Realizzare il prima o poi

Realizzare il prima o poi
(8 agosto 2020. Sperone Walker: un sogno condiviso)
di Francesco Salvaterra
(pubblicato su francescosalvaterra.com il 18 ottobre 2020)

Quando a diciotto anni ho scoperto l’alpinismo, oltre a dedicarmici al 90% per alcuni anni (il 10% restante era per le ragazze), non ho avuto compagni esperti da cui imparare ma ho letto molto. Dai relativamente recenti Mark Twight, Steve House, Reinhold Messner agli intramontabili Riccardo Cassin, Ettore Castiglioni, Walter Bonatti, Armando Aste, George Livanos, Yvon Chouinard e tanti altri. Come per molti altri giovani arrampicatori il desiderio di misurarmi con le grandi ascensioni classiche che hanno fatto la storia dell’alpinismo è sempre stato radicato nel mio andar per monti. Ricordo quando dopo aver letto con la pelle d’oca I giorni grandi di Bonatti ho fatto lo zaino e sono andato su una montagna insignificante sopra casa per fare il primo bivacco. Ero solo e quella notte passata a gennaio in un buco nella neve è stata una sorta di iniziazione. Non nascondo che inizialmente parte del desiderio di ripetere alcune classiche era appunto “poter dire di averle fatte”, una delicata e discutibile motivazione in effetti. Parallelamente ho iniziato ad aprire vie nuove: la visione di una nuova linea, l’esplorazione assoluta e il senso di avventura nel mettere le mani per primo su una roccia, è stata una droga e per anni ho dedicato più tempo alle aperture che alle ripetizioni. Ma che cos’è l’avventura? Una definizione enciclopedica è la seguente: “impresa rischiosa ma attraente per ciò che vi si prospetta di ignoto e vi si vive fuori del comune”. Rischio, ignoto, fuori del comune: elementi che l’uomo moderno non cessa di ricercare e che si possono trovare anche dietro l’angolo di casa. L’avventura ha bisogno di poco humus per attecchire, basta andare a fare una corsa fuori casa in una direzione che non si conosce, ed è già avventura. Chi la ricerca dovrebbe avere uno zaino con poche cose, dovrebbe essere disposto a perdersi, a programmare per poi veder crollare i programmi e lanciarsi nell’improvvisazione.

Dopo il diedro Allain

Devo alla mia professione di guida il ritorno alle grandi classiche: quelle che chiamo “king lines”, le linee regali, le vie più belle o più logiche selle pareti più imponenti. Può sembrare strano e per alcuni anche forzato ma per me scalare una via con un cliente regala una soddisfazione spesso maggiore che con un amico. Provo a spiegarmi: scalando con un amico ci si diverte (di solito di più) e si divide il carico fisico e psicologico dell’ascensione, la soddisfazione viene prevalentemente dal passare una bella giornata in buona compagnia e in un ambiente che si ama. Quando invece porto a termine una salita nel migliore dei modi, accompagnando un alpinista, la soddisfazione è anche di tipo professionale. Immagino un chirurgo che prima di un’operazione studia la cartella clinica del paziente e ripassa la procedura, si prepara mentalmente a quello che va fatto, poi alza il bisturi e se tutto va per il verso giusto sente alla fine la soddisfazione che deriva dall’aver fatto al meglio quello per cui si è preparato in anni di impegno. Un altro aspetto è quello della soddisfazione che deriva dal gestire il peso fisico e psicologico. Il carico di responsabilità di una salita tra amici e una come guida sono parecchio differenti: nel secondo caso, oltre a scalare quasi sempre da primi di cordata (con tutti i rischi annessi e connessi) bisogna spesso decidere autonomamente cosa fare. Dal momento in cui un alpinista decide di affidarsi a una guida, un professionista dell’andar per monti, gli accorda un onore e una grande responsabilità: quella prima di tutto di riportarlo a casa e solo in un secondo momento di raggiungere la vetta dei sogni. E’ un’esperienza totalizzante che culmina sempre nello stesso posto, non in vetta ma di fronte alla portiera dell’auto (o ancor meglio a una birra media). Una volta Maurizio Giarolli, ai tempi direttore dei corsi guida del Trentino, aveva detto a noi allievi che non esiste una professione in cui ci si trovi a disporre della vita delle persone in un contesto di estrema variabilità e improvvisazione come la nostra. La guida deve scegliere cosa fare nel caos dell’ambiente naturale, nel mezzo di un temporale, lungo un canale esposto alle scariche, sopra un pendio a 30° di neve ventata dove la fatidica domanda: ”vado o non vado” assume un peso capitale.

