Quando piantai un chiodo in un palo del telegrafo

Quando piantai un chiodo in un palo del telegrafo
di Kurt Diemberger
(nel giorno dei suoi 90 anni!)

… Non ricordo se fosse da roccia o da ghiaccio, è passato tanto tempo… era il 1952 e andavo a Zermatt per salire il Matterhorn, il mio primo quattromila, con Gundl Jabornik, dalle lunghissime trecce, ed Erich Warta, con cui avevo già fatto tante scalate nei dintorni di Salisburgo…

… Avevamo tutto sulle nostre biciclette… la mia era quella del nonno, un modello del 1909. Chi aveva una bicicletta con tre marce era un “re” non come le biciclette di adesso che hanno anche trentasei marce o il motore elettrico.

Kurt Diemberger, Piolet d’Or alla carriera, 2013

… Avevamo pochissimi soldi… spendere per dormire era impossibile e i pochi soldi servivano per comprare pane nero, che si poteva mangiare anche quando era vecchio, speck, fiocchi d’avena che facevamo arrostire con il lardo di maiale, mai con l’olio, e uva secca, che ci dava la “forza” per arrampicare.

Per scaldare il cibo avevamo il fornello svizzero soprannominato “Borde bomb”, un tubo lungo circa venti centimetri pieno di benzina sotto cui accendevamo un mozzicone di candela per nebulizzare il carburante che poi veniva acceso… una vera “Molotov bomb” che non è mai scoppiata perché stavamo molto attenti.

… Salisburgo-Zermatt… in treno fino al confine con la Svizzera, poi in bicicletta che spesso andava spinta sulle strade in salita dei passi alpini: Furkapass, Oberalppass …  

… Andavamo così giorno dopo giorno senza una meta predeterminata…

… Si dormiva nel sacco a pelo sotto le stelle o in uno strano riparo in tela impermeabile che aveva comprato mio Padre a buon prezzo. “La tenda che non era una tenda” era anche il nostro campo base. Era una specie di sacco a forma di piramide a sezione triangolare con l’entrata da una parte. Non aveva bisogno di sostegni in quanto aveva un cordino al vertice per appenderlo; il fondo veniva poi fissato a terra con due chiodi da ghiaccio.

… In montagna lo appendevamo a una roccia o ad una parete di ghiaccio, ma in pianura? Cosa c’era di meglio di un palo del telegrafo lungo la strada? In Svizzera, quando iniziai a piantare un chiodo in un palo del telegrafo arrivò di corsa un gendarme che si mise ad urlare minacciandoci… così dormimmo senza riparo, ma la notte era bellissima e il cielo stellato ci fece compagnia.

L’interno del casco di Kurt Diemberger

Avevamo con noi cinque o sei chiodi o forse di più, alcuni moschettoni, la piccozza, i ramponi e la corda di canapa… la mia prima corda moderna fu di nylon non di perlon. Io usavo il casco, il prototipo della ditta Schüller del 1956, non della ditta Sporthaus Schuster che lo produsse tempo dopo. Tutti lo chiamavano “vaso da notte” e mi prendevano in giro. Era un po’ piccolo e sulla nord dell’Eiger non protesse il mio naso da una scarica di sassi, a differenza di quello di due numeri più grande che portava il mio compagno Wolfgang Wolfi Stefan. Il casco protesse sempre non soltanto la mia testa ma anche quella di Bianca di Beaco a cui lo avevo prestato in occasione di una sua spedizione in Grecia. Lì ebbe modo di dimostrare la sua funzione quando un blocco di roccia lo ridusse a mal partito senza danni per la testa della mia amica … ben incerottato è ancora nelle mie mani.

… Salimmo il Matterhorn e poi… indietro fino a Salisburgo prima in bicicletta e poi di nuovo in treno.

