Piolet-traction

Nei 42 anni che separano i nostri attuali lettori da quanto è pubblicato qui sotto l’evoluzione della tecnica di ghiaccio in tutti i settori è andata ben oltre a quanto descritto così bene da Walter Cecchinel. Sia su terreno alpino che su cascata, come pure nelle competizioni di scalata su ghiaccio, la progressione delle attrezzature e delle tecniche ha reso obsoleto questo articolo: che, ciò nonostante, rimane un bellissimo documento storico, che dev’essere a nostro parere letto proprio da coloro che oggi si possono definire campioni in queste specialità.

Piolet-traction
(Rivoluzione su ghiaccio)
di Walter Cecchinel
Traduzione di Marziano di Maio
(pubblicato su Rivista della Montagna, n. 31, marzo 1978)

Sviluppo cronologico della definizione di piolet-traction in Francia
Estate 1971: il pugnale da ghiaccio ha il favore degli alpinisti, soprattutto nelle esercitazioni in «palestra» sui ghiacciai della valle di Chamonix. Ho deciso in quella data dì realizzare, presso un fabbricante di materiali della valle, un attrezzo che partendo dal «pugnale» potesse offrire altre possibilità d’uso, come per esempio quella di un martello. Ben presto sono giunto a fare un arnese bizzarro: un pugnale da ghiaccio con manico (V. foto). L’ho utilizzato quando ho aperto la nuova via centrale al Grand Pilier d’Angle al Bianco ed è proprio là che ho constatato la quasi impossibilità di utilizzare il pugnale classico sul ghiaccio duro d’altitudine, come si diceva allora. Ben presto, la mano è scesa sul manico del mio prototipo per ancorarlo al di sopra della mia testa, e per potermene servire da presa di sostegno… Ho fatto in definitiva tutta la salita da capocordata nella parte su ghiaccio, sulle punte davanti dei ramponi, con alla mano destra una piccozza classica d’appoggio all’altezza della cintola, e nella mano sinistra il «pugnale da ghiaccio col manico» tenuto col braccio teso. Nell’autunno seguente, impiegatomi come disegnatore-progettista presso lo stesso fabbricante, sono andato definendo dopo numerose prove al Glacier des Bossons due attrezzi ben specifici (piccozza e

L’apertura dell’articolo della Rivista della Montagna

martello), che dovevano poi permettermi di salire nell’inverno seguente un grande «couloir» di notevole inclinazione. È proprio nel corso di queste giornate di prove che mi è sembrato sempre più naturale piantare i miei attrezzi al di sopra della mia testa e di servirmene come pioli d’una scala, che però sono spostabili. Era nato il «piolet-traction» moderno, e vedremo in seguito che altri in luoghi diversi erano giunti alle stesse mie conclusioni circa l’uso simultaneo di due «ancoraggi».

Inverno 1971-72: la tecnica cominciava a chiarirsi in modo ben definito, e disponevo di attrezzi validi. Il modo di usarli razionalmente doveva affermarsi in concreto a partire dall’ascensione invernale integrale del «couloir» Lagarde-Segogne all’Aiguille du Pian, che dev’essere anche stato, a quanto ne so io, il primo «couloir» ad essere percorso in questo modo nelle Alpi. Claude Jager ed io abbiamo scoperto allora le enormi possibilità che poteva offrire questa nuova tecnica, che ho insegnato all’ENSA l’estate seguente. Dopo aver vinto alcune reticenze (presto superate) del corpo istruttori di questa «venerabile» scuola, noi tutti constatammo che la tecnica classica d’allora e quella nuova erano in effetti complementari, e che quest’ultima poteva costituire il risultato finale «dell’arte suprema del ghiacciatore». La spinta era data; l’insegnamento dì questa nuova tecnica e l’immediata commercializzazione del materiale relativo allargarono l’attenzione. Il piolet-traction avrebbe acquistato molto presto i suoi titoli di nobiltà.

