Pensieri, parole, opere e omissioni…

L’esplorazione di una montagna attraverso la salita di un nuovo itinerario, rappresenta l’esperienza più ricercata e coinvolgente per l’alpinista che si inoltra consapevolmente verso nuovi orizzonti verticali. Un tema complesso, dalle molteplici sfaccettature etiche che stimola la ferma riflessione di Mauro Florit, alpinista monfalconese, accademico del Club Alpino Italiano e Istruttore Nazionale di Arrampicata Libera, sicuramente uno dei maggiori protagonisti dell’alpinismo nelle Alpi Carniche e Giulie degli ultimi decenni. In questo scritto, andando ben oltre alla sua interpretazione dell’alpinismo, Mauro apre lo scrigno dei ricordi, offrendo un intenso e toccante estratto della sua corrispondenza epistolare con Mario Variola, amico fraterno e compagno di cordata con il quale si era ripromesso di aprire la via Gamboa, alla Sud delle Cjanevate. A distanza di vent’anni, forse non tutti ricorderanno Mario, prezioso collaboratore di Alpinismo Triestino, Guida Alpina, fotografo, giramondo, scrittore e poeta. Un giovane Uomo che si è sempre dedicato e battuto per gli ultimi del pianeta, per quello che definiva “un mondo che scompare, un’umanità meravigliosa”: spaziando dagli anziani abbandonati nelle Krajne ai bimbi di Mostar durante la guerra dei Balcani, agli indigeni Yanomami dell’Amazzonia, alla gente di Gamboa, a cui ha voluto fosse dedicata quella salita ideale, aperta con etica cristallina. Alla fine, Mario ha portato con sé le sue poesie, i suoi scritti, la sua arte e quella sensibilità troppo grande e fragile per il mondo che ci circonda (Roberto Valenti).

Sulla via Nato due volte (Sicilia). Da sinistra, Eugenio Pinotti, Fabrice Calabrese e Mauro Florit.

Pensieri, parole, opere e omissioni…
di Mauro Florit
(pubblicato su Alpinismo Triestino, n. 184, ottobre – novembre – dicembre 2022)

Più volte ho parlato della mia idea di apritore, di chi, ad un certo punto della sua carriera alpinistica decide di aggiungere questa nuova esperienza. Sono sempre stato molto sintetico nell’esprimere quello che pensavo, stavolta vorrei prendermi il tempo per sviluppare questo passo che reputo quasi fondamentale nell’esperienza di un alpinista.

Giungere all’idea di voler aprire un nuovo itinerario è un ulteriore tassello nella crescita personale di chi vive la montagna, un passo importante. Forse il passo più importante perché non è un’azione personale, “egoistica” come lo è stata tutta la carriera fino a quel momento, ma diventa un aprirsi verso gli altri. Nel bene o nel male, sopportando ed accettando elogi o critiche.

Siamo degli egoisti. Chi ama andare in montagna, chi ha una passione per questo ambiente e per questa attività è un egoista. Bisogna essere chiari ed accettare fin da subito questo stato di cose. Un egoismo che fa mettere la propria felicità nel scalare al di sopra di tutto, famiglia, amici, lavoro. Quando la passione brucia dentro, tutto il resto passa in secondo piano. Noi accettiamo consciamente rischi estremi per soddisfare le nostre voglie. Per fare quella che indubbiamente è una delle attività tra le più inutili del genere umano. Ma non sto dicendo che è una cosa negativa, anzi, reputo queste persone fortunate. Chi ha una passione, una qualsiasi passione non solamente la mia, vive meglio. Vive per soddisfare la sua ricerca della felicità.

Penso che esiste solamente un modo “etico” per salire una montagna: presentarsi alla sua base senza niente, senza corda, senza chiodi, senza martello, senza imbragatura, senza sapere niente di cosa abbiamo sopra la testa. Qualsiasi altro modo è un compromesso che viene accettato.

La nostra cara amica Wikipedia ci suggerisce che: “L’etica è una branca della filosofia che studia i fondamenti razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico. ovvero distinguerli in buoni, giusti, leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti ingiusti, illeciti, sconvenienti o cattivi secondo un ideale modello comportamentale“.

Ma possiamo sposare questa definizione in alpinismo? A parere mio assolutamente no. L’etica alpinistica è una cosa completamente diversa. In alpinismo, l’etica non ha un valore assoluto, bensì un valore personale che per giunta evolve nel tempo. Un alpinista può modificare la sua etica in funzione di innumerevoli fattori: età, meteo, accettazione del rischio, ecc. Quindi perché parlare di etica quando si apre una nuova via? L’etica di cui stiamo parlando è strettamente personale ed egoistica, è un modo di operare a cui un apritore decide di conformarsi.

