Ossola Rock-Pareti – vol. 1
(una guida a Km Zero)
Nel marzo 2026 è uscito finalmente, assai atteso, il primo volume della guida Ossola-Pareti, a cura di Fabrizio Manoni ed Enrico Serino (Versante Sud Edizioni). Comprende l’accurata descrizione delle vie alpinistiche o sportive multipitch. Le zone trattate sono quella di Cima Cusio (Mottarone), della Bassa Ossola, Valle Anzasca (Macugnaga), Valle Antrona, Val Bognanco, Domodossola, Bassa Val Antigorio e Gole di Gondo. Sono suddivise in 48 capitoli. Altri 31 capitoli saranno il corpo del volume secondo, concentrato su Alpe Devero, Val Formazza, Val Vigezzo e Parco nazionale della Valgrande.
Profilo autori
Fabrizio Manoni (Manetta), di Ornavasso, nel 1986, a 23 anni, è già in Himalaya e apre una nuova via sullo Shivling, nello stesso anno diventa guida. Sale in stile alpino gli 8463 metri del Makalu e bivacca all’addiaccio e senza ossigeno vicino alla vetta dell’Everest. Scala sulle Ande in solitaria aprendo anche vie nuove. Sulle Alpi è attivo ovunque, spesso in solitaria, come sulla Nord del Cervino. Il suo ideale è la “velocità fluida” – come lo Sperone Frendo a piedi da Chamonix in 5h o la Cassin al Badile in 2.40 h – concetto che ama portare anche nell’arrampicata sportiva. In Ossola continua ad aprire itinerari di livello reinterpretando in chiave moderna un approccio alpinistico classico. Sono sue come coautore diverse pubblicazioni, fra cui Shiva’s Lingam (Versante Sud, 2018) e le precedenti edizioni della presente guida.
Enrico Serino, scopre alpinismo e arrampicata nel 1987 quando, tredicenne, parte con tecniche da autodidatta e comincia a percorrere pareti e cime delle Alpi. A 16 anni frequenta un corso CAI, dal 1996 è istruttore nazionale di arrampicata libera. Al suo attivo ha centinaia di salite sui Quattromila e su ghiaccio, ma sono le vie lunghe su roccia il terreno prediletto. Da Novara si trasferisce in Val Camonica, in Valsesia, poi a Simplon Dorf dove fa per anni il casaro e in Val Vigezzo per aver sempre vicine le montagne ossolane. Numerose sono le sue salite esplorative e solitarie. Ultimamente si dedica di più alle falesie. Ha pubblicato diverse opere sulla montagna dal taglio alternativo fra cui romanzi, novelle, una guida sul Sempione e una specifica sulle fessure ossolane. Suo è il volume Ossola Rock Falesie (Versante Sud, 2025).

Prefazione
di Enrico Serino
Per la prima volta la guida Ossola Rock esce suddivisa in due libri: uno dedicato alle falesie e quello elle vie lunghe. La decisione dello split per questa quinta edizione è stata naturale perché altrimenti il tomo sarebbe divenuto troppo grosso. Addirittura si è rivelato poi necessario dividere in due anche la guida multipitch, così i volumi sono tre. In questi ultimi anni sono saltate fuori talmente tante novità! Cioè… non è che saltino fuori proprio da sole…! Dietro c’è sempre un gran lavoro da parte di coloro che valorizzano questa regione esplorandola, sia che si tratti di pochi metri su una paretina nascosta che di una grande via di montagna.
Anche quando non si concludono in vetta a una montagna, le vie lunghe condividono con l’alpinismo lo spirito. Ovviamente lo scopo è quello di raggiungere la cima di una parete o perlomeno la fine delle difficoltà… che si è andati a ricercare. Se questo poi avviene lungo una linea elegante, ambiziosa, furba, geniale e pure divertente… ancora meglio!
Rispetto al panorama delle falesie, lo spettro delle vie lunghe è più variegato: si va dalle vie plaisir in fondovalle, protette a prova di principiante, a certi grandi itinerari d’alta quota, dove le attitudini necessarie per portare a termine l’impresa sono ben diverse. Il sempre maggiore sviluppo del concetto “trad” nelle falesie ha contribuito ad alzare il livello dei climber su terreno da proteggere, quindi è aumentata anche una certa curiosità riguardo agli itinerari d’avventura. L’esperienza, la prudenza e la coscienza di se stessi divengono requisiti sempre più fondamentali man mano che i metri di sviluppo aumentano, L’orientamento diviene più difficile e le possibilità di proteggersi diminuiscono.
Vista la tradizione ossolana fortemente legata a un alpinismo di stampo classico, abbiamo deciso di inserire in questa edizione un buon numero di itinerari prettamente alpinistici, affiancandoli a quelli più sportivi. Si tratta in ogni caso di una scelta d’itinerari. Non includiamo le creste perché quello sarebbe un libro a parte. Abbiamo poi escluso alcune vie a nostro parere meno interessanti o presentate già dettagliatamente in altre guide, anche per non sovrapporci troppo a esse. In altri casi abbiamo dovuto omettere diversi itinerari a causa del veto energico o della mancata collaborazione da parte di alcuni apritori. Dalle indicazioni che compaiono in ogni scheda tecnica, ognuno può poi decidere in che tipo di avventura imbarcarsi. Per facilitare l’orientamento, su alcune vie abbiamo ritenuto utile inserire descrizioni tiro per tiro o mantenere quelle già pubblicate per non perdere dati e “sapienza tramandata”. Queste possono risultare più stringate nei casi di vie con sviluppo ovvio. D’altronde, ogni tanto è bello sapere solo l’indispensabile e andare ognuno alla propria scoperta.
Con l’intenzione di fare il punto della situazione, in alcuni casi abbiamo reinserito relazioni escluse nell’edizione precedente, aggiunto vie raramente ripetute o protette da chiodi o spit ormai datati, semplicemente perché vengano citate almeno una volta nella bibliografia alpinistica ossolana. Risulta dunque importante valutare bene il grado d’impegno e lo stato della chiodatura espresso nelle singole schede tecniche che abbiamo cercato di aggiornare il più possibile secondo le ispezioni condotte e le informazioni in nostro possesso.
