Profili – 05 – Matteo Rivadossi

Profili – 05 – Matteo Rivadossi
di Elio Bonfanti

Matteo Rivadossi me lo nominò per la prima volta l’amico Riccardo Olliveri con il quale alcune settimane prima, all’ “Ice park” di Ceresole, subito dietro al candelone di “Cerebro”, avevo chiodato un tirello di dry tooling. Un bloccaggio in strapiombo su una lista sfuggente era il “croux” del tiro e se a Ricky ci vollero un po’ di giri per chiuderlo, Matteo qualche giorno dopo, di passaggio in zona, lo risolse al primo giro. Da allora ho cercato di seguirne l’attività convincendomi che questo era forte ma proprio forte forte. Poi facendo parte del team Camp Cassin ebbi modo di conoscerlo di persona durante un meeting a Sottoguda. Ci beccammo appesi ad una sosta su una di quelle cascate che ogni stagione tappezzano quella meravigliosa forra ai piedi della Marmolada ed è quanto mai vero che non esiste una seconda buona occasione per fare una buona prima impressione. Così, dandomi la sensazione di abbassarsi al mio livello, mi rimase simpatico da subito e, una volta a terra, con grande entusiasmo mi mise al corrente delle ultime novità in fatto di materiali che come collaboratore della Camp aveva realizzato. Matteo è un “ragazzo” estremamente vitale ed empatico e ha fatto della polivalenza uno dei suoi punti di forza. Si perché, se ci fosse un Triathlon alpino, probabilmente sbaraglierebbe tutti in quanto è uno dei più importanti speleologi internazionali, è uno dei più forti scalatori su ghiaccio e dry tooling, non c’è torrente o canyon che non abbia disceso e su roccia non se la cava proprio niente male. Così, dato che a mio parere si tratta di un personaggio molto interessante, ho pensato di coinvolgerlo in questo progetto al fine di farlo conoscere meglio ai lettori di GognaBlog.

Raccontami un po’ di te, della tua vita al di là della tua poliedrica attività.
Nasco a Brescia nel 1970 e vivo a Nave tra le prime montagne alle spalle della città con Sonia, mia paziente compagna da sempre, e i nostri tre figli: Luna, Nadir e Zeno. Dopo il liceo classico ho pasticciato qualche anno tra architettura e scienze naturali, lasciate senza rimorsi per una speleologia totalizzante. Da 22 anni mi occupo di progettazione di materiale alpinistico e safety (dal 2009 ho un contratto di esclusiva con CAMP), mentre da più di quaranta mi diverto a passare dalle grotte alle pareti, dal ghiaccio ai canyon: è davvero difficile raccontarmi senza passare da quei postacci!

Proprio perché io sono quello che ho fatto, dentro e fuori le montagne. Una quindicina d’anni, soprattutto in grotta, senza respiro. Poi altri venti meno vorticosi fino ad oggi ma godendo sempre di buoni compromessi tra famiglia e lavoro.

Il maestoso ingresso largo 150 m di Langun Cave, Samar, Filippine. Foto: Simona Marioti.

Da inguaribile istintivo ho vissuto sempre tutto con passione. Incontenibile e contagiosa, dicono gli amici fraterni con cui ho sognato e realizzato tante prime assolute. Generalmente ho avuto tanto culo quanta fantasia e determinazione.

I contro? Non ho mai usato le mezze misure nel difendere delle idee, mie o altrui e mai ho cercato di essere simpatico per forza. Negli anni ho sempre generosamente lasciato del mio materiale fisso in grotte, falesie o torrenti e mi piace sapere che in molti mi sono grati per questo. Nello stesso tempo alcune persone si sono rivelate essere irriconoscenti ed ipocrite. Preferisco che in qualche misura sentano di essermi debitori piuttosto del contrario.

Un esempio lampante è Il Bus del Quai, che io valuto prima di tutto come una palestra di opportunità prima che di Total dry. Probabilmente se non l’avessi “inventato” io con tanto lavoro e tanta fatica, molti arrampicatori “rampanti” sarebbero, da buoni frustrati, tutti fermi a raccontarsela sul D6. Vedi, i miei idoli sono quelli che fanno di più di ciò che raccontano, quelli che spostano l’asticella in alto in ogni campo, quelli che riempiono le carte geografiche di rilievi e le pareti di itinerari immaginati prima nelle loro teste. Quelli a cui brillano gli occhi.

Al cospetto della cascata da 500 metri di Jinbar Falls,  Monti Semien, Etiopia, Foto: Archivio Odissea.

In generale nella vita sono compatibile solo con chi ha una parola sola, ma si fa tante domande (il mainstream che ci vorrebbe pecore supine da un’emergenza all’altra non mi favorisce di certo…) e mal sopporto i distintivi, i politici, i tecnicisti, i teorici del nulla e gli invidiosi del vorrei ma non posso. Personaggi che spesso sono annidati nelle scuole e nel soccorso e, pur di giustificare evidenti carenze tecniche e psicofisiche, sono pronti a scomodare gli argomenti più disparati.

Amo l’enigmistica e i film d’azione, se non svengo sul divano; scrivo e disegno soprattutto la notte, per me prolifica visto che dormo tre ore al massimo (che in spedizione possono dimezzarsi!). Sì, forse sono un perenne esaurito ma ormai sono così da sempre..

In casa mia, a parte una corposa libreria, nulla tradisce la mia attività. Dopo quaranta spedizioni neanche una foto appesa che pur mi piacerebbe. Forse più per ignavia che per minimalismo…

Da egoista patologico non ho mai spinto troppo i miei figli a seguirmi dopo averli accompagnati un po’ dappertutto e ai vari corsi di rito. Ma è un piacere grande quando adesso sono loro, due maggiorenni ed un tatino di undici anni, mio vero erede, a chiedermi di andare a scalare, in torrente o in grotta.

Dal 1988 ad oggi ho trascinato con entusiasmo l’attività del Gruppo Grotte Brescia (di cui sono stato presidente per più di vent’anni) nelle grotte più profonde e complesse, sia in Italia che all’estero.

Faccio parte dell’Associazione Italiana Canyoning dal 2000, praticamente da sempre: dal 2017 al 2020 ne ho ricoperto il ruolo di  vice-presidente e attualmente sono consigliere.

In qualità di regista ho realizzato alcuni audiovisivi che raccontano la mia attività partecipando ai principali festival internazionali dei film di montagna e avventura (alcuni premi e riconoscimenti). 

Spesso presento le immagini raccolte in tanti anni di eclettica attività in serate aperte al pubblico, sperando che la varietà di argomenti scongiuri il sonno degli spettatori…

Con i compagni di sempre dal 1999 condivido anche l’attività dell’Associazione Culturale Odissea Naturavventura. Una delle poche realtà sportive nazionali nell’ambito delle esplorazioni geografiche; la prima ed unica ad occuparsi insieme di speleologia, alpinismo e canyoning.    