In realtà esiste solo un’etica che vale per chiunque, non solo per l’alpinista, ma che ogni essere umano deve rispettare, ed è l’onestà. Ecco quindi che in alpinismo è più opportuno parlare di onestà che di etica. L’onestà che si esprime nel rendere pubblico come è stata aperta una via: calandosi dall’alto, in artificiale, in libera, posizionando le protezioni stando appesi da qualche parte oppure mentre si scala e tante altre variabili che devono essere conosciute dal ripetitore per dare una corretta valutazione.

Ma un’altra qualità serve all’apritore, altrettanto importante: la conoscenza. È indispensabile sapere la vera storia della parete dove si vuole aprire il nuovo itinerario, conoscere quello che è stato già fatto, dove sono tutte le linee già salite, da chi e come. Questo serve, per esempio, a non alterare lo spirito delle vie già presenti sulla parete. Per conoscerle non basta una generica “googleata” ma serve raccogliere informazioni da altri alpinisti, da guide e riviste. La tendenza, che si sta accentuando sempre di più tra i relatori di guide alpinistiche moderne, è quella di creare un elenco di salite scelte, magari che spaziano su vari gruppi montuosi. Questo modo di operare rende sì più fruibile al grande pubblico il testo, ma non permette la conoscenza della vera storia di una parete.

Riassumendo: per un apritore risultano indispensabili due qualità, onestà e conoscenza. E non abbiamo ancora iniziato a scalare un metro…

Ma perché aprire un nuovo itinerario? Non ce ne sono già abbastanza? Cosa spinge un alpinista a farlo? Non posso parlare per gli altri ma per me la motivazione principale è raggiungere posti che nessun altro ha mai visto, mettere le mani su appigli che nessun’altra mano ha stretto prima. Riecco l’egoismo che riappare sotto un’altra forma. Aprire una via nuova è come creare un’opera d’arte, lo si fa per se stessi, poi c’è il desiderio di condividere con gli altri quello che si è fatto. È proprio per questo, dopo aver salito una nuova via, mi sono sempre chiesto: manderei qualche amico a ripeterla??? Se la risposta è affermativa, faccio la relazione e poi la pubblico, se la risposta è negativa faccio ugualmente la relazione, ma la conservo sul mio quaderno dove da quarant’anni scrivo le mie malefatte. È per questo, credo, che quasi tutte le mie vie vengono ripetute. Non per tutti è così. C’è chi lancia il guanto della sfida e ti lascia le caramelle in sosta come a dirti “sei stato bravo ad arrivare fin qui”.

Comunque la si voglia vedere il bello della nostra attività è che non ci sono regole. Non ci sono regole in apertura e non ci sono regole quando si scala. Vi propongo uno spunto di riflessione: molti hanno visto nel 2015 l’impresa di Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson sulla DawnWall (El Capitan), salendo la via (gradata 9a) in completa arrampicata libera dopo 19 giorni consecutivi di arrampicata.

La notizia ha una forte eco in tutto il mondo, a tal punto che anche l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si congratula con gli alpinisti. Indubbiamente i due fortissimi scalatori hanno fatto qualcosa di eccezionale, ma è sfuggito un piccolo particolare. Se avete visto il film, una lunghezza di corda era particolarmente ostica a uno dei climber, pertanto, dopo innumerevoli tentativi, egli ha deciso di risolvere quel passo che non gli riusciva con un lungo aggiramento riuscendo così a salire in libera tutta l’enorme parete del Cap. Tutti gli alpinisti, compreso il sottoscritto, hanno valutato l’impresa come qualcosa di eccezionale, nessuno ha fatto notare che fare il giro per arrivare in sosta evitando un passo significa che l’alpinista ha risolto in modo soggettivo il problema. Per fare un paragone con un altro sport, sarebbe come se ad una gara di corsa ad ostacoli il corridore decidesse di abbassare l’altezza dell’ultimo ostacolo e spostare il traguardo un pochino più avanti per compensare. Scalare le montagne quindi non è uno sport. Uno sport è tale se risponde a tre caratteristiche: un regolamento che dice cosa si fa e come; un giudice arbitro che controlla e certifica; una federazione che organizza il dove e il quando. Quindi le gare di arrampicata sono uno sport, l’alpinismo ma anche la stessa arrampicata in falesia non lo è.

Mauro Florit e Daniele Pesamosca su I colori dell’ombra (Torre Guarda, Alpi Giulie)

Quindi alpinisti fuori dalle regole? Fanno quello che vogliono? Purtroppo no. I tempi sono cambiati specie per chi dedica volontariamente il suo tempo a far conoscere come andare in montagna. In alpinismo la bibliografia tecnica sta scendendo sempre più nei minimi dettagli, questa ricerca della metodologia operativa considerata più sicura è in costante evoluzione. Codificando tutto si cerca di ridurre i rischi ma nel contempo si riduce la libertà di agire al di fuori di queste regole scritte. Sperimentare autonomamente talvolta anche rischiando e sbagliando è stata la base per l’evoluzione della nostra attività. Ora però la società non accetta che le regole vengano disattese e pretende per ogni azione un responsabile che si possa eventualmente sanzionare. Ci sarebbe molto da discutere su questo. Ma torniamo al nostro argomento: aprire un nuovo itinerario.

