristianesimo è la specie ad essere infinita in quanto racchiude in sé i predicati umani nella loro infinita potenzialità, sciolti cioè dai limiti propri di ogni individuo. Si vedrà nell’ultimo capitolo di quali predicati si tratta.

11 Ivi, pp. 26.
12 Ivi, pp. 50.
13 Ivi, pp. 26.
14 Ivi, pp. 28.

E’ da notare che, nel momento in cui Feuerbach nel De ratio afferma che la morte è in nostro potere, non solo la lega alla vita, ma anche alla libertà. A questo riguardo, è utile riportare la riflessione di Ugo Perone, il quale, nel suo libro Teologia ed esperienza religiosa in Feuerbach, nel capitolo “Lo spirito come fondamento della morte”, afferma: “La morte è dunque un fatto legato alla stessa profonda libertà morale dell’uomo, è un volere dell’uomo stesso, è il suo amore per la libertà”.

La morte non è un’imposizione esterna che trascende l’individuo, bensì è un’azione che egli compie autonomamente e liberamente. Nel De ratio pensare significa distinguere tra sé e l’altro, tra sé e la propria essenza, morire come individuo per unirsi all’universale.

Nell’Essenza del cristianesimo il genere nega l’individuo ma la presa di coscienza del genere, che avviene tramite l’Aufhebung, si realizza nel pensiero ed è un atto libero dello spirito. Ѐ quindi sì il genere il fondamento della morte ma il fondamento del genere o più precisamente la condizione di possibilità della coscienza di genere è, a fronte della nostra analisi, il pensiero, cioè attività libera dello spirito.

Nel pensiero lo spazio e il tempo, che sono il fondamento della mia individualità, spariscono: solo così posso annullarmi come singolo e riconoscermi come appartenente ad un unità. Come giustamente nota Perone, per Feuerbach è importante sottolineare la positività concreta della morte, del limite, poiché è grazie a lei che il finito esiste ed ha valore. Infatti senza il genere “essere umano” l’individuo non sarebbe, cioè non sarebbe un uomo. “Il limite che ti fa essere come individuo al tempo stesso ti nega (15)”: questo significa che il limite è fondante sia della realtà che del valore del finito, poiché il finito è tale solo perché l’infinito lo nega. Perone suggerisce: “La prima via attraverso cui Feuerbach tenta l’approccio con il concreto è proprio il tema della morte. Proprio la morte, costituendo il limite ineludibile della vita, dà ad essa concretezza e realtà (16)”. Il limite, l’Aufhebung, la negazione, non sono trascendenti al finito, come pensava Hegel, bensì stanno con quest’ultimo in un rapporto di complementarietà, poiché senza il limite il finito non sarebbe “de-finito” e non avrebbe valore. La differenza sostanziale con Hegel consiste dunque nel fatto che quest’ultimo intende la negazione come momento dialettico che dà forma al finito per poi dissolverlo nell’infinito, mentre Feuerbach cerca di evidenziare il valore positivo del limite, poiché è il fondamento del finito e la sua libertà. Cercando di mostrare la loro complementarietà, Feuerbach non assegna all’infinito una posizione prevalente rispetto al finito, mentre Hegel intende esattamente questo.

(15) Ugo Perone, Teologia ed esperienza religiosa in Feuerbach, Ugo Mursia Editore, Milano, I, 2016, pp. 59.
(16) Ivi, pp. 57.

L’ultimo punto su cui si vuole far chiarezza in merito al tema della morte riguarda la seguente questione: l’Aufhebung des ich e lo slancio verso l’universale sono per Feuerbach una necessità (Notwendigkeit). Bisogna infatti tenere ben presente che, riassumendo quanto scritto nel De ratio, l’Aufhebung des ich è il simbolo di un duplice movimento di negazione e affermazione, in quanto comprende il doppio significato di morte dell’individuo e di slancio verso l’universale.

In entrambe le opere, seppur con argomentazione differenti, Feuerbach sottolinea che il fatto di voler superare la propria limitatezza verso l’universale è indice di una facoltà, di una possibilità innata della essenza.

