Marmolada, sulla croce per un selfie e fare ginnastica

Carlo Budel, custode della capanna Punta Penìa in vetta alla Marmolada, ha denunciato con un post sul suo profilo fb un gesto facilmente irritante.

Marmolada, sulla croce per un selfie e fare ginnastica
di Silvia M.C. Senette
(pubblicato su corrieredeltrentino.corriere.it il 14 luglio 2023)

«Ecco che sono arrivate le scimmiette, vanno in cerca delle banane sulla croce». Non risparmia l’ironia Carlo Budel, il gestore del rifugio Capanna Punta Penìa sulla Marmolada, per commentare il gesto pericoloso (attualmente, NdR) e di pessimo gusto di un gruppo di turisti spagnoli abbarbicati sulla croce che svetta a 3342 metri. 

Sono rimasto inebetito
Un simbolo religioso, per chi si spinge in cima a una delle montagne più imponenti delle Dolomiti per ammirare il panorama e ringraziare per la bellezza del creato, ma anche il monumento al ricordo delle undici vittime che, il 3 luglio del 2022, hanno perso la vita nel distacco del seracco del ghiacciaio. Un emblema della sacralità della montagna trasformato in un’icona da selfie.

Non solo: la croce della Marmolada è diventata, per i turisti iberici, anche una palestra improvvisata per esercizi di callistenia (calisthenics), mandando Budel su tutte le furie.

«È successo tre giorni fa qui, a venti metri dal mio rifugio, e sono rimasto inebetito, senza parole – ammette il gestore da sei stagioni di Capanna Punta Penìa – Ho condiviso il post di un altro ragazzo che era qui al ristorante e ho fatto e postato anch’io subito un video per mostrare alla gente “in valle” quanto in alto può arrivare l’idiozia delle persone».

La ricostruzione
Budel ripercorre l’accaduto: «È arrivato questo gruppo di spagnoli un po’ di tutte le età, dai 20 ai 50 anni, e in quattro o cinque si sono arrampicati sulla croce in cima alla Marmolada. Uno si è anche messo a fare gli esercizi e le flessioni a testa in giù, come se la croce fosse una palestra all’aperto. Mi ha dato veramente fastidio – ammette – anche perché era appena passato l’anniversario di un anno dalla tragedia in cui proprio lì sotto, il 3 luglio 2022 hanno perso la vita undici persone. Restassero in Spagna a fare i pagliacci!».

Rabbia e frustrazione
La rabbia e la frustrazione di Carlo Budel sono forti: «Ho visto la scena di persona e sono rimasto interdetto. All’inizio si sono “solo” arrampicati per fare le foto, ma poi hanno anche iniziato a fare gli esercizi – ricorda – Tra l’altro la croce ha tutto il basamento di cemento, sotto, completamente staccato; quindi è anche estremamente pericoloso fare quello che fanno. Il basamento non esiste più, a forza di essere colpito dai fulmini, ed è anche un po’ instabile. Se si sale in tre o in quattro non è detto che regga. Quindi, oltre a esibirsi in un gesto di grande cafonaggine, rischiano anche di mettere in pericolo se stessi e le persone che devono venire a soccorrerli. Prima o poi – ammonisce – qualcuno finisce di sotto“.

Non è la prima volta che assiste a scene simili, confessa Budel. «Succede spesso che qualche imbecille si arrampichi per scattare una foto due metri più in alto o per farsi un selfie ‘avventuroso’. Una volta ne ho contati sette contemporaneamente abbarbicati alla croce – racconta – Ma che si arrivasse a farci ginnastica non mi era mai capitato di vederlo. Ognuno è libero di pensare quello che vuole, non tutti siamo credenti, ma a cosa serve fare il pagliaccio sulle croci? Gli alpinisti quelli veri, forti, esperti, che ho conosciuto quassù, non si sono mai permessi di fare queste scemate».

Non si punti, però, il dito sui giovani, chiarisce il rifugista. «Non possiamo limitarci ad accusare le nuove generazioni o relegare la stupidità al traino dei social e delle nuove tecnologie. Queste cose sono sempre successe: dopo la polemica che ho fatto, un mio amico mi ha mandato una foto del 1957 per farmi presente che arrampicarsi sulle croci si è sempre fatto».

Ciò non sminuisce l’accaduto. «Io la trovo proprio una roba da maleducati ma cosa vuoi dire a quella gente là? Sono dei maleducati. Tant’è che, subito dopo, sono venuti qui al rifugio, hanno occupato tutti i tavoli, hanno tirato fuori i loro panini e le loro cose e non hanno ordinato niente. ‘Prendete qualcosa?’, ho chiesto. ‘No, grazie, abbiamo tutto’. Per fortuna non è solo questa la gente che arriva, perché c’è da mettersi le mani nei capelli».