Tra le tante cose che sono cambiate negli ultimi anni forse la preparazione del prodotto “via nuova” risulta la più interessante da analizzare. Un Comici o un Cassin mai avrebbero perso tempo a pulire un passaggio da appigli instabili o in genere pensare alle esigenze dei ripetitori, il loro obiettivo era salire e basta. Oggi, indipendentemente dalla difficoltà del nuovo itinerario, l’apritore tenderà ad “apparecchiare” un prodotto che, rispondendo alla sua personale etica, sia gradevole al pubblico. Insomma egli non scalerà solo per arrivare in cima, ma anche per ingrassare il proprio ego bisognoso di apprezzamenti, oggi più digitali che umani.

Quindi regole ed etica soggettive. Ecco le mie per quanto riguarda le vie aperte con l’uso del trapano per posizionare gli spit:

  • Uno: mai calarsi dall’alto per aprire una via. Aprire un itinerario calandosi dall’alto, pratica diffusa, non è per me aprire una via è bensì attrezzare una via. Calandosi dall’alto per posizionare le protezioni e scegliere il percorso migliore come si fa in falesia, riduce il ruolo dell’apritore a quello dell’attrezzatore. Il gioco di trovare con intuito e fortuna la giusta sequenza di appigli e appoggi che portano in cima viene annullato. Ovviamente di tutto ciò poco importa al ripetitore, che forse magari trova un prodotto migliore, ma personalmente quando apro un tiro trovo grande soddisfazione nel risolvere il rebus di appigli e appoggi che mi porteranno alla sosta.
  • Due: non salire in artificiale. Con il trapano in mano chiunque può salire una lunghezza di corda che forse neanche Adam Ondra riuscirà mai a scalare. Il mio gioco è trovare e salire una via adatta alle mie capacità, attrezzare delle vie che non sono in grado di scalare è per me una sconfitta. Significa che non sono riuscito a leggere bene la roccia, poco importa se poi Ondra passerà in libera.
  • Tre: non modificare la roccia. Non scavare appigli od appoggi per facilitare la salita. Scavare negli anni ’80 e ’90 poteva essere ancora, in qualche caso, una manifestazione di creatività. Ma era la strada sbagliata e adesso è evidente. Quindi adesso scavare è solo manifestazione di un egoismo “malato”, ben diverso da quello prima citato.
1990, Mario Variola in apertura sul Pilastro Greenpeace (Monte Avanza, Alpi Carniche)
  • Quattro: se si usano gli spit, e parliamo di vie così dette “plaisir”, essi vanno usati con criterio. Significa che la via dovrà risultare giustamente impegnativa ma non pericolosa. Mi spiego meglio con un esempio. Quando si ripete una via a spit aperta dal basso è facile capire quale è il livello di difficoltà massima dell’apritore. Di solito dico che uno chioda bene quella che per lui è quasi la difficoltà massima. Perché quando sta scalando poco sotto il suo limite farà grande attenzione alla sua sicurezza, mentre quando scala molto sotto il suo livello tenderà a sottovalutare le conseguenze di una caduta. Senza portare degli esempi concreti, sarà capitato anche a voi di scalare dei tiri di 5c, 6a, 6b con tre quattro protezioni e poi il tiro di 7a, 7b con le protezioni molto più ravvicinate. E bisogna sempre ricordare che volare su una lunghezza di 7b anche se attrezzata lunga non dovrebbe comportare conseguenze, mentre farlo su un tiro di terzo grado è sicuramente fatale.
  • Cinque: usare materiali di qualità. Aprire un nuovo itinerario costa. E costa parecchio. Circa 50 euro a tiro. Usare materiali scadenti è una tentazione forte perché di norma, a parte casi fortunati, chi apre si paga da solo le spese.
  • Sei: non aprire itinerari vicino al mare. Questa regola è nata dopo aver aperto una via vicino a Palermo quasi a picco sullo splendido mare siculo. Avevo usato materiale inox 316 ma nonostante questo dopo solo un anno molte placchette iniziavano già a rovinarsi. La corrosione degli ancoraggi fissi vicino al mare è un problema irrisolvibile a meno di usare il titanio con dei costi improponibili. Viceversa vi sono in montagna vecchissimi spit rock piantati a mano negli anni Ottanta che ancora danno ottime garanzie di sicurezza.