Matteo Rivadossi

Conosci il mondo ipogeo quanto quello apogeo: quando hai iniziato ad intraprendere questi due percorsi apparentemente divergenti e come riesci a farli convivere ad un livello così alto?
A sette anni piangendo per andare a Frasassi scoprii di essere malato per la grotta. Tanto che ad undici anni mi arrischiai nei primi esperimenti sulle rocce e nelle grotte del paese con coetanei e cugini da sacrificare…In quegli anni andavo già assiduamente per montagne con mio padre, grande appassionato e pericoloso autodidatta: tutte le Bocchette del Brenta senza imbrago perché secondo lui, che mi aveva visto salire sulle piante, io non ne avevo bisogno…o a 4000 mila metri con i pantaloni alla zuava e giacca Fila di cotone…da genitore oggi rabbrividisco solo all’idea!

Ufficialmente inizio a scalare dal 1985 quando, appena quindicenne, mio papà in un raro barlume di equilibrio mi regalò un corso privato con una guida alpina: il compianto Severangelo Battaini. Ben dieci giorni illuminanti di roccia e ghiaccio presso il rifugio Tuckett scanditi dai suoi modi gentili. Severangelo era un maestro d’altri tempi, uno di cui ricordo ancora oggi le parole precise. Immaginatevi quell’esperienza da ragazzino, ne uscii letteralmente impazzito: gli effetti? A diciassette anni la via delle Guide con mio cugino di quindici e il primo 7b+ nella falesia del paese; contemporaneamente tutte le grotte verticali che non avevo ancora ripetuto. In bici, treno o Ape, a volte incosciente pure mia madre ad aspettarmi per ore nella Fiat 126 vicino agli ingressi…

Per poter accedere all’Omber, smacco chilometrico alla modestia del fenomeno carsico bresciano, un mercoledì sera approdai nel 1988 alla sede Gruppo Grotte Brescia che ne possedeva le chiavi. Errore madornale: la prima sbronza obbligatoria e dal sabato seguente capii con le prime bestemmie che la speleologia si sarebbe morbosamente impossessata della mia vita.

Proprio dall’altopiano carsico sopra casa partì il viaggio verso le grotte più profonde ed estese d’Italia e del mondo.  

Nel frattempo con continuità e altrettanta passione ho sempre scalato cercando di esplorare le pareti dietro casa come le guglie inviolate più esotiche. Dal 1985 ho raccolto qualche centinaio di salite concentrate in Adamello, Dolomiti e Valle del Sarca, dove ho firmato l’apertura di una settantina di itinerari e poi ci sono alcune prime ascensioni assolute all’estero. Su ghiaccio ho ripetuto le cascate più blasonate sparse lungo l’arco alpino, dalla Francia alla Slovenia. Ma dal 2003 è stato il misto moderno ad appassionarmi ripetendo le vie più difficili ed aprendone di nuove.

Autoscatto con Giacomo alla base del Pozzo Millenium a -2010 m, Krubera, Abkazia. Foto: Archivio Odissea.

L’arrampicata sportiva l’ho concepita preferendo le multipich alla falesia: tante le vie aperte a fix, sempre da integrare dove possibile. 

Tra i pochi appassionati ho vissuto “la bolla” dell’artificiale estrema arrivando a scongiurarne il sacrificio appena in tempo. E mi sono riscoperto con velleità atletiche nel dry-tooling sportivo con qualche buon piazzamento all’italiano e al mondiale tra 2006 e 2015.

Più tardi rispetto a grotte e montagne, è arrivata la malattia del torrentismo che, fino al 1995, avevo praticato sporadicamente e solo per curiosità o esigenze di soccorso. In quell’anno, dopo due spedizioni speleo in Messico esplorando forre e fiumi sotterranei, ho capito di essere stregato anche per quelli esterni. Tanti gli anni passati a ritmo di 100 discese a stagione fino a cercavi i limiti sportivi tra tuffi, tempi e concatenamenti anche in solitaria! E, ancora una volta, grandi canyon inesplorati.

Sì, la mia attività dentro e fuori la montagna è stata una corsa frenetica condotta sempre esplorando. Non solo luoghi fisici ma anche i miei limiti accarezzando i gradi simbolici dell’8a, del WI7, del D15, dell’A5, dei tuffi da 30: la scusa dell’adrenalina dietro queste sigle astruse non basta. Per me sono state tappe di uno stesso appassionante viaggio.

Credo che il segreto della convivenza di queste solo apparentemente divergenti attività sia proprio il fatto di essere complementari tra loro. Una disciplina ha sempre allenato l’altra fisicamente e mentalmente. Per assurdo, anche tanti anni di moto da trial a buon livello sono stati di notevole contributo, soprattutto per l’equilibrio e la coordinazione.

E avere la possibilità e la fantasia di variare negli anni si è rivelata fondamentale per non stancarsi mai. Anzi, per essere piacevolmente rapiti da più progetti diversi.

Certamente in tutte le mie fatiche ho avuto anche la fortuna di ritrovarmi con tanto fiato e un buon “telaio” nonostante qualche incidente e tanti tagliandi; fattore che mi ha permesso di essere abbastanza in forma anche a cinquant’anni senza mai alcun allenamento specifico. Sui giorni di recupero rispetto a vent’anni fa, invece, lasciamo perdere…

Canyoning all’Oulles de Freissinieres, Briançon, Francia. Foto: Archivio Odissea.

Ci spieghi perché ti chiamano Pota?
Pota è il classico intercalare usato a Bergamo e Brescia: lo ripeteva in tv il personaggio bergamasco Rubagotti interpretato dal comico Gene Gnocchi con tanto di naso rubizzo. Il soprannome mi fu affibbiato esattamente l’8 dicembre 1990 per il mio accento: ero l’unico bresciano di una squadra di speleologi di varie regioni che si apprestavano a fare un’esplorazione in Marguareis, nelle Alpi Marittime. Euforici e sorridenti, da ventiquattro ore stavamo aspettando che smettesse di nevicare. Inconsapevoli che, nel frattempo, nove dei nostri colleghi ai quali avremmo dovuto portare manforte all’interno della grotta Labassa, all’uscita erano stati travolti e uccisi da una valanga. Una tragedia infinita.

C’è qualcuno in ognuna delle attività che pratichi che ti abbia particolarmente ispirato?

Ho avuto la fortuna di conoscere sul campo alcuni dei più grandi speleologi ed alpinisti: alcuni tosti ed illuminanti, altri deludenti, soprattutto dal punto di vista umano.

Le persone migliori per bravura, generosità e abnegazione le ho trovate vicino a casa: dei fratelli bresciani, veronesi, vicentini e sloveni con cui ho condiviso decine di sogni e di spedizioni. Ho tanti amici anche nell’est Europa, non a caso cresciuti tra le difficoltà della vita.