Il piolet-traction all’estero
Insieme a Yves Pollet-Villard ho fatto conoscere questa tecnica alle guide tedesche, in occasione di uno dei loro «stages» di guida tenuto in Svizzera nell’estate 1973, al quale assistevano in veste di osservatori dell’ENSA. I tedeschi, che comunque possedevano già buoni martelli da ghiaccio, usavano ancora la piccozza in appoggio laterale e ignoravano del tutto il modo di utilizzarla «in trazione» combinandola con il martello.

Dopo aver realizzato l’ascensione al couloir nord-est dei Drus con Claude Jager, sono venuto a sapere durante un viaggio di studio in Scozia nel gennaio 1974,

che la tecnica in oggetto era stata messa a punto alcuni mesi prima di me anche da due scozzesi, Bill March e John Cunningham, istruttori presso una scuola d’alpinismo vicino ad Aviemore e che erano in contatto con Yvon Chouinard, il ben noto fabbricante americano.

Non so che cosa sia stato fatto in Italia: il mio amico Giorgio Bertone non me ne aveva mai parlato.

Conclusioni
Va notato che la messa a punto di questa nuova tecnica, che ha fatto fare un balzo avanti all’alpinismo contemporaneo, è stata resa possibile dal lavoro individuale di qualche persona unitamente a dei fabbricanti di materiali, e che ognuna di queste persone era del tutto all’oscuro delle ricerche degli altri. Nei vari Paesi tali persone senza dubbio hanno proceduto sensibilmente nello stesso modo verso la soluzione del problema. Il sistema scozzese, nato lungo gli itinerari ripidi e impressionanti del Nord delle Isole Britanniche, era più adatto a scivoli relativamente corti, dove il concetto di quantità e di peso del materiale usato era meno importante che non sulle nostre vie delle Alpi. Va notato che gli scozzesi ignoravano del tutto il modo di assicurarsi con l’aiuto del martello da ghiaccio collegato alla cintura, cosa fondamentale a mio avviso, come vedremo in seguito. Succede allora che quei brillanti ghiacciatori anglosassoni che si impongono all’ammirazione non esitino a portarsi due piccozze, più un martello o persino un martello-piccozza. Questa «orgia» di materiali, ammissibile in quelle che possono chiamarsi le grandi scuole di ghiaccio scozzesi, non lo può più essere nelle salite d’alta montagna, dove il fattore «peso da trasportare» è determinante. Si assiste attualmente a una moda che tende a moltiplicare il numero degli attrezzi di progressione, mentre bisognerebbe sapere che si può trarre il massimo da due soli attrezzi ben adattati. È innegabile che una seconda piccozza usata con la sinistra è sensibilmente più efficace di un martello da ghiaccio, nonostante la tendenza attuale ad allungare il manico di quest’ultimo (ho sempre usato, già dall’inizio, un martello dal manico molto lungo!). E nondimeno non c’è dubbio che non si possano moltiplicare gli attrezzi di progressione, a motivo non solo del loro peso ma anche del loro volume. È ragionevole dire che è necessario saper dare prova, in definitiva, d’una certa sobrietà nella scelta dei materiali, cercando di ottenere il massimo di efficacia.

Uso del materiale
1) Abbiamo assistito a una sensibile evoluzione del materiale da ghiaccio, specialmente per quanto riguarda la piccozza, ed è evidente che tale materiale ha subito cambiamenti in funzione della tecnica, e viceversa. Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che per arrampicare con sicurezza «in trazione» è molto importante adoperare esclusivamente piccozze e martelli ideati per questo uso. È molto sgradevole, per non dire pericoloso, avere la sorpresa di un ancoraggio che ceda a causa della cattiva curvatura della lama d’una piccozza «vecchia maniera». È con coscienza di causa che io uso oggi una piccozza a lama nonostante tutto poco curva e relativamente corta. Esistono oggi sul mercato numerosi attrezzi a lama molto curva e abbastanza lunga, che ancorano perfettamente alla trazione, ma che sono assolutamente inadatti a tagliare un gradino anche minimo, per il fatto stesso della loro sensibile curvatura. Non dimentichiamo che la «trazione moderna» ha fatto praticamente sparire la gradinatura, che però resterà valida in ogni modo per intagliare le tacche per riposarsi e per la sosta! Gli attrezzi che uso tentano di conciliare queste due funzioni apparentemente opposte: l’ancoraggio e la possibilità di gradinare. Si noti un punto molto importante: l’uso obbligatorio d’una dragona o di qualunque altro artificio che renda solidale l’attrezzo con il braccio che lo usa. Vedremo che l’assicurazione sulla dragona è indispensabile per la sicurezza.