Nel De ratio afferma che “La necessità e perciò anche la facoltà connaturata e innata dello spirito umano di concepire nel pensiero l’infinito diviene visibile nello sforzo dell’uomo di cercare la verità e di conoscere la realtà (17)”. Questo slancio verso l’infinito, verso l’universale è necessario poiché appartiene alla nostra natura: viene da dentro di noi e “ci spinge in un certo modo oltre noi stessi, ci manda oltre le limitazioni e oltre una certa conoscenza recintata e ci travolge verso la ricerca e la conoscenza del vero e dell’infinito, con una violenza alla quale non si può resistere (18)”. La necessità d’incontrare l’universale viene poi fatta equivalere alle necessità fisiologiche umane come il mangiare o il bere: così come beviamo perché abbiamo sete e mangiamo perché abbiamo fame, allo stesso modo pensiamo perché vogliamo conoscere l’universale. “Non ci potrebbe essere per me il bisogno (Bedürfnis) di conoscere il vero e l’infinito, se non avessi a portata di mano la facoltà (Fähigkeit) di esaudirlo. […] Nel mio desiderio è già contenuto ciò che manca (in meinem Bedürfnis ist also das Abwesende da); e altrettanto nello sforzo di conoscere l’infinito è contenuto questo infinito (19)”.

(17) Ludwig Feuerbach, De infinitate, unitate atque communitate rationis. Disputatio inauguralis scripsit Ludwig Feuerbach (Über die Unendlichkeit Einheit und Allgemeinheit der Vernunft), traduzione in tedesco di Manfred Hiller, traduzione in Italiano di Petra Gogna, in Ludwig Feuerbach Werke in sechs Bänden Hgg. Erich Thies, Frühe Schriften (1828-1830), 1, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1975, pp. 37.
(18) Ivi, pp. 38.
(19) Ivi, pp. 38-39.

Nel De ratio l’argomentazione proposta rispetto alla necessità dello slancio verso l’universale propria dell’essenza dell’uomo, può essere riassunta con la frase “das Begehren selbst ist schon ein konnen”.

Per spiegare questa necessità della morte nell’Essenza del cristianesimo Feuerbach opta per un’altra linea argomentativa che si rifà al rapporto tra soggetto e oggetto, tra il soggetto e il suo predicato.

La trattazione della dinamica soggetto-oggetto occupa molto spazio all’interno del primo capitolo poiché è la teoria che sorregge la tesi fondamentale del libro, cioè che il concetto di Dio è il concetto dell’uomo stesso, poiché egli ha dovuto oggettivarsi per conoscersi.

“L’uomo nulla è senza oggetto (20)” nel senso che non posso avere coscienza in generale ma ho sempre coscienza di qualcosa, in primis sono cosciente perché ho coscienza di me stesso come individuo e come appartenente alla specie. Si legge nelle prime battute del libro che coscienza viene da conoscere e dove si ha coscienza, si ha la possibilità di scienza, quindi per aver coscienza nel senso rigoroso del termine ho bisogno un oggetto da conoscere, altrimenti non avrei coscienza ma solo percezione, come gli animali.

La stessa cosa vale per la conoscenza: per conoscere se stesso l’uomo ha dovuto traslare, astrarre, riporre in un oggetto esterno tutti quei predicati che gli appartengono, ha così creato l’oggetto “Dio”.

Utilizzando la struttura argomentativa del De ratio applicata a quanto detto nell’Essenza del cristianesimo si potrebbe riassumere che l’oggetto del desiderio è già contenuto nell’essere del soggetto desiderante. L’oggetto Dio-infinito è già contenuto nell’essenza del soggetto che è cosciente della sua specie, del suo universale.

La tesi che Feuerbach vuole affermare è che se abbiamo coscienza dell’infinito significa che anche nel nostro essere l’infinito è già contenuto, e questo perché «la coscienza è oggettivazione di sé, perciò non può essere nulla di estraneo, nulla di distinto dall’essere che è cosciente (21)”.