Personaggi che mi hanno ispirato sono invece i grandi del passato ritratti nei tanti libri divorati. Fautori di imprese coraggiose ed irripetibili, altro che i nuovi materiali e la sicurezza di oggi! Rispetto profondo per chi, ad esempio, novant’anni fa senza saperlo passò il VII con le pedule in feltro e la corda in vita! Come Vinatzer sui mille metri di Marmolada nel 1936 con tre chiodi a rotazione su ogni tiro: due per le soste e uno di protezione. Almeno in questa occasione non era scalzo come sulla vicina via Micheluzzi fatta quattro anni prima in giornata! No, non ci sono parole…

Per te scoprire ed esplorare significa soltanto una mera ricerca tecnica o geografica oppure presuppone una ricerca interiore ed una scoperta di quei limiti che ami sfiorare?
La speleologia è per natura esplorazione ed io ho vissuto per essa: questa deformazione professionale è stato il filo conduttore di tutta la mia articolata attività, intesa come ricerca del nuovo a tutti i costi anche in montagna o nei canyon.

E non solo esplorazione di luoghi fisici ma piuttosto della novità in senso lato. In effetti essere i primi a scoprire, come il semplice dedicarsi ad una cosa nuova, lo confesso, regala sempre un gusto speciale e crea dipendenza: non importa se sia un tiro attrezzato nella falesia dietro casa, un sistema sotterraneo di trenta km nascosto in una foresta tropicale, una curiosa disciplina o addirittura un nuovo attrezzo. Cambiano le scenografie ma gli attori siamo sempre noi che interpretiamo i nostri limiti, le nostre aspirazioni. Un gioco tanto remunerativo da diventare un’egoistica scelta di vita, spesso difficile per chi ci sta vicino.

In una mia riflessione scrissi: “Ho esplorato posti meravigliosi spalmato sulle placche di granito bollenti o ghiacciate, frullato dall’acqua gelata, sfidando stalattiti di calcite o di ghiaccio,  immerso, nascosto o appeso a vuoti di calcare. Con la muta, le scarpette, i ramponi o l’acetilene, morendo di freddo e di caldo, innamorato di pinnacoli, persone, cascate e fiumi sotterranei in un caleidoscopio di sensazioni. Ma ho esplorato soprattutto me stesso vivendo dei ricordi a loro legati, appeso alle mie paure come in balia dei sogni successivi. Una vera patologia vissuta a ritmi frenetici per trent’anni fino a ieri. Ora posso piangere al traguardo di una corsa in cui credo di essere stato comunque più fortunato che determinato”.

Dopo un’immersione in sifone alla Fanaccia, Alpi Apuane (Lu). Foto: Archivio Odissea.

La tua attività in giro per il mondo ha portato spesso dei risultati eclatanti, ma sotto il profilo alpinistico la risalita del “Sotano de Las Golondrinas” e la prima salita dell’ inviolato “Cao Grande” mi pare che ti abbiano lasciato quel qualcosa in più.
Nel 2000, con Giacomo Rossetti e Massimo Faletti, abbiamo salito il ciclopico pozzo del Sotano de Las Golondrinas in Messico, una folle via in artificiale tracciata in cinque giorni di portaledge su roccia spesso spugnosa, ad oggi ancora la linea più strapiombante del mondo con 500 metri di sviluppo per 150 di tetti (A3/VII): è la prima big-wall sotterranea del pianeta, perfetta espressione del connubio tra alpinismo e speleologia. Patrick De Gayardon, con il suo paracadute, il più veloce a scenderlo, noi i più lenti a salirlo!

Nel 2001 un’altra avventura sempre con Giacomo Rossetti, questa volta addirittura su una montagna inviolata: il Cao Grande, una guglia basaltica che pare sbucare dall’oceano per 663 metri, simbolo della piccola repubblica africana di Sao Tomè nel Golfo di Guinea. Mambo Italiano, una via di 500 metri fino al VII+ (e 2 passi di A2) con tratti vegetati e serpenti in parete! Il fatto di essere stati i primi a pestarne la cima dopo almeno 4 tentativi, condotti da altrettante spedizioni europee naufragate per difficoltà tecniche condite da pulci perforanti, malaria e pioggia, beh ha avuto un sapore particolare. 

Cosa vuol dire per te aver illuminato 300 chilometri di buio o aver raggiunto i -2000 metri documentando il tutto con delle riprese?
Quella di essere tra i pochi speleologi al mondo ad aver illuminato per primo quasi 300 km di buio o ad aver superato il dislivello simbolico di meno 2000 metri, è il risultato di una vita dedicata all’esplorazione ipogea: non vedo dei record, piuttosto una sorta di coronamento di oltre quarant’anni di attività frenetica e totalizzante vissuta soprattutto in Italia, Slovenia, Messico e Filippine. Pensandoci, provo ancora profonda soddisfazione ma velata di malinconia.

Con dei compagni eccezionali come il compianto Giacomo Rossetti potrei raccontare di aver toccato il punto allora più profondo della terra a -2080 metri in Krubera (Abkazia, Caucaso nel 2005) uscendone con un vero documentario, un’avventura nell’avventura.

In apertura su Gotica, VIII+, Val Salarno, (Bs). Foto: Archivio Odissea.

Ancor più remunerativo l’aver realizzato delle giunzioni sotterranee da decine di chilometri (Saragato-Aria Ghiaccia in Toscana nel 1998, Gortani-Bus d’Ajar in Friuli nel 2000 e Soconusco-Arie Fresco in Messico nel 1998) e l’aver passato varie volte i simbolici “meno mille” metri in esplorazione (tra cui l’Abisso Roversi, il più profondo d’Italia -1250 m in Toscana nel 1994) e BC4-Malaboka, seconda traversata della terra con 1400 m di dislivello in Slovenia nel 2005).

La fortuna mi ha regalato la prima discesa del pozzo più profondo del mondo (Vertiglavica, p.643 sempre in Slovenia nel 1996); tra le varie solitarie che mi sono regalato, tra cui le integrali di Olivifer e del Corchia, un bel viaggio è stata la Spluga della Preta armo e disarmo (fino al fondo di Sala Nera in 21 ore con i cordini da 5 mm in Lessinia nel 2001).

La mia specialità in grotta non a caso è l’arrampicata, portata al limite allo scopo di esplorare dei reticoli tridimensionali che a volte vanno guadagnati dal basso… 

D14 è una strada Dipartimentale francese ed M14 è una autostrada Ucraina in questo momento tristemente famosa. Ma forse per te sono qualcosa di diverso: ce lo spiegheresti?
Sempre di strade, di vie parliamo ma qui M sta per misto, D per total dry! Quando nel 2014 l’amico Jeff Merçier al Bus del Quai di Iseo (BS) liberò Low G Man, esultai per il primo D14 italiano e perché le due vie collegate le avevo attrezzate io: in totale 45 metri di sviluppo per 20 di soffitto orizzontale! E ovviamente l’idea di provarci non mi sfiorò nemmeno. Dopo di lui solo l’inglese Tom Ballard, sempre nel rigoroso stile DTS, cioè senza incroci di gambe sulle braccia. Ad inizio 2018 però ci provai davvero, sistematicamente. E mese dopo mese, ad aprile arrivò il primo D14 DTS italiano fatto da un italiano.