Abbiamo infine dovuto fare i conti con memorie confuse, ricordi indelebili, difficoltà che al passare degli anni non accennano a diminuire… anzi… e poi con avvicinamenti che cambiano, proprietà private che si espandono, settori “intoccabili” e spit spariti per mano di ignoti… C’è infine il problema comune di rovi, muschi e licheni che preferiscono arrampicare sulle pareti meno frequentate e non si possono nemmeno biasimare.
Compagno di cordata nella redazione di questo lavoro è stato l’amico e fuoriclasse Fabrizio Manoni, il quale non ha certo bisogno di presentazioni ed è uno dei più profondi conoscitori dell’Ossola verticale, nonché prolifico apritore di vie lunghe di ogni genere. Parafrasando le sue parole nell’introduzione della guida gemella sulle falesie, da me curata, diciamo in solitaria, “bisogna avere tempo ed entusiasmo per compilare una guida d’arrampicata”. Ebbene quell’entusiasmo ci accomuna e penso che non abbia mai smesso di farci brillare gli occhi sin dagli inizi. Per quanto riguarda invece il tempo – che per lui sembra non passare – spero di rimanere ancora abbastanza “in gamba” per continuare a godere e condividere con voi entusiasti – ho fatto un rapido calcolo – questi 67 chilometri verticali di vie multipitch ossolane…
Introduzione tecnica
di Fabrizio Manoni ed Enrico Serino
L’Ossola è la punta settentrionale del Piemonte che si incunea in Svizzera fra il Canton Vallese a ovest e il Ticino a est. La linea di confine si trova sulla dorsale delle Alpi Pennine e Lepontine che culminano rispettivamente con il Monte Rosa 4634 m e il Monte Leone 3552 m. La valle è percorsa dal fiume Toce che nasce in alta Valle Formazza e sfocia nel Lago Maggiore dopo circa 80 chilometri e rappresenta l’asse principale di sette vallate laterali: Anzasca, Antrona, Bognanco, Vigezzo, Isorno, Divedro e Antigorio-Formazza.
La trattazione di questa guida comprende anche la zona limitrofa del Mottarone. L’insieme di questo variegato territorio fa parte della Provincia del Verbano-Cusio-Ossola e va dall’altitudine di 200 metri dei laghi Maggiore e Orta agli oltre 4000 metri del Monte Rosa. La valle e il capoluogo ossolano Domodossola sono facilmente raggiungibili con l’autostrada Voltri-Gravellona Toce (A26), nella quale si innesta anche la Milano-Laghi, e poi con la superstrada Gravellona-Domodossola (SS 33) che prosegue come strada normale verso il Sempione.
Il tratto autostradale attraversa le boscose zone dell’Alto Vergante fra i piedi del Mottarone e le rive del Lago Maggiore, poi scende con numerose gallerie verso la piana del Toce e aggira il cucuzzolo del Montorfano, ferito dalle sue cave di granito, all’ingresso della Val d’Ossola. Uscendo dall’autostrada si possono raggiungere facilmente le sponde del Lago d’Orta e del Lago Maggiore. Verbania è uno dei capoluoghi di provincia più belli d’Italia e Mergozzo, sulle sponde dell’omonimo lago, è un’altra piccola perla lacustre, politicamente già rientrante nella comunità montana Valle Ossola: con Gravellona ne rappresenta in effetti la porta di accesso.
All’entrata della Valle del Toce si notano subito svettare sulla destra i Corni di Nibbio. La cresta di queste montagne alte circa 2000 metri traccia il confine con il Parco Nazionale della Valgrande, una delle aree selvagge più grandi d’Italia e paradiso per trekking avventurosi. Il primo paese in territorio interamente ossolano è Ornavasso con le sue ancor vive testimonianze delle civiltà che in questa zona si sono succedute. Nei primi del Novecento vi è stata scoperta un’importante necropoli celtica, segno della presenza di tali popolazioni in epoca preromana. I reperti sono conservati al Museo di Verbania. Intorno al 1200 il paese fu poi colonizzato dai Walser provenienti dal Vallese e fino al 1800 la lingua comunemente parlata era il “titch” la lingua walser derivata dal tedesco. Oggi di tale lingua sopravvivono alcuni toponimi di località e qualche parola.
Risalendo la valle del Toce si arriva a Piedimulera, all’imbocco della Valle Anzasca, la prima delle valli laterali. Dopo i primi chilometri lungo forre incassate, l’imponente mole della parete est del Monte Rosa diviene una presenza costante sullo sfondo, anche quando le nuvole la nascondono. La strada finisce a Macugnaga, definita la perla del Monte Rosa. Insediamento di origine walser anch’esso, con la lingua tipica talvolta ancora parlata fra gli anziani, è sicuramente una tappa d’obbligo da visitare, di certo uno dei paesi di montagna più belli dell’intero arco alpino occidentale.
Più avanti lungo il fondovalle sorge Villadossola, all’imbocco della Valle Antrona. La testata della valle, costituita dalla cresta che va dall’Antigine all’Andolla 3656 m presenta varie mete alpinistiche ambite, fra cui vie d’alta quota in ambiente estremamente selvaggio, per esempio la parete est del Mittelrück.
Subito dopo Villadossola si trova Domodossola, capoluogo ossolano. Da qui si raggiungono la Val Bognanco con la sua stazione termale e gli impianti di risalita di Domobianca. La piana del Toce termina poco oltre Domodossola, a Crevoladossola, dove iniziano le valli Divedro e Antigorio.
Percorrendo la Val Divedro si passa da Varzo, base d’accesso anche per la laterale Val Cairasca e per l’Alpe Veglia, e si raggiunge il confine elvetico presso il paesino di Gondo, duramente colpito durante l’alluvione del 2000. È questo l’ingresso delle verticali e incassate Gole di Gondo e della Valle del Sempione che più avanti si apre a pascoli e panorami idilliaci. Comincia a essere qui di casa la cultura vallesana di lingua tedesca.
La valle Antigorio risale invece il corso del fiume Toce passando da Crodo, stazione termale e patria del Crodino, e da Baceno. Da questa località si biforca la strada per l’Alpe Devero, il cui territorio rientra insieme a quello dell’Alpe Veglia nel Parco Veglia-Devero. Questo angolo di Alpi, ricco di laghi artificiali e naturali, presenta uno scenario di eccezionale bellezza e merita una visita anche da parte di chi non è appassionato di scalate.
