Luna piena sulla palude

Luna piena sulla palude
(come mi organizzo per una piccola avventura in Natura)
di Paolo Gallese
(pubblicato su medium.com il 7 agosto 2020)

Tutte le immagini pubblicate sono state reperite dalla rete e appartengono ai legittimi proprietari. Qualora si palesassero, l’autore è pronto a cancellarle o ad inserire volentieri i nomi dei fotografi.

Dove e perché
Sulla costa ferrarese, visitare un’area protetta come la foce del Po di Volano e trasformarla in un’avventura, può far sorridere. E’ una zona facilmente raggiungibile e diverse persone vi si recano in montain bike, o fare bird watching, per trascorrere una bella giornata nella Natura.

L’intera area, seguendo i sentieri tracciati, non pone particolari problemi all’escursionista medio, purché l’esperienza resti solo occasione di una piacevole scampagnata.

In realtà, posta a sud del delta del Po, affacciata alla grande bocca di Goro con le sue isole di depositi alluvionali, è una zona selvaggia, ricca di biodiversità, una delle ultime in Emilia Romagna; è il risultato dell’evoluzione di un complesso sistema idro-geologico, marino e fluviale, dove entrano in gioco forze naturali di lungo periodo, ma anche momenti di violenta ed estemporanea trasformazione; è un ecosistema ricco e complicato, dall’equilibrio delicato, non sempre immediatamente percepibile e visibile. E’ un luogo aperto ai venti, al mutare delle stagioni, alle forze atmosferiche che le caratterizzano, dove si possono scatenare eventi meteorologici intensi e drammatici, capaci di trasformare velocemente l’ambiente circostante.

Recarsi in questo luogo splendido con l’intenzione di trascorrervi almeno due notti, in momenti stagionali caratterizzati da variabilità e instabilità, non è più una scampagnata, ma una faccenda per esperti. Si parte consapevoli di affrontare una situazione che può diventare disagevole, fino a trasformarsi in pericolosa.

Lo si fa per non incontrare gente, per osservare, senza disturbare né toccare, gli animali e vegetali della zona; ma sono soprattutto le caratteristiche fisiche del fiume, le trasformazioni repentine delle aree salmastre, del mare, i veloci cambiamenti atmosferici nell’arco delle giornate, gli ingredienti per una affascinante esperienza. In ultimo (o forse per prima cosa?), si va per le straordinarie atmosfere che, nell’isolamento, le nubi, i colori, gli uccelli, le pinete intricate, la posizione del sole, della luna, la densità delle nebbie e delle condense, possono offrire al visitatore capace di coglierle e, possibilmente, di fotografarle.

Informarsi sul luogo
Recarsi in un luogo del genere in periodo di instabilità, per essere consapevoli di necessità e rischi, comporterebbe un veloce sopralluogo. Nel caso sia possibile, andare a dare una veloce occhiata può essere la miglior cosa. Ma che lo si possa fare o meno, una piccola o grande spedizione in Natura deve sempre prevedere un accurato e rigoroso documentarsi (se volessi visitare il delta del Danubio non credo riuscirei a farci una scappata…).

La valutazione del territorio, della sua geografia e delle sue condizioni, ambientali e climatiche, sono aspetti che guideranno anche le nostre scelte su quali materiali e attrezzature ci dovremo caricare sulle spalle.

Ci si può documentare in molti modi, ma personalmente ne preferisco tre: 1) on line, cercando relazioni tecniche redatte da enti pubblici preposti al monitoraggio e salvaguardia del territorio che, grazie a vari geo-portali, consentono l’accesso a cartografie professionali, tematiche e accurate; 2) on line, leggendo le eventuali relazioni di persone esperte (e sottolineo la parola “esperte”) che hanno visitato la zona più volte, sempre ricche di informazioni e consigli molto validi; 3) giunti sul posto, parlando di persona con i carabinieri forestali, con le capitanerie di porto, in questo caso con i pescatori, gli allevatori di molluschi, o comunque abitanti locali pratici del luogo per svariati motivi.