Ma il mio risultato sportivo più importante è arrivato nel 2021 con la quarta ripetizione di Uragano Dorato, addirittura D15! Una delle vie più difficili non solo d’Italia, sempre al Quai e sempre attrezzata da me: 50 metri di strapiombo, 32 rinvii fissi e almeno due corde da cambiare. La prima libera era stata fatta dal grande Filip Babicz nel 2019 e sinceramente mi sembrava impossibile. Poi, risolte le singole sezioni è arrivata la libera, ovviamente in DTS. Per me un vero e proprio sogno, a 51 anni e 85 kg, noncurante dei problemi alle spalle…Non perdetevi il viaggio nel video su Youtube!

Con Brezno Pod Velbom la prima cascata di ghiaccio sottoterra, hai coniugato due delle tue specialità. Che tu sappia è mai stata ripetuta?
Brezno Pod Velbom, aprentesi sul versante sloveno del monte Canin, è un vero mostro, uno dei pozzi carsici più profondi della terra! Nel 2016 con Luca Vallata e Andrea Tocchini, scalando la lingua ghiacciata al suo interno abbiamo realizzato una prima eccezionale: la prima cascata di ghiaccio multipich mai scalata sottoterra!

Io che ho sempre cercato il trait-d’union ideale tra le diverse specialità, sono letteralmente impazzito: 380 metri di ghiaccio difficile e verticale (WI6), una delle cascate più belle delle alpi e per di più nascosta in una grotta! Nel 2023 ha avuto una ripetizione (pur non completa) ad opera di una forte cordata vicentina alla quale vanno i miei complimenti.

A parte Morange allo Scoglio di Boazzo in Val Daone, primo A5 italiano ancora oggi irripetuto, quando hai iniziato ad aprire vie nuove e con che stile?
Morange, finita nel 1999, è stato il primo dei due A5 aperti in Italia ed è ancora irripetuta, un ricordo indelebile dedicato al mitico amico Giacomo Rossetti. L’artificiale estrema è stata per me una parentesi profonda, e fortunatamente breve, della mia attività di apritore già in attività da vari anni, sia in libera che sulle staffe.

Ho iniziato a chiodare a mano la falesia dietro casa già nel 1985, appena quindicenne: una quindicina di vie dal 6a al 7c. A partire dal 1989 poi mi sono dedicato all’apertura in montagna con salite in Val Salarno e Val Malga.

Rispetto alle varie ripetizioni sparse per tutte le Alpi, diciamo che ho aperto tantissimo: una cinquantina di vie lunghe soprattutto nel gruppo dell’Adamello: le placche granitiche della Val Salarno, salite con il piantaspit in mano e i verticalissimi scudi della Val Daone, sempre dal basso ma con il trapano trattandosi di vie sportive, dal 1990 sono stati i miei due terreni di gioco dove ho cercato di rispettare l’etica delle precedenti aperture aggiungendo divertimento e difficoltà.

Una salita di cui vado fiero è Gotica (Cornetto di Salarno), aperta nel 2011: 58 spit tutti messi a mano (di cui 23 alle soste) per 700 metri di sviluppo e difficoltà fino all’VIII grado superiore. Giusto per dissuadere gli amanti del trapano facile…

In apertura su La Tigre del Ribaltabile, 6b+, Chiusa di Ceraino (VR). Foto: Dandi Iotti.

Adamello, Salarno e Val Daone sono il tuoi luoghi del cuore. Ti provoco: alcuni di questi li difendi a spada tratta dal possibile proliferare di vie “plaisir”, ma lo sai che nel 1941 sul Corno di Salarno sulla via Bramani-Oppio era stato piazzato uno dei primi, se non il primo chiodo a pressione della storia?
Lo so bene! Per di più quel passaggio era stato superato in libera da Carlo Sicola l’anno prima! Estremizzando questo aneddoto è l’esempio di come il bucare la roccia da parte di qualche apritore  possa cancellare l’ingaggio di un itinerario preesistente.

Il discorso oggi su placche improteggibili non è tanto bucare in sé, visto che eticamente a mano o con il trapano il tassello rimane. Ma è provato che lo sdoganamento del trapano purtroppo porta ad un aumento esponenziale di chiodatori seriali e, ahimè, di brutture e di forzature; viceversa, sconsigliarlo, come abbiamo fatto in Val Salarno nel rispetto dei capolavori aperti a mano negli ultimi 45 anni, funge da filtro. Proprio perché la chiodatura a mano implica un ingaggio e un livello superiori. Ovvio, esisterebbe lì e altrove anche la maniera di usare il trapano coscienziosamente ma oggi, grazie al trapano facile, in nome del rassicurante plaisir, stiamo assistendo ad un proliferare di vie “vergognose” anche in montagna. Le cerniere di luccicanti fix messi in artificiale o su itinerari preesistenti, scomodando ragioni di frequentazione e sicurezza, sono a mio giudizio l’espressione di uno scarso valore tecnico, di mancanza di cultura alpinistica e di rispetto da parte di qualche personaggio che, pur di lasciare la propria firma (fare la pisciatina) sulle pareti più famose, scomoda concetti di libertà ed etica: le stesse identiche cose che senza scrupolo alcuno per primo non rispetta!

Tra questi ve ne sono alcuni che possiamo anche definire esperti, altri lo sono meno, ma molto spesso in entrambi i casi risultano essere dei vanagloriosi frequentatori di social.

In apertura sul sesto tiro di Brezno Pod Velbom, WI6-M8, Slovenia, prima cascata sotterranea al mondo. Foto: Leonardo Comelli.

Personalmente credo, e come me penso molti altri, che i principi fondamentali da osservare in ogni apertura alpinistica debbano essere ovvi e universali: il rispetto dello stile di una parete o di un sito, l’attenzione alla distanza e a non incrociare, la richiodatura fedele all’originale previo permesso dell’apritore, ad esempio.

Poi, se una cosa sono la falesia o il fondovalle da chiodatura sportiva e già un’altra la media montagna con vie sportive da integrare, distinguerei nettamente l’alta montagna che dovrebbe rimanere trad (con spit distanziati SOLO dove non ci sta nulla!) in quanto rappresenta un mondo a sé al quale va portato un profondo rispetto: forse non è chiaro a tutti che, se ci bruciamo anche quel pizzico di avventura e di incognito, perdiamo proprio tutto. E non solo il gusto di arrampicare davvero!

Giudicheranno i posteri, ma io in montagna il trapano non l’ho mai portato proprio per questo. La mia fortuna è stato capirlo dai buoni maestri alzando addirittura l’asticella delle difficoltà. Eppure quarant’anni anni fa il Bosch c’era già anche per loro…

Oggi Salarno è l’unico contesto storico alpinistico italiano ancora risparmiato dal trapano: un prezioso patrimonio collettivo, da conoscere, da far conoscere e da tutelare. Non a caso abbiamo avviato il Progetto Salarno, un piano di valorizzazione vantaggioso per tutti che contempla un’appassionante guida completa e un piano di richiodatura con del materiale gratuito.