(20) Ludwig Feuerbach, L’Essenza del cristianesimo, Feltrinelli Editore, Milano, 6, 2018, Traduzione dal tedesco di Camilla Cometti, pp. 26.
(21) Ivi, pp. 27.

L’infinità della specie e la coscienza che se ne ha (Gattungsbewusstsein) viene reificata nell’oggetto “Dio”: per poterla conoscere, e quindi per potersi conoscere, l’uomo l’ha concettualizzata nell’oggetto-Dio, che quindi diventa l’essere oggettivato del soggetto-uomo. In questo senso la religione è la prima autocoscienza dell’uomo, prototipo del dialogo interiore dell’uomo con la sua specie, tra la sua individualità e la sua essenza universale; Dio è la specie resa oggetto: è proprio questa essenza dell’uomo liberata dai limiti dell’individuo, oggettivata e contemplata. La dialettica soggetto-oggetto dischiude la fonte e la verità della religione come sublimazione e sacralizzazione del rapporto che l’uomo ha con se stesso e con la sua intera specie. La necessità di porre un oggetto infinito (Dio) risiede nell’essenza del soggetto, cosciente dell’infinità della sua specie.

Ludwig Feuerbach

IV. L’essenza dell’uomo
In questo capitolo verrà ripercorsa l’ultima parte del De ratio, in cui Feuerbach porta a termine la trattazione dell’essenza dell’uomo, individuandola nella ragione (die Vernunft). In seguito analizzeremo quali sono nell’Essenza del cristianesimo quei predicati dell’uomo che fondano l’essenza della specie e in che cosa consiste l’infinità che le appartiene. Infine si cercherà di mostrare che quest’ultima è un ampliamento della prima e cioè che quell’attività del pensiero che nel De ratio è l’essenza dell uomo, nell’Essenza del Cristianesimo viene ripensata nei termini di una forza (Kraft) che si traduce in azione e che non è più propria solo del pensiero ma anche della volontà e del sentimento.

Nell’ultima parte del De ratio Feuerbach afferma che “la ragione è l’essenza dell’uomo” (die Vernunft ist deren einheitliches Wesen) (22)”. Sorge una domanda spontanea: perché la ragione e non invece il pensiero, che per due capitoli viene esaminato con cura in tutte le sue manifestazioni?

(22) Ludwig Feuerbach, De infinitate, unitate atque communitate rationis. Disputatio inauguralis scripsit Ludwig Feuerbach (Über die Unendlichkeit Einheit und Allgemeinheit der Vernunft), traduzione in tedesco di Manfred Hiller, Traduzione in Italiano di Petra Gogna, in Ludwig Feuerbach Werke in sechs Bänden Hgg. Erich Thies, Frühe Schriften (1828-1830), 1, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1975, pp. 50.

Si è visto nel primo capitolo come l’essenza del pensiero (Wesen des Denken) sia fondamentalmente traducibile con l’attività (Tätigkeit) di unire ciò che nel mondo della sensazione appare separato. Al paragrafo 18 del De ratio Feuerbach afferma che anche “la ragione è attività e verità” e spiega anzi che l’esistere della ragione è legato alla sua stessa azione, dunque essa “esiste” solo nel momento in cui è in atto, nel momento in cui è realizzata.

È proprio qui che entra in gioco il pensiero in qualità di attività della ragione: “La ragione è nel pensiero come unità, è realizzata nel pensiero, perché nel pensiero gli uomini singoli e diversi tra di loro, veramente sono annullati (23)”. Ciò sta a significare che la ragione, che è unità, si realizza nel pensiero, poiché il pensare è la sua attività e lei esiste solo nella misura in cui è attività.

L’unità degli uomini, la loro essenza, è l’unità della ragione: questa si realizza nel pensiero come unione dell’io e dell’altro.

Nell’Essenza del cristianesimo invece l’essenza dell’uomo viene identificata con l’essenza della specie. Se nel De ratio quest’ultima era l’unità degli uomini nella ragione, dove per unità s’intende l’attività della ragione realizzata nel pensiero, nell’Essenza del cristianesimo l’essenza della specie corrisponde sì ad un’attività (che è sempre la stessa Aufhebung des ich) ma propria non più solo della ragione, bensì anche della volontà e del sentimento. Sono infatti ragione (Vernunft), volontà (Wille) e sentimento (Liebe) i predicati universali dell’essere uomo, le tre forze che caratterizzano la specie umana.