Proseguendo oltre Baceno verso nord si passa invece da Premia, che offre scorci interessanti anche dal punto di vista geologico: si trovano qui infatti gli Orridi di Uriezzo, dove i visitatori possono riconoscere il cosiddetto Elemento Zero, il nucleo roccioso più antico e profondo dell’intero edificio alpino. Dopo Rivasco, ultima frazione di Premia, la valle è sempre la stessa ma cambia nome: si entra qui nel mondo walser della Val Formazza. L’alta valle è un posto ideale per il trekking e lo scialpinismo. La laterale Val Vannino, facilmente raggiungibile da Valdo con una seggiovia, presenta una serie concentrata di pareti e falesie. Tutta la zona è ottimamente servita da una rete di rifugi alpini. Meta turistica molto nota è la cascata del Toce che ha però nei giorni feriali una portata d’acqua limitata perché utilizzata a scopi idroelettrici.
La Valle Isorno è una valle minore che si apre nei pressi di Masera-Montecrestese, nelle vicinanze di Domodossola, ed è l’unica valle non completamente servita da strade.
La Valle Vigezzo si imbocca invece presso Masera più a valle. Incassata e poco interessante nei primi chilometri, si apre poi in una piana verde, immersa fra boschi di faggi a sud e abetaie a nord. Il centro principale è Santa Maria Maggiore. La cosiddetta “valle dei pittori’’ delimita a nord il territorio del Parco Nazionale della Valgrande ed è una valle aperta. Da Malesco è possibile raggiungere il Lago Maggiore a Cannobio attraverso la tortuosa strada della Valle Cannobina. Meta di visite e pellegrinaggi è il Santuario di Re, costruito sul luogo del miracolo della Madonna del Sangue, avvenuto nel 1494. Dopo Re, la valle inizia a scendere anche in questo caso verso il Lago Maggiore, ma questa volta in territorio elvetico a Locarno. La Valle Vigezzo è percorsa anche dalla famosa Vigezzina, la ferrovia che unisce Domodossola e Locarno.
Rocce, chiodature e difficoltà
A parte il Mottarone, il Montorfano e qualche altro affioramento intorno a Gravellona, dove il protagonista è il vero e proprio granito, il resto dell’Ossola presenta vari tipi di gneiss e rocce dal diverso grado metamorfico. Si va dalle placche ricche di cristalli di quarzo della Val Formazza ai liscioni compatti della Val Divedro e delle Gole di Gondo, dove la progressione avviene su fessure e reglettes che impongono una scalata obbligata, morfologica e geometrica. Sulla Parete di Bettola si trova un particolare “serpente” di quarzo, all’Alpe Devero c’è invece un particolare serpentino ruvidissimo e ricco di appigli, ma questi sono solo esempi. Ciò che fa dell’Ossola un posto davvero speciale è l’estrema variabilità degli stili di scalata. Si passa dalle fessure quasi yosemitiche di Cadarese e Yosesigo a quelle di Ossolandia, dotate di curiosi e utili appigli esterni. Si passa ancora da placche d’aderenza a strapiombi a tacche, a certi calcescisti o all’antichissimo Elemento Zero come in valle Antigorio.
La maggior parte delle pareti presentate sono spittate o da integrare, ma ci sono anche alcuni itinerari alpinistici interamente da proteggere. Man mano che ci si sposta in ambienti alpini anche le rocce seguono le regole dell’alta quota presentando una maggior erosione da eventi atmosferici e spesso nei tratti di raccordo o in uscita dalle vie rocce disgregate meno compatte. Ulteriore scenario è costituito da quelle rocce di tatto bisognose e miste a zone erbose, che caratterizzano e fanno parte integrante di certi itinerari d’avventura.
Vie brevi
In questa edizione dedicata alte vie multipitch compare talvolta qualche itinerario breve, fino a tre tiri di corda. Questi casi non si sovrappongono alle vie di simile lunghezza riportate nel volume sulle falesie perché necessitano di un avvicinamento più lungo e “dedicato”.
Valutazione itinerari multipitch
Per classificare in maniera completa le vie si è adottata la scala estesa di valutazione che scinde l’impegno generale di una via (ambiente, lontananza dal fondovalle, lunghezza, impegno psicologico) da quello relativo a distanza e posa delle protezioni. Tutto questo in aggiunta alla difficoltà tecnica, espressa nella comune scala francese. Ogni via potrà essere valutata dunque secondo tre parametri: la difficoltà tecnica, la proteggibilità, l’impegno globale. Presa separatamente, nessuna delle tre valutazioni può dare un’idea precisa o sufficienti informazioni sulla via. Naturalmente la scala è aperta.
La difficoltà tecnica
La scala francese viene adottata in tutte le vie spittate, da integrare o anche sprotette. Eccezione fanno quegli itinerari o quei tratti di via prettamente alpinistici, avventurosi, sprotetti o poco proteggibili in cui risulti innaturale l’utilizzo di tale scala: in questi casi vengono indicati i gradi UIAA in numeri romani. Per ogni itinerario viene indicato il grado massimo e quello obbligatorio. In alcuni casi viene anche indicato il numero di passaggi che devono lo possono) essere superati in artificiale.
La proteggibilità
Abbiamo utilizzato una scala che tiene conto esclusivamente della distanza e dell’affidabilità degli ancoraggi, usando la lettera “S” nel caso di vie spittate e la “R” nel caso di vie attrezzate a chiodi o non attrezzate. Per le eventuali vie miste la sigla è “RS”.
L’impegno globale
La classica scala francese (TD, ED…) che valuta l’impegno globale di una via, l’ambiente in cui si svolge, la difficoltà di ritirata e la lontananza dal fondovalle è assimilabile sostanzialmente a quella americana in uso sulle le big-wall (espressa in numeri romani da I a VII e aperta), se affiancata dalla valutazione sulla difficoltà tecnica. Come si deduce dalla tabella, la gradazione in gradi romani è del tutto indipendente dalla difficoltà tecnica e andrà dunque sempre ad accompagnarne la valutazione.
Le relazioni
In questa guida le relazioni tiro per tiro si alternano a relazioni più sommarie. Quelle del primo tipo intendono descrivere al meglio itinerari alpinistici con maggiori difficoltà di orientamento o confortare principianti nel caso di alcune vie plaisir; quelle del secondo tipo sono applicate agli itinerari spittati in cui l’orientamento non sia un problema, lo schizzo grafico sia sufficiente o a quelli per cui non siano pervenute informazioni più complete.