A chi proprio non c’arriva, ai rosiconi magari sofferenti della sindrome da grilletto facile, ricordo che di roccia e di pareti, solo nelle vallate adiacenti come nel resto dell’Adamello, non mancano di certo!

Concludendo: considerando che il nuovo sport ormai non è tanto scalare sognando vie sempre più impegnative quanto quello di aprire sistematicamente, consiglierei ai praticanti per lo meno di arrivarci con umiltà e rispetto. Ma solo dopo anni di esperienza e solo dopo aver ripetuto tante vie del luogo, chiedendosi sempre se lasceranno qualcosa di altrettanto buono o superiore.

Attenti a non privare nessuno della possibilità di fare qualcosa di meglio un domani.    

Matteo Rivadossi su Squirting Woman, D12, Bus del Quai (Bs). Foto: Giordano Garosio.

In un range di difficoltà abbordabile ai più, per andare a divertirsi senza rischiare l’osso del collo, se dovessi consigliare a qualcuno di ripetere delle tue vie, quali suggeriresti?
Parlando della Val Salarno, tutto dipende dall’esperienza che si ha arrampicando su placca appoggiata: qui generalmente, a parte alcune vie didattiche attorno al rifugio, il livello per scalare da primi senza patemi è quello di padroneggiare il VI+ lontano dalle protezioni. Poi se il grado sale, le protezioni o la proteggibilità aumentano ma non da rilassarsi troppo..

Tra le mie più abbordabili forse Stellaluna alla Parete del Giannantoni e La luna è tramontata sul Corno Gioià. Due vie comunque già più impegnative della ripetutissima Granitomachia, per intenderci.

Parlando di vie sportive consiglierei Gli Ormonauti a Ceraino, la prima e la più tranquilla delle quattro vie aperte nel piccolo Verdon italiano. Piacere puro…

Salto da 20 m in Val Bodengo (SO). Foto: Archivio Odissea.

Vuoi parlarmi di qualche tuo compagno di cordata che ricordi con particolare affetto o simpatia?

Nella mia vita ho avuto la fortuna di fare un pezzo di strada con persone fantastiche. Più che amici dei fratelli con cui ho condiviso anni di vita, decine di spedizioni e centinaia di avventure: tra tutti il grandissimo Giacomo Zac Rossetti. Più giovane di me di tre anni, di media altezza, magro e coraggioso da infilarsi nelle strettoie più mortali e da passeggiare il 6b slegato a tredici anni. Poi l’A5 sulle staffe, le bestemmie per tirarlo fuori da casa ma mai uno zaino più leggero del mio, animalista vegetariano ma con gastrite da Coca-Cola, le sfide notturne con auto da 400 CV, apparente scapolo con le amanti segrete, era lui quello che mangiava e beveva meno di tutti ma di cui nessuno riusciva a tenere il passo soprattutto in quota! Tra i suoi viaggi Krubera, la grotta più profonda del mondo in Caucaso, le Nord di Eiger e Cervino da record, l’Aconcagua e il Kilimangiaro da solo in giornata, una nuova via sul Cerro Torre e le Seven Summit dietro l’angolo…E l’elenco sarebbe ancora più lungo!

Un umilissimo sconosciuto fuoriclasse: nella mia vita nessuno come lui. Ma Zac era soprattutto un campione d’altruismo e lealtà. Il folletto Zac se n’è andato aprendo una via di misto in Blumone in quel maledetto giorno di Pasquetta del 2008, portandosi via un pezzo di me, di tutti noi che gli volevamo bene.

Hai qualche aneddoto divertente da raccontare?
In tanti anni di attività me ne sono capitate talmente tante che riempirebbero un piacevole libro. Anzi, dovrò scriverlo, prima di dimenticarmi tutto…

Una a caso? Forse quando il Belva, alias Daniele Zubani, si ruppe entrambe le gambe scendendo un toboga all’inizio del Bodengo 3, un bellissimo torrente della Valchiavenna. Eravamo un bel gruppo impegnato in una rara discesa integrale di uno dei percorsi più belli d’Europa quando il Belva decise di provare per primo l’ennesimo scivolo della giornata, inconsapevole che nella pozza lo aspettava però una infida lama rocciosa…

Estratto dall’acqua, giaceva appeso sul bordo della marmitta tipo dugongo spiaggiato con i piedi rovesciati mossi dalla corrente per la doppia frattura tibia-perone. Quando arrivò la dottoressa, che faceva parte di un gruppo di commerciali che seguiva, spaventata riprese il malcapitato intento a fumarsi una sigaretta. Per tutta risposta il belva esclamò che in fondo si era rotto le gambe e non aveva un tumore ai polmoni!

La dottoressa, visibilmente scossa, mi prese da parte e con voce tremula esclamò: “Mai hai visto le ginocchia di quel ragazzo?” “No!”, risposi. “Ma perché?” “Sono gonfie come palloni!” “Dottoressa, almeno quelle, posso assicurarle, sono normali!”. Poi arrivò l’elicottero e il Belva mortificò la guida alpina dicendogli che si sarebbe fatto imbarellare solo da me perché non si fidava di uno sconosciuto!

Infine, per noi appena usciti dal canyon, nemmeno il tempo di pranzare alla locanda Dunadiv che dovemmo andare a riprenderlo in ospedale a Sondrio: il Belva aveva firmato per uscire. Ci toccò caricarlo sulla Regata Station nudo con poliziotti e medici che ci bestemmiavano contro: “Siete da denuncia, va operato subito!” Ignorando che se anche sua madre lo chiamava Belva, un motivo c’era…

E quando la mamma lo chiamò davvero al cellulare durante il viaggio verso Brescia lui esclamò: “Oh Oh, Matteo, è mia mamma! Dille che di gamba me ne sono rotta solo una!”. Da film…

Su Beta Block Super, WI7, Kandersteg, Svizzera. Foto: Paolo Giacobbe.

La tua attività ti ha portato a sviluppare materiali innovativi: ce ne vuoi parlare?
Da ventidue anni raccolgo la sfida di progettare nuovi attrezzi, utilizzando la mia esperienza e il mio intuito tecnico. Non sono né un ingegnere né un forte atleta: mi sento più un meccanico di idee che ha vissuto quasi quarant’anni anni di verticalità in tutti i campi. Può sembrare assurdo, ma nella mia esperienza di progettista attingo parecchio anche dalla mia formazione classica e dalle mie capacità manuali, per condividere le idee anche con altri e farle diventare utensilia, ossia utili oggetti.

Inventare e testare prototipi è la parte più ludica del mio lavoro. Quella più impegnativa riguarda i processi di industrializzazione e di controllo qualità prima e dopo l’assemblaggio, di prodotti che avranno una distribuzione su scala mondiale.