“Guida” è da sempre associato a “cliente” un termine che ad alcuni non piace perché porta subito alla mente l’aspetto del denaro. Io trovo che non ci sia nulla da nascondere o demonizzare: per imparare ad andare a vela si prende accordi con un istruttore, e anche quando si ha imparato può capitare che per una giornata o vacanza in relax ci si affidi ad uno skipper per condurre la barca.

Recentemente mi è capitato di essere io stesso cliente di guide, è stata un’esperienza molto interessante. L’ultima volta mi trovavo in vacanza al mare con la famiglia e volevo scalare una via, non una qualunque ma una in particolare, non avevo conoscenti a disposizione e chiedere al primo incontrato in falesia sarebbe stato un rischio, non volevo passare un’altra giornata a fare la guida, per giunta gratis. Dopo essermi fatto consigliare ho contattato una guida locale, abbiamo passato una bellissima mattinata: lui conosceva bene la zona e mi ha raccontato degli aneddoti, descritto pareti e vie dando un valore aggiunto alla gita. Abbiamo stretto amicizia e il fatto che ci fossero di mezzo dei soldi non mi ha creato nessun imbarazzo o differenza in generale. La cordata è la stessa e il termine “condivisione” rimane strategico: per prima quella della corda, che unisce idealmente e fisicamente i componenti della cordata, ma anche i rischi, le scelte, la fatica, le soddisfazioni o lo scoramento. Non si può sperare di scalare serenamente se chi sta davanti non si fida di chi lo segue e viceversa, la cordata è di due (o tre) e tutti devono metterci del proprio per far girare gli ingranaggi.

Guida e cliente: amici per la pelle. Questo mito va sfatato: non è sempre così. La verità è che stringere un rapporto di amicizia stretta, come nella vita quotidiana, capita solo di tanto in tanto.

Il diedro di 75 m

Perché si crei una vera amicizia ci vuole tempo e il feeling giusto, spesso è più probabile che il rapporto sia di stima reciproca mentre a ogni guida è capitato di sopportare a malapena il suo cliente. Non è bello da dire ma la verità è che per fare questa professione, come molte in cui ci si relaziona con persone di tutti i tipi, occorre avere una buona dose di pazienza. Ognuno ha la sua tecnica: io per esempio quando non sono in giornata o quando mi capita il soggetto “pesante” adotto la tecnica dell’estraniarmi: penso ad altro dando ogni tanto qualche falso input di presenza. E’ un adattamento di sopravvivenza che avevo affinato ancora a scuola durante le ore di matematica.

Ovviamente affermo tutto ciò a mio discapito, sperando che la cattiva pubblicità (o sincerità) funzioni come per il brand coca-cola, per cui bene o male non conta, basta che se ne parli.

Dopo questo “fuori tema” che vi ho propinato (se lo avessi messo alla fine del racconto tutti se ne sarebbero andati giustamente dopo la prima riga) è arrivata l’ora di raccontare la scalata, di esporre gli eventi, conditi da qualche nota storica che ho pescato da un bel libro: “Dalla Nord delle Jorasses alle… falesie”, di Piero Nava. Nava è stato cliente di primordine di molte guide dagli anni 50’ ai primi anni 90’, evidentemente alpinista di grande passione e cultura ha salito gran parte delle grandi classiche del monte Bianco e non solo. Tra le sue guide: Arturo Ottoz, Cesare Gex, Giorgio Bertone, Jean Bich, Pierino Pession e Lorenzino Cosson. Nel 1975 sale in tre giorni lo sperone Walker con Giorgio Bertone e Lorenzino Cosson.