Google Earth può sembrare fantastico per una ricognizione, ma è poco significativo quando si tratta di ambienti naturali. Una mappa IGM, o regionale 1:10000 dell’area sono strumenti più utili, ma anche loro mi racconteranno solo una parte di quanto mi servirebbe sapere. Carte del genere le troverò ad esempio sul Geo Portale Nazionale del Ministero dell’Ambiente, dopo aver imparato a usarlo, o sui siti istituzionali delle varie agenzie per l’ambiente regionali. Mi saranno comunque utili solo in parte perché, per forza di cose, recandomi in un luogo dove l’assetto idro-geologico è molto variabile, vorrei sapere in primo luogo su cosa appoggerò i piedi. Finché splenderà il sole andrà più o meno tutto bene, ma cosa potrebbe accadere se scoppia un temporale? Una normale mappa topografica, per quanto tecnica e accurata, in presenza di zone sabbiose non specificherà quali siano “cordoni” e quali “dune”. E di queste ultime non ne verrà certo indicata l’antichità, o l’elevazione relativa (difficile vengano evidenziate altezze di uno o due metri su terreno alluvionale). Non si tratta di preoccupazioni eccessive: in caso di mareggiata, di aumento della portata del fiume, di tempesta, sapere esattamente su che cosa stiamo camminando o dove abbiamo posto una tenda, può fare la differenza tra la vita e la morte.

Nei geo-portali pubblici è sempre possibile ottenere cartografie geologiche, idro-geologiche, con strumenti digitali che permettono di cambiare numerosi layers: linee di scorrimento delle acque, antichi letti fluviali, zonazione delle ondate di piena e delle mareggiate, identificazione dei punti geologicamente antichi, aree di vegetazione in grado di opporre barriere naturali, ecc. Soprattutto l’attenzione alla “antichità” di un punto, nel nostro caso magari di una duna elevata di un paio di metri, è molto importante. Il fatto che un’area non abbia subito modificazioni negli ultimi secoli la rende preferibile, per accamparsi, rispetto a una zona apparentemente più confortevole, ma non contrassegnata come “antica” (andrebbero sempre comparate mappe di anni diversi). E di fronte a qualche sorriso di chi dice che lì, il fiume, non è mai passato, vale ricordare che la storia geologica di un luogo è sempre più datata della memoria umana: se la mappa dice che lì, il fiume, invece è passato 50 anni fa, non costa nulla andare in cima ad una duna antica sicura ed eliminare il dubbio, attenuando il rischio.

Tanto i dubbi comunque li avremo sempre e trovo sia opportuno averli: la Natura è un insieme mutevole, poco collaborativo, dove i rischi si possono appunto ridurre. Ma eliminare mai.

Chi è stato lì prima di noi, potrà offrire consigli utili, o stimolare nuove domande cui non avevamo pensato. La stessa cosa avverrà con gli abitanti del luogo. Personalmente, però, ho sempre trovato indispensabile la collaborazione delle autorità poste a controllo, monitoraggio o protezione, carabinieri forestali, guardia costiera, polizia locale, protezione civile, enti parco, guide autorizzate.

L’esperienza personale dell’ambiente
Buone mappe, nonché buone relazioni, ci aiuteranno a dare un senso al territorio che ci accingiamo ad esplorare. Ma chi ha esperienza di Natura sa bene che è vero anche l’opposto: sarà la mia esperienza in ambienti naturali, ciò che già conosco (e poi il confronto con l’esplorazione diretta) che mi aiuterà a dare un senso finale alle mappe in mio possesso.

Quanto già vissuto in territori simili si rivelerà prezioso e insostituibile. La vera esperienza, quella che si acquisisce con gli anni, senza scorciatoie, mi aiuterà a godere della mia avventura, a valutare possibili pericoli, oggettivi e soggettivi, soprattutto i primi. La casistica in questo caso è davvero numerosa, al punto di non poter essere esplicitata in un breve scritto, ma è bene tener presente che ogni pericolo amplifica il suo potenziale problematico se si decide di affrontarlo da soli. La Natura infatti non va mai presa sottogamba, soprattutto se si va in giro da soli. E si va in giro da soli se si ha tanta esperienza.

In questi tempi, in cui tanti vanno in palestra, corrono, si allenano e dunque si sentono fisicamente pronti ad affrontare le fatiche di un’escursione anche impegnativa, si sottovaluta sempre il fatto che un ambiente naturale selvaggio non è una palestra, non è un parco: non è un luogo sicuro!

Chi ha esperienza sa bene quanto la Natura chieda al corpo non tanto “prestazioni”, bensì “reazioni”, una profonda capacità di resilienza.

La resistenza fisica è solo un aspetto del problema: l’adattabilità, la conoscenza del nostro corpo in certe situazioni come caldo, freddo, pioggia, non lavarsi, non mangiare, ferirsi, avere paura, saranno invece le vere dimensioni con le quali confrontarsi, mettendo alla prova una resistenza che sarà tutta psicologica.

Ritenendo di avere l’esperienza necessaria, senza illusioni, cercherò di crearmi una fotografia mentale della zona, cominciando da quanto già conosco di aree dello stesso tipo, riportando alla mente caratteristiche e pericoli, per decidere con calma cosa mettere nello zaino e quali precauzioni adottare, soprattutto quale predisposizione mentale mi sarà d’aiuto.