La mia massima soddisfazione è poter seguire le fasi di un progetto che da un’intuizione o da un’esigenza di mercato giunge a conclusione materializzandosi negli scaffali dei negozi, fino ad agevolare, magari anche di poco, la vita di tanti utilizzatori. Sportivi, lavoratori in altezza, soccorritori o militari.

Sono consapevole di essere un’esigente, un perfezionista affascinato dalla materia, dall’ergonomia e dalla semplicità: un attrezzo funzionale dev’essere al tempo stesso innovativo, leggibile e di qualità percepibile. Ars e techne, provo sincera ammirazione anche quando questa alchimia riesce alla concorrenza.

Grazie alle aziende che hanno creduto in me, oggi, sparsi per il mondo, ci sono tanti miei disegni: bloccanti per la speleologia, anti-caduta per il lavoro, assicuratori per l’arrampicata, ramponi e piccozze (i più performanti del momento, dicono…). I complimenti di tanti atleti e alpinisti sono soddisfazione pura. Come quelli di Tom Ballard, che ha impugnato la stessa mia X-Dream sulle vie Nord in solitaria e sulla linea di dry più difficile al mondo.

Su La spada di Damocle, WI6, Val Brembana (BG). Foto: Silvio Fieschi.

Cosa vorresti lasciare a un giovane che voglia ripercorrere le tue tracce?
Onorato nel caso possa essere stato d’ispirazione, gli lascerei dei consigli, indipendentemente da quale disciplina intenda seguire: il primo di fare sempre tutto per sé e per eventuali compagni. Di divertirsi e di emozionarsi davvero e non per la vanagloria da social. Meglio umili e leali che pagliacci, alla fine pagherà.

Il secondo è di crederci e soprattutto di ascoltarsi. Di non puntare troppo in alto nemmeno se il gioco diventerà poi una scelta di vita, tanto se ne varrà la pena saranno gli eventi a trascinarlo in un naturale quanto emozionante climax.  

L’ultimo è di seguire dei bravi maestri e poi in caso di superarli. Sognando di andare oltre i confini dei luoghi comuni e dei luoghi conosciuti. Buon viaggio e occhio alla pellaccia!

Gotica
Quota 2900 – Cornetto di Salarno – Val Salarno – Gruppo dell’Adamello
Primi salitori: aperta il 3, 10, 16 e 17 settembre 2011 (con bivacco) da Matteo Rivadossi e Giorgio Mauri
Prima ripetizione: Andrea Guerzoni e Andrea Facchetti, ottobre 2011
Altitudine: da 2400 m circa a 2900 m
Sviluppo arrampicata: 700 m
Esposizione: Sud
Grado massimo: VIII+/IX-
Grado Obbligatorio: VII+

Località di partenza: percorrere la SS 42 della Valcamonica uscendo a Cedegolo. Superato di 500 m il centro abitato, svoltare a destra e imboccare la SP 84 che sale a Cevo e poi a Saviore. Entrati in Saviore, poco prima del centro storico, svoltare a sinistra (cartelli indicatori per Fabrezza e rifugio Prudenzini) e dopo 200 m a destra percorrendo la stretta strada asfaltata che conduce al parcheggio del rifugio Stella Alpina in località Fabrezza a quota 1435 m. Continuare a piedi seguendo il segnavia CAI 14 lungo la ripida sterrata che presenta tratti lastricati. Dopo numerosi tornanti che permettono di guadagnare il dislivello principale, si prosegue lungamente superando un paio di falsopiani con relative malghe. Un’ultima serie di tornanti permette di vincere il dislivello della diga (1.30- 1.45 ore). Da sopra la diga comodamente in piano si supera il Lago Salarno (tenere la sinistra all’altezza di una malga) e il Lago Dosazzo, sempre lungo l’unica sterrata che diverrà ciottolosa e più ripida solo nei pressi del rifugio Prudenzini posto a quota 2235 m. (0.45 ore – 1 ora, circa 2.30 totali per 800 m di dislivello).

Punti d’appoggio: rifugio Stella Alpina, rifugio Prudenzini

Avvicinamento: in 45 minuti dal rifugio Prudenzini seguendo il sentiero per bivacco Giannantonj. Raggiunta la quota dell’Avancorpo, traversare facilmente a sinistra per pendio erboso. La via inizia esattamente tra il margine destro dell’Avancorpo e la conosciuta Dottor Gore-tex e Mr. Pile su di una placca compatta dove sono visibili i primi spit.

Note. Da segnalare che le difficoltà assegnate dai primi salitori sono corrette ma non rendono l’idea dell’ impegno complessivo della via. In alcuni tratti è veramente vietato cadere e, in caso di scelta sbagliata, anche tornare indietro arrampicando potrebbe essere un problema.

Gotica è stata salita e anche attrezzata dal basso in arrampicata libera ad eccezione di 6 “passi” di A0 finalizzati solamente a piazzare alcuni spit, altrimenti impossibili da posizionare: 2 staffando un anello di fettuccia su cliff naturale e 4 appoggiando un piede sulle placchette degli spit sottostanti. Proprio il posizionamento di tutti gli spit a mano (ben 58 di cui 23 alle soste), spesso in equilibrio sui piedi e molto lontani dalle protezioni, ha significato ovviamente un lavoro immane. Ma risponde alla precisa scelta di rispettare lo stile ed il contesto storico della Val Salarno e dei suoi primi valorizzatori. La prova che, ormai quasi quarant’anni dopo, a mano si può fare ancora moltissimo. La maniera migliore per dissuadere eventuali futuri frequentatori dal trapano facile. Anzi, un accorato appello: no ai fix in Val Salarno, per favore!

Materiale: necessaria la normale dotazione alpinistica. Due mezze corde da 60m, serie di friends e assortimento di blocchetti. Tutti gli spit ed i chiodi usati sono stati lasciati in posto. Eventualmente utile il martello per ribattere i chiodi in loco.

Descrizione:
L1: VII-
L2: VII
L3: trasferimento
L4: VI
L5: VI+
L6: VII-
L7: VI
L8: VII+
L9: VII
L10: VII-
L11: VIII-
L12: VI-
L13: VIII+/IX-
L14: VI-
L15: III

Discesa: In doppia lungo la via. Saltare S13 e S10 poi da S3 a piedi lungo la Cengia dei Camosci (passi di II-III) oppure continuando in doppia sino alla base.