Il commento
di Carlo Crovella

Due temi, di stretta attualità, che si intrecciano: “imbecilli in montagna” e “croci di vetta”. Questa volta non c’entrano i vertici CAI, ma la maleducazione dilagante dei frequentatori della montagna.

L’episodio sottolinea come non sia il fatto in sé ad essere più o meno negativo, ma il fatto che si inserisca nell’attuale contesto. Non è la prima volta che si sale sulle croci. Esistono dei precedenti anche per l’arrampicata sulle croci: c’è una foto anni Cinquanta. Ma lo scenario, innanzi tutto numerico, era completamente diverso.

Foto: superimonti.it

È questo il punto nodale: ci sono molteplici comportamenti che erano ancora accettabili (per quanto borderline…) nei decenni scorsi, ma che ora non lo sono più. Per due motivi fondamentali: quello numerico e quello collegato al diverso contesto oggettivo, per cui la montagna nella sua totalità (comprese le installazioni antropiche) è oggi molto più subdola e pericolosa. Chissà cosa sarebbe successo se, nell’occasione, fosse crollata la croce o il suo basamento, con morti e feriti: inchieste, accuse, atti giuridici, ricerca dei responsabili che non hanno preventivamente “vietato” l’accesso alla croce, ecc. Tutto al seguito del comportamento “poco intelligente” di questi signori.

Non ci può stupire più di tanto che ci sia il rischio che il sistema istituzionale reagisca con divieti e meccanismi selettivi sempre più stringenti. Tutto con validità “erga omnes”, cioè con riguardo a tutti, quindi anche agli alpinisti seri, maturi e coscienziosi.

Il commento
di Alessandro Gogna

In linea generale sono d’accordo con quanto asserisce Carlo Budel, anche se magari con toni un po’ sopra le righe. Preciso soltanto che non mi risulta che la croce sia, come asserisce la giornalista Silvia M.C. Senette, “monumento al ricordo delle undici vittime”. Inoltre riferisco un particolare curioso, che mi riguarda. Come ho raccontato nel mio Diario la prima volta che, quindicenne, salii in vetta alla Marmolada, non esitai ad arrampicarmi fino ad arrivare con i piedi sulle braccia della croce nell’intento di superare di due metri quello che avevo appena stabilito come il mio personale record di altezza… Chi è senza peccato…

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Marmolada, sulla croce per un selfie e fare ginnastica ultima modifica: 2023-08-12T05:37:00+02:00 da GognaBlog

52 pensieri su “Marmolada, sulla croce per un selfie e fare ginnastica”

  1. Mah… Tanti hanno fatto foto strambe sulla di vetta… Me inclusio! Ma di cosa stiamo parlando? Ma di cosa ci scandalizzano? Solo Z gusto di polemizzare e riempire le pagine internet si pure cazzate!ognuno vive la montagna a modo proprio e ciascuno si prende la propria responsabilità sul proprio comportamento. Punto.

  2. Mi spiace dissentire con chi vede nella croce un simbolo religioso la croce per chi va in montagna è anche un simbolo di raggiunta sicurezza fine di una fatica è il simbolo del raggiungimento di metà obiettivo è sinonimo di stretta di mano di felicità di commozione di riflessione di preghiera. Non si può sostituire un simbolo dal giorno alla notte con una piramide, con una stele ecc … Il simbolo è dentro di noi appartiene a noi e parte di noi . Di conseguenza il rispetto che va riservato ai simboli è doveroso così come per l’ambiente che questi simboli rappresentano. Anche io in gioventù sono salito sulle campane di vetta o sulle croci … Era esuberanza, sfida, superamento dei limiti … Ma con il tempo si acquisisce la calma l’equilibrio la consapevolezza. Quelli che vediamo a 40 , 50 fare queste cose magari in gruppo per la foto sono rimasti dei piccoli alpinisti … Certo voi mi direte ma anche negli anni 50 lo si faceva … Ma la risposta è che allora chi saliva era un vero pioniere con mezzi e attrezzature incommensurabilmente inferiori alle attuali. Non c’erano impianti di risalita e spesso nemmeno i rifugi. Era quello un gesto di vera vittoria che se oggi criticabile anch’esso nel contesto di allora aveva una motivazione. Cari amici andate in montagna salute le cime … Ma non solo d’estate con il bel tempo e prendenti l’impianto di risalita … E comincerete a comprendere solo in parte le mie parole.

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