Soccorso alpino: servizio encomiabile

Riportiamo l’accurato commento di Carlo Crovella alle statistiche complessive 2022 del corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS).
Lo facciamo nel solco della nostra tradizione di dare voce anche alle visioni più provocatorie al riguardo di tematiche alpine e/o ambientali: ma questa volta la Redazione è costretta a esprimere il suo netto dissenso nei rispetti delle conclusioni cui giunge l’autore. E’ vero che esiste una problematica di “pull effect”, ma non siamo assolutamente d’accordo né sulla limitazione (anche solo parziale) del mai a sufficienza encomiato servizio del soccorso alpino (CNSAS e altri) né sull’istituzione di eventuali corsi di idoneità con relativi patentini. Dunque il problema esiste, ma entrambe queste soluzioni, a nostro parere, porterebbero a situazioni inaccettabili dal punto di vista etico-sociale, alpinistico e libertario.
Ci auguriamo un dibattito costruttivo al riguardo.

Soccorso alpino: servizio encomiabile
(ma anche “pull effect” per gli impreparati in montagna?)
di Carlo Crovella

Sono state diffuse le statistiche complessive 2022 del corpo Nazionale Soccorso alpino e Speleologico (CNSAS).

In tali dati io rintraccio le conferme di quanto un soccorso di così elevata qualità e di tempistiche immediate costituisca un “pull effect” (“effetto di richiamo” determinato da fattori che facilitano o sembrano facilitare determinate esperienze, NdR), aprendo le porte della montagna a sconfinate moltitudini di impreparati.

Attenzione: non sto affermando che la gente elabori lucidamente ragionamenti del tipo: “So che esiste un soccorso efficientissimo e quindi vado lo stesso anche se non sono preparato o, peggio, mi lancio in cose scapestrate, tanto ci sono gli angeli custodi che mi vengono a trarre d’impaccio”. Il ragionamento non è lucido e razionale, bensì implicito: la gente va perché inconsciamente si “sa” che esiste il soccorso, come se si trattasse di un palazzetto dello sport. Questo infonde un falso senso di sicurezza: se giocando a pallavolo, cado male e mi rompo una caviglia, scatta un meccanismo per cui nel giro di poco sono al pronto soccorso. Con un soccorso così efficiente lo stesso mi viene da pensare per la montagna: è quello il vulnus. La montagna non è un palazzetto dello sport, ma un mondo dove occorre muoversi con logiche completamente diverse.

Se la montagna fosse ancora completamente selvaggia, nuda e cruda, ispirerebbe molto più timore reverenziale di quanto faccia oggi e questo ridurrebbe l’accesso antropico. Ecco il paradossale effetto boomerang dell’elevata qualità del soccorso.

Accenno, giusto per non incappare in equivoci, che tutte le persone coinvolte nel soccorso sono encomiabili e che l’effetto boomerang non deriva da loro scelte, ma esiste a prescindere e, in quanto tale, merita alcune riflessioni.

Vado al sodo e, fra le statistiche CNSAS del 2022, porto all’attenzione dei lettori i dati che mi hanno colpito in modo particolare.