La Luna è tramontata
Corno Gioià – Val Salarno – Gruppo dell’Adamello
Primi salitori: aperta il 30 settembre 1997 da Matteo Rivadossi e Sergio Zipponi
Altitudine: da 2800 m circa a 3087 m
Sviluppo arrampicata: 300 m
Esposizione: Nord-ovest
Grado massimo: VII

Località di partenza: percorrere la SS 42 della Valcamonica uscendo a Cedegolo. Superato di 500 m il centro abitato, svoltare a destra e imboccare la SP 84 che sale a Cevo e poi a Saviore. Entrati in Saviore, poco prima del centro storico, svoltare a sinistra (cartelli indicatori per Fabrezza e rifugio Prudenzini) e dopo 200 m a destra percorrendo la stretta strada asfaltata che conduce al parcheggio del rifugio Stella Alpina in località Fabrezza a quota 1435 m. Continuare a piedi seguendo il segnavia CAI 14 lungo la ripida sterrata che presenta tratti lastricati. Dopo numerosi tornanti che permettono di guadagnare il dislivello principale, si prosegue lungamente superando un paio di falsopiani con relative malghe. Un’ultima serie di tornanti permette di vincere il dislivello della diga (1.30- 1.45 ore). Da sopra la diga comodamente in piano si supera il Lago Salarno (tenere la sinistra all’altezza di una malga) e il Lago Dosazzo, sempre lungo l’unica sterrata che diverrà ciottolosa e più ripida solo nei pressi del rifugio Prudenzini posto a quota 2235 m. (0.45 ore – 1 ora, circa 2.30 totali per 800 m di dislivello).

Punti d’appoggio: rifugio Stella Alpina, rifugio Prudenzini

Avvicinamento: dal rifugio Prudenzini prendere il sentiero numero 1 che porta verso il passo di Poia, abbandonarlo dopo che si arriva alla sommità della placche del Coster in direzione del Corno Triangolo indi fare un lungo traverso verso il Corno Gioià. L’attacco si trova al margine destro delle compatte placconate centrali. La via si sviluppa sotto la verticale del caratteristico fungo di cresta. Ore 1.30 circa.

Note. Arrampicata fantasiosa e divertente posta in un grande ambiente alpino che riscatta il lungo avvicinamento.

Materiale: necessaria la normale dotazione alpinistica unitamente ai ramponi, utili a seconda delle condizioni del nevaio basale. Due mezze corde da 60m alcuni chiodi assortiti, una serie di friend sino alle misure medie e qualche nut. Le soste sono tutte su un solo spit.

Descrizione:
L1: VI-
L2: VI+
L3: VII
L4: V+
L5: V
L6: IV+

Discesa: in conserva percorrere a ritroso quasi completamente l’ultimo tiro scendendo a sinistra lungo i facili diedri della via Bramani fino a S4. Da questa con 4 doppie da 50 m fino alla base ed eventualmente una quinta sul nevaio basale.

Lo Spaventapassere
Chiusa di Ceraino – Ceraino Classica – Val d’Adige.
Primi salitori: aperta dal basso nel giugno/luglio 2023 da Matteo Rivadossi, Cristina Oldrati, Vincenzo Valtulini, Dandi Iotti
Altitudine: 90 m
Sviluppo arrampicata: 130 m
Esposizione: Est
Grado massimo: 7a+
Difficoltà obbligatoria: 6b
Località di partenza: Rivoli Veronese
Punti d’appoggio: Bistrot da Gilio in centro a Rivoli.

Avvicinamento: Da Rivoli Veronese, passato il centro abitato, tenere la destra dopo il bistrot Gilio in direzione del forte. Dopo 400 m imboccare sulla destra via Battello che scende passando dapprima una fontana, poi la casa di un contadino. Quando diventa sterrata superare un vecchio ponte e percorrerla fino alla fine dove si trovano dei tavolini e il parcheggio. Indi portarsi in riva all’Adige e costeggiarlo direzione flusso acqua per 2 minuti fino alla scritta situata poco prima dell’attacco dell’arcinota Carmina Burana.

Note. Bellissima via che racchiude placche verdoniane, strapiombi, intere lunghezze su gocce e su coralli e un tettone aereo. Considerata inoltre la comodità, la bellezza del luogo e l’eccelsa qualità della roccia, l’arrampicata non può essere che di grande soddisfazione. Tra le protezioni occorre scalare ma grazie all’ottima collocazione dei fix, chi vuole spingere e ha il grado, può tentare la libera in sicurezza. Nonostante la via corra a fianco di grandi classiche, rimane comunque molto logica senza rischi di confusione. Le soste sono tutte su 2 fix, cordone e maglia rapida. I cordoni posizionati sui tiri tutti blu. Il 4° tiro riserva ben 2 varianti entrambe molto belle e che si ricongiungono: quella di destra per gli amanti della placca è veramente incredibile! Dopo le 13.30 la via è all’ombra e percorribile anche nelle giornate afose. Gradi compressi da vecchia scuola nello stile di Ceraino.

Materiale: consigliata corda singola e 9 rinvii
Descrizione:
L1: 5a
L2: 6b
L3: 6a+
L4: 6b+
L5: 7a+
L6: 5b

Discesa: traversando a destra sul bordo della falesia (prestare attenzione) si scende comodamente lungo il versante nord per un sentierino con ometti e poi via ferrata. Al termine seguire quindi verso destra la base della parete fino parcheggio. 10-15 minuti in totale.

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Profili – 05 – Matteo Rivadossi ultima modifica: 2024-01-30T05:57:00+01:00 da GognaBlog

20 pensieri su “Profili – 05 – Matteo Rivadossi”

  1. Ciao Elio, le mie sono solo opinioni personali e non accuse a qualcuno. Anche perché chi sono io??  Ho praticato molto l’alpinismo invernale e l’arrampicata su misto mi è sempre piaciuta, ma non sono per nulla attirato dal  total dry. Con tutto il rispetto per chi  pratica questa disciplina, ma io non ne capisco il senso. Per me le becche degli attrezzi son fatte per il ghiaccio. Lo posso capire per alcune sezioni, su vie lunghe, ma come disciplina ripeto non la capisco.
    Quanto alla pratica di fare dei fori sulla roccia dove agganciare la lama degli attrezzi, non è una novità.  Già lo faceva Warren Harding in Yosemite per agganciarci i cliff così da mettere meno bolts. Però sinceramente mi pare una stortura. Comunque ognuno è libero di fare quello che crede.

  2. A me il dry tooling sembra una scemenza senza senso e ancor meno capisco chi lo pratica insieme all’arrampicata. Dopo che hai messo le mani Sulla roccia e provato il piacere della scalata, usare piccozza e ramponi su roccia mi sembra una cosa inguardabile, dovrebbe provocare il rifiuto.
    Detto questo ognuno è’ libero di fare ciò che crede. 

  3. MONTAGNA…Etica:ognuno ha la sua granitica e personale…Regole: non ne esistono scritte a parte quelle delle gare,considerato che nessun altra passione umana sia così “slegata”(scusate il gioco di parole)da dogmi e regolamentazioni che altrove sono fin asfissianti per me l’ intervistato mette  solo in guardia da un uso alla qualunque e dovunque del trapano …ma forse mi sbaglio.
    In un ipotetico grafico di fantasia con agli estremi da una parte P.Preuss e dall’ altra il celebre compressore di C.Maestri ognuno di noi alpinisti sa dove andare a mettersi.
    Ognuno è libero di scegliere tra usare o non usare e libero anche di mentire poi a se stesso se essere un uomo di montagna medio o mediocre. 
     Sono le nostre azioni a parlare e le pareti saranno lì ancora per molto a ricordarle e spero non rovinate … anche per giovani bi/sogni futuri.
    Su Trial …Dry T. e TnT…non ne so abbastanza da dire la mia.
     