2) Spieghiamo ora l’uso molto particolare del martello da ghiaccio. Il martello è collegato, cosa essenziale, al cosciale del baudrier di cordata per mezzo di una «longe» («cordellette» o cinghia) la cui lunghezza sarà calcolata in questo modo: col baudrier piazzato, si afferri il martello come per usarlo normalmente, con il braccio alzato leggermente piegato, e si regoli la «longe» tesa tra il punto di attacco sul baudrier e il manico. Si potrà effettivamente utilizzarlo come mezzo di assicurazione una volta che sia solidamente piantato, allo stesso modo d’un chiodo da ghiaccio. E’ buona norma saggiare la solidità dell’ancoraggio facendo gravare sul martello il peso della persona, tenendo sempre la dragona della piccozza piazzata. È unicamente per non aumentare il valore della coppia di strappo che io uso un martello da ghiaccio dalla lama relativamente corta, malgrado l’inconveniente di schiacciarsi qualche volta le dita. In effetti, una lama più lunga favorirebbe in questo uso la coppia di raddrizzamento dell’attrezzo e anche la possibilità di vederlo cedere: è importante, come per un chiodo da ghiaccio, far lavorare il punto d’attacco il più possibile vicino al ghiaccio.

Da sinistra: a) il «pugnale da ghiaccio» con il manico usato nel 1971 durante il primo percorso della via Cecchinel-Nominé al Pilier d’Angle; b) La piccozza adoperata nel dicembre 1971 sul couloir Lagarde all’Aiguille du Pian; e) La piccozza impiegata nel 1973 sul couloir nord-est dei Drus (foto V. Mercié).

3) Non dimentichiamo i ramponi: nell’equipaggiamento moderno del ghiacciatore essi hanno un ruolo quasi altrettanto importante che gli attrezzi di ancoraggio («marteau-piolet»). Si può dire che la progressione di faccia, che sembra la più naturale, sia vecchia almeno quanto il ramponare. Le punte anteriori sono oggi universalmente note e apprezzate, e abbiamo a disposizione numerosi modelli a più punte in avanti; questi modelli, nella loro forma attuale, facilitano la progressione su ghiaccio duro, regno del piolet-traction.

Descrizione della tecnica di progressione
Tecnica di salita
La progressione nel «piolet-traction» si fa ramponando con le punte anteriori, rivolti al pendio, usando due attrezzi d’ancoraggio tenuti a braccio teso, piantati alternativamente. Stare attenti a piantare il più in alto possibile sopra la testa (braccio teso!) la piccozza o il martello, tenendo questi attrezzi quanto più possibile all’estremo del manico per avere la miglior battuta possibile.
È perciò molto importante regolare opportunamente la posizione della dragona di trazione. Insistiamo sui particolari evidenziati dalle foto:

a) progressione normale
Piantare ben in alto piccozza e martello, braccio teso, piedi molto distanziati (almeno 50 cm per una buona stabilità, foto 1). Fare piccoli passi per non superare la posizione limite superiore, braccio piegato (foto 2); per una buona sicurezza sul ripido, evitare di superare la posizione limite superiore, che è data dalla posizione piegata del braccio di tenuta, consentendo all’occorrenza un bloccaggio muscolare (foto 3). Distaccare il secondo attrezzo unicamente in questa posizione, che permette, se i piedi cedono, di bloccarsi quanto meno su un punto d’ancoraggio (foto 4).