Alberto, Francesco e Marcello sulla schiena di mulo

7 agosto 2020, Chamonix
Io mi prendo anche un bastoncino, sono il più vecchio dopotutto”. Ogni tanto mi dimentico che Marcello ha 59 anni, in effetti di solito è lui a ridurre il materiale al di sotto del limite accettabile. Solo lui poteva presentarsi con un cliente sotto il Fitz Roy nel ‘92, senza friend! Ma ecco che facendosene prestare due (quelli con la barra rigida) da dei rinunciatari di passaggio riesce ad arrivare anche in cima. La stoffa è sempre quella. Alberto Bettoli lo conosco da poco, ci ha contattato per un progetto ambizioso in Patagonia e per conoscerci abbiamo fatto un paio di salite difficili sul granito semi-dimenticato del Caré Alto. Due vie sono state più che sufficienti per conoscerci e per farmi capire che è un alpinista molto allenato e preparato, oltre che un tipo simpatico e affidabile.

Accalcati nel trenino, veniamo vomitati a Montenvers nel bel mezzo della folla: alla faccia del distanziamento sociale. In mezzo allo sciame umano scendiamo un sentiero verso la Mer de Glace, poco dopo l’impatto con le scale verticali che permettono il superamento delle placche lisciate dai ghiacci è piuttosto secco: la corda la lasciamo sullo zaino quindi bisogna stare su con le orecchie. Attraverso un mare di sassi più che di ghiaccio si raggiunge il bivio con il ghiacciaio di Leschaux, lungo il percorso non mancano i panorami da leccarsi i baffi. Sulla destra svetta l’allucinante Aiguille de la République e il candelabro di torri del Grepòn and sisters, sulla sinistra invece, impossibile non vederlo, ammicca il magnifico e imponente Petit Dru. Chissà, forse tra qualche giorno la sua parete nord sarà l’ultima delle sei grandi pareti nord delle Alpi a mancarmi (1). Lungo la parte finale dell’avvicinamento si alternano pietraie con una traccia di sentiero e ghiacciaio, ormai in vista del rifugio Leschaux. Questo è una struttura moderna ma molto piccola, abbarbicata sopra a un muro di placche lisce e verticali alte un centinaio di metri sopra la lingua di ghiaccio che scende dalle Jorasses. Si sale con delle scale verticali e vi trovano riparo non più di 16 ospiti, comandati a bacchetta da Cloè, giovane e simpatica gestrice di Chamonix. “Tes yeux sont magnifiques!” la tavolata se la ride, è l’unica frase che so in francese e la sfodero con un sorriso “all’italiana” rivolgendomi alla nostra bionda gestrice. Almeno sdrammatizziamo un po’ la situazione, tutti parlano solo di passi chiave della via e strategie di scalata, il clima è piacevole ma si respira la classica competizione tra cordate. Marcello, incurante, suona la chitarra seduto al sole. Anche Alberto è rilassato ma si vede che non sta nella pelle: quel misto di preoccupazione/voglia di iniziare prende tutti prima di una salita difficile. Dal canto mio sono contentissimo di essere qui, da anni penso a questa pietra miliare dell’alpinismo e provare a farla come guida mi stimola molto. Certo le domande ci sono: “troverò la via giusta?”, “saprò gestire la situazione e le altre cordate”? La mia preoccupazione maggiore sono proprio gli altri, i rallentamenti e i sassi che possono far cadere. Solo per la Walker ci sono sei cordate più tre che dormono sul ghiacciaio, le vediamo con il binocolo dalla terrazza. Siamo l’unica cordata da tre, gli altri (francesi, austriaci e inglesi) sembrano agguerriti, molti sono guide tra guide e a parlandoci pare che pochi abbiano del materiale da bivacco, quindi prevedono di uscire in giornata. “Ci supereranno in molti e ci troveremo in mezzo a un gran casino” penso tra me.