  1. Sono state realizzate 10.367 missioni di soccorso (+9,8% sul 2021). Il numero è abnorme: in realtà, per comprenderne bene la valenza, dovremmo parametrarlo all’insieme delle persone che frequentano la montagna. Anzi, alle uscite annue (un individuo che fa 120 gite/anno incide molto di più di un individuo che fa 30 gite/anno). Evidentemente non è pensabile un censimento di tale natura e anche calcoli indiretti (ad esempio conseguenti alle vendite di attrezzatura da montagna) sono imprecisi: c’è chi si compera tre paia di sci all’anno e chi uno ogni dieci anni. Sta di fatto che il numero assoluto delle missioni di soccorso è impressionante: corrisponde a una media di 28 missioni al giorno in un anno di 365 giorni. Poiché in certe fasi l’attività individuale è meno intensa, in quei frangenti la media cala, ma ciò significa che nell’alta stagione (estate, ma anche fine anno) si viaggia intuitivamente a ritmi di 40-50 missioni al giorno. Troppe! E’ straevidente che c’è qualcosa che non gira come dovrebbe nel modello dell’andar in montagna (ricordo che questi sono i soli dati italiani, per cui, a livello aggregato per le Alpi, si dovrebbero aggiungere anche i dati degli altri paesi…).
  • 2. A loro volta le persone assistite sono 10.125, il che innesca analoghe considerazioni numeriche sulle medie giornaliere, con l’aggiunta che il rapporto fra missioni e persone assistite risulta leggermente più di uno: in pratica il CNSAS si muove per un individuo alla volta. Riflessione: e i compagni del “tipo” che fanno? Ma non sanno proprio nulla di autosoccorso? Non sono capaci ad attrezzare una barella con gli sci, un paranco per recupero da crepaccio, una ricerca ARTVA di travolti da valanga? E’ evidente che, a incidente avvenuto, è più comodo e deresposabilizzante chiamare il 112/118 o pigiare l’icona della relativa app: con tali “benefit” così comodi, chi te lo fa fare di perdere un sacco di tempo a imparare TUTTE le manovre dell’autosoccorso, aggiornarti periodicamente per tenerle sulla punta delle dita e, al momento, prenderti la briga di applicarle??? Il soccorso è quindi un elemento di comodità individuale. Il soccorso “vizia”, e purtroppo non educa.
  • 3. I deceduti 2022 sono risultati 504, in vistoso aumento (+13,5%) sul 2021: se così tanti incidenti si concludono con il decesso significa che, in montagna, mediamente si “rischia” troppo, inutile prendersi in giro. Una scivolata su terreno banale (salvo casi eccezionali) si conclude con una storta. Se muori al seguito di una scivolata, è abbastanza probabile che non sei su terreno banale, ma sei in condizioni non prudenziali, o con riferimento alle tue caratteristiche o al timing sbagliato per quell’itinerario. Cioè sei andato dove non dovevi andare.
  • 4. Gli illesi, recuperati dalle missioni CNSASA, sono 3.714, cioè un terzo abbondante dei recuperati: gente che si è persa, che non sa come togliersi dai guai (ma non doveva ficcarcisi!), che non ha più forze, abbigliamento adeguato né viveri. Insomma: anche qui emerge chiaramente l’abitudine diffusissima che, quando sei nelle grane, anziché tirarti su le maniche e toglierti da solo, è più “comodo” ricorrere al 112/118.
  • 5. Cause degli interventi del soccorso. Mi colpiscono due dati: “caduta/scivolata” (45,9% degli interventi) e, soprattutto, “incapacità durante l’attività svolta” (26,3%). Morale: troppa gente che si spinge a ridosso (o anche oltre) del suo limite personale (invece l’alpinista classico ha come mantra “non cadere mai”, quindi sta prudenzialmente distante dal limite di “caduta”, sia essa fisica o metaforica) e, soprattutto, troppa, anzi “troppissima” gente che affronta la montagna alla “cappero” (noblesse oblige…) e, nel bel mezzo della “cacca”, chiama il 112/118, che arriva come paparino e la riporta a casuccia. Troppo comodo. Troppo viziati.
  • 6. Attività svolte. Anche qui spiccano due dati. A) Escursionismo: 50,2%, ovvero la metà delle missioni. Occorre precisare che la definizione di escursionismo è molto ampia e va dalla passeggiatina su sentiero del merendero alla quasi ascensione su terreno aperto (no sentieri), complicato e magari con tratti sul limite dell’alpinismo (es. creste aeree): quindi è comprensibile che la percentuale sia ampia perché ampio è lo spettro di diverse attività che rientrano nella definizione di escursionismo. Tuttavia è evidente che è altrettanto ampio il numero di persone che, senza preparazione o esperienza, affrontano percorsi insidiosi: se tutti stessero a livello di passeggiatina, questo dato sarebbe presumibilmente più contenuto. B) Mountain Bike (MTB): 9% degli interventi (915 in valor assoluto), con un aumento a doppia cifra (+15% in due anni). Fra i ciclisti di montagna stanno crescendo sensibilmente gli “imprudenti”, o nel modo di muoversi (es: discese a rompicollo) o nell’errato approccio alla montagna (es: hanno tutti un kit minimo contro gli imprevisti? Vedendoli sfrecciare senza zaino o con zainettini che stanno in una mano, io penso di no). Inoltre anche il CNSAS segnala che un elemento critico è la diffusione delle e-bike. Io le chiamo causticamente il “viagra dei pedali”: è evidente che il motorino elettrico ha aperto i sentieri di montagna anche a ciclisti non adeguatamente preparati (a volte anche solo per l’età anagrafica), e quindi più esposti ai rischi generali e specifici.
  • 7. Interessante l’identikit dell’assistito medio, identikit che lo stesso CNSAS elabora incrociando le diverse statistiche: si tratta di un individuo maschio, italiano, di 50-60 anni, leggermente ferito dopo esser scivolato durante un’escursione nel corso del mese di agosto. In pratica “papalotti” che da un lato non hanno l’esperienza da vecchie volpi di chi calca le vette da decenni e dall’altra neppure il dinamismo dei 20-30enni, che magari si salvano grazie alle loro doti atletiche. Questi individui “chiave” degli incidenti di montagna dovrebbero obbligatoriamente partecipare ai corsi di addestramento (che non possono essere dei “corsettini” di tre uscite, ma corsi di almeno due, se non tre anni consecutivi). Eppure sono convinto che, se uno andasse a inizio stagione a chiedere loro di iscriversi a corsi di tale natura, lo manderebbero a quel paese, dicendo che non hanno tempo e “tanto cosa vuoi che sia, io al massimo farò tre-quattro uscite all’anno”. Morale: pressapochismo, faciloneria, cialtronaggine intellettuale. E poi stiamo a preoccuparci di costoro…
  • 8. Nel 43% degli interventi è stato coinvolto un elicottero e nel 90% di tali casi sul velivolo era presente personale del Servizio Sanitario regionale e provinciale 118, per cui solo nel 10% è stato invece coinvolto personale degli altri Corpi dello Stato regolarmente addestrati (Vigili del Fuoco, Guardia di Finanza, Carabinieri, ecc…). Qui il discorso riguarda l’insensatezza di tale squilibrio, specie per le casse pubbliche, ovvero per i contribuenti. Esistono corpi addestrati: usiamo principalmente quelli. In particolari i volontari sono ammirevoli sul piano umano, ma in questo settore deve valere il principio del professionismo, risvolto che, secondo me, migliorerebbe anche la selettività del soccorso (pura sensibilità personale, magari sbaglio).
  • 9. Infine nel comunicato del presidente CNSAS Maurizio Dellantonio (che, in basso, ho estrapolato dal Pdf complessivo, a sua volta linkato alla fine), ravviso due elementi cardine dei miei ragionamenti. Il primo è la solita tiritera sulle raccomandazioni alla prudenza, fino al saper rinunciare (?). Raccomandazioni inevitabili sul piano istituzionale in bocca al Presidente CNSAS, ma per altro diffuse anche nelle dichiarazioni informali di molti esponenti dell’alpinismo (da Messner e Simone Moro, fra gli altri). Io sottolineo che tali “raccomandazioni” non sono altro che una modalità politically correct (cioè non offensiva) per render noto che, in montagna, oggigiorno ci sono troppi sprovveduti (alias “cannibali”, nel mio gergo).
  • 10. L’altra mia considerazione, sempre riferita al commento di Dellantonio, è connessa alla sua frase “…gli amanti e gli appassionati della montagna e della speleologia sanno che il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, in caso di necessità, è pronto a intervenire per essere al loro fianco”. Eccola lì la conferma finale che esiste il “pull effect”! Voglio esser chiaro: sono assolutamente convinto che Dellantonio sia in perfetta buona fede e che egli (come tutte le persone coinvolte nel CNSAS) sia genuinamente convinto che tale impostazione risulti positiva per il mondo degli appassionati di montagna.