b) Preparazione della fermata (o piazzamento d’un chiodo)
Quando manca qualche metro di corda alla fine della stessa, intagliare una traccia di tacca, braccio teso, assicurati al martello piantato (foto 5). Salire col piede di traverso (posizione di riposo) su questa tacca e piantare piccozza e martello, col braccio teso (fig. 6). Assicurarsi allora (con tutte due le mani) sulla dragona della piccozza con un capo di corda (sostenuti dal martello, foto 7). Piazzare il chiodo (assicurati alla piccozza, foto 8). Assicurarsi con il secondo capo di corda sul chiodo e ripiantare il martello (secondo punto d’assicurazione). Ci si può allora spostare lateralmente per allargare la prima tacca (foto 9). La piccozza ripiantata potrà costituire un terzo punto d’assicurazione (foto 10-11). L’arrampicatore è sempre collegato al ghiaccio con qualunque posizione degli attrezzi di progressione, cosa importante per la sicurezza. Questa maniera di procedere è molto utile soprattutto su terreno ripido, ma è evidente che solo una buona esperienza di ancoraggio potrà aumentare notevolmente la sicurezza.

Tecnica di discesa
Il «piolet-traction», per il fatto stesso della natura dei suoi terreni prediletti (ghiaccio duro, pendenza accentuata), è di impiego poco comodo per la discesa. Se talvolta si è costretti a ridiscendere un po’, bisogna sapere che per mantenere una buona solidità d’ancoraggio (derivante da una buona battuta dell’attrezzo), si deve cercare di fare passi piccoli e non esitare a spostare con frequenza i punti di ancoraggio. Nota: su ghiaccio molto duro è vantaggioso usare quali punti d’ancoraggio dell’attrezzo le fratture provocate dallo scorrimento del ghiaccio stesso. Sarà bene scegliere una frattura orizzontale per facilitare l’intaglio di una tacca, sia di sosta che di riposo (intagliare la parte superiore della frattura, e questa costituirà il piano orizzontale della tacca): queste fratture aiutano a conficcare i chiodi da ghiaccio!

Problemi del recupero degli attrezzi
È evidente che la difficoltà di estrazione di un attrezzo è in funzione della forza con cui è stato piantato. Va ricordato che gli attrezzi attuali hanno una lama relativamente sottile (per avere maggiori prestazioni) e quindi possono presentare talvolta una certa fragilità. È dunque necessario acquisire «la mano» per fare un ancoraggio soddisfacente in certi passaggi resi delicati dalla vicinanza della roccia sottostante. Gli scivoli quasi verticali nel «VI grado» che precede la fessura Nominé al «couloir» dei Drus, sono stati percorsi «carezzando» letteralmente i pochi centimetri di ghiaccio aderenti alle rocce, dato che il minimo colpo troppo forte avrebbe rischiato di far crollare tutto. Il recupero degli attrezzi va fatto il più delicatamente possibile: al limite, imprimere al manico dell’attrezzo un leggerissimo movimento oscillante (attenzione alla resistenza delle lame!), specie quando l’assicurazione è fatta dal secondo attrezzo piantato anch’esso appena appena.

Evoluzione del materiale
I vari fabbricanti di piccozze accrescono attualmente la polivalenza d’uso della lama, dotandola di una dentellatura situata generalmente a metà della lama stessa, in previsione di un impiego su ghiaccio tenero o su neve dura. Questi stessi fabbricanti sistemano altresì delle tacche o delle scanalature sui manici per consentire una migliore presa alla mano «in trazione».