Cosa troverò? I segni del cielo
La foce del Po di Volano è un territorio costiero di tipo molto preciso, per cui posso già immaginare quale ambiente e quali condizioni, quasi certamente troverò.

Il vento carico di sale proveniente dal mare, tipico del litorale Adriatico dove sono cresciuto, avrà influenzato la crescita delle piante, che saranno rade vicino alla spiaggia, più rigogliose verso l’interno. La mappa nelle mie mani mostra però la presenza di grandi alberi già vicino la linea di costa, apparentemente niente altro se non arbusti: è probabile che gli alberi maggiori possano rivelarsi barriere naturali, quindi mi aspetto rigogliosi sviluppi vegetali alle loro spalle, una fascia che andrà da qualche centinaio di metri a qualche km dal mare. Dovrò stare attento alle zone ricche di felci, perché sono ricche di moscerini e zecche, dunque accamparsi nei pressi di queste piante può non essere una buona idea. Ma l’indizio più utile è che sono sensibili al livello dell’acqua e alla forza del vento: quindi, in base alla loro densità e altezza, mapperanno per me l’umidità del suolo e le aree ventose. Le mappe topografiche, o geologiche, non dicono mai nulla del vento.

Ma è necessario tenerne conto, nei pressi del mare, come in alta montagna. Il vento è importante. Il vento è uno dei motori principali del mondo e ci mostrerà il suo volto in molti modi, modella singoli alberi e interi boschi: se si osservano i rami degli alberi posti più in alto, più esposti, la loro forma sarà caratteristica e illuminante, perché subiscono l’effetto del vento dominante. Il lato riparato resterà più irregolare e verticale e se ci porremmo in una posizione verticale rispetto ai rami piegati, avremo la direzione del vento tipico di quella zona. Se i venti sono molto sostenuti e frequenti finiranno per seccare i rami più esposti, o almeno seccarne le foglie.

E gli stessi fenomeni interesseranno le piante erbacee che crescono sui cordoni e sulle dune. Tra le dune e nella parte più esterna di una spiaggia a deposito fluviale incontrerò certamente ciuffi di ammofila che stabilizzano la sabbia e ne favoriscono l’accumulo. Le nuove dune si formeranno ad angolo retto rispetto al vento marittimo prevalente, se questo soffia regolarmente ad almeno 15 km/h o più, indicando spiagge ventose. Per esserne sicuro, andrò a controllare i bollettini del mare locali. Visto da vicino, il mare annuncia con precisione il comportamento del vento. Del resto non esiste una tecnologia in grado di prevedere con certezza le intenzioni dei venti locali, quindi bisognerà osservare le increspature sulla superficie, le creste delle onde, la direzione degli spruzzi.

Ma non finisce qui, a volte le onde possono essere consistenti a causa di una tempesta sviluppatasi al largo, dato che le tempeste trasferiscono una grande quantità di energia al mare. Quindi in alcuni casi è utile conoscere la posizione e lo sviluppo di tempeste al largo per prevedere come si comporterà la tranquilla risacca che osserverò in quel momento. E se l’intervallo tra un’onda e l’altra si accorcerà, so per esperienza che una tempesta lontana forse sta viaggiando verso di me.

Abituarsi a “sentire” il vento, la sua forza, la sua direzione, ci aiuterà a capire che tempo farà, al di là dei bollettini, che non tengono conto delle modifiche subitanee a livello locale. I cosiddetti venti locali sono modellati dall’ambiente circostante che, con le sue forme, ne influenza l’azione, ma soprattutto è l’interazione tra il sole e il terreno su cui ci si trova a giocare un ruolo importante.

La brezza marina è caratteristica di ambienti come la foce del Volano, dal momento che il sole del mattino riscalderà più rapidamente la terraferma facendo sollevare aria calda, sostituita da aria più fresca proveniente dal mare. Una circolazione caratteristica che di notte s’inverte, perché il terreno si raffredda prima e sarà il mare a restituire calore verso l’alto.

Ma sarà utile tenere in considerazione un altro effetto: il regime “laminare”, soprattutto in un luogo come quello in cui mi recherò. Durante la notte il calore si disperde dal terreno e anche l’aria più vicino al suolo si raffredda. All’alba ci sarà quindi uno strato di aria più fredda e più densa al livello del suolo. Il fatto che possa essermi accampato su un’alta duna non mi preserverà dal momento che questo strato è spesso normalmente anche alcune decine di metri. Quando il sole sorgerà, cogliendomi ben coperto, cominciando a riscaldare questa aria fredda, dovrò tenere presente che, per un po’, questa aria mi isolerà dai venti, traendomi in inganno e facendomi presumere una bella giornata senza inconvenienti meteo.