Cenno meteo
Le zone di arrampicata in Ossola sono disseminate su un comprensorio che abbraccia territori e climi molto diversi. La bassa valle riserva un clima più mite e temperato: sul lato solatio si presta per arrampicate nei mesi freddi. Le zone a ridosso della cresta alpina come Macugnaga e le valli Antrona, Devero e Formazza, hanno invece un clima tipicamente alpino. Salendo in quota, i cambiamenti o del tempo possono divenire anche molto repentini e pericolosi. La profonda spaccatura delle Gole di Gondo causa poi condizioni spesso ventilate e dai forti contrasti fra sole e ombra. In ogni stagione e in tutte le condizioni meteo c’è comunque sempre la possibilità di trovare il posto ideale, valutando bene quota ed esposizione.
Meteo Svizzera: +41848800162
Soccorso alpino 118 o tramite il numero unico europeo di emergenza 112
Soccorso AirZermatt per il versante svizzero: +41 27 966 86 86
Pronto intervento svizzero 144
Siti internet meteo:
http://www.rtsi.ch/meteo/
http://www.meteosvizzera.ch
www.regione.piemonte.it/meteo/previs/
Siti internet di alpinismo e arrampicata:
www.ossolaclimbing.org (aggiornamenti sulle falesie e sulle vie dell’Ossola).
Introduzione storica
di Fabrizio Manoni ed Enrico Serino
La storia dell’alpinismo in Ossola ha origini antiche ed è scandita da illustri visitatori forestieri, ma soprattutto da protagonisti locali. Nel 1886 il reverendo americano William Auguste Brevoort Coolidge sale il Monte Cervandone dal versante svizzero con l’amico inglese William Martin Conway e le guide vallesane Christian e Rudolf Almer. Giunti in cima scoprono di essere stati preceduti grazie a un misterioso ometto di pietre… Lo stesso Coolidge con Christian Almer sale nel 1891 il Pizzo Crampiolo Nord e in cima vi trova un ometto con asta, il giorno dopo i due salgono la Punta della Rossa dal versante ovest trovandovi una piramide di pietre… L’anno successivo raggiungono anche il Cornera, questo sì… inviolato. Il 1893 vede Walter Larden, un altro britannico, accompagnato dal solito Almer sul Crampiolo Sud: nella ormai consolidata tradizione locale essi vi trovano un ometto semicrollato sul bordo della breccia. Dal 1894 Riccardo Gerla, Lorenzo Marani, Gian Domenico Ferrari ed Ettore Allegra cominciano a esplorare più intensivamente anche i versanti italiani delle montagne di Devero.
Nel gruppo del Monte Rosa la storia alpinistica è anche precedente. Mentre sulle Alpi Lepontine alla fine del 1800 le vette principali cominciano a essere salite per le vie normali, già esplorate talvolta solo da sconosciuti valligiani e cacciatori di camosci, la parete est del Monte Rosa, ancora oggi un obiettivo alpinistico prestigioso, ha già visto un certo traffico. Appare infatti straordinario che il Canalone Marinelli venga scalato già nel 1872, l’ancora oggi temuta via Brioschi nel 1876, la Cresta Signal nel 1887.
In Ossola le ripide vie di roccia vengono salite con un certo ritardo rispetto alle loro simili in altre aree alpine probabilmente perché le grandi montagne glaciali attirano di più, quindi gli esploratori si specializzano prima sul terreno misto. Lo spigolo est del Piccolo Pillar dovrà attendere il 1959 e i lombardi Mario Bisaccia e Mario Bramanti, il Triangolo della Jazzi verrà salito lo stesso anno da Bisaccia con Nino Bettolini, Pierino Jacchini, Luigi Bodio e Aldo Fontana. La cresta sud dello Joderhorn nel 1964 dai verbanesi Tino Micotti e Gualtiero Rognoni.
Anche a Devero si deve attendere il secondo dopoguerra per la prima salita dell’oggi classicissimo spigolo della Rossa, scalato da Silvio Borsetti, Guido Maltempi ed Enrico Vincenzi nel 1947. Sulla parete est della stessa montagna vengono poi tracciati ben quattro itinerari: nel ’49 la via Borsetti-Zani-Provera, nel ’53 la via Del Custode-Zani, nel ’64 la via Micotti-Rognoni e infine nel ’68 la via Bonavia-Piazza-Amedeo. Nel 1970 viene aperta invece sulla parete sud la via Margaroli. Sul Crampiolo l’estetico spigolo nord-ovest viene salito nel 1953 dalla cordata Borsetti-Vincenzi. Nel 1955 la guida di Baceno Dino Vanini apre con Armando Chiò un itinerario sulla Nord del Pizzo Fizzi, l’anno successivo è ancora la volta del Crampiolo con la sua parete ovest dove Micotti e Rognoni aprono un’altra bella via diventata classica.
Negli anni fra il 1956 e il 1959 Micotti sale con Rognoni, Boschi e Bonzanini alcuni itinerari di buon livello sulle pareti ovest e nord e sullo spigolo sud-sud-est del Crampiolo, come anche la via Vanini-Chiò-Sinigiani sulla parete est. Negli anni ’50 e ’60 l’alpinista e accademico di Verbania Tino Micotti è il promotore e protagonista di un movimento di rinnovamento dell’arrampicata ossolana che diviene così più matura e indipendente. Nel 1966 Micotti e Signini coronano questo periodo di ricerca salendo la spettacolare cresta sud-est del Pizzo Cornera e realizzando così l’itinerario fino ad allora più ardito nella conca di Devero.
Sul finire degli anni ‘70 nuove generazioni si affacciano all’arrampicata: sono cambiati i tempi e nuovi materiali come pedule, nut e friend permettono di superare vie sempre più difficili. È in questo periodo che vengono alla ribalta personaggi come Alberto Paleari, Mauro Rossi, Roberto Pe e Graziano Masciaga. Sono tutti guide alpine, ben preparati e motivati a introdurre in Ossola i “tempi moderni” dell’arrampicata. La ricerca si concentra sulle strutture attorno a Gondo, dove sono loro i primi a cimentarsi. Sono stati preceduti solo da Gratien Volluz, priore dell’ospizio del Sempione e guida anche lui, vittima però di un incidente mortale nel 1966 proprio durante una scalata pionieristica nelle Gole. Il primo itinerario conosciuto di un certo rilievo è la Fessura del Secondo Tornante, al Picco del Monumento, salito da Paleari con Luigi Montani nell’aprile del 1978.