Notiamo anche il fascino che esercitano verso taluni ghiacciatori dell’ultima generazione le piccozze o i martelli a lama molto curva e relativamente lunga. L’impiego specifico (terreno verticale) di questi attrezzi presenta senza alcun dubbio vantaggi di piazzamento e di tenuta in passaggi di estrema difficoltà che sono il sogno di un certo numero di arrampicatori; ma non c’è forse qualcosa più che una sfumatura tra le scuole di ghiaccio sia pure ad alto livello e l’alpinismo d’alta montagna? Ho superato in tutta sicurezza, mi sembra, alcuni passaggi estremamente ripidi (come l’attacco integrale della via Lagarde a Les Droites, come la strettoia del «couloir» nord-est dei Drus, e tanti altri), con materiale che aveva il vantaggio di poter essere usato non solo in «piolet-traction» ma anche efficacemente col sistema classico.

Conclusioni
Il «piolet-traction» ha rapidamente conquistato la massa degli alpinisti: esso garantisce, per mezzo di una tecnica facilmente assimilabile, disimpegno e sicurezza anche sui terreni più difficili. Non dimentichiamo però che esso dev’essere il massimo risultato della tecnica di ghiaccio, e che bisogna innanzitutto sapersi muovere con piena padronanza su tutte le punte dei ramponi su terreno normale, che costituisce la maggior parte delle ascensioni d’alta montagna.

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Piolet-traction ultima modifica: 2020-12-01T05:07:28+01:00 da GognaBlog

18 pensieri su “Piolet-traction”

  1. 18
    Roberto Bianco says:

    Quindi riassumendo un po’ la storia , e per favore correggetemi se sbaglio , Chouinard era in contatto con gli scozzesi Cunningam e Mc Innes .  A Chamonix  americani e francesi si scambiavano idee e tecniche . Nel settembre 1971  W.Checchinel  e  G.Nominé salgono la nord al Pilier d’Angle con una tecnica mista : martello da ghiaccio in trazione e picca in appoggio ad altezza vita . 

    Nel dicembre 1972 sempre W.Checchinel insieme a C.Jager realizza la prima ripetizione del Couloir Lagarde-Segogne al Caiman ( aperto nel 1926 !!! ), utilizzando una vera e propria tecnica di “piolet-traction”.   Nel dicembre 1973 la stessa cordata sale il couloir NE del Dru. Direi che nelle Alpi ed in particolare nel massiccio del Monte Bianco un grande merito va riconosciuto a Walter Checchinel  e ” chapeau ” a  Jacques Lagarde che nel lontano 1926 salì un couloir che attese ben 46 anni ed una nuova tecnica per vedere i primi ripetitori .
     

     

  2. 17
    Fabio Bertoncelli says:

    Alberto, la famigerata CAMP che possedevo un tempo – la mia prima piccozza! – fu uno dei primi modelli col manico di metallo, rivestito di un sottile strato di gomma durissima dal caratteristico colore arancione. Era abbastanza diffusa e forse te la ricordi. 
    Ora però non c’è piú. La cedetti a un ex allievo del corso di alpinismo del CAI di Modena. Pure lui però non c’è piú: precipitato da una parete nord causa estrazione automatica della piccozza da piolet-estraction… (Sto scherzando!)
    Che tempi!

  3. 16
    Alberto Benassi says:

    Fabio la mia era una CAMP super classica, solidissima.  Ce l’ho sempre.
    Poi il mio amico Luciano soprannominato  l’Imbecaro , me l’ aveva truccata a dovere.
    In verità le peccozze che ho usato nella mia attività le ho tutte. Raccontano tutta un’evoluzione di decenni.

  4. 15
    Fabio Bertoncelli says:

    Alberto, le piccozze CAMP a metà degli anni Settanta erano indicate per aspiranti suicidi. Praticamente la becca usciva da sola.
    Insomma, erano piccozze per piolet estraction.

  5. 14
    Alberto Benassi says:

    quella di modificare i classici attrezzi per adattarli ad una maggiore pendenza l’avevo fatto anche io. Dal mio amico e maestro Luciano Sigali, feci tagliare il manico, accorciandolo parecchio , della mia prima piccozza di marca CAMP. Gli feci fare anche alcuni denti sulla lama per migliorarne la tenuta.