Sua Maestà, la parete nord

“Senza dubbio la punta Walker è una grande cima e la sua ascensione per lo sperone nord è la più dura di tutte le Alpi: ma queste definizioni non sono che delle formule. Per me questa montagna è la montagna che ho sognato, e questa ascensione la festa della mia giovinezza (Gaston Rébuffat)”.

La nostra attrezzatura prevede:
Scarponi semi-ramponabili, io ho dei ramponi mezzi in acciaio e mezzi in alluminio, Marcello in alluminio e Alberto in acciaio (i miei si sono rivelati un buon compromesso), una piccozza leggera a testa, 12 rinvii, alcune fettucce con moschettone, 6 friends fino al #2, 4 stopper, 2 t-block, 2 viti da ghiaccio, 2 mezze corde da 50 metri, fornello MSR, una bombola piccola, tre liofilizzati, frutta secca, un panino a testa e alcune barrette, Alberto ha un sacco a pelo in piuma da 700 gr., io e Marcello uno simile (Ferrino Lightech 750 gr ) ma con il triangolo di Nylon artigianale che permette di dormirci in due, tre pezzi di materassini arrotolabili piuttosto corti, frontalino (io ne avevo uno potente ed è servito).

La logistica è semplice: scalare il più in fretta possibile (ma comunque facendo tiri di corda) prevedendo un bivacco, nella migliore delle ipotesi in cima, altrimenti nella parte alta dello sperone, per poi scendere il giorno dopo al rifugio Boccalatte dalla normale oppure dallo sperone Whymper, a seconda dell’ora della giornata.

Su disposizione di Cloè la colazione è per tutti alle 00.30. Alle 00.20 Marcello mi sveglia con uno spintone, siamo gli ultimi a uscire dal letto. Alberto è già pronto e impeccabile mentre noi zampettiamo per metterci gli scarponi ai piedi, circa 4 ore le abbiamo dormite, non male dopotutto. Avendo tutto pronto dalla sera prima in un attimo siamo seduti a fare colazione sulla terrazza. Il rifugio è così piccolo che si mangia fuori, oggi non è un problema, fa molto caldo, ma se fosse sotto zero non sarebbe una colazione rilassante. Per le 00.50 partiamo, la discesa dalle scale è ripida e come preventivato ci leghiamo passando la corda nei moschettoni in loco, ci si mette poco in più rispetto a stare slegati ma probabilmente gli altri team (ovviamente slegati) che ci anticipano e precedono staranno pensando che siamo dei boy scout in gita sociale… almeno per ora. Sul ghiacciaio ci sono molte luci, abbiamo due cordate alle spalle e due davanti. I sassi lasciano il posto al ghiaccio “lavato”, quindi calziamo i ramponi. Poco dopo inizia la neve e ci leghiamo in cordata “ce la fate ad aumentare?”, “vai!”, ingraniamo una marcia e due luci passano dietro. Alle 3 o poco prima arriviamo alla base dello sperone che si pianta nel ghiacciaio, sulla destra incombono degli iceberg di ghiaccio che invitano a sbrigarsi. C’è una cordata che ci precede, e altre due arrivano praticamente con noi. I due già lì, filano le corde con imbarazzante lentezza e si mettono i friend sull’imbrago uno alla volta come se fossero in Cinque Torri, guardandosi attorno senza tanta convinzione sul dove partire. Senza pensarci su troppo e senza chiedere permesso parto a canna puntando a dove mi sembra più semplice, sul margine destro tra la roccia e il ghiaccio. Siamo ancora legati con una corda sola in modalità ghiacciaio e mentre scalo mi sfilo le spire di dosso, per fortuna che messa la prima protezione mi ricordo che c’è ancora il nodo a palla. Un breve tiro più di ghiaia che di roccia, poi uno di cento metri in conserva che ci conferma in testa al gruppo con del margine. Tiriamo fuori l’altra corda progredendo a tiri, anche se facile è tutto abbastanza friabile.