“Ma che cos’è quest’essenza dell’uomo, che la coscienza gli rivela, ossia che costituisce la specie, la vera e propria umanità dell’uomo? La ragione, la volontà, il cuore. Un uomo completo è dotato della forza del pensiero, della forza di volontà, della forza del cuore. […] ragione, amore e volontà sono perfezioni, sono le più alte facoltà, sono l’essere assoluto dell’uomo in quanto uomo e lo scopo della sua esistenza (24)”. È interessante notare che le facoltà universali dell’uomo, i suoi predicati, vengono descritti come forze e con ciò risulta evidenziato il carattere attivo, dinamico, relazionale e dialettico che li qualifica.

(23) Ibid, pp. 50-51.
(24) Ludwig Feuerbach, L’Essenza del cristianesimo, Feltrinelli Editore, Milano, 6, 2018, Traduzione dal tedesco di Camilla Cometti, pp. 24.

Proseguendo si legge che la caratteristica di tutte e tre è che sono attività disinteressate, cioè senza un fine (zwecklos) ed è in questa assenza di scopo che sembra richiamato quell’Aufhebung des Ich del De ratio, che avviene nel pensiero, e che unisce gli uomini in un’unità. Un’azione disinteressata infatti equivale ad un’azione dove il soggetto mette da parte se stesso: è un’azione fine a se stessa, infatti scrive anche Feuerbach: “Noi conosciamo per conoscere, amiamo per amare e vogliamo per volere (25)”. Ragione, volontà e sentimento sono forze che trascendono l’individuale in quanto si trovano in tutti gli uomini e inducono l’individuo a trascendersi, poiché quando agiscono in lui lo portano irrimediabilmente a trascendere la sfera della sua individualità, lo costringono all’annullamento del sé. Sono forze universali perché sono universalmente valide per tutti.

Per quanto concerne invece l’infinito che la specie rappresenta e che questi predicati assoluti dischiudono, si può affermare che Feuerbach intende dire che ognuno ha dentro di sé l’infinita potenzialità di queste forze e quindi l’infinita potenzialità della specie. Egli scrive: “ogni essere è in sé infinito, ha in sé il suo dio, il suo essere sommo (26)”. Pensare, volere e amare sono le attività più disinteressate e quindi più universali dove tutti gli uomini si ritrovano ad essere uniti, dove sono veramente uomini. Per Feuerbach queste forze costituiscono lo spirito dell’uomo (Geist), del singolo e della specie: sono lo spirito infinito dell’uomo. La loro necessità costituisce la legge della specie e il loro infinito intrecciarsi in infinite possibilità è l’infinità stessa della specie, il suo infinito evolversi.

Per Feuerbach è molto importante sottolineare che ognuno ha dentro di sé l’infinità della specie, non in quanto la possiede, bensì in quanto la specie possiede lui.

“Di queste facoltà l’uomo non è padrone, poiché nulla è egli senza di esse, poiché egli è ciò che è solo per esse; ma quali elementi costitutivi del suo essere, che egli né possiede né crea, sono potenze che lo animano, lo determinano, lo governano; potenze divine, assolute, alle quali egli non può opporsi (27)”. Nonostante in queste parole sembrano echeggiare le Manie di Platone, qui le potenze della specie non sono da intendere come “corpi” esterni che s’impossessano dell’uomo e lo rendono folle, piuttosto come le potenze costitutive e fondanti dello spirito umano. La specie è infatti l’assoluto, l’universale, l’infinito che fa esistere il singolo come individuo. Senza la specie non ci sarebbe neanche l’individuo.

(25) Ibid.
(26) Ivi, pp. 29.
(27) Ivi, pp. 25.