Invece io sono convinto dell’opposto: paradossalmente un soccorso così efficiente e immediato sta infondendo una (falsa) convinzione di sicurezza in chi affronta la montagna.

Per cui occorre correggere questo effetto distorto. O interveniamo sul lato del soccorso (provocatoriamente eliminandolo o quanto meno contingentandolo in qualche modo “selettivo”), riducendo quindi la falsa sensazione di “sicurezza” oggi dominante, oppure rendiamo obbligatori i corsi di addestramento pre-attività individuale, in modo che chi si muove in montagna per conto suo lo farà solo quando sarà davvero “pronto” per farlo.

Considerazioni finali del CNSAS
«La montagna è un ambiente straordinario dove svolgere attività all’aperto ma, anche quest’anno, ci troviamo a condividere numeri che confermano il trend in aumento di incidenti che abbiamo già constatato negli anni scorsi», afferma il presidente del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico Maurizio Dellantonio. «L’aumento delle temperature nelle grandi aree urbane spinge sempre più persone ad avvicinarsi alla montagna e alle relative attività in quota, questo comporta che molti degli infortunati spesso si trovano alle prime esperienze di attività outdoor in media e alta montagna. Da parte nostra un appello a vivere la montagna con prudenza, a documentarsi in maniera approfondita, a scegliere con attenzione le attività in base alla propria esperienza e alle proprie competenze e – soprattutto – a imparare a saper rinunciare. In ogni caso gli amanti e gli appassionati della montagna e della speleologia sanno che il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, in caso di necessità, è pronto a intervenire per essere al loro fianco. Un Corpo che deve tutto ai 7131 tecnici volontari specializzati che dedicano tempo e forze per aiutare chi si trova in difficoltà in ambiente impervio, 7131 persone che ringrazio sentitamente per il prezioso operato quotidiano».