Per essere pronto a ogni sorpresa, dovrò affidarmi all’osservazione di un altro grande spettacolo del cielo, troppo spesso ormai ignorato: le nuvole.

Ed esse mi porteranno a considerare l’azione dei giganti del cielo, i venti d’alta quota e di superficie. I primi, più alti, corrono da Ovest verso Est trascinando i sistemi nuvolosi; i secondi invece, benché generati ed influenzati da quelli più alti, a volte sembrano andare per conto loro, perché cambiano sempre direzione nel momento in cui stia per giungere un sistema nuvoloso, o frontale. Si verifica quando un nucleo di aria fredda sta per essere sostituito da un nucleo di aria calda, o viceversa. C’è un modo semplice (tecnica dei venti incrociati) per allinearci sia ai venti i superficie che al sistema meteo che li genera: la maggior parte dei venti che sentiamo ruota in senso anti orario intorno a un sistema di bassa pressione (il cattivo tempo). Ciò significa che se ci si posiziona con il vento alle spalle e voltiamo la testa a sinistra, guardiamo verso il centro del sistema di bassa pressione. In questa posizione possiamo monitorare il comportamento dei venti in quota, per vedere in che direzione si muovono le nuvole più alte, se verso destra o verso sinistra, o nella stessa direzione del vento al suolo.

Se le nuvole vanno da sinistra a destra, sta arrivando aria calda e un possibile peggioramento del tempo con possibile pioggia. Se le nuvole vanno da destra verso sinistra, sta arrivando aria fredda ed è più probabile un miglioramento del tempo. Se le nuvole si spostano nella stessa direzione del vento al suolo, non avremo cambiamenti imminenti.

Tutta questa preoccupazione potrà apparire eccessiva a chi non è esperto, ma muoversi in un ambiente caratterizzato da un potente sistema di interconnessione fra grandi masse d’acqua, dolci e salate, può diventare una faccenda delicata se il tempo dovesse cambiare e io mi ritrovassi nel bel mezzo di una tempesta, o di una pioggia fuori norma. L’acqua è un fluido, cambia di livello, si gonfia, esonda, allaga, travolge, distrugge. E io sarò tra una foce fluviale e il mare, su sottili strisce di depositi alluvionali, in una posizione he potremmo definire potenzialmente critica nel caso di un peggioramento del tempo o, in tempi di cambiamenti climatici, sotto una bomba d’acqua.

Quindi meglio richiamare alla mente le nozioni necessarie ad osservare i segnali del cielo.

E cominciamo col dire che più alte saranno le nuvole che vedrò a bassa quota e più l’aria sarà asciutta, riducendo il rischio imminente di pioggia; ma se si intensificassero e scendessero, dovrò cominciare a preoccuparmi.

Le tipologie di nuvole sono moltissime e non vorrei fare qui uno sterile elenco di caratteristiche, anche perché non è molto facile fare previsioni basandosi sull’evoluzione delle tipologie nuvolose. Mi soffermerò invece su una nuvola speciale che spesso mi ha aiutato a capire cosa sarebbe accaduto nell’arco di una giornata: il cirro.

I cirri sono tipiche nuvole d’alta quota che assumono la tipica forma di lunghi ed eterei filamenti bianchi. Di per sé non offrono previsioni certe, potrebbero annunciare un fronte caldo oppure no. E’ invece importante osservare bene cosa succede in cielo mentre si muovono e trasformano. Se i cirri sono seguiti da un cirrostrato, cioè si trasformano in una sottile coltre biancastra e magari si nota un alone attorno al sole o alla luna, allora si sta avvicinando sicuramente un fronte caldo e probabilmente pioverà. E se questo cambiamento è sostenuto anche dai cosiddetti venti incrociati, la certezza della pioggia è assicurata.

Si deve sempre osservare l’esatta forma delle nuvole, perché indica come soffia il vento in quota e quindi ciò che sta per accadere. Un cirro in caduta stira i filamenti verso l’alto e una nuvola in abbassamento è segno di peggioramento del tempo, viceversa se si alza, i filamenti saranno rivolti verso il basso e il tempo migliorerà. I filamenti dei cirri rivelano anche la direzione dei venti di alta quota, aiutando l’applicazione della regola dei venti incrociati. Se sono perpendicolari ai venti di superficie e soffiano nel cielo mentre si sta con il vento alle spalle, un cambiamento del tempo è imminente. Se i cirri non sono seguiti da altri tipi di nubi e si muovono tranquillamente nella direzione dei venti alle mie spalle, allora godrò di una bella giornata.