Il collegamento con Platone serve a mettere in rilievo anche un’altra questione cioè l’estrema importanza che ha l’amore nel pensiero di Feuerbach. Proprio come nel Simposio viene detto che l’amore, Eros, è la mania più importante di tutte, nella comprensione feuerbachiana della religione e dell’essenza dell’uomo in generale il sentimento ha un ruolo fondamentale. Come giustamente fa notare Van A. Harvey nel suo libro Feuerbach and the interpretation of religion (28)il concetto di sentimento, a cui Feuerbach fa riferimento utilizzando diversi nomi come Liebe (amore), Gefühl (sentimento) o Herz (cuore), costituisce la differenza con Hegel rispetto alla concezione della religione: infatti per il suo maestro la religione significa l’apprensione di idee in simboli o miti ed è perciò collegata essenzialmente alla ragione e agli oggetti del pensiero, per Feuerbach invece religione significa innanzitutto sentimento. A questo riguardo egli si schiera a favore del rivale accademico di Hegel, Schleiermacher, il quale afferma che è il sentimento (Gefühl) l’origine e l’oggetto della religione. Se però in Schleiermacher questo sentimento viene recepito dall’uomo in maniera passiva, nel senso che egli è investito dal sentimento religioso, cosa che si ravvisa anche in Platone riguardo alla mania erotica, descritta appunto come una forza che s’impossessa dell’uomo, per Feuerbach è fondamentale sottolineare il carattere attivo, autoprodotto e libero del sentimento.

Ritornando a quanto si diceva sull’infinità della specie che ognuno ha necessariamente dentro di sé, anche nel De ratio, a proposito del pensiero, viene affermato che “ognuno ha dentro di sé la forma del pensiero in maniera completa e senza restrizioni (29)”. In entrambe le opere Feuerbach richiama l’attenzione su un errore molto comune che consiste nel definire come limitato ciò che in realtà è illimitato, e spiega che questo succede perché al posto di riferire questa limitazione a se stesso, l’uomo la proietta su tutto il genere umano, facendo così diventare i suoi personali limiti, limiti della specie intera.

(28) Van A. Harvey, Feuerbach and the interpretation of religion, Cambridge University Press, Cambridge, 1995, 1.
(29) Ludwig Feuerbach, De infinitate, unitate atque communitate rationis. Disputatio inauguralis scripsit Ludwig Feuerbach (Über die Unendlichkeit Einheit und Allgemeinheit der Vernunft), traduzione in tedesco di Manfred Hiller, Traduzione in Italiano di Petra Gogna, in Ludwig Feuerbach Werke in sechs Bänden Hgg. Erich Thies, Frühe Schriften (1828-1830), 1, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1975, pp. 18.

Nel De ratio si legge infatti che “Quello che in verità e per se stessa l’essenza è, è qualcosa di diverso da ciò che a un qualunque uomo appare come la sua essenza propria. […] poiché l’essenza di un uomo particolare è in sé per questo un ’essenza particolare e smette dunque di essere l’Essenza – poiché all’Essenza non si addice nessuna particolarità (30)”. Poi a proposito della ragione, che è questa essenza dell’uomo, scrive che non può che essere una, universale e deve necessariamente essere in tutti gli uomini, poiché “se ognuno avesse una ragione propria, quindi se la ragione non fosse una ed universale, non potremmo uscire da noi e immedesimarci nell’altro, non ci potremmo capire a vicenda e non saremmo capaci né potremmo voler trasmettere i nostri pensieri all’altro (31)”. Nell’Essenza del cristianesimo sempre a proposito della ragione e della natura umana afferma: “Se (l’uomo) considera questi suoi limiti come limiti della specie, è perché identifica se stesso con la specie – errore facile nell’uomo e determinato spesso dal suo amor di comodo, dalla sua pigrizia, dalla sua vanità, dal suo egoismo. […] ma è un errore, un errore ridicolo e insieme colpevole, definire come finito, come limitato, ciò che costituisce la natura stessa dell’uomo, l’essenza della specie, che è l’essere assoluto dell’individuo (32)”.

30 Ivi, pp.45.
31 Ivi, pp. 55.
32 Ludwig Feuerbach, L’Essenza del cristianesimo, Feltrinelli Editore, Milano, 6, 2018, Traduzione dal tedesco di Camilla Cometti, pp. 28-29.