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Soccorso alpino: servizio encomiabile ultima modifica: 2023-04-19T05:29:00+02:00 da GognaBlog

29 pensieri su “Soccorso alpino: servizio encomiabile”

  1. Fino ai 30 anni parlare di rinuncia è arabo, si va e si fa. Poi chi sopravvive si rende conto che si può fare molto ugualmente e senza rischiare la vita e si ritrova qui sui forum e sui blog a discutere di cosa sia giusto e cosa no.

    Bellissima, lapidaria e definitiva.
    Complimenti Luciano.

  2. Caro Carlo, da lettrice so che poter interloquire con un autore è un tesoro.
     
    Quel che mi colpisce del tuo modo è che ti riferisci alle tue considerazioni come fossero assiomi assoluti da poter consultare e studiare.
    Pur non conoscendoti, posso dare per scontate le tue competenze in montagna, ma trovo fuori luogo in un blog – in cui lo scambio è necessario per mantenerlo vivo – il senso di superiorità che trasmetti. 

  3. 1) Carlo…
    Ueeee manca poco a me..!.
    Carlo Crovella ha ragione in fatto dell’implicito senso di sicurezza ad avere un servizio di soccorso così efficiente. 
    E lui esclude che qualcuno non pensi di strafare: Carlo, non escluderlo proprio!! 
    E’ così.. .c’è tantissima gente preparata o no che puo’ andare OLTRE perchè sa che c’è l’angelo custode, pardon, gli angeli custodi che lo salvano. 
    Basta un DRINNN…
    La soluzione è una sola: Vincere! a no pardon 🙂 
    La soluzione è smantellare ogni forma di comodita’ come dice Crovella. 
    Via i rifugi, via gli impianti, non costruire nemmeno piu’ una strada per agevolare.. 
    Solo erba, piante, rocce… e orsi :-).
    Saluti a tutti. 🙂

  4. Premesso che ho saltato a piè pari le considerazioni di Crovella, per me le parole chiave dell’articolo sono quelle di Dellantonio: “imparare a saper rinunciare.” Che si ricollegano al concetto di esperienza, termine del quale si abusa un po’ troppo a mio avviso. È esperto chi di fronte ad una situazione di rischio decide che il gioco non vale la candela, o chi in forza delle sue capacità decide di proseguire lo stesso, e come le volte precedenti andrà sicuramente bene? Impossibile da valutare a priori, ma post evento tragico  tutti a cercare spiegazioni, a giustificare, a esternare commenti come “meglio un giorno da leoni, ecc.”.
    Purtroppo è vero, il ricorso alla rinuncia va “imparato”, non si improvvisa sul momento della scelta, va inserito in un modo complessivo di considerare l’attività in montagna, come parte di tutta l’attrezzatura che ci portiamo dietro. Tuttavia, come già detto in 13, credo anche che la maggior parte degli appassionati delle attività più rischiose siano tutto sommato abbastanza attenti a queste dinamiche mentali che possono metterti nei guai se non accuratamente ponderate, come dimostrato dai numeri riportati. Dopodiché è anche vero che si cambia notevolmente con l’età. Perfettamente consapevole che se in passato non ho mai avuto necessità del soccorso, a volte si è trattato di pura fortuna (qualcuno la chiama esperienza…), o chiamatela come preferite, l’importante è ammetterlo. Fino ai 30 anni parlare di rinuncia è arabo, si va e si fa. Poi chi sopravvive si rende conto che si può fare molto ugualmente e senza rischiare la vita e si ritrova qui sui forum e sui blog a discutere di cosa sia giusto e cosa no.

  5. Io sono convinto che la bravura e l’efficienza delle unità coronariche stiano diffondendo una falsa sicurezza da parte della popolazione tutta che si abbandona a comportamenti folli (alimentari, fumo, tolleranza all’inquinamento ambientale, sedentarietà..) sapendo che al primo infarto ci sarà un ottima equipe in grado di risolvergli il problema.
     
    Se ci fosse il bisogno di specificarlo, e a volte c’è, sono ironico.