Subito dopo Paleari e Rossi salgono lo splendido itinerario Rondini Sanguinarie piantando qui a mano i primi spit ossolani. La via è ancora oggi una fra le più frequentate della Sentinella, la parete che sovrasta l’abitato di Gondo, sopra la dogana svizzera. Nell’agosto del 1979, dopo tre giorni di arrampicata e due bivacchi in parete, di cui uno su amaca, gli stessi Paleari e Rossi superano anche i 500 metri della Pala di Gondo, segnando per coraggio e intuizione una svolta importante nell’arrampicata locale. Il primo a percorrere quella via in libera, e a vista, sarà il fuoriclasse ticinese Marco Pedrini nel 1985. La coppia Pe-Masciaga sale invece fra il 1982 e il 1985 nuovi itinerari sulla Sentinella, come il Lungo Diedro e la Diretta, e di fronte a Varzo sui Pilastri di Tugliaga. La coppia Pe-Rossi apre invece Gocce di Stella alla Sentinella e alla Pala di Gondo in sette giorni la Diretta, mai ripetuta. Nello stesso periodo, ancora sulla Sentinella, divenuta ormai uno dei più importanti crocevia evolutivi della regione, i fratelli milanesi Andrea e Gabriele Affaticati aprono a loro volta con Antonio Castiglioni itinerari come Rompighiaccio e Fuga Diagonale.
In valle Antrona fra gli anni ‘70 e ’80 vengono realizzati due capolavori sui 600 metri della parete est del Mittelrück. Del 1978 è la Diretta Pe-Masciaga, del 1986 la Direttissima al centro della parete, tracciata sempre da Roberto Pe, ma questa volta in compagnia di Marco Borgini e con un bivacco alla “cengia del nido d’aquila”. Si tratta di una via di grande eleganza, ancora oggi temuta per le sue elevate difficoltà. Roberto Pe esprime così il massimo della sua maturità alpinistica su questa parete, salita fino ad allora solo per il costolone est-nord-est da Gian Franco Moroni, Gino Rametti e Dante Valterio nel 1966 e da Aldo Bonacossa con Adriano Ravel nel 1918 lungo la classica Cresta Lago Maggiore.
Negli anni ’80 nascono nel fondovalle anche le prime palestre di roccia, a opera degli alpinisti locali intenzionati a migliorare l’allenamento per le salite in montagna. Le principali sono: Balmalonesca, il Pilastro Gulliver, Cuzzago, Pallanzeno e Villette in val Vigezzo. La mentalità si sta ampliando in senso più sportivo e si comincia a praticare il “free climbing” come attività fine a se stessa, cosa che gioverà anche alla causa delle vie lunghe.
Non è un caso dunque che l’ultimo decennio del secolo veda affacciarsi alla ribalta dell’alpinismo ossolano numerosi nuovi protagonisti, tutti con una buona preparazione fisica e tecnica alla base. Contemporaneamente raggiunge queste valli anche l’onda lunga lasciata dai fratelli Yves e Claude Remy e da Michel Piola con le loro realizzazioni sulle Alpi in ottica moderna.
Nell’estate del 1989 Danilo Bossone e Roberto Colli tracciano sulla Sentinella le vie Phenomena ed Excalibur, piazzando dal basso alcuni spit col trapano. Il cambiamento più radicale avviene però nel 1998 quando Maurizio Pelli Pellizzon, Mauro Rossi e lo stesso Colli esplorano nuove pareti delle Gole di Gondo con l’uso ancor più sistematico del trapano portato a spalla. La via Cumba Mela sul Pilastro Grigio e subito dopo Tacchi a Spillo alla Pala, sono i primi itinerari aperti con questa nuova tecnica. Così, dalla fine degli anni ’90 a oggi è un continuo fiorire di nuove vie. Vengono alla luce nuove strutture come la Parete Nascosta, dove Fabrizio Manoni, il Pelli e Francesco Vaudo aprono vari itinerari, affiancati dal novarese Fabrizio Fratagnoli. Poi arrivano le vie moderne sulle pareti est e sud della Rossa, su Esmeralda e Cornera, sul Clogstafel in Val Vannino, sulla Cima Cusio al Mottarone e sul Pizzo Pioda, solo per citarne alcune.
Nel primo decennio del 2000 Paolo Stoppini apre invece una sfilza di vie all’ingresso della valle Antigorio e sulla bella bastionata soleggiata di Àgaro. Lunga la lista dei collaboratori, fra cui Simone Bonomi, Maurizio Parianotti, Alberto Giovanola e Fabrizio Manoni. Stefano De Luca e Matteo Ruffin aprono invece sulle placche di Oira e sulla Parete di Santa Maria, in Val Cairasca. Compaiono anche nuove vie più in alta quota, fra cui quelle sul Cistella, sul Pizzo Fizzi, sulla Sud-est del Crampiolo e sul Pizzo delle Piodelle. Sulla Pala di Gondo arrivano invece Icoss dei milanesi Andrea Affaticati e Antonio Castiglioni, e Non ti voltare… mai a opera di Fabrizio Fratagnoli, Marco Bassi e del Ragno di Lecco Matteo della Bordella, segno che anche personalità di spicco non proprio locali sono attratte da queste austere pareti. Qualche anno più tardi lo stesso Della Bordella collaborerà nell’apertura di un difficile itinerario nei pressi di Varzo con lo svizzero Silvan Schüpbach e il tedesco Sven Kanis.
In valle Vigezzo intanto Stefano De Luca e compagni aprono un bell’itinerario di 700 metri sulla parete nord del Gridone. Una lunga serie di vie nuove viene aperta da un gruppo di guide e arrampicatori principalmente in alta valle Antigorio e in Formazza, ma ne viene vietata categoricamente la pubblicazione a mezzo stampa. In bassa Ossola nasce invece il sito di Bettola principalmente per opera del duo Giovanola-Ruffin, mentre Alberto Paleari esplora il “Castello di Lut”, sopra Colloro. Enrico Serino si dedica ad alcuni itinerari non di sola roccia all’ombra del Sempione.