Quando invece apro con i chiodi e protezioni veloci il trapano lo lascio a casa. Nella prima parte della mia carriera di apritore il trapano o anche il pianta spit manuale erano tabù. E rimango sempre affascinato dalla fantasia del chiodatore per trovare il posto dove piantare un chiodo, quella fessura, quel buchetto invisibile. Ho sempre pensato che l’abilità di un alpinista non è tanto quella di stringere l’appiglio più piccolo, bensì quella di riuscire a proteggersi adeguatamente. Quando poi vecchie vie aperte a chiodi vengono riattrezzate a fix trovo veramente sbagliato togliere le vecchie protezioni. Significa privare chi verrà della storia della via. Quel chiodo piantato è un’opera d’arte, non una cianfrusaglia brutta da vedere come viene descritta da qualcuno.

In ogni caso dividerei il mondo degli arrampicatori in due grandi categorie: quelli che hanno aperto o attrezzato vie di qualunque tipo o difficoltà che hanno tutto il diritto di criticare e dire la loro opinione su qualunque tipo o modo di aprire una via; e quelli che non hanno mai messo un chiodo, mai uno spit, mai sostituito un moschettone in sosta quando era palesemente usurato, mai fatto nulla per gli altri. Ecco questi dovrebbero solo stare zitti.

1991, Mario Variola in Dolomiti

Sono anche un istruttore di alpinismo e, per concludere, vorrei dire due parole sui corsi: i ragazzi d’oggi sono completamente diversi da quelli che vi si iscrivevano solo qualche decina di anni fa. Oggi arrivano e si sono già documentati su tutto, hanno già visto su youtube tutti i tutorial per esempio su come fare una corda doppia. Il compito di un istruttore quindi, a parer mio, non può limitarsi a ripetere ancora una volta quello che hanno già sentito dire. Un istruttore può e deve dare quel qualcosa in più che farà la differenza tra un video descrittivo e la condivisione di informazioni date dall’esperienza acquisita.

Un altro aspetto dei corsi “moderni” che non mi piace è la sfrenata ricerca della “conformità” di insegnamento. Mi spiego meglio: che tutti gli istruttori d’Italia illustrino una determinata manovra nello stesso modo, usando le stesse parole, potrebbe essere visto come una cosa positiva… Mai nessuno verrà a dire: ma guarda che Bepi mi ha detto che non si fa così… A parer mio però si perdono dei valori aggiunti impagabili, un allievo a cui VERAMENTE interessa apprendere, se per una determinata manovra, ricevesse più metodologie nate dall’esperienza personale del docente, potrebbe poi lui stesso sperimentare qual è la migliore, e prendere da ogni istruttore quel valore aggiunto che una standardizzazione annulla.

1990, Mario Variola in Marmolada, via Estasi

Per ultimo una nota di colore. Vorrei parlarvi del nome delle vie. Quando ho iniziato a scalare i nomi delle vie erano i nomi dei primi salitori: la Cassin alla Ovest, il Philipp in Civetta, la Bonatti al Capucin. Era facile. Poi gli alpinisti hanno iniziato a dare nomi di fantasia alle loro realizzazioni. La scelta del nome per una via nuova è sempre una questione delicata. In poche parole si cerca di racchiudere le emozioni di un’esperienza unica e ognuno ci prova a modo suo, usando lo stile che più gli appartiene: aulico, leggero, con (auto?) ironia o metafore più o meno chiare, doppi sensi e calembour costruiti su assonanze e distorsioni tra le parole. Poi ci sono i nomi di mogli, fidanzate, amanti, figli, animali, ricorrenze, anniversari e via andare, ma è tutta un’altra categoria. Personalmente penso che dare il nome a una via è come dare il nome a un figlio.

A mio parere deve avere un significato, che esso sia ovvio o più intimo è relativo, l’importante è che per l’apritore significhi qualcosa. In quasi tutte le mie vie quindi il nome ha un ben preciso motivo d’essere e non sempre è quello più ovvio… Qualche esempio:

1989, Alpi Carniche, Creta Cacciatori, via Carnia Adventure
È stata la mia prima via nuova. A quel tempo girava una pubblicità della Marlboro che mostrava gli uomini del Marlboro Adventure Team impegnati a vivere la loro vera avventura negli sconfinati paesaggi del selvaggio west. Il nome “Carnia Adventure” deriva proprio da questa mia iniziale ricerca dell’avventura senza il bisogno di grandi viaggi, basta trovare cinque metri di una liscia placca non proteggibile a un’oretta da casa per poter vivere una fantastica avventura.

1991, Alpi Carniche, Cjanevate, via La legge della fattucchiera
Quando con Daniele Perotti andai per la prima volta a scalare sulla Sud della Cjanevate per ripetere tutte la vie di Mazzilis, avevamo un mantra: “se non si passa basta applicare la legge della fattucchiera: fare una doppia ed andare in “scogliera” (la scogliera è un settore del Pal Piccolo, vicino al Passo di Monte Croce Carnico). Questa via è dedicata proprio al mio fortissimo compagno di cordata caduto in Marmolada nel 1991.