  6. Inoltre tutto quello che chiedi è facilmente rintracciabile sul Blog. Oppure su altri miei scritti, coinvolgendo sia articoli vari sulle altre riviste (cartacee/online) sia sui miei libri. Inoltre per spiegare un singolo punto, spesso occorre contestualizzarlo, cioè inserirlo in una visione molto più ampia (che a volte travalica anche i confini delle sole tematiche di  montagna), per cui non è infrequente che le “ri-spiegaszioni” comportino delle vere paginate. Fino a qualche tempo fa, esclusivamente per spirito di servizio, mi sono messo a disposizione e (magari “turandomi il naso”) ho rispiegato le gli stessi concetti mille volte a mille persone diverse. Ora devo dire che, oltre a tener conto dei suggerimenti di altri lettori sull’opportunità di “non rispiegare” infinite volte, io stesso mi sono rotto di ri-scrivere le cose ogni volta da Adamo ed Eva. Sono agli atti, come si dice tecnicamente: non si può riprendere ogni volta tutto da Adamo ed Eva, solo perché c’è qualcuno che si è avvicinato di recente. Tocca a costui/costei risalire alle informazioni agli atti, specie se vengono segnalati i link o la modalità per risalire agli scritti precedenti.

  7. Anche di recente sono stati scritti fiumi di parole protestando perché “ripeto sempre” le stesse cose. Decidetevi: o un a cosa o l’altra.

  8. Buongiorno Carlo,
    con la tua risposta hai annientato lo scopo del blog, che è quello di scambiare opinioni e messo in risalto la tua chiusura perpetua verso chi la pensa diversamente da te.
     
    Ritengo che chi pubblica un articolo deve almeno essere propenso a rispondere ai quesiti, altrimenti si tratta di mero, sterile e individuale esercizio di scrittura.

  9. Buonasera Carlo, trovo comprensibile che la redazione prenda le distanze dalle opinioni espresse.

    Anche se rischio di scrivere un lungo commento, propongo delle domande e delle considerazioni:

    – Qual è il kit minimo contro (?) gli imprevisti?

    – Che significa “papalotti”?

    – Trovo piuttosto folle l’idea di far partecipare i principianti a corsi di due-tre anni prima di andare in montagna, cosa che non farebbe che sfornare più automi di quanto stia già facendo la società che stiamo costruendo. E onestamente la risposta ipotetica mi sembra molto più diplomatica di quella che darebbe chiunque.

    – “Pressappochismo, faciloneria, cialtronaggine”: a me suscitano molta ilarità i ciclisti della domenica super equipaggiati (ma senza campanello e luci) o gli escursionisti abbigliati come se andassero in Himalaya per fare due passi (ma incapaci di leggere una carta).

    – Perché chiami “cannibali” gli sprovveduti?

    – Il fatto che una montagna selvaggia, nuda (da che cosa?) e cruda (in che senso?) possa ispirare più timore reverenziale rispetto a un centro cittadino non è certo dovuto alle caratteristiche intrinseche del luogo (a me fa molta più paura una metropoli!), ma dalla cultura e dall’educazione inculcata da almeno un secolo, che è tesa a creare quanta più separazione tra umani e natura – per questo rimando al mio articolo pubblicato il 31 gennaio.

    – L’effetto boomerang che descrivi è, a mio avviso, solo una tua proiezione e non lo sento reale.

  10. Molto interessante il tuo articolo Alfio Ciabatti, grazie.
    E’ un po’ off-topic, ma vorrei far notare gli assurdi a cui si arriva quando si imbocca la strada della regolamentazione basata sulla colpevolizzazione dell’infortunato: in Veneto un escursionista o un MTB hanno il soccorso gratuito, un arrampicatore no…il che contraddice la storia e la finalità stessa del Soccorso Alpino!
     
    In un paese civile si agisce sulle cause per ridurre gli incidenti, ma il soccorso deve essere sempre e comunque gratuito.

  11. Mi trovo in totale disaccordo con l’impostazione e il tono delle conclusioni di Crovella. Come è possibile affermare che le persone dovrebbero sapersela cavare nel costruire barelle, paranchi da crepaccio e nel riportare alla luce compagni sepolti dalle valanghe con l’ARTVA – e fare dell’ironia sul fatto che gli attuali incapaci pelandroni invece di cavarsela da soli chiamano il Soccorso Alpino? Puoi far parte di un gruppo abilissimo e addestratissimo nell’individuazione e nell’estrazione dei sepolti da valanga, ma se trovi il tuo compagno dopo che è rimasto sepolto cosa fai, non cerchi ugualmente un soccorso medico? Non è che uno travolto da una valanga sia proprio in ottime condizioni. Se un tuo compagno si rompe una gamba cerchi di chiamare un medico o gliela stecchi con un bastoncino dicendogli di stringere i denti mentre lo trascinate giù su una barella improvvisata? Se si procura una ferita grave cadendo su una roccia o se viene colpito da un sasso in caduta lo suturi al volo come Rambo? L’autosoccorso è indispensabile, ma arriva solo fino a un certo punto in attesa di un intervento medico. 
    La realtà è che frequentazione della montagna ha assunto una dimensione di massa sconosciuta sino a poco tempo fa, e questo ha portato in quota anche persone impreparate, e che – per fortuna – la disponibilità dei telefoni cellulari consente di chiamare il Soccorso più spesso di un tempo (e sono sempre meno le zone non coperte), ma a questo si ovvia ampliando i finanziamenti e le capacità del Soccorso, non istituendo corsi e corsetti, patenti a patentini.

