Una vita d’alpinismo – 205

Una vita d’alpinismo – 205 – L’isola di granito (AG 1996-005)
(scritto nel 1996)

All’inizio di luglio 1996 avevamo tutta l’estate davanti per realizzare le fotografie necessarie al prossimo volume dei Grandi Spazi delle Alpi. Si trattava del n. 7, quello dedicato alle Dolomiti Occidentali e montagne limitrofe. Tra queste rientrava il Monte Baldo, dove mi recai con Giovanni Alfieri il 9 luglio sfruttando la funivia di Malcesine. Salimmo fino alla Cima delle Pozzette 2132 m per fotografare l’alto bacino del Garda. Il mattino dopo scavalcammo recinzioni, infrangemmo divieti e ci arrampicammo sui vecchi muri del Castello di Arco in modo da fotografare la valle del Sarca e le sue pareti. Raggiungemmo una dorsale che si allunga tra il paesino di Cavédine e il lago omonimo: ci interessava perché posta proprio di fronte alle grandi pareti del Sarca, il Monte Brento, il Casale, ecc. Scoprimmo però che su tutta la dorsale non c’era neppure una radura dalla quale poter fotografare. Perciò ci fu l’avventurosa scalata di un traliccio: a 15 m da terra con le varie macchine fotografiche e per di più con condizioni non eccellenti di cielo e luce… Nel pomeriggio ci trasferimmo al rifugio Agostini, nel Brenta, dove il giorno dopo ci alzammo molto presto per raggiungere il Dosso di Dalun e poi la Quota 2561 m della Cima di Ceda Orientale, posto panoramico di prim’ordine sul versante sud-orientale del Brenta. Il 12 luglio salimmo al Monte Ortigara 2106 m per foto panoramiche sulla Cima Dodici e sulla Valsugana, nonché in pellegrinaggio nei luoghi di guerra.

Lago di Garda e Riva dal Monte Baldo
Dal Castello di Arco sulla Valle del Sarca e i Colodri
Cima alle Coste, Monte Brento, Dain di Pian della Paia, Monte Casale, Lago di Cavedine (Valle Sarca) dal traliccio
Dalla Quota 2561 m della Cima Ceda Orientale la visuale è inghiottita dal vuoto della Pozza Tramontana, cui fanno corona (da sinistra), oltre la vicina Cima Ceda Orientale, l’innevata Cima Tosa, la Cima Margherita, la Brenta Bassa e, oltre le nebbioline, la Brenta Alta. Il rifugio Pedrotti è ben visibile, alla base della Brenta Bassa, stagliato nella nebbia.
Vetta del Monte Ortigara, camminamento e trincea

Stiamo risalendo in auto la gola del torrente Grigno. Il fiume Brenta è arricchito nel suo corso da molti affluenti ipogei, data la natura carsica dei dintorni. Tuttavia, uno degli apporti idrici più copiosi è dato dal torrente Grigno che nasce proprio dal gruppo della Cima d’Asta. Questo splendido torrente forma, tra i paesi di Cinte Tesino e Grigno, una magnifica forra che, trovandosi al fondo di un grande avvallamento boscoso, è solo appena intuibile. Ma i valligiani conoscono bene il “buco del diavolo” e lo hanno sempre temuto. Recentemente i torrentisti (per primi quelli di Reggio Emilia) sono riusciti a percorrere interamente questa gola, ribattezzandola Apocalypse Now perché là è il finimondo. Da notare che, a monte di Cinte Tesino, uno sbarramento idrico limita notevolmente la portata del torrente: eppure l’avventura rimane. Raccontano che dopo alcuni facili toboga e qualche laghetto, segue un salto con marmitta dalle acque vorticose. Si esce in un vasto ambiente dalle pareti strapiombanti sormontate da fitta boscaglia e qui si apre la cascata più grande, le Valchirie, 35 metri di vuoto accanto al fragore del salto d’acqua per finire in un lago profondo e agitatissimo. Dopo altri due salti minori, la forra si fa più stretta e profonda con una lunga serie di canali allagati intervallati da brevi scivoli superabili in tuffo. I canali sono talora battuti da intensi stillicidi e da vere e proprie cascatelle. Poi la forra si apre ancora tra pareti altissime e con altri due salti in breve successione fino a sboccare nei pressi di Grigno. Un dislivello di 250 metri con uno sviluppo di 3500 metri.