Negli anni più recenti la storia dell’apertura di nuove vie lunghe non si arresta e vede aggiungersi alla schiera degli apritori già citati anche altri entusiasti come Jimmy Palermo, Tommaso Salvadori in Val Deserta, l’inossidabile Pellizzon a Croveo. Il sempreverde Fabrizio Manoni, in arte Manetta, provvede invece alla rinascita di un itinerario scomodo, ma stilisticamente puro e dall’aria classica anche se mai ripetuto, come il Gran Diedro del Lesino, all’esplorazione di un’altra linea avventurosa sul Torrione di Bettola e all’apertura di altre nuove vie sul Triangolo della Jazzi e sulla Punta Laugera, oltre a dedicarsi a un progetto sul Fornalino.
Questo tipo di nuove salite di stampo prettamente alpinistico cerca di riallacciare quel divario sempre più profondo fra l’arrampicata plaisir, con tutto il suo spettro di gradi di “piacere”, e quell’arrampicata più classica e avventurosa cui la tradizione ossolana tanto deve. Anni prima avevano contribuito alla causa, per esempio, Paolo Stoppini e Giovanni Pagnoncelli sulla Sud del Pizzo Bianco e poi lo stesso Pagnoncelli con diversi compagni sulla Est dell’Andolla. Senza salire per forza in alta montagna, quella stessa bandiera era stata tenuta alta già negli anni ’70 e ’80 anche dal milanese Ivan Guerini con numerose salite totalmente clean sui monti “proibiti” della Valgrande. Sono solo alcuni esempi a dimostrazione del fatto che l’alpinismo vero non è mai morto da queste parti: forse ha ceduto solo un po’ di eco alle più facilmente appetibili consegne “chiavi in mano” di itinerari ultra-spittati e comodi.
Infine possiamo citare le nuove vie plaisir di Paolo Stoppini a Codelago, alcune novità ad Àgaro e quelle aperte a Campello Monti da Matteo Ruffin. Più di stampo alpinistico è la nuova linea sul Clogstafel di Paolo Serralunga e Luigi Berio. In stile da integrare ampiamente a friend sono a Cadarese e Foppiano le nuove creazioni di Fabrizio Fratagnoli, Roberto Bassi e Luigi Buson che prendono il nome di Fede Ossolana, Ammit e Daruma e dimostrano il fatto che, volendo, si può ancora mettere un’impronta su nuovi territori. A dimostrare invece che L’Ossola Rock rimane musica attuale da queste parti ci hanno già pensato Fabrizio Manoni, Luca Moroni e Tommaso Lamantia ballando per primi il Rück’n Roll, nome azzeccato su quella parete del Mittelrück che tanto ha scandito le epoche del grande alpinismo esplorativo locale.
Per la ricerca storica e la documentazione sono state utili le seguenti pubblicazioni:
Renato Armelloni, Alpi Lepontine, CAI-TCI 1986
Renato Armelloni, Andolla Sempione, CAI-TCI 1991
Gino Buscaini, Monte Rosa, CAI-TCI 1991
Danilo Bossone e Graziano Masciaga, Arrampicate nelle Gole di Gondo, 1992
Autori Vari, Di Ossola Arrampicata, 1996
Fabrizio Manoni e Paolo Crosa-Lenz, Alpinismo in Valdossola, Grossi-Domodossola 2002
Alberto Paleari, Le più belle vie di roccia dell’Ossola dal I al V grado, MonteRosa Edizioni 2013
Andrea Bocchiola, Giovanni Pagnoncelli e Alberto Paleari, Le più belle vie di roccia dell’Ossola oltre il V grado, MonteRosa Edizioni 2014
Enrico Serino, Attraverso il Sempione, MonteRosa Edizioni 2013
Sandro Von Känel, Extrem Sud, Filidor 2014
Autori Vari, UP Climbing, Versante Sud 2019
Fabrizio Manoni, Maurizio Pellizzon, Paolo Stoppini, Enrico Serino, Ossola Rock, Versante Sud 2019
Enrico Serino, Ossola Crack, Maurizio Oviglia Edizioni 2022
Enrico Serino, Ossola Rock – Falesie, Versante Sud 2025
Vie d’avventura
Le vie contrassegnate con simboli appositi possono presentare una o più delle seguenti caratteristiche: possibilità di tratti con vegetazione o con roccia meno sana, possibilità di soste da integrare o da attrezzare, presenza di chiodatura classica originale, anche solo parziale, ambiente lontano dal fondovalle o particolarmente severo, scarsamente frequentato o con maggiori pericoli e incognite.
Tre esempi a caso
Vogliamo che questo articolo mostri con sufficiente chiarezza come gli itinerari vengono presentati in questa guida. Ecco tre esempi, scelti per le loro diverse quote.
19 – Valle Anzasca
Piccolo Fillar 3621 m
Secondo al Gran Fillar solo per dimensioni, il Piccolo Pillar è in realtà più interessante dal punto di vista alpinistico. Presenta pareti ripide e compatte in luogo appartato, ma allo stesso tempo sotto gli occhi di tutti, all’ombra della magnifica Cresta di Santa Caterina alla Nordend. Il suo spigolo est è una via classica macugnaghese, aperta nel 1959 da Mario Bisaccia e Mario Bramanti. Alla sua destra, sulla parete nord-est corre la via Bocchiola-Pe del 1985. Riportiamo qui invece la via diretta aperta da Paolo Covelli, Massimo Medina e Paolo Stoppini nel 1991 a sinistra, sulla parete sud-est. Lo stesso Stoppini ha poi aperto una variante iniziale, più bella da percorrere rispetto ai primi tre tiri originali, mentre una ripetizione da parte di Fabrizio Manoni ha portato a inaugurare una nuova linea d’uscita più a sinistra dei tiri finali della via Bisaccia, dove una serie di crolli ne hanno alterato la morfologia.
Esposizione: sud-est.