  12. Oltre alle considerazioni fatte, informo che il servizio di soccorso in montagna non è gratis. La chiamata al 112 passa attraverso il servizio sanitario nazionale che in caso di intervento senza danni fa pagare in molte regioni attraverso la ASL di competenza un ticket importante.  Nella rivista online del CAI Firenze ho raccolto al netto delle variazioni un elenco dei ticket che richiedono le ASL.https://alpinismofiorentino.caifirenze.it/2020/11/soccorso-alpino-quanto-costi/ 
    E non è detto che l’assicurazione CAI copra queste spese. 
    Detto questo ci vuole consapevolezza e formazione. Oggi la montagna è sempre più importante anche dal punto di vista della piccola economia e sta alle persone/associazioni/enti con la testa  gestire questi processi senza banalizzarli. Non servono le patenti per andare in montagna. 

  13. Concordo con Matteo e Placido Nonmisembratantostronzo.
    La somma degli  interventi relativi ad attività oggettivamente a rischio: sci alpinismo, alpinismo e cascate di ghiaccio sono 708, pari al 6,8% del totale. Ed anche solo numericamente non sono dati rilevanti. Se devo trarre un’impressione è esattamente contraria a quanto si vuole dimostrare. Un numero così non particolarmente elevato può significare che in realtà il livello tecnico, fisico e cognitivo di chi pratica attività a rischio è più che buono.
    Inoltre anche la redazione, pur non concorde con la tesi esposta ammette il pull effect, cosa di cui invece non sono convinto. La maggior parte degli interventi riguarda l’escursionismo dove si dovrebbe intervenire nel dare maggiore consapevolezza ai frequentatori  che anche un’attività all’apparenza semplice comporta dei rischi e dei limiti. I nuovi frequentatori della montagna, certamente aumentati per molti motivi, che si limitano a tranquille passeggiate credo che siano talmente inconsapevoli da non realizzare nemmeno che esiste il Soccorso Alpino. Concordo quindi con Pasini. Occorre educare e non applicare strategie punitive.
    Rammento inoltre che in diverse regioni l’intervento immotivato del Soccorso con uso dell’elicottero, viene fatto pagare e questo potrebbe essere, nel lungo periodo un rischio.

  14. Ultancinquantenne, primi acciacchi, si va dal medico, qualche chilo in più, vita troppo sedentaria….FACCIA DEL MOTO. L’uomo si reca in concessionaria honda, la moglie lo brinca e HO VISTO SU INTERNET CHE AL MARTEDI IL CAI ORGANIZZA GITE PER ANZIANI. Dopo un po’ magari ci prende gusto, coinvolge altri amici, “garetta” a chi arriva prima al rifugio o chi coglie il fungo più grosso….e patatrak, si entra in classifica. Io mi preoccuperei, piuttosto, di rendere economicamente vantaggioso fare il soccorritore, altrimenti tra un po’ saranno aitanti ultracinquantenni a soccorrere i pari età….e non credo con gli stessi, splendidi livelli qualitativi di adesso 

  15. Non escludo affatto che in Piemonte ci sia una particolare concentrazione di “impreparati” (alias cannibali) e di relative chiamate al soccorso. In effetti pare una contraddizione, considerato che Torino è uno dei centri storici di rilievo della didattica “montanara” (metto insieme alpinismo/scialpinismo/escursionismo/arrampicata ecc).
     
    Sarà per colpa di questa particolare concentrazione di cannibali che si vedono operare nel Nord Ovest (dove normalmente mi muovo io) che ho esacerbato la mia idiosincrasia strutturale nei loro confronti. Ma le mie prime prese di posizione di allerta sul tema risalgono a circa 15 anni fa e quindi in tempi non sospetti (se riferiti alle statistiche).
     