Per quanto riguarda le altre nuvole, in particolare i cumuli, se la base è piatta e la sommità ricorda un cavolfiore, difficilmente si trasformeranno in nubi cariche di pioggia; ma le cose potrebbero cambiare qualora le nuvole in questione si mostrassero filamentose alla sommità e rigonfie, scure, in basso: l’acqua in quota si sta ghiacciando, la pioggia potrebbe manifestarsi presto, anche violenta.

Tra tutte le nuvole, il più noto è il cumulonembo, gigantesco e caratteristico: è un temporale.

Trattare qui di quello che potrebbe accadere durante un temporale nei pressi di una foce costiera, presuppone l’analisi di un’altra grande parte dell’ambiente che andrò ad esplorare e che le mappe mostrano e spiegano solo in parte: le acque.

Cosa troverò? I segni dell’acqua
Per tanti anni ho potuto frequentare, osservandone l’evoluzione nel tempo, un’area alluvionale posta alla foce del fiume Tronto; chiamata Sentina, che risulta la più meridionale area umida intatta del litorale Adriatico, un ambiente fragile e di rara bellezza selvaggia, caratterizzato dalle dune fossili formatesi alla foce dell’antico corso del fiume. Allo stesso modo ho potuto esplorare per diversi giorni le creste e le strisce di terra che emergono dall’acqua a Kvarken tra Svezia e Finlandia, chiamate morene DeGeer dove si sono create pozze d’acqua riparate e poco profonde che ricordano molto l’area deltizia del Po.

La zona in cui mi accingo ad andare è un estuario, una massa d’acqua semi chiusa che comunica liberamente con il mare. Un’area fortemente influenzata dalle maree e dalla mescolanza dell’acqua salata con l’acqua dolce, una zona di transizione tra l’habitat marino e quello fluviale, con caratteristiche uniche.

La foce del Po di Volano fa parte dell’area caratterizzata dalle valli alluvionali che costituiscono il sistema deltizio del Po, posta sulla linea costiera con altopiani relativamente estesi e bassi, chiusa da isole e penisole a barriera di antichi e recenti depositi.

Non conoscendo la forza della corrente del fiume, potrò incontrare tre situazioni differenti. Se la corrente prevale molto sull’azione delle maree, si verrà a determinare un modello di circolazione stratificato a “cuneo salino”; l’acqua dolce tenderà a galleggiare su quella salata più pesante, formando appunto un cuneo che si estenderà sul fondo, anche a considerevole distanza controcorrente. Se la corrente d’acqua dolce e il flusso dovuto alla marea sono equivalenti, il fattore che regolerà il mescolamento è la turbolenza, dando vita ad un estuario che potrà essere moderatamente stratificato e a bassa salinità. Infine, se l’azione della marea è prevalente e molto forte, l’acqua tenderà ad essere ben mescolata dalla superficie al fondo e la salinità sarà simile a quella marina.

Quando osserverò la corrente del Po di Volano, dovrò tenere in considerazione come il fiume trasporti verso il mare detriti di ogni sorta, rami, foglie, anche rifiuti. Nei punti in cui questi detriti rallenteranno, avrò un indizio sul modo in cui scorre l’acqua, perché si ammasserà nei punti in cui la corrente si riduce fino a fermarsi. Un aiuto per decifrare la corrente potrebbero offrirmelo le piante. Le piante erbacee sono sensibili alle correnti di un fiume proprio come gli alberi lo sono al vento. Più orizzontali crescono e più la corrente sarà forte, in condizioni normali.

In ogni caso, dovrò leggere attentamente le relazioni degli enti preposti al monitoraggio per avere informazioni almeno generali sulla situazione complessiva. Anche perché quantità d’acqua, velocità relativa del fiume e altri elementi, sono caratterizzati da un importante fattore, il cosiddetto idroperiodo, cioè la periodicità della fluttuazione del livello dell’acqua, che dipenderà dalle stagioni e da fattori diversi come l’eccezionalità delle precipitazioni, locali e alla sorgente.

Cosa ci sia a monte del fiume, quale sia il suo normale comportamento (normale è una parola relativa, ovviamente), cosa di solito accade in caso di piena, sono informazioni che cercherò di ottenere con grande precisione. Perché il rischio più grande, in un ambiente come quello, è ritrovarsi a fare i conti con le conseguenze immediate e travolgenti di una bomba d’acqua.

Dal momento che mi troverò in una zona alluvionale depressa, a contatto con il mare, le maree saranno uno dei fattori che influiranno più o meno pesantemente sulla mia escursione costiera.