  6. 13
    Alberto Benassi says:

    quindi è nato prima l’ovo o la gallina …?
    Chi sono stati i primi? gli scozzesi, gli americani o du  sconosciuti pisanacci ?
     

  7. 12
    monaco says:

    altro piccolo aneddoto: per la prima invernale al Canalone dei Genovesi (sempre al Pizzo d’Uccello, nel 1970), Giustino Crescimbeni si fa incurvare la lama della picca dai fabbri dell’Agip di Livorno…nell’altra mano anziche’ un pugnale da ghiaccio un lungo chiodo tubolare, ben piu’ efficace sulla nevina apuana
     
    c’avra’ avuto un rapporto epistolare segreto col Chouinard ?
    o forse avra’ notato una “dropped pick” durante una delle sue scorribande alpine e poi s’e’ “arrabattato”?
    …o i tempi era maturi per un attrezzo “da trazione” (ma uno solo)
    per usarne due Giustino aspettera’ che il verbo si diffonda dalla Francia.
     

  8. 11
    monaco says:

    bell’articolo. incredibile come certe “rivoluzioni” maturino nel tempo e sboccino in contemporanea in posti diversi. forse grazie a contatti…ma spesso senza questi, soprattutto in un mondo in cui le informazioni si diffondevano ancora lentamente e gli scogli linguistici erano ancora tali.
     
    piccolo aneddoto: le “alcune reticenze” dell’ENSA furono Armand Charlet (Monsieur pointes a plat) e il codazzo di guide/allievi bigotti che, dopo 2min di dimostrazione di “piolet-traction” da parte di Cecchinel se ne andarono sdegnati…era semplicemente il sole che tramontava sulla sua leggendaria scoltezza di caviglie…
     
    a proposito delle “rivoluzioni contemporanee”:
     
    – Scozia 1971: forse MacInnes era in contatto con Chouinard, ma e’ proprio nel 1971 (l’anno del Pilier D’Angle) che forgia i Terrordactyls. Da usare in coppia come picche moderne, e non come al Pilier D’Angle “martello in traction e picca in appoggio”…
     
    – America 1971: sebbene Chouinard sia stato tra i primi a produrre le “dropped picks” (picche con lame incurvate verso il basso e non perpendicolari al manico, adatte quindi a essere piantate e trazionate)…dopo essersi bruciato i polpacci (non cammino’ per giorni) a meta’ `60 salendo la N delle Courtes “front pointing” (ramponi frontali…picca + pugnale, cosa che i teutonici facevano da mo’), divenne uno dei piu’ ferventi sostenitori della “french techniques” (punte a piatto…onde salvare i polpacci), rallentando parecchio la “rivoluzione” in nord america…
     
    …nel frattempo pero’, Greg Lowe, proprio nel 1971, saliva il lato sinistro delle Melans waterfall (Utah)…secondo il fratello Jeff un solido WI6 (nel 1971!). se non mi sbaglio in mano aveva due “north wall hammer” di Chouinard (dovrei controllare sul bellissimo “Ice World, Techniques and Experiences of Modern Ice Climbing”, proprio di Jeff Lowe…ma sta “en Italie”). da allora in Colorado, Utah la gente macina cascate usando due attrezzi.
     
    (tantissime informazioni si trovano in un enciclopedico topic di Supetopo che, partendo dal catalogo di Chouinard del 1968, tracci tutta l’evoluzione della scalata su ghiaccio ripido in US…purtroppo da quando il sito e’ off, le tantissime foto non sono piu’ visibili:
    http://www.supertopo.com/climbers-forum/382806/Classic-Ice-Primer-Chouinard-Catalog-1968 )
     