    C’è stato un “liberi tutti” dal 2000 in poi. Credo sia un fenomeno generalizzato (non solo all’Italia completa, ma anche alle altre nazioni), ma può essere benissimo che risulti molto accentuato in Piemonte e Nord Ovest: forse è una reazione all’impostazione tradizionale molto istituzionale. Soprattutto si è sdoganato il principio di accesso alla montagna in modo indipendente dal CAI (dalle sue Scuole intendo) e spesso quelli che oggi vediamo in giro sono gli effetti nefasti. La cosa però è irrilevante. le considerazioni che elaboro sono riferite ali fenomeni nella sua generalità complessiva.
     
    Inoltre negli ultimissimi tempi, girovagando fra le varie scuole del territorio, ho riscontrato, con mio infinito piacere, un significativo ritorno di allievi giovani e giovanissimi (under 30, ma fino anche ai 18-20enni) alle scuole CAI, con la determinata volontà di “apprendere un corretto approccio alla montagna” (come testualmente dettomi di recente da un allievo 20enne). Speriamo che duri: certo, a livello di statistiche, gli effetti li vedremo nel medio termine.

  16. Le premesse sono importanti. Il nostro approccio sa di antico “zucchero, latte, fior di farina, come i biscotti della nonnina (pubblicità della Doria) o visto che io e altri siamo emigrati di educazione longobarda o anglosassone è simile all’approccio delle vecchie società escursionistiche  operarie del Nord. Non disprezziamo il “popolo”, siamo convinti che andare per montarozzi e monti abbia effetti positivi ( i vecchi riformisti pensavano all’alcool ma oggi non siamo poi così lontani anche se cambiano le molecole), sappiamo però che il “popolo” non è depositario di tutte le virtù, anzi subisce più condizionamenti perché le spesso non ha gli strumenti per difendersi e quindi bisogna creare le condizioni che orientino i comportamenti. E questo come dicono gli educatorori moderni si fa con la parola ma anche molto con le esperienze e le condizioni materiali partendo dai più giovani( gli educatori la chiamano formazione “situata” o qualcosa così). Alla fin fine non si inventa nulla. Si adattano vecchi ideali a condizioni nuove. Ovviamente è legittimo che si abbiano altri riferimenti. In proposito ho appena letto un bellissimo libro sulle colonie di Stefano Pivato, che ha in copertina la colonia Fara di Chiavari. Lo consiglio a chi è interessato a come e’ stata “forgiata” una parte della gioventù italica prima dal Fascismo e poi dalle grandi aziende italiane, al mare e in montagna, almeno fino agli inizi degli anni ‘90. Istruttivo. 

  17. Mi pare che qui ci sia una trappola che definirei semantica: Soccorso Alpino = incidenti alpinistici.
    Secondo me prima anche solo di ipotizzare cause e possibili rimedi, diciamo così, alpinistici occorrerebbe dare un “ripulita” ai dati, ovvero eliminare dal conteggio tutte le attività che con l’alpinismo (anche nella sua accezione più lata) non c’entrano molto.  
    Mi pare ovvio che un corso sul muoversi in montagna di due o anche tre anni (!) avrà ben poca influenza su 280 incidenti stradali 0 262 incidenti sul lavoro
    Altrimenti si rischia di dire pisquanate.
     
    Depurando i dati dalle attività che nulla c’entrano con l’alpinismo (sci alpino e nordico, funghi, stradale, lavoro, residenza, sport dell’aria, venatoria, impianto a fune) gli interventi si riducono a 7857 di cui:
    64.7% escursionismo
    11.6% mountain bike
    9% altro
    6.9% alpinismo
    2.8% ferrate
    2% falesia
    1.9% sci alpinismo
    0.4% speleologia
    0.4% forra
    0.2% cascate di ghiaccio
     
    Appare evidente che escursionismo e mountain bike coprono oltre il 75% dei casi e che il livore contro cannibali, tutine o runner è del tutto infondato.
    Dopodiché, per poter dire qualcosa di più secondo me occorrerebbe specificare un po’ meglio le macrocategorie Escursionismo e Altro (e magari anche Alpinismo).
    Ma sopratutto definire un po’ meglio le cause, perché mi pare un po’ inutile specificare che in montagna la stragrande maggioranza degli incidenti avvenga per Caduta/Scivolata!

  18. L’articolo è un perfetto esempio di come si dia per assodata una tesi precostituita e si cerchi di dimostrarla interpretando i dati a proprio comodo.
    Le primissime cose che noto:
    1.