1996, Alpi Giulie, Val Trenta, Osebnik, Via Arlecchino servitore di due padroni
E’ la mia prima via aperta con l’uso del trapano. Dopo aver aperto tante vie con i chiodi mi è venuta voglia di servire (anche) un altro padrone, un padrone forse più buono, indubbiamente meno pericoloso, ma Arlecchino vuole servire con grande rispetto entrambi.

2001, Alpi Giulie, Bila Peč, via Signori si nasce, ladri si diventa
La frase di Totò divenuta celebre è “Signori si nasce e io, modestamente, lo nacqui!”. La mia variante è una dedica a un forte alpinista che in modo poco elegante ha completato una via in Cjanevate da me iniziata. Se volete sapere di più datemi un bicchiere e vi racconto…

1991, Mario al Sass dla Crusc, via del Gran Muro

1997, Alpi Carniche, Cjanevate, via Gamboa
Da un mio scritto: “Tutto era pronto, organizzato, Mario sarebbe partito prima, in due mesi aveva tutto il tempo di organizzare la nostra piccola spedizione in Brasile. Lui c’era già stato più volte, conosceva il posto, e mi aveva fatto sognare pareti inviolate di granito che spuntavano come per incanto dalla vegetazione. Venerdì sera, ci incontriamo per gli ultimi accordi, poi vado a prender un po’ di pioggia sulle ‘mie amate’ Carniche. Il suo volo per San Paolo è per la mattina del giorno seguente. Domenica sera rincaso tardi, la segreteria telefonica lampeggia:”Sono Mario. Sono partito. Ho svuotato lo zaino di tutto il materiale d’arrampicata. Scusa“. Dopo un mese ricevo una lettera da Salvador-Bahia.

1997, in apertura sulla via Gamboa

Ciao Mauro, non ti ho ancora scritto una riga, dopo il messaggio che ti ho lasciato in segreteria telefonica. Sì, all’ultimo momento, mezz’ora prima di partire da casa, ho svuotato lo zaino dai chiodi che avevo appena comprato, dalle corde, dai nut e friend, adesso nell’armadio in garage c’è un mazzo di chiodi luccicanti come non avevo mai posseduto. E’ rimasto per caso solo il martello, che ho già regalato a un tipo di San Paolo che ha una palestra artificiale di arrampicata. Mi hanno portato ad arrampicare due giorni nella regione. Era un posto bello, pieno di verde, di una tranquillità diametralmente opposta alla dimensione allucinante della città di San Paolo, il cui inizio è sconosciuto, in quanto di giorno in giorno si espande, e a parere di un tassista il suo diametro è di circa quaranta chilometri. Avevo con me le scarpette, vecchie, e l’imbrago leggero, sempre quello. Poi sono partito. Lasciando lì anche l’imbrago e le scarpette, non voglio nemmeno pensare alle scalate perché vedi, appena tocco la pietra, mi vengono in mente le forme curiose delle Carniche, delle Giulie, delle Dolomiti. Mi viene dentro il sapore delle nebbie che scorrono verso l’alto delimitando lo spazio e rendono l’abisso ancora più inquietante e magnifico. Il profumo delle nebbie fredde ed inquietanti che si portano appresso il timore del tuono.

Così, adesso sono a Salvador, dove la popolazione è quasi totalmente negra. Sto facendo molte foto. Ho conosciuto una comunità di pescatori che vive vicino al centro della città, in una località che si chiama Gamboa e che comprende anche un forte costruito nel 1810 circa, ora diroccato; ci sono vecchie case coloniali in riva al mare, sul costone che sale ci sono altre casette, e baracche di gente umile che vive in maggioranza di pesca. E’ una comunità secolare, dall’epoca del forte. Ho conosciuto una vecchia che ha 97 anni. Passa il giorno affacciata alla finestra, guardando il mare, i bambini che giocano con le onde, i pescatori che lavorano.

Il suo viso ricorda le rocce scure e screpolate che affrontano i marosi, e i suoi occhi chiari – molti negri qui hanno gli occhi chiari – hanno la stessa vastità dell’orizzonte. Suo padre era pescatore, e i suoi figli, e i suoi nipoti e forse i bisnipoti che giocano argentini con le onde non lo saranno più, perché il governo e gli speculatori hanno riscoperto questo piccolo mondo dimenticato a quattro passi dal centro storico, dove ancora si può trovare quella poesia del mare descritta da Jorge Amado nel suo libro Mar Morto, e stanno cercando di cacciare la gente chiamandoli dei favelados invasori e occupatori abusivi, ecc., per farci un nuovo centro turistico, ristrutturando le vecchie case che ora sono dei pescatori. Mettendo negozi e ristoranti dove ora ci sono solo case di mattoni scoperti e baracche, finalmente incanalando le fogne che la città scarica tra le case, incurante della gente di Gamboa.