In salita alla Cima Verde, nei pressi del rifugio Brentari a Cima d’Asta. Foto: Marco Milani.

Non è certo la prima volta che visito il gruppo di Cima d’Asta: il mio primo incontro risale a tanti anni fa, quando ci si svegliava ogni mattina per andare incontro ad un’avventura. Nell’estate dei miei undici anni ero in villeggiatura in Valsugana. Con alcuni amici, molto più anziani di me, ini­ziammo l’escursione al mattino presto attraverso una solitaria Val Calamento, poi raggiungemmo il Passo delle Cinque Croci e la Forcella Magna. Fu un giorno sfortunato di nebbia, di fatica e di vesciche ai piedi con arrivo al rifugio Brentari alle 15.45 (così riporta il mio diario puntiglioso), tra infinite lastronate di roccia piatta e liscia, le laste: oscuramente intuivo che forse era troppo tardi per proseguire per la vetta della Cima d’Asta. Era la prima volta che provavo il sapore amaro dell’insuccesso: di sicuro non ho ricordi del genere per gli anni precedenti. Sullo schermo della memoria si allargano un’immagine brumosa e tetra, uno sprazzo di visuale, durato qualche istante, sullo scuro lago che sonnecchiava alla base della parete di granito, poi, a lungo desiderato, l’ingresso nel rifugio, invisibile fino all’ultimo, una tipica costruzione a “cubo” come molti altri rifugi della Società Alpinisti Trentini: poi il conciliabolo tra i grandi che decretarono, con mio immenso dispiacere, la sconve­nienza di una pro­secuzione alla vetta. In piccolo si erano riprodotti i meccanismi che tanti anni dopo avrei conosciuto nelle spedizioni extraeuropee: il capo decideva e bisognava obbedire, per il bene del gruppo. Già allora infatti fantasticai di salire da solo e di raggiungere, solo e vittorioso per tutti, una cima immersa nelle nuvole, fiducioso che gli altri avrebbero vissuto l’episodio con benevolenza, in fondo felici che il gruppo avesse conquistato la meta. In realtà ero tanto piccolo e tanto stanco.

Da allora ho salito molte altre montagne, passando e ripassando da quelle parti senza mai fermarmi. Ho imparato che il gruppo di Zimalasta, come localmente è chiamata Cima d’Asta, è un’isola di circa 40 kmq in mezzo a tanta dolomia, una delle tante stranezze della montagna. Sue alleate sono le cime della rossiccia e lunga catena dei Lagorai, anch’essa di roccia vulcanica (porfido): la Val Cia, il Monte Cauriòl, la Cima di Cece e altre vette meno note sono proprio quelle che se­parano a nord e a ovest il gruppo di Cima d’Asta dai famosi gruppi dolomitici del Latemàr, dei Monzoni e della Marmolada; a est, oltre la Forcella di Val Regana, Fiera di Primiero e San Martino di Castrozza, si ergono le pallide Pale di San Martino; a sud il profondo solco della Valsugana divide Cima d’Asta dal calca­reo Altopiano di Asiago e dal Monte Ortigara consacrato agli alpini.

Rifugio Cima d’Asta, Lago Cima d’Asta e Cima d’Asta.