Avvicinamento a piedi
Lasciata l’auto al parcheggio di Pecetto 1362 m, se non si vuole prendere la seggiovia, salire al Belvedere seguendo le indicazioni, passando per l’alpe Burki e il rifugio CAI di Saronno. 1 ora e 20 minuti. Dal Belvedere 1914 m attraversare il ramo sinistro orografico del ghiacciaio e, raggiunta la conca dell’alpe Fillar 1974 m, risalire la traccia in direzione ovest a sinistra dell’evidente crestone roccioso che scende dal Gran Fillar. Quando il bivacco Belloni 2509 m diviene visibile in alto a destra accanto a un gendarme, lo si raggiunge per un ripido canalino. A causa dei cambiamenti climatici e delle recenti alluvioni il percorso sul ghiacciaio e nella conca dell’alpe Fillar risulta modificato perché occupato da masse di detriti morenici: prestare attenzione! 1 ora e 45 minuti dal Belvedere. Oltrepassare alcune roccette dietro il bivacco e raggiungere poi a destra una conca, innevata a inizio stagione. Salire l’ampio dosso erboso fin dove questo finisce (2700 m circa) alla base di una larga parete. Risalire a sinistra un canale poco inciso che porta sul crestone (c. 100 m, II). Un sistema di cenge permette qui di scendere a sinistra sul piccolo Ghiacciaio di Fillar [in ritiro) al di sopra del salto ripido. Si risale il ghiacciaio nel punto più agevole obliquando fin sotto alla parete del Piccolo Pillar. L’attacco dei primi salitori si trova un centinaio di metri oltre lo spigolo, lungo il canale di sinistra (caduta pietre dall’alba in poi) adiacente allo sperone dello Jägerhorn. La variante diretta consigliata comincia invece già poche decine di metri a sinistra delle rocce più basse, resa evidente dalla presenza di spit. 2 ore dal bivacco.
15. Via Diretta alla parete sud-est
Paolo Covelli, Massimo Medina, Paolo Stoppini, agosto 1991
Variante iniziale: Paolo Stoppini, estate 2009
Uscita in cima relazionata: Fabrizio Manoni, Paolo Mascaretti, luglio 2020
Sviluppo: 420 m (10L), 630 m (15L) fino in cima
Difficoltà: 6b+ (6b obbl.)/RS3/IV
Materiale: 8 rinvii, nut, friend 0,3-2, chiodi, martello, corde da 60 metri, ramponi, piccozza e casco.
Attacco originale
L1 4a 50 m Canale di sfasciumi, dopo circa 30 metri a destra su cengetta aerea fino a una rampa che sale verso destra. Tiro pressoché improteggibile.
L2 4a 60 m Rampa verso un’evidente nicchia sulla destra. Sosta su uno spit in placca a destra.
L3 4a 25 m Raggiungere la sosta a fix nella nicchia. Diedro fessurato verso sinistra, poi placca tecnica ma ben protetta.
Variante iniziale
L1 6a 45 m Parete verticale con tettino non banale, poi placche.
L2 5c/6a 45 m Placca delicata con risalto.
L3 6a 45 m Dritto per placche a tratti verticali, poi più facile fino alla nicchia rossastra. Qui arriva da sinistra il terzo tiro dell’attacco originale.
L4 6a+ 30 m Diedro-camino a destra della sosta con lame fragili e bel finale in placca con lama esposta.
L5 6b 40 m Bellissimo diedro fessurato che sale verso sinistra e poi placca tecnica ben protetta.
L6 3a 40 m Tiro di raccordo con la base della “fiamma”. Si arriva a una sosta a spit da evitare. A sinistra c’è una sosta su un chiodo con cordone: meglio rinforzarla e usare quella. Da qui finisce la via moderna e si torna sulla classica molto più difficile da individuare e molto meno chiodata.
L7 6a 55 m Salire a sinistra per lame e fessure lungo lo spigolo della fiamma (solo un chiodo con cordone) e continuare sullo spigolo fino a una sosta su spit dell’8 e chiodo. Tiro di non facile orientamento.
L8 6b+ 45 m Salire a destra della sosta su placca delicata per raggiungere lo spigolo, aggirarlo e percorrere il diedro fino alla fessurina ad arco verso destra (chiodo). Si torna poi verso sinistra su buoni appigli per arrivare a una sosta scomoda su spit e chiodo. Tiro non facile da proteggere e di difficile interpretazione.
L9 6b+ 35 m Placca molto delicata e difficile da integrare: salire prima diritti appena a destra della sosta, poi decisamente a sinistra e per una lama delicata e difficile da proteggere raggiungere la base di un diedro verticale e atletico. Sosta ben visibile.
L10 5c 35 m Si sale per diedro e placche fino in punta alla fiamma. Da qui si può scendere in doppia o proseguire alla cima per la via Bisaccia.
Discesa: in doppia lungo la via, seguendo in basso la variante a spit. Se si decide di salire in vetta (alpinisticamente consigliato) la discesa in doppia diventa problematica perché non attrezzata. In tal caso occorre scendere sul ghiacciaio del versante svizzero, attraversare lungamente verso est fino al Passo Jacchini e tramite questo passaggio rientrare sul versante italiano. Il primo tratto sotto il passo Jacchini è attrezzato con qualche fix e può richiedere l’uso della corda, poi si scende più facilmente lungo il nevaio o sullo sperone di destra fino al rifugio Sella.
Uscita in cima
L11 III 40 m si scende dalla fiamma rimanendo in cresta (neve) – facile (III grado) ma che a seconda delle condizioni può essere delicato ed esposto.
L12 IV/V 40 m rampa ascendente verso sinistra – roccia instabile – sosta su friend.
L13 IV/V 35 m Continuare sulla rampa con risalti verso sinistra – roccia instabile – sosta su friend.
L14 IV/V 35 m Diedro fessura verso destra, sosta su friend.
L15 V 60 m Dritto su muro verticale e poi in diagonale ascendente verso destra lungo lame e fessure fino a sbucare in vetta al Piccolo Fillar.
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22 – Valle Anzasca
Torrione di Rosareccio 2569m
Visibile già da Macugnaga, il Torrione di Rosareccio presenta una bella parete rivolta a nord-est, caratterizzata da un gran diedro. La via del diedro fu aperta nel 1984 da Gino Buscaini e Silvia Metzeltin. Quella qui proposta sale direttamente per le placche alla sua destra. Roccia un po’ lichenosa e difficilmente proteggibile, ma ottima.
Esposizione: nord-est.