Le maree, come le piene, cambiano il territorio, i rumori, gli odori e nel mio caso sarà indispensabile conoscere il loro comportamento. Per fortuna esistono bollettini locali degli enti preposti al monitoraggio che pubblicano queste informazioni. Ma i fattori con i quali dovrò confrontarmi e che influenzano i valori medi locali delle maree sono innumerevoli.

Il sole ha la sua influenza, almeno per un terzo. Il mare salirà significativamente di più se la pressione dell’aria è bassa e ancor di più se l’acqua in questo caso è più calda del solito. Sono considerazioni che fanno la differenza e vanno valutate sul posto.

Il fattore principale è poi naturalmente la luna. L’altezza delle maree e la loro durata possono essere previste a grandi linee, combinando delle nozioni di base sul nostro satellite ed alcune nozioni sul territorio locale. In un periodo di 24 ore si verificano due alte maree e due basse maree. Ad ogni alta marea segue una bassa marea della durata di 6 ore e viceversa. Ogni giorno la luna sorge mediamente 50 minuti dopo il giorno precedente e il ciclo delle maree sarà molto simile a quello del giorno prima, ritardato di 50 minuti. In pratica se avete esplorato un tratto di costa con determinate condizioni di marea, per ritrovarvi nelle stesse condizioni dopo tre giorni, dovrete recarvi nello stesso posto un paio d’ore dopo l’orario della prima volta.

Poco dopo le fasi di luna nuova e di luna piena, le maree raggiungono il culmine: sono le maree sigiziali ed è il periodo in cui il mare si ritirerà e avanzerà con maggiore differenza. Seguiranno le fasi intermedie (luna crescente e calante) fino ad arrivare alla mezza luna, che dopo qualche giorno causerà le maree di quadratura, in cui le differenze tra alta e bassa marea si riducono al minimo. Circa una settimana dopo le maree sigiziali avremo quelle di quadratura e così via.

Sul fatto che, appena arrivato, possa capire se il mare stia salendo o scendendo, mi aiuteranno alcune osservazioni, come l’umidità della sabbia, ma soprattutto il comportamento degli uccelli, consapevoli che la sabbia nasconde molto più nutrimento durante la fase di bassa marea.

Conoscere le variazioni di marea in un luogo come Volano la considero una cosa della massima importanza, benché l’Adriatico non manifesti spostamenti cospicui, anche per via delle perturbazioni causate dalla portata del fiume che, durante una violenta tempesta, possono diventare importanti.

Un corso d’acqua come il Po di Volano, deve essere considerato anche come eventuale collettore di altri sistemi a monte che, in caso di evento meteo eccezionale, possono contribuire in modo consistente.

L’intero territorio ferrarese si regge su un equilibrio idraulico molto delicato, che manifesta criticità marcate qualora, ad abbondanti precipitazioni sul bacino, si associno condizioni di scarsa ricettività dell’Adriatico (alte maree e venti di Scirocco). In queste circostanze, già più volte si è sfiorata l’alluvione per sormonto o cedimento arginale del Po di Volano (tratti critici in corrispondenza di Massafiscaglia e Codigoro) e del Navigabile.

Insomma tutto questo per dire che se una bomba d’acqua colpisce l’entroterra, non devo ritenermi al sicuro, perché qualcuno a monte, per evitare i guai di una piena, scaricherà chiuse e canali verso il collettore principale e verso il mare. In casi del genere puoi avere da pochi a qualche decina di minuti. E per me sarebbe meglio trovarsi da tutt’altra parte, o perlomeno, raggiungendolo in tempo utile, in un luogo il più sicuro (e alto, si fa per dire) possibile.

L’assetto altimetrico di questo territorio posso ricostruirlo dalle mappe della Regione sui rischi costieri. Sono diffuse aree prossime e al di sotto del livello del mare, con quote tra -1 e -2 m e, localmente anche inferiori a – 3 m s.l.m. (in particolare nelle aree poste più a nord, in Comune di Goro), aree sono per lo più bonificate, occupate da grandi fondi agricoli. I rilievi morfologici naturali sono costituiti prevalentemente dai cordoni litorali e dagli argini dei corsi d’acqua, con quote comprese tra 1 e 3 m s.l.m e solo localmente superiori a 3 metri s.l.m. In molti tratti di litorale sono proprio la duna attuale o gli antichi apparati dunari a costituire l’unica barriera tra mare e le aree depresse. Le dune si suddividono in zone distinte perché la parte soggetta alla marea o battuta dalle onde è molto diversa dall’area sovrastante.

L’analisi storica delle mareggiate (passaggio fondamentale prima di recarsi a trascorrere qualche notte sul posto) è una faccenda molto importante per la conoscenza dei fenomeni e dei relativi impatti. Le località storicamente colpite coincidono quasi sempre con quelle anche attualmente più critiche. E la foce del Po di Volano è un’area critica.