     
    – Apuane, inverno 1969…una quasi-rivoluzione nostrana, realizzata “a sua insaputa” (visto il luogo i particolari sono ovviamente boccacceschi) da Marco De Bertoldi.
    al bivacco tra i due giorni di apertura della Cantini-De Bertoldi alla nord del Pizzo d’Uccello, al Cantini “ni viene la cacaiola”. per levarsi rapidamente d’impiccio, il De Bertoldi ruba la picca al Cantini (a lama perpendicolare ma con manico di 50cm) e superare, due picche alla mano, il notorio tiro della “colata strapiombante” (in realta’ a 80 gradi, ma penso che nel `69 si sentisse su di un ottovolante). purtroppo, finite cacaiola e momento del bisogno, a nessuno dei due viene in mente di usarle sempre, `ste benedette due piccozze…
     
     
     

  9. 10
    Gianluigi Baldini says:

    Anch’io ho cominciato la piolet traction alla fine degli anni ’70, ho ancora, che conservo come una reliquia , una picca “Simond metallic 7202 e naturalmente una barracuda ed uno chacal che in alcune occasioni di salite, sull’appennino Ligure, Tosco-Emiliano, uso ancora con soddisfazione. Omaggio a Cecchinel che ci ha fatto conoscere questa pratica, per allora assolutamenteinnovativa

  10. 9
  11. 8
    Alberto Benassi says:

    Chacal e Barracuda ce l’ho sempre . Magnifici. 
    Ho sempre anche una coppia di Stubai chiamati Rupal e Hydden Peak che usavo prima dei Simond,  con la becca corta e inclinatissima tipo l’attrezzo di McInness. Con questi nel 1985 salii DOCCIA FREDDA sul monte  Fiocca in Apuane. 

  12. 7
    Guerrini Michele says:

    Bravo Marcello…la Barracuda e lo Chacal erano il top di quegli anni e ricordo i ramponi charlet-moser venuti dopo i grivel con punte frontali piatte…. e poi Casarotto con i camp con punte frontali verticali e modulabili su telaio di plastica… che tempi !!!!

  13. 6

    Vorrei spezzare una lancia a favore di un marchio di ottimi attrezzi dell’era pioniera della poker traction bistrattato perché facente oggi parte del gruppo Decathlon, ovvero Simond. La piccola fabbrica artigianale di Chamonix ha costruito praticamente i primi attrezzi seri per salire il ghiaccio verticale con la coppia martello e picca, rispettivamente: Chacal e Barracuda. Nei primi anni ’80 sempre Simond metteva sul mercato il moschettone più leggero dell’epoca. Essendo stato tra gli alpinisti cui Simond forniva il materiale fino a quando la proprietà del marchio è passata a Decathlon, mi fa piacere affermare che ancora oggi produce attrezzi da ghiaccio di ottima qualità. Le picche Anaconda Cup e le Coyote sono ai massimi livelli tecnici a fronte di un prezzo più che onesto.

  14. 5
    Roberto Bianco says:

    Che splendida foto del Couloir Lagarde-Segogne e della parete nord dell’Aiguille du Plan  !  Quanto ci ho sognato sopra …. !

  15. 4
    Alberto Benassi says:

    mi riferivo all’intervento n.1  di palms, che cita:

    ” la piolet traction fu “inventata” in California, da Chouinard”.

    mi sembra un’affermazione un pò troppo categorica.

  16. 3
    GognaBlog says:

    Chouinard era ampiamente in contatto con Cunningham, McInness e gli altri scozzesi. E’ tutto ben raccontato in Climbing ice, cioè in italiano Salire su ghiaccio, Zanichelli (tradotto da me).

  17. 2
    Alberto Benassi says:

    e gli scozzesi ?
    sono venuti dopo Chouinard?

  18. 1
    palms says:

    Secondo Kelly Cordes, nel suo libro – The Tower: A Chronicle of Climbing and Controversy on Cerro Torre – la piolet traction fu “inventata” in California, da Chouinard che ne ha fabbricato gli strumenti via via perfezionati, e compagni.
    Furono i francesi, dopo averla ben presto adottata, a darle il nome – brillante, non c’è dubbio – che poi è rimasto.

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