Dopo l’attacco ogni attimo di tregua è cancellato: dal crepacciato ghiacciaio alla cima, la spinta ascensionale è diretta, implacabile (Riccardo Cassin, Dove la parete strapiomba, 1958)”.

Lungo la traversata a sinistra troviamo ancora del ghiaccio e misto facile, poi nonostante il buio si capisce che diventa tutto più ripido. Tolgo i ramponi ma mossi i primi metri mi accorgo che è stato un errore: mi sentivo molto più sicuro tenendoli ai piedi anche sulla roccia, ora mi sembra tutto scivoloso. Non è facile e non ci sono chiodi, dopo un po’ vedo dei cordini a sinistra: primo errore! Traversando riusciamo a tornare sulla via e a due tiri dal diedro Allain incontriamo una cordata. Sono due inglesi non più giovanissimi che hanno dormito in un posto infame, praticamente in piedi, sono simpatici ma ben infreddoliti e sulla roccia ci sono evidenti strisce di vomito. Fin qui la relazione dice “facile”, ma ci sono voluti comunque dieci tiri di corda. Comincia ad albeggiare, calzate le scarpette li seguiamo stretti fino al diedro, qui ci lasciano passare di loro iniziativa. Il famoso diedro Allain è un bellissimo tiro da falesia, se ci fossero gli spit lo darei tra il 6a e il 6b, però ci sono solo chiodi e, a tratti, anche ben al di sotto dei piedi. Il diedro Allain: “la prima grande difficoltà, una scalata di classe e provo un’intima soddisfazione (Gaston Rébuffat)”. La traversata a destra è facile e le poche fasce ghiacciate si lasciano aggirare senza dover cambiare assetto, in breve siamo al diedro di settantacinque metri. E’ molto bello, roccia ottima, parecchi chiodi, non facciamo i leziosi e azzeriamo allegramente, io però mi fido a tirare qualche chiodo solo quando sono molto vicini: è vero che li tirano tutti ma non vorrei che ne rimanesse uno in mano proprio a me.

Dopo la corda doppia obliqua (il famoso pendolo) “i ponti sono tagliati, la ritirata, in caso di scacco, difficile se non impossibile in questa zona di grandi placche verticali e lisce (Pierre Allain) (2)”.

Poco prima del pendolo

In breve siamo al passaggio del pendolo, questo è imbrigliato di corde fisse, che proseguono anche sul facile tiro successivo che porta a dei buoni terrazzini da bivacco. A parte i dieci metri di corda che permettono di risalire il pendolo e sono effettivamente molto utili in caso di ritirata, il resto delle corde non trova significato. Anche in alto troveremo vari spezzoni di corde, tutti poco utili e decisamente fuori luogo, varrebbe veramente la pena di fare un mucchio e portarle via con una rotazione di elicottero. Le soste sono tutte attrezzate, anche abbastanza bene, oppure sono facilmente integrabili, speriamo che non arrivino gli spit anche su questa via, sarebbe un vero peccato se una pietra miliare dell’alpinismo come questa venisse irrimediabilmente modificata. Alla torre grigia “la muraglia supera in verticalità ogni nostra immaginazione. Ci volevano veramente dei dolomitisti per avere il coraggio di tracciare una via su una parete del genere (Eduard Frendo)”. E’ qui che Cassin dice a Tizzoni “Mandami un paio d’ali e farò più svelto”.