Gamboa resiste; vogliono trasferirli a un’ora e mezza dal mare, dando ad ogni famiglia venti metri quadrati di casa, togliendo le onde ai bambini, e tutto questo per l’inconsapevole e beato trastullarsi dei turisti, e le tasche di qualcuno. E’ triste fotografare un mondo che forse sta per scomparire, ed è prezioso come lo sguardo di uno stambecco incontrato per caso tra le rocce e la neve e il cielo grigio viola d’una sera d’ottobre tra i Jôf.

Mauro, non essere arrabbiato con me. Ti auguro buone scalate e con i chiodi che sono in garage apriremo una via in montagna, bella, difficile, senza spit e la chiameremo Gamboa, e quando ci chiederanno: “Perché Gamboa?” Risponderemo: “Perché Gamboa è il mondo che scompare, l’umanità meravigliosa”. Ciao Mario”.

P.S. I chiodi sono in un vecchio armadio nel garage a casa di mia madre. E’ un grosso mazzo legato con un cordino. Valli a prendere, cerca e apri tu la via di cui sopra. Poi mi ci porterai. Cerca, usali tutti, aprine più d’una, ma Gamboa deve avere le caratteristiche di cui sopra. Sarà qualcosa che sentirai nelle mani e nel corpo in quell’intervallo di contemplazione che segue alla salita e precede la discesa. Vai a prendere i chiodi. Sono un regalo. Ciao!

Mario Variola è morto suicida nel 2002.

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Pensieri, parole, opere e omissioni… ultima modifica: 2023-02-17T05:03:00+01:00 da GognaBlog

23 pensieri su “Pensieri, parole, opere e omissioni…”

  1. Luciano, ti concedo volentieri che il mio commento era provocatorio e persino aggressivo, la qual cosa, in qualche modo, contraddice anche il contenuto del commento stesso, se è vero come è vero che intendevo stigmatizzare proprio certe aggressive forme di impossessamento del territorio “montagna”, travestite da arte e/o generosa realizzazione di manufatti a beneficio di tutti.
    Ma quando si parla per discutere – e il dito indica la luna – bisognerebbe sempre badare alla luna, anche quando il dito in questione entra diritto dentro al nostro occhio … o no?
    Dici bene quando citi il nuovo mattino e la valle dell’Orco come una delle date di inizio di questa tendenza. Ma poi Gian Piero Motti si è suicidato, e forse non è un caso. Anzi, mi è parso di capire che quella gente volesse proprio contestare un certo alpinismo che era passato dalla montagna come terreno di scoperta, alla montagna come terreno di conquista. Alla fine, però, hanno solo sostituito il concetto di “vetta”, con il concetto di “via”, e tutto è ricominciato come prima.
    Detto questo è chiaro che io non volevo parlare di Florit (persona degnissima da quello che leggo e da come lo difendi) ma proprio di “massimi sistemi”, perchè mi sembra che ne valga la pena. 
    L’alpinismo come movimento non esiste da sempre, ma nasce circa 250 anni fa, nel bel mezzo del mondo occidentale (questo erano le Alpi allora!) e fra due rivoluzioni di stampo illuministico (quella americana e quella francese). Mi sono sempre chiesto perchè (perchè non prima, e perchè non altrove) e l’argomento mi sembra non solo interessante, ma in qualche modo decisivo, soprattutto quando a causa dell’alpinismo ci capita di perdere il lavoro o dei compagni di cordata, e dobbiamo decidere se mandare tutto al diavolo, o proseguire più furiosi di prima…
    Ciao e grazie per le tue critiche. Alla prossima, Rello  

  2. 17 Stefano: utilizzi una tua lettura del testo (“trovo insopportabile anche questa pretesa “creativa”, per la quale aprire una via equivale a fare storia e opera d’arte”), che trovo distorta, perchè Florit in realtà in precedenza elenca altre motivazioni che lo spingono all’apertura, dopodichè non è la via che diventa automaticamente opera d’arte, ma saranno i ripetitori eventualmente a confermarne la bellezza. E da quello che traspare nella lettura complessiva del testo, non credo che l’ambizione di Mauro sia di fare la storia e lasciarci opere d’arte. Quanto alla ricerca ossessiva (?) dei nomi, sono almeno 50 anni che ciò avviene (da quel poco che ne so, almeno dalle prime vie del Caporal). Ma la tangente la prendi quando da questo spunti parli di imposizione, per arrivare a violenza e aggressività della nostra cultura… mi pare un filino esagerato, stiamo parlando di vie di arrampicata in montagna generalmente accessibili ad una piccola schiera di veri appassionati di arrampicata, mica dei massimi sistemi!