Petra Gogna

Conclusione
Quello che si è cercato di chiarire con questo lavoro è che cosa intende Feuerbach quando attribuisce all’essenza dell’uomo la caratteristica di unità e universalità. Per quanto riguarda l’unità si è cercato di spiegare che egli la intende come l’unione tra gli uomini mediante l’azione di Aufhebung des Ich che ogni singolo uomo intraprende liberamente, descritta nel De ratio come attività della ragione e nell’Essenza del cristianesimo come risultato della forza della ragione, della volontà e dell’amore.

Rispetto all’infinità dell’essenza dell’uomo è importante invece evidenziare da una parte che la ragione illimitata, che nel De ratio è l’essenza dell’uomo, costituisce un’evidente critica a quella ragione kantiana composta da regole e confinata all’interno del recinto dell’Aufklärung, dall’altra che la ragione unica, universale e infinita di Feuerbach è essenzialmente azione, superamento del limite, unione con l’universale. Nel nostro studio, abbiamo ipotizzato un processo di ampliamento della definizione dell’essenza dell’uomo, dalla tesi di laurea, in cui era individuata nella ragione come attività di unione, all’opera più matura del filosofo in cui viene sottoscritta anche alla volontà e al sentimento. Abbiamo cercato di mostrare che in entrambi i casi Feuerbach sembra tener ferma l’idea di fondo dell’essenza come di un’azione di unione con l’universale (Tätigkeit) e abbiamo cercato di spiegare come nelle due opere questa è individuata nell’“Aufhebung des ich”. Siamo quindi giunti ad avanzare l’ipotesi finale che per il filosofo l’essenza dell’uomo risieda proprio nell’azione (Tätigkeit), nello slancio verso l’universale, nel superamento dell’individualità e quindi nell’infinita azione di unione con l’altro che si vive nel pensiero, nella volontà e nell’amore.

Bibliografia
– Feuerbach Ludwig, L’Essenza del cristianesimo, Feltrinelli Editore, Milano, 6, 2018, Traduzione dal tedesco di Camilla Cometti.
– Feuerbach Ludwig, De infinitate, unitate atque communitate rationis. Disputatio inauguralis scripsit Ludwig Feuerbach (Über die Unendlichkeit Einheit und Allgemeinheit der Vernunft), traduzione in tedesco di Manfred Hiller, Traduzione in Italiano di Petra Gogna, in Ludwig Feuerbach Werke in sechs Bänden Hgg. Erich Thies, Frühe Schriften (1828-1830), 1, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1975.
– Perone Ugo, Teologia ed esperienza religiosa in Feuerbach, Ugo Mursia Editore, Milano, I, 2016.
– Van A. Harvey, Feuerbach and the interpretation of religion, Cambridge University Press, Cambridge, 1995.

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L’essenza dell’uomo in Feuerbach ultima modifica: 2021-03-14T04:40:00+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “L’essenza dell’uomo in Feuerbach”

  1. 3
    Carlo Crovella says:

    Accidenti, che lettura impegnativa. Perfino per un vorace lettore come me. Non è una critica, ma anzi un complimento smisurato, Raramente ho dovuto “rileggere” addirittura capoverso per capoverso, il che testimonia la profondità dei ragionamenti condotti. I temi sono davvero complessi e però molto affascinanti. Forse sono temi affascinanti proprio perché molto complessi. Trattarli non è facile, se fatto con maestria addirittura è molto difficile. Complimenti! Buona giornata.

  2. 2
    albert says:

     A scuola , liceo scientifico, fu  esposto dal docente agli sgoccioli dell’ ultimo anno  sorvolando molto alla svelta.. per cavarsela bastava citare “..l’uomo e’cio’che mangia!”Premevano   suscitando ansia  l’esame   l’ analisi Matematica e  Fisica.
    “nel superamento dell’individualità e quindi nell’infinita azione di unione con l’altro”.. ci si passavano bigliettini.

  3. 1
    Ledo Stefanini says:

    Un bellissimo saggio. Complimenti.

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