  4. Ciao Alberto. Onestamente non starei a fare delle osservazioni critiche relativamente a quanto asserito nel post numero 12. Perché per confutare o confermare le affermazioni fatte si dovrebbero avere dei dati oggettivi che non abbiamo. Ti dico solo che relativamente al Total dry su sezioni diversamente ” inscalabili” è uso comune creare digli agganci artificiali e questi data la loro difficile individuazione in parete, vengono, quando si lavora un tiro addirittura segnati con un gessetto. Ora possiamo discutere sino alla fine dei nostri giorni se sia giusto o sbagliato, etico o non etico ma di fatto è così per tutti quelli che affrontano questa disciplina.
     

  5. Tutti i buchi che hai fatto per Cliff e piccozze vanno bene?

    Questi sono equivalenti alla prese scavate in arrampicata sportiva.

  6. Nell’articolo si parla di etica. 

    Evidentemente ognuno ha la sua…è la vorrebbe imporre agli altri

  7. Nessun anonimo. L’uso dell’esplosivo era riferito alle cariche che usano gli speleo per disostruire buchi in grotta e che il Rivadossi non ha mai nascosto. Nell’articolo si parla di etica. Per il resto mi scuso sono cose personali. Riprova a mandare la mail.

  8. #12 Francesco.  Il tuo velenoso post può anche essere sopportato (anche se è al limite di una doverosa cancellazione), ma non così l’accusa di aver commesso un reato (uso di esplosivo non autorizzato) senza fornire peraltro alcuna prova.

    Ho cercato di contattarti privatamente tramite l’indirizzo mail che hai usato per fare il commento, ma la mail mi è tornata indietro. Evidentemente, per proteggere il tuo anonimato, hai cancellato quell’account subito dopo.

    Volevo comunicarti che, se Matteo Rivadossi mi chiederà il tuo indirizzo IP, sarò necessariamente costretto a fornirglielo. Questo, da una parte perché sono obbligato, e dall’altra perché agli anonimi come te non spetta alcun riguardo.

  9. Be all’articolo mancano un pò di domande del tipo: L’etica vale solo per la Val Salarno? Tutti i buchi che hai fatto per Cliff e piccozze vanno bene? L’esplosivo in grotta che hai usato era etico? Le altre vie in cui hai usato il trapano cosa avevano fatto di male per non usare l’etica? Il trial in posti vietati è etico? Be, sicuramente un buon atleta ma molto pieno di ego e mania di protagonismo, che nelle serate o interviste vuole far trasparire la sua modestia mentre nella realtà è tutt’altro. Che ha sempre evitato di confrontarsi con salite aperte da gente come Piola, Miotto, Fazzini e tanti altri allora forse sarebbe stato meno borioso. Sputtanatore seriale di lunga data dove ha litigato con mezzo mondo. Sicuramente a Brescia e non solo verrà ricordato per un buon atleta ma non certamente come una brava persona da far incontrare i propri figli.

  10. Ottima la sua poliedricità espressa a ottimi livelli in discipline così diverse, raro personaggio nella iperspecializzazione moderna.Bene: decidere di mantenere in una zona l’etica dei precedenti chiodatori, ammesso e concesso che loro semplicemente non stessero utilizzando il massimo della tecnologia disponibile all’epoca.
    Meno bene: utilizzare mezzi a motore su strade con divieto di circolazione/parchi naturali. Se è vero che l’utilizzo degli spit a mano è più faticoso, allora anche sciropparsi a piedi le ore di avvicinamento necessarie per raggiungere queste pareti affatica di più che arrivarci con la moto da trial.

  11. Mi riferivo a quando dice che aver fatto motociclismo (trial, motocross) lo ha aiutato nella coordinazione….
    La qual cosa mi è sembrata un po’ bizzarra…

  12. Grazie Elio per questa intervista. Conoscendo Matteo non posso dire altro che è uno speleologo ineccepibile, un torrentista dall’etica “estrema”, un ottimo ghiacciatore ed arrampicatore… e quando sei completo così, succede che a qualcuno puoi fare invidia. Il “pota” è un personaggio fuori dagli schemi, ma del resto non puoi aver vissuto così se sei uno “qualunque”.

  13. Intervento 7 da parte di Enri.
    Ciao sono Elio Bonfanti autore dell’ intervista. Scusa forse non sono abbastanza intelligente per cogliere il significato del tuo intervento. Ma obbiettivamente fatico a contestualizzarlo sia nell’ intervista che nei successivi interventi. 

  14. Vedremo di  inserire sedute di motociclismo per affinare la coordinazione….
    Ho sentito dire che Ondra e Megos, al posto del trave, hanno inserito gare di go kart. 
    No comment
     

  15. Manco io lo conoscevo, e personalmente non mi mancava..l’ho trovato un po’ spocchioso, con la solita tiritera dell’etica, del rispetto..ma basta con questa retorica, avete stufato!forse dovrebbe imparare lui da gente come Piola e Motto, che il trapano in quota l’hanno portato eccome! decisamente più conosciuti di lui e che hanno fatto dei capolavori che senza spit non sarebbero stati possibili. E facendo divertire tantissime persone, che non hanno bisogno di sentirsi realizzati con lo spit a 15 m, spesso con la necessità di dover tornare in ufficio o in fabbrica il lunedì senza una gamba rotta. Ben vengano anche le vie totalmente trad o ingaggiose, anche se c’è sempre meno gente che le percorre, una nicchia nella nicchia. Diciamo le cose come stanno. Le stesse vie di Piola o Motto sono oggi considerate dai più come molto poco chiodate (alcune lo sono davvero..) e sempre meno percorse rispetto a qualche lustro fa. Poi parlare di rispetto per un foro in più mi fa davvero sorridere, in un mondo, quello della montagna, fortemente antropizzato..W dunque gli spit anche in montagna, con il dovuto riguardo certamente! E W i rosiconi (sempre poi da capire chi sono)????

  16. Gran bel personaggio che non conoscevo …nel ambito dell’ intervista quoto al 100% i tratti riguardanti il trapano ed il suo uso , dovrebbe essere quasi  una  bibbia da divulgare e insegnare nelle scuole di alpinismo e arrampicata! Ma l’etica assieme all’ umiltà è relegata a materia di sviluppo personale e anche povera di spettacolarità  al contrario di muscoli tecnica ed attrezzi…

  17. Complimenti a Elio x aver condiviso con tutti noi questa piacevole conversazione  con il fortissimo Matteo che ha saputo fare così tanto solo x il piacere di farlo  x se e per i suoi pochi o tanti veri “amici ” che ancora sanno cosa significhi la parola “altruismo “…Complimenti x tutto a voi ….”pota non saprei che altro aggiungere a questo magnifico racconto …

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