  3. L’articolo è molto bello. Passa dalla parte emozionale, soggettiva, alla parte strettamente pratica. 
    Condivido in pieno la presenza di egoismo o edonismo. 
    Che non è strettamente negativo perchè se vuoi andare in montagna per soddisfare te stesso è una cosa bella. Certo mi sono sempre detto. Stefano questa tua passione che porta a considerare la montagna come prioritaria non è altro che una manifestazione di ego e di ignorare quello che c’è oltre la montagna, non è un gran approccio ma è anche vero come disse un vecchio che conosco “si vive una volta sola”. 
    Per la parte pratica non essendo uno da 7+ ma al massimo fatto palestre di roccia  con tali difficolta’ (in realta’ oltre il 6 ma non penso 7) do un giudizio un po’ da profano. Quando vado in montagna e vedo corte fisse un po’  mi smonta. Certo ti rendono piu’ sicura una cima, la puoi fare da solo perchè vi è la corda, da solo diversamente desisteresti. Pero’ alla fine sarei disposto a non andare su una cima piuttosto di avere tutta quella ferraglia che poi porta cani e porci. 
    Ecco anche per le vie credo che debbano restare il piu’ intonse possibili. Sei capace di andarci? bene, gia’ parlare di trapano a me viene in mente le pareti di casa e dico, no non va bene, da vietare. Se sei capace sali, se non lo sei stai a casa. Ripeto considerazione da profano
     

  4. Questo articolo, a mio avviso meraviglioso, comparve sul blog calcarea nel 2021
    https://calcarea.wordpress.com/2021/05/02/pensieri-parole-opere-e-omissioni-di-mauro-florit/
    Calcarea, blog di riferimento, assieme a quello di Gogna, prima della scomparsa del suo “papà”, che assieme a calcarea era “padre” di molte falesie carniche.
    Mauro è umano, come tutti noi, e molti lati, anchecper questo, lo rendono speciale. Banalmente, solo vederlo arrampicare o provare i passi da lui proposti è un piacere e questo articolo offre, anche a chi l’aveva già letto, anche se non lo conosce, non pochi spunti di riflessione. Arrampicata, vita, vicende, bello leggerlo e “tornare a casa” con più dubbi e domande di quante si avesse prima di leggerlo.
    Non ho invece la fortuna di conoscere Variola, persona speciale evidentemente se anche un altro apritore gli ha dedicato una via.
     
     
     

  5. Chiodare o chiedere?
    Questo è il dilemma!
    Chiodo per chiedere o chiedo per chiodare?
    Vado per monti perché  è sinonimo di vedute e orizzonti alti o mi perdo dentro al buio di una parete nord fatta di mille regole e (forse troppa) conoscenza retaggio di 2 secoli di alpinismo? 
    Credo che chi lascia il proprio segno nelle nuove vie non debba essere condizionato dalle(troppe) possibilità moderne ma  semmai  da quanto a lui la parete offra e sappia leggere/interpretare…e questo avviene solo con maturità e umiltà ,merci rare …cosa che invece traspare dal bell’ articolo e che nel finale commuove.

  6. Mg ma va a farti un giro in montagna e rilassati. Se avessi riempito di post inutili, hai ragione, ma per una battutina verso l’amico Luciano cosa vuoi che sia. 
    Poi l’intervento sara’ sembrato stupido per te, ma quanti ne fate voi qui sul blog….cosa devo fare chiamare la mammina Gogna e dirli “guarda che brutto e cattivo, hai visto che scrive delle cretinate”. 
    Penso che i 5 anni gli hai passati. 
     
     

  7. luciano, ho riletto l’articolo con più attenzione. In effetti si parla di “regole per l’apertura di vie con l’uso del trapano per posizionare gli spit”, quindi la prima parte del mio commento è del tutto fuori luogo e me ne scuso. sulla seconda parte, invece, non mi pare di essere partito per la tangente, e se vorrai spiegarmi, ti leggerò con piacere.

  8. ma perché sporcare di cazzate anche un articolo così, che parla di monti, poesia e gente che non c’è più per scelta?
    Delle scie chimiche puoi parlare in mille altri posti. Magari la bar con un bel fiasco in mano. 
    propongo alla redazione di cancellare questo sfregio che non ha alcuna attinenza con un articolo intenso e una serie di commenti che erano comunque in tema

  9. Ah ma ora Luciano è chiaro… te ce l’hai su con tutti quelli che si chiamano Stefano 🙂 🙂 🙂
    Opsss tornando alle scie chimiche… io francamente che siano solo condense dei fumi di scarico degli aerei qualche dubbio ce l’avrei. Ma non ho certezze. Sta di fatto che mai in vita mia ho visto una cosa simile. 
    https://twitter.com/sconnesso_/status/1627337020535087104
     

  10. 13. Stefano: prima di partire in quarta con le critiche, per quanto queste possano essere talvolta costruttive, sarebbe necessario leggere bene il testo. In base al quale tutta la tua prima parte di commento è superflua, non avendo Florit fatto alcun cenno all’arrampicata artificiale in senso lato, dato che l’argomento era circoscritto alle vie chiodate con l’utilizzo del trapano.
    Per quanto riguarda la seconda parte, invece, mi pare proprio che tu sia partito per la tangente. 