Avvicinamento a piedi
Se non si prende la seggiovia, raggiungere i Piani Alti di Rosareccio imboccando il sentiero che parte dal Burki. 2 ore. Altrimenti (vedi Alpe Pedriola) passando per il rifugio Zamboni-Zappa, seguire il sentiero che parte a mezzacosta e taglia il versante fra i rododendri, aggirando il contrafforte settentrionale della Punta Battisti. Nel suo punto più elevato, abbandonare il sentiero e salire direttamente per prati e pietraie fino all’evidente base della parete. Ometto, spit visibili. Neve a inizio stagione.
Per il disegno di accesso: vedi sopra (disegno per il Piccolo Fillar)
20. Via a Gino
Filippo Gallizia, Alessandro Caldarera, Diego Micheli, attrezzata ottobre 2005.
La via ricalca quasi integralmente un itinerario aperto in stile classico (lasciato solo un chiodo): Enrico Serino, Elena Guiglia, luglio 2000.
Sviluppo: 260 m (7L)
Difficoltà: 6a+ (5c obbl.)/S2/ll
Materiale: 10 rinvii, nut, friend medio-piccoli, corde da 60 metri, casco, attrezzata a fix da 10 mm.
Via non difficile, ma piuttosto impegnativa a causa della distanza fra le protezioni e delle poche possibilità di integrare. Primo tiro tecnico fra diedrini e spigoli verticali, poi placche variamente appigliate con qualche sezione verticale. Bello veder spuntare la Est del Rosa arrivando in cima. Periodo ideale: estate e inizio autunno. Esposizione: nord-est.
L1 6a+ 50 m Diedro e spigoli verticali atletici.
L2 4a 40 m Placche ben appigliate.
L3 4a 40 m Placche ben appigliate.
L4 5c 25 m A destra per superare un tettino, poi placca.
L5 5a 50 m Placca fessurata non facilmente integrabile.
L6 6a 40 m Camino e poi placca verticale a sinistra.
L7 4c 15 m Breve diedro fino all’uscita.
Discesa: in doppia sulla via o meglio seguendo la cresta a sinistra fino al sentiero che scende dalla Punta Battisti (dal Colle Bortolon) verso il rifugio Zamboni-Zappa.
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32 – Zona Domodossola – Bassa Antigorio – Divedro
Pilastro dell’Alpe Nacchino
Si tratta dell’evidente pilastro che si erge all’imbocco della valle Antigorio di fronte al Pilastro Corsini. Rispetto al dirimpettaio possiede un non so che di più severo, infatti le visite risultano ben più rare.
Quota base: 600 m. Esposizione: est.
Accesso stradale
Lungo la superstrada del Sempione imboccare la direzione Valle Antigorio-Formazza. Dopo la galleria parcheggiare subito a sinistra, prima del rettilineo.
Avvicinamento a piedi
Imboccare 50 metri più avanti una stradina sterrata chiusa da una catena che sale a sinistra verso una cava abbandonata. Seguire la stradina che disegna alcuni tornanti scavalcando alcuni sbarramenti per animali e un deposito con alcuni mezzi abbandonati. Dal termine della strada (cava dismessa con derrik ancora piazzato) seguire la traccia con bolli rossi e gialli verso destra. Superato un tratto di bosco, si arriva sotto alle pareti dello zoccolo basale della via. Continuare verso destra fino alla fine della parete (ometto): qui salire verticalmente un canale per circa 50 metri e imboccare sulla sinistra una cengia (scritta e bolli gialli) spostandosi sotto la verticale dell’evidente pilastro, dove una “B” segnata in giallo indica l’attacco della via. 30 minuti. La vegetazione infestante può risultare un ostacolo o impedire l’accesso, a seconda della stagione e della frequentazione.
14. Buffalo Skull
Paolo Stoppini, Antonio Esposito, 2011
Sviluppo: 160 m (6L)
Difficoltà: 7a (6c obbl.]/RS2/ll
Materiale: 10 rinvii per l’ultimo tiro, microfriend e friend doppi 0,3-3, corda da 70 metri, cordini per allungare le protezioni, casco.
La via è quasi interamente da proteggere e presenta pochi spit a eccezione dello strapiombo dell’ultimo tiro. Se non si percorre l’ultima lunghezza le difficoltà diminuiscono a 6b [6a obbl.). Le soste sono attrezzate.
Nota: durante l’apertura i primi salitori salirono diritti sopra l’attuale S4 (aggiunta dopo) andando a far sosta sotto l’evidente e bellissima fessura che incide lo strapiombo soprastante. Avendola trovata bagnata, decisero di spostarsi per superare lo strapiombo più a destra. Tale fessura è molto aerea e si asciuga nei periodi secchi: rimane dunque un bel progetto per chi volesse andare a farne la prima salita trad. Sul pilastro di sinistra a opera di Paolo Stoppini e Fabrizio Manoni, sono stati aperti i primi due tiri di una nuova via, rimasta per il momento incompiuta…
L1 5c 20 m Risalti e muretti con qualche passo fisico.
L2 6a 30 m Simile ma più impegnativo.
L3 6a 30m Aereo e tecnico.
L4 6b 35 m Traverso a sinistra (uno spit) e poi bel muro fessurato.
L5 6a+ 20 m Diagonale a destra e allungo (uno spit] per uscire in sosta.
L6 7a/b 25 m Muri e diedri aggettanti fessurati con spit da integrare.
Discesa: lungo la via saltando S4.
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Gran Filar,Piccolo Filar,Integrale alla Jazzi,triangolo della Jazzi,integrale allo Jagerhorn,Cresta Santa Caterina,classiche allo Joderhorn,tutte accumunate dallo scenario della Est del Rosa,Pochi frequentavanol’area negli annj 80,…quand sevi matai,ul me zio ex partigiano mi portava sulle rive dell Anza e si trovavano ancora nastri di mitragliatrice.Posti di soria vissuta.Una guida dell arrampjcare nell’Ossola,serve solo a chi la compila , coloro che arrampjcano se conoscono j posti non serve,al massimo a parte il buon lavoro meno gente gira..al giorno d oggi meglio è La valle Ossola poco conosciuta ha un pregio ..gli Ossolani e questo essere ..dimenticata?
Appena comprata la settimana scorsa. Trovo che la guida sia fatta molto bene, completa ed esaustiva. Descrive molto bene le pareti ossolane e gondo. Alcune vie le ho percorse e trovo la descrizione molto accurata. Resto in attesa del secondo volume….