Leggendo la documentazione regionale, l’analisi storica ha evidenziato che le alluvioni costiere in quelle aree sono legate all’innalzamento della superficie del mare prodotto da più fattori concomitanti: marea astronomica, storm surge e wave set-up. L’innalzamento della superficie del mare in occasione di un evento di mareggiata è un parametro complesso ed è uguale alla quota di marea astronomica attesa, incrementata dalla pressione barometrica e dal vento sotto costa, nonché dall’accumulo dell’acqua nella zona di frangimento delle onde. Elementi che io non sarei in grado di valutare da solo, ma che posso reperire presso le capitanerie e la guardia costiera.

Le relazioni di questi organi competenti dicono che il clima medio del mare lungo l’intera costa emiliana è caratterizzato da venti provenienti dal I, II e IV Quadrante, in particolare dominano quelli compresi tra ESE e SSE, tra NNE ed E e quelli di NO. I valori di massima altezza d’onda sono attribuibili ai venti di Bora (ESE) e di Levante (E) mentre le tempeste più frequenti sono prodotte dai settori compresi tra 60° e 120° (venti di Scirocco). Al largo l’altezza d’onda significativa è inferiore a 0.5 m con provenienza principale da E mentre l’altezza d’onda massima più frequente, calcolata nel periodo 2000–2004, risulta compresa tra 1,8 e 2 m con provenienza da NE ed E. Il regime tidale è asimmetrico con componenti sia diurne sia semi-diurne e la massima escursione di marea sigiziale è di 1,2 m. La costa ferrarese risulta in parte protetta rispetto ai venti di Bora mentre è fortemente esposto alle mareggiate provenienti da ENE, E e SE.

Insomma, per concludere, finché c’è il sole e il mare è calmo andrà tutto bene. Poi, se i venti rinforzano e il barometro cade, cominceranno i guai.

Mi preparo — Attrezzature e materiali
Di fronte allo zaino vuoto, totalmente in Gore-tex, leggero e anatomico, una trentina di litri a disposizione, dovrò decidere cosa portare con me. Di solito utilizzo una check list basata su utilità, comfort, emergenza. In ordine sparso.

Per prima cosa preparerò ben carico il cellulare, con un paio di batterie di riserva. In assenza di un collegamento satellitare, se non avrò campo sarà del tutto inutile, se non per ascoltare musica o leggere qualche libro durante la notte. La particolarità di un ambiente naturale selvaggio è che spesso gli orpelli digitali potrebbero rivelarsi solo un peso luccicante: un elemento importante da considerare. Non è vitale averli. La loro assenza ha ripercussioni pratiche e organizzative: sapere di non poter comunicare modifica di fatto la logistica della piccola spedizione e impone piani di emergenza (prosaicamente, riuscirei ad andarmene alla svelta? A chi dico dove sono e cosa fare se sparisco, o le condizioni meteo diventano insostenibili?).

L’oggetto più importante sarà la mia tendina ultraleggera, un attrezzo davvero tecnologico, resistente e performante. La sua scelta, all’epoca, è stata ponderata, per ottenere il massimo confort anche in caso di condizioni estreme. L’ho testata in ogni condizione di gelo e di caldo, di tempesta, sotto la neve e nella canicola. Una piccola compagna azzurra di 1,5 kg, di altissima qualità italiana. In questo caso specifico, la zanzariera interna sarà utilissima.

E affronto subito un argomento delicato: il repellente per insetti. Andrò in una zona acquitrinosa, anche se in una stagione meno temperata, quindi gli insetti saranno miei compagni festosi per tutta la permanenza. In un caso come questo non si va al supermercato a comprare un normale repellente per zanzare: si va al consorzio agrario e si sceglie una bomba spray potente e specifica contro i peggiori insetti opportunisti, dalle zanzare tigre, ai tafani, alle zecche, a tutto quello che mi individuerà con i più sofisticati sistemi sensoriali, affamato, famelico, insaziabile. Può far sorridere, ma chiunque abbia provato a permanere nelle zone salmastre del nord Europa, sa che non c’è niente d ridere. E non ho motivo di pensare che il delta del Po’ sia diverso.

Il desiderio di trascorrere notti tranquille, risolta l’autodifesa dai più minuti abitanti del luogo, mi farà scegliere un sacco a pelo da mezza stagione, leggerissimo anche lui, compatto, per occupare il minor spazio possibile. E a completare il corredo notte, il materassino pieghevole, una piuma impermeabile spessa appena 1,5 cm, termoisolante.