  11. E’ un bell’articolo perché coglie tutti gli aspetti del problema, ma su alcuni mi sembra superficiale. Ad esempio non è corretto condannare l’artificiale in apertura, dicendo che con il trapano son capaci tutti. Esiste anche e soprattutto un artificiale senza trapano. E Storicamente le vie sono state aperte proprio in quello stile (dalle rudimentali ancorette di Whymper, ai pendoli di Bonatti sul Dru). Questa sopravvalutazione della libera anche in ambiente alpinistico è tipica di un certo imperante “modernismo”, ma francamente mi irrita, perché è chiaramente incoerente con la premessa (condivisibile) secondo la quale l’alpinismo non può essere ridotto ad uno sport. E trovo insopportabile anche questa pretesa “creativa”, per la quale aprire una via equivale a fare storia e opera d’arte (che spiega anche l’ossessiva ricerca di nomi originali e affascianti). Ormai l’uomo occidentale non si accontenta più di vivere, ma vuole anche creare qualcosa che resti e che s’imponga agli altri (famiglia, opera d’arte, o impero che sia). Ormai “progetto” è la parola più usata in qualsiasi contesto, dal marketing di piani previdenziali, ai corsi prematrimoniali della Chiesa cattolica… ma proprio qui sta la radice di tutta la violenza e l’aggressività della nostra cultura; in quello sì che abbiamo fatto storia… 

  12. Non credo che un apritote chiodi lungo per mettere alla prova le proprie paure. Semplicemente chioda dove sente il bisogno di farlo. Dove sente il bisogno di proteggersi.

  13. Appassionante scritto che si apre, contemporaneamente, sui paesaggi  interiori e quelli (in apparenza) esteriori.
     
    Leggendo si respirano le rocce, avendo la certezza d’essere lì a saggiarle con l’autore. 

  14. da modesto apritore con livello medio/basso aggiungerei uno spunto di riflessione: i “chiodatori” si dividono in due categorie, a prescindere dallo stile (etica anche secondo mie è una parolona abusata). Quelli che aprono per sé, per il proprio ego, per la propria voglia di avventura, esplorazione. per mettersi alla prova. Per far vedere che vanno più lunghi degli altri, o anche di loro stessi E poi quelli che aprono vie per essere ripetute. Io ho fatto entrambe le cose, qualche volta mi sono voluto “spingere” un po’ più in la, altre volte ho visto delle linee che mi sembrava troppo egoistico chiodarle lunghe per sfidare le mie paure, e quindi le ho chiodate “allegro plaisir” o quasi per permettere a tutti di godere della bellezza che ho avuto la fortuna di trovare. Ecco, proprio da questo nasce uno spunto, una domanda che mi attanaglia da tempo. È giusto chiodare male (concetto relativo), o anche solo pericoloso? Se io dominio il 7b, per dire, sul 6a posso andare praticamente da sosta a sosta senza proteggere. Solo per il gusto di mettersi alla prova e negare a tanti la stessa esperienza? Chiedo, perché non ho la risposta…

  15. Difficile trovare una sua realizzazione che non sia bellissima, difficile non concordare con quanto scritto, peraltro in modo molto chiaro e che non lascia spazio ad interpretazioni.
    Commovente la lettera di Variola.
     

  16. Scritto interessante, per nulla estraneo al mio modo di pensare, Mario doveva essere una bella persona. Essere sensibili alle ingiustizie del nostro mondo, può essere un grande peso da portare.

  17. Quindi perché parlare di etica quando si apre una nuova via?

    Nell’aprire una via nuova, più che parlare di etica si dovrebbe parlare di stile. Nel senso che ci possono essere vari stili di apertura condizionati dalla mentalità dell’apritore. Ci saranno quindi vie sportive, vie plasir, vie alpinistiche, vie da proteggere in tutto o in parte, ect. ect.
    Dell’etica se ne farà carico il futuro ripetitore, quando si dovrà caricare il fardello di rispettare lo stile delle via nel suo tentativo di ripetizione. Senza cambiare le regole del gioco pur di passare ad ogni costo.

  18. Personalmente penso che dare il nome a una via è come dare il nome a un figlio.

    L’ho sempre pensato anche io, dare il nome ad una via è importante! Per questo ho  sempre cercato di dare un nome alle vie che ho aperto che avesse un significato.

  19. “Mario Variola è morto suicida nel 2002.”
     
    L’insostenibile angoscia dell’essere.

  20. Scritto prezioso e riflessioni profonde. Non sempre chi sa scalare sa anche scrivere. Bellissima la lettera di Mario. 
    Grazie Mauro
     

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