La posizione geografica e geologica del tutto particolare di quest’alta isola di granito in mezzo a tanto calcare non può essere definita né come il cuore né come la peri­feria delle Dolomiti Occidentali. Con un paragone psicologico potrei dire che la sua indeterminatezza la pone in quella zona dei ricordi un po’ dimenticati un po’ rimossi: poi, dopo decenni, qualcosa scatta e, dentro, sentiamo la volontà di riappropriarci di quella zona oscura e misterio­sa, come se la salita proprio a quella vetta compensasse l’espe­rienza di tutta una vita e ridonasse l’incanto dell’essere bambini. A rafforzare la sen­sazione di indefinito contri­buisce pure la sua architettura a doppia faccia. Dal Passo Cinque Croci appare evidente quello che possiamo definire il nucleo centrale: sembra uno scheletro di stella con le diramazioni di Cima Corma, Cima di Socede e Col del Vento: i valloni e i circhi che lo solcano sono nudi e fortemente erosi, i macereti scuri contendono alle fore­ste sottostanti ogni metro di confine, zoccoli basali possenti sostengono strutture sommitali, fatte di spalloni, pinnacoli e torrioni a volte divisi da forzelete profonde e ben in­cise. L’altra facciata è la verticale parete sud, a piombo per più di 350 metri sullo scuro lago. È un edificio potente, ricco di pilastri portanti, punteggiato di gialli stra­piombi, che culmina a 2847 metri. Questa vetta, che ormai sulle carte è indicata come “Cima”, nella parlata dei tasini (Castel, Pieve e Cinte Tesino) è Zimòn al maschi­le e sottolinea meglio il suo carattere risoluto e robusto. Il panorama dalla vetta è ovviamente vastissimo e durante le operazioni belliche del primo conflitto mondiale questa caratteristica fu ampiamente sfruttata e contesa. E lo testimonia la costru­zione in vetta di un ricovero che oggi è il bivacco Cavinato. “La parte superiore è tutta di rupi inaccessibili” ammoniva il Perini (1852), ma non era vero, i cacciatori erano sicuramente stati in cima seguendo qualche traccia di camoscio. L’anfiteatro in cui sono il lago e il rifugio Brentari è una rovina di grandi e piccoli blocchi, frammi­sta a lisce rocce montonate. Più sotto è il Bualòn, una colata di rocce lisce che precipita per 500 metri in Val Sorgazza. Qui scorre l’acqua del Torrente Grigno (che nasce dal lago) formando alcune belle cascate prima di incanalarsi tra i pascoli della valle. Lo stesso torrente, più a valle e prima di confluire nel Brenta, forma le famose gole del Grigno, una delle mete internazionali degli appassionati di torrenti­smo.

In arrampicata sulla granitica parete sud di Cima d’Asta.

Per il particolare tipo di turismo che da sempre ha caratterizzato questa zona, pochi escursionisti hanno frequentato queste zone, se si confrontano i loro numeri con quelli di altri massicci dolomitici. In prevalenza sono trentini (quindi locali) oppure di lingua tede­sca. Invece sono frequenti i gruppi di giovani, anche bambini, provenienti da ogni regione d’Italia che fanno villeggiatura nelle numerose colonie della Valsugana e della zona tesina. I custodi (dal 1995) del rinnovato (e non più a “cubo”) ri­fugio Brentari, i simpatici Tullio Simoni e Mara Iagher, di Transacqua, hanno il loro bel daffare ad accontentare tutti. Tullio, che è anche guida alpina, lamenta la scarsa presenza degli alpinisti che, sicuramente a torto, hanno sempre disertato le belle vie della parete sud.

Nella nostra escursione al rifugio Brentari (16 luglio 1996) eravamo in quattro: oltre a Giovanni Alfieri c’erano Chiara Baù e Marco Milani. Il 17 salimmo la via Francesco sulla Torre Lancia e le prime tre lunghezze del Diedro Alto sulla Punta Gavinato. Al tramonto Marco Milani ci spinse a scudisciate e a passo di carica verso la vicina Cima Verde per una fotografia che, secondo lui, era da fine del mondo. Aveva ragione. Il 18 salii con il custode del rifugio, Tullio, e l’amico Mario Piasenta la parete sud della Cima d’Asta per la via Franco. Il 19 scegliemmo di tornare a valle per giro assai più lungo e ricco di spunti panoramici: Cima Verde, via Ferrata a Forcella Magna, lago.

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Una vita d’alpinismo – 205 ultima modifica: 2021-03-24T05:38:00+01:00 da GognaBlog

1 commento su “Una vita d’alpinismo – 205”

  1. 1

    Bell’articolo che rievoca molto bene il profondo legame con le montagne dell’autore a partire dalla sua infanzia. Una sola piccola nota sulla prima foto quella del Monta Baldo dallo straordinario balcone sul lago di Cima Pozzette. Se si ingrandisce la foto, che ha un’ottima risoluzione, si vede benissimo Malcesine col suo Castello a picco sul lago e le verdi fascie degli olivi. Riva resta in fondo a nord-est. La mitica montagna dei veronesi l’ho percorsa tutta da bambino con mio padre che era alpinista. 

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