Un tratto verticale nei pressi della Torre Grigia

Non è facile capire dove andare, sembra veramente di scalare un tiro lungo un muro dolomitico, andando alla ricerca degli appigli e dei chiodi. Mi viene in mente la formidabile prima ripetizione solitaria di Alessandro Gogna, nel 1968. Gli riuscì in giornata scalando con gli scarponi rigidi e praticamente sempre slegato. Mentre recupero le corde sulla sosta scomoda e appesa penso che, anche con una base media di un 7b a vista, avrei dei grossi problemi ad arrivare da un chiodo all’altro calzando scarponi rigidi come quelli dell’epoca. La schiena d’asino è un tratto abbastanza facile e abbattuto, ci godiamo l’arrampicata che è molto piacevole, sicuramente al riparo da eventuali scariche. In breve arriviamo al nevaio triangolare: “Occhio a non perdere uno scarpone o sono bitter dicks!”. Il breve tratto di neve ghiacciata è facile e gestibile con un solo attrezzo, però perdiamo parecchio tempo nel doppio cambio scarpette-scarponi, anche perché dopo il nevaio la sosta è quasi appesa.

Ecco il famoso camino rosso di ottanta metri, posto sotto la torre rossa. E’ l’ultimo serio ostacolo e uno dei tratti più temuti. C’è del ghiaccio ma per fortuna non molto, saliamo in scarpette. In effetti alcune scaglie non suonano bene, ma nel complesso le migliaia di ripetizioni hanno ripulito quello che ballava e la roccia non è male, la difficoltà è data più che altro dagli appoggi spesso coperti di nevischio. Per fortuna qualche chiodo c’è e in tre tiri raggiungiamo un buon terrazzino valido anche per bivaccare. Facciamo una pausa, “Qui hanno lasciato una bomboletta di gas mezza piena! Tieni, mettila nello zaino, magari la useremo o almeno facciamo pulizia”.

La famosa foto del traverso sotto la Torre Rossa

Il seguito è evidente, ci sono una fila di chiodi lungo una placca non stupida e poi si traversa a destra, è il tratto dove tutti scattano la foto con sfondo Aiguille de Leschaux. Da qui un breve strapiombino porta al terreno appoggiato, siamo fuori dalle difficoltà.

Seguiamo per un paio di tiri un canale, poi deviamo a sinistra a riprendere il filo, è facile ma siamo tutti stanchi e ben sopra i quattromila metri. L’ultima lunghezza (ma fino all’ultimo non siamo sicuri che effettivamente lo sia) sale un canale di terra e rocce friabili, mi fermo e penso alle prossime mosse, non posso permettermi di sbagliare… traverso a sinistra su roccia migliore, proteggendomi spesso arrivo alla forcella, un breve muretto di neve gradinata porta a una cornice e… cima!

Sono le nove ed è quasi buio, più che contento sono sollevato! Ora, dopo venti ore, possiamo rilassarci. Di rapido e comune accordo decidiamo di passare la notte direttamente sul posto, spianiamo un terrazzino nella neve poco inclinata, ingolliamo dell’acqua tiepida, una busta di liofilizzato e… buonanotte.

Marcello Cominetti e Francesco Salvaterra in vetta alle Grandes Jorasses

Calda non è stata, come nemmeno comoda, ma la notte è passata abbastanza bene, permettendoci il riposo di cui avevamo bisogno. Il sole sorge alle nostre spalle e la vista sulla cima del Bianco è spettacolare. La colazione è al limite della decenza: la cartuccia del fornello è finita prima del tempo e riusciamo a malapena a sciogliere un litro di acqua tiepida per mandare giù i biscotti alla nutella. Decidiamo di scendere dalla normale, è tracciata e passare in cinque minuti sotto il seracco ci sembra accettabile, considerato che l’alternativa è il lungo e rognoso sperone Whymper. Il percorso è abbastanza evidente e in un paio d’ore arriviamo a cavallo del Reposoir: qui, con la bombola recuperata lungo la salita, ci prepariamo una graditissima bibita.

La vista del rifugio Boccalatte è più che gradita, come la birra, lo spezzatino e la chiacchierata con Franco Perlotto. L’unica ma pesante nota stonata è la notizia dell’incidente accaduto il giorno prima a Matteo Pasquetto.

Approdati in una val Ferret semi deserta per via del fantomatico rischio di crollo del ghiacciaio di Planpincieux, veniamo prelevati dal mitico Franco e altri amici di Marcello, che oltre ad offrirci da bere e trattarci da eroi ci prestano un’auto per recuperare la macchina di Alberto a Chamonix.