Quando mi reco in Natura, porto sempre con me una o più mappe tematiche del luogo, al maggior dettaglio possibile. Soprattutto porto mappe cartacee, ho bisogno di scriverci, di segnare punti e percorsi, di pasticciarle, con l’aiuto di una buona bussola che, in questo caso, non serve ad evitare di perdersi ma ad essere sicuro di raggiungere punti interessanti, facendo percorsi altrettanto interessanti. Almeno sulla carta. Anche un piccolo buon binocolo è un attrezzo utile e divertente, per osservare ambienti e animali.

Tutto finirà nello zaino insieme ad un insieme di piccole attrezzature ed oggetti, scelti accuratamente prevedendo possibilità, non necessariamente per un utilizzo concreto, per sicurezza.

Una lampada frontale, piccola e carica (meglio avere almeno una batteria di riserva), il mio fido coltello Opinel, una borraccia grande, una gavetta. Fiammiferi antivento e un accendino possono sempre servire, ma non accendo mai fuochi, neppure in sicurezza (lo facevo quando ancora si poteva, fino ai primi anni 90). L’unico fuoco che mi concedo è il mio fido fornelletto Ragno, a gas, con due ricariche, per preparare cibo liofilizzato e caffè solubile; le pastiglie di cloro mi consentiranno di, bollita l’acqua, disinfettarla mentre una compressa filtrante eliminerà il sapore clorato. Il resto del cibo non avrà bisogno d’acqua.

Indispensabili un paio di rotoli di carta igienica pressati e salviette umidificate, quindi alcuni sacchetti di plastica, anche per riportare i rifiuti che produrrò. Ho imparato che è sempre meglio avere con me ago, fili, spille da balia, un paio di cordini leggeri, spago, nastro adesivo impermeabile e anche del fil di ferro non è mai disprezzabile.

Predispongo poi sempre un piccolo kit di soccorso, compatto e isolato, contenente cerotti di varie forme e dimensione, bende e garze, forbici, cotone idrofilo, pastiglie antiallergiche, antidolorifico in polvere, compresse al cloro (per disinfettare l’acqua), mercurocromo, ghiaccio istantaneo, una pomata, alcol denaturato e burro cacao. Sembrano tante cose, ma sono in commercio micro confezioni e tutto il materiale insieme non supera che pochi centimetri di volume e pochi grammi di peso.

Il vestiario sarà tecnico, adatto alle mezze stagioni, pantaloni rigorosamente lunghi (contro zecche e altri insetti). Ma il costante possibile contatto con l’acqua, soprattutto quella che potrebbe cadere dal cielo, mi obbligano ad attrezzarmi anche con abbigliamento in gore-tex, dagli scarponcini, alla giacca e alla speciale salopette.

Occhiali da sole e cappello, oltre a uno o due cambi completi di magliette, mutande, calze, completeranno la mia dotazione.

Che fare a questo punto?
Nulla di più che prepararsi psicologicamente, sicuri di essere anche in forma fisica, attendere luna crescente e possibilmente l’arrivo di instabilità atmosferica di moderata intensità… e partire!

Paolo Gallese è divulgatore scientifico per bambini per mestiere, storico di formazione. Esperto di tecnologie applicate nel contesto didattico.

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Luna piena sulla palude ultima modifica: 2020-11-13T05:06:34+01:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Luna piena sulla palude”

  1. 7
    Paolo Gallese says:

    Grazie per la partecipazione e i lusinghieri commenti. 

  2. 6
    Andrea Parmeggiani says:

    Veramente molto interessante, permette di scoprire una vera e propria wilderness di casa nostra

  3. 5
    Simone Di Natale says:

    Un grazie anche da parte mia per questo piccolo (neanche tanto) tratttato, ricco di informazioni e spunti utili.
    Ne farò tesoro.

  4. 4
    palms says:

    Grazie!
    Meraviglia di articolo, generosità d’informazione, palpito tangibile dell’emozione, fascino della descrizione.
    È come scoprirsi ciechi nell’osservare il quotidiano che ci avvolge, e avere trovato una mano che aiuta a traversare.
    Grazie ancora.

  5. 3
    Paolo Gallese says:

    Grazie Matteo, ma perché dove sei? 

  6. 2
    Matteo says:

    Decisamente affascinante; ci si sente l’amore e lo studio.
    Un giorno o l’altro dovrei proprio fare un giro in un posto a me totalmente sconosciuto e in fondo così vicino.

  7. 1
    Paolo Gallese says:

    Non avevo previsto questo scritto per un blog sulla montagna. Pensavo ad “Altri Spazi”. Però è, se vogliamo, un altro sguardo sull’acqua ghiacciata o sotto forma di neve che molti di voi conoscono anche meglio di me, in ben altre imprese.

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