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Quando piantai un chiodo in un palo del telegrafo ultima modifica: 2022-03-16T05:52:00+01:00 da GognaBlog

11 pensieri su “Quando piantai un chiodo in un palo del telegrafo”

  1. 11
    andrea gobetti says:

    Auguri al grand Kurt maestro insuperato di alpinismo e scrittura, mi ha insegnato che far ridere non è un delitto, raccontando di uomini e montagne. Sei sempre il migliore!

  2. 10
    Alberto Benassi says:

    Fui ospite con mia moglie Barbara a casa di Kurt. Nutro affetto e riconoscenza verso un grande uomo e la sua famiglia, aperta e democratica.In TV quella sera trasmettevano il confronto Occhetto – Berlusconi; uno spettacolo nello spettacolo.Grazie Kurt

    8) Luciano Vatteroni, noi ci conosciamo.

  3. 9
    Luciano Pellegrini says:

    GIUGNO 2004, ad Askole inizia l’avventura per il campo base del K2. Qui ho conosciuto KURT che ci ha accompagnato per circa 10 giorni. Camminava con un portatore BALTI, ma la notte dormiva sotto le stelle… il motivo che puzzava di capra. Ci ha illustrato tutte le montagne che incontravamo, narrandoci tante storie. Ho imparato molto, non poteva capitare migliore incontro e conoscenza.

  4. 8
    Luciano Vatteroni says:

    Fui ospite con mia moglie Barbara a casa di Kurt. Nutro affetto e riconoscenza verso un grande uomo e la sua famiglia, aperta e democratica.
    In TV quella sera trasmettevano il confronto Occhetto – Berlusconi; uno spettacolo nello spettacolo.
    Grazie Kurt
     

  5. 7
    Manera Ugo says:

    Fu di Kurt Diemberger la prima proiezione di diapositive di montagna e scalate che io vidi, era l’inverno 1957-58. Ne rimasi impressionato ed affascinato, il 29 di settembre 1957 avevo effettuato la mia prima scalata in montagna e gli ambienti illustrati in quelle diapositive erano per me ancora sconosciuti. Kurt stava effettuando un giro di conferenze per raccogliere fondi per la famiglia di Hermann Bulh caduto mentre era con lui sul Ghogolisa nel 1957. Quei personaggi e quelle immagini si fissarono in modo indelebile nella mia memoria.

  6. 6
    Paolo Gallese says:

    Ho scoperto che vive nei pressi di Bologna e avrei tanto voluto incontrarlo. Non ho mai avuto occasione se non nei suoi libri e documentari. Fortunati tutti voi.

  7. 5
    alberto says:

    In questi giorni c’e’la corsa all’olio di semi di girasole, un vero accaparramento..ma i tranci di lardo normale (non quello elaborato gourmet prodotto tipico )per il tradizionale  dimenticato battuto   con cipolla , o i bidoncini di strutto ..restano  sugli scaffali, evitati .Noi nati negli anni 50, piu’ fortunati: sacchi a pelo e materassini  gonfiabili e zaini di provenienza militare. comprati in qualche onnipresente mercatone. Caschi da cantiere edilizio.Le prime ferrate con monocordino da 8 mm e un solo moschettone.(Per Grazia Ricevuta lo possiamo scrivere e sbirciare vecchie diapositive)

  8. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Kurt Diemberger ovvero “Va’ dove ti porta il cuore.” 

  9. 3
    antoniomereu says:

    Mi associo ai commenti precedenti…chissà se ha poi appeso il disegno che avevo fatto per promuovere  la sua serata del K2 quando anni fa’ venne a Pieve.
    E che serata!
    Auguroni signor Kurt!

  10. 2

    Un grande in quanto a semplicità. Arrivava sempre in ritardo dicendo che essere puntuali era da sfigati.
    Ironia e intelligenza, doti oggi rare insieme, ma presenti in Kurt. 

  11. 1
    Alberto Benassi says:

    Persona positiva e simpaticissima. L’ho conosciuto anni fa ad una sua  serata a Viareggio.  Serata ricca di simpatia, di autoironia e di gran risate per tutto il pubblico.

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