La sera ce la prendiamo comoda fermandoci a Courmayeur, approfittando dell’ottima cena e dell’ospitalità di Franco e vari amici. Sempre Franco sfodera dalla sua ricca libreria “Cassin: c’era una volta il sesto grado” di George Livanos. Prima di addormentarmi, con le ultime energie, leggo il capitolo dedicato alla Walker, “il Greco” propone cinque diversi titoli, al lettore la scelta:

L’invincibile
Riccardo il Magnifico
Riccardissimo
Il monumento
Signor Walker

9 agosto 2020. Rifugio Boccalatte: Francesco Salvaterra, Marcello Cominetti e Alberto Bettoli

Note
(1) In ordine cronologico: Cervino, via Schmid, 1931; Cima Grande di Lavaredo, via Comici-Dimai, 1933; Grandes Jorasses, sperone Croz, 1935, sperone Walker, 1938; Petit Dru, via Allain/Leininger, 1935; Pizzo Badile, via Cassin, 1937; Eiger, via Heckmair, 1938.

(2) Allain aveva fatto un serio tentativo pochi giorni prima di Cassin, ma si era fermato dopo il diedro (che ha preso il suo nome) per via delle condizioni non ottimali. Non immaginava che tre dolomitisti con una cartolina in mano avrebbero attaccato pochi giorni dopo senza farsi troppi scrupoli per la neve in parete. Dopotutto non sapevano che la parete avrebbe potuto presentarsi meglio e, come si sa… avevano poche ferie!

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Realizzare il prima o poi ultima modifica: 2020-11-14T05:13:38+01:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Realizzare il prima o poi”

  1. 12
    Franco says:

    Bel resoconto! Credo sia sempre una salita memorabile.. festosa accoglienza a Courmayeur più che meritata.
     

  2. 11
    Antonio Arioti says:

    Bel racconto e anche molto interessante.

  3. 10
    valter guglielmetti says:

    può capitare la giornata storta o il cliente da evitare, ma in ogni caso rimane sempre il “grande Mestiere”, come diceva Rebuffat.
    bellissimo racconto, e poi, insomma, due Guide sulla Walker, cosa potrà mai capitare ? (è una battuta – ma mica tanto…)

  4. 9
    Claudio Cometa says:

    Quando ho letto della chitarra avevo il sospetto potesse trattarsi di Cominetti, soltanto lui può mettersi a suonare la chitarra fuori da un rifugio…. Complimenti, gran bel racconto, ottima disamina di cosa significa legarsi in cordata con una guida, e bella salita. 

  5. 8
    AndreaD says:

    Sono d’accordo con Caudio a proposito della descrizione del lavoro di guida.

  6. 7
    Claudio says:

    La descrizione del lavoro di guida……altro che “fuori tema propinato”……bellissimo appassionate e molto sicero…….in fondo per chi legge e scrive…..”il sogno di una vita”

  7. 6
    Alberto Benassi says:

    Bello, diretto e avvincente.

  8. 5
    Massimo Bursi says:

    Articolo molto piacevole, utile ed istruttivo. Non capisco perché portare via i 4 stopper quando hai i friend. Io ho eliminato stopper e nut dal mio bagaglio dolomitico da quando mi sono dotato di una bella serie di friend. Grazie

  9. 4
    lusa says:

    Complimenti, un bel racconto pulito e coinvolgente.

  10. 3
    Giorgio says:

    Piacevole ed appassionante lettura.

  11. 2
    Matteo says:

    Bello e proprio ben scritto!

  12. 1
    Ugo Manera says:

    Gran bel racconto, diretto e senza fronzoli. Nella descrizione del “mestiere” di guida mi sembra di risentire le parole di Gianni Comino di tanti anni fa mentre, sdraiati un pomeriggio a riposare sul tetto di una grangia in val Ferret di fronte alle Jorasses, mi descriveva le soddisfazioni che traeva dal suo lavoro di guida.

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