    In tali dati io rintraccio le conferme di quanto un soccorso di così elevata qualità e di tempistiche immediate costituisca un “pull effect”

    Nei dati presentati non c’è alcuna misurazione della qualità né, tantomeno, delle “tempistiche immediate” del servizio di soccorso. Si tratta semplicemente del riassunto di “cosa” è stato fatto dal CNSAS. Da dove l’autore estrapoli “l’elevata qualità” e le “tempistiche immediate” è un mistero.
    2.

    […] in pratica il CNSAS si muove per un individuo alla volta. Riflessione: e i compagni del “tipo” che fanno? Ma non sanno proprio nulla di autosoccorso? Non sono capaci ad attrezzare una barella con gli sci, un paranco per recupero da crepaccio, una ricerca ARTVA di travolti da valanga?

    Considerazioni quanto mai fuori luogo, visto che lo scialpinismo riguarda “solo” l’1,5% degli interventi. Ammesso abbia senso (notare la premessa retorica), si dovrebbe semmai parlare di autosoccorso in ambito escursionistico (50% degli interventi).
    3.

    I deceduti 2022 sono risultati 504, in vistoso aumento (+13,5%) sul 2021: se così tanti incidenti si concludono con il decesso significa che, in montagna, mediamente si “rischia” troppo, inutile prendersi in giro. Una scivolata su terreno banale (salvo casi eccezionali) si conclude con una storta. Se muori al seguito di una scivolata, è abbastanza probabile che non sei su terreno banale, ma sei in condizioni non prudenziali, o con riferimento alle tue caratteristiche o al timing sbagliato per quell’itinerario. Cioè sei andato dove non dovevi andare.

    L’aumento del numero assoluto di decessi rispetto al 2021 non ci dice assolutamente niente. Quanta gente è andata in montagna nel 2022 rispetto al 2021? Di più? Di meno? La stessa? A naso, si direbbe che sia stata di più, quindi, se così fosse, un aumento del numero di decessi non sarebbe niente di strano.
    A latere, sarebbe interessante avere anche il numero di decessi ripartito per attività: una “caduta/scivolata” in ambito escursionistico (pur con tutti i distinguo) è una cosa, in ambito (sci)alpinistico/MTB/ferrata un’altra (purtroppo questo dato non è presente nemmeno nelle tabelle excel fornite dal CNSAS).
    4.
    Questa la metto solo per prendere bonariamente in giro Crovella (che tanto so già cosa risponderà): su 5 interventi, 1 viene fatto in Piemonte e gli altri 4 in tutto il resto d’Italia. Vanno tutti in Piemonte gli impreparati?
    5.
    Patentini e divieti: a mio modo di vedere sono un nonsense. Trovo bizzarro che ci si scagli contro la “società securitaria” e contemporaneamente si invochino patentini e divieti. Io sono per la libertà individuale, con tutte le responsabilità e i rischi che comporta.

  19. Eliminare il soccorso alpino o, ancor peggio, selezionare chi possa essere salvato e chi no è CRIMINALE.
     
    Sono stato chiaro? Mi sono fatto capire? Ha capito perfino Crovella?
     
    Crovella no, eh?

  20. @4 Il problema NON è economico, cioè quanto impattano sui conti pubblici i costi del soccorso pubblico. Se fossi quello il problema, sarebbe aggirabile con un esborso annuo ridicolo. La copertura CAI costa pochissimo. Le assicurazioni di compagnia private che trovi in giro si aggirano sui 25 euro/anno. Altre coperture più raffinate e complete arrivano a 50 euro/anno. Tutte spese affrontabilissime da chi compera MTB o sci da 1000 euro.
     
    Il problema è educazionale. Ci sono troppe persone che vanno in montagna in modo “squinternato”. Una soluzione per elevare l’approccio medio andrà trovata e anche in tempi relativamente rapidi, sennò rischiamo tutti che le autorità varino dei “divieti” validi erga omnes.

  21. Discorsi già fatti tante volte. Tutto dipende dall’obiettivo strategico che ci si pone. Uno: scoraggiare la frequentazione ; Due: incoraggiare la frequentazione a) selvaggia   per portare a casa più fatturato possibile b) ordinata e quanto possibile e ragionevolmente sicura e rispettosa dell’ambiente. Le scelte operative successive dipendono da queste opzioni generali. Faccio n esempio. Nella realtà in cui opero io , come associazioni di volontariato e CAI , ci siamo dati l’obiettivo Due b :riteniamo tutti positivo che aumenti la frequentazione delle zone a ridosso del mare e delle aree appenniniche dell’interno, una frequentazione che non ricalchi però le caratteristiche selvagge di ciò che avviene sui litorali. Le azioni di conseguenza che cerchiamo di adottare sono pertanto le seguenti a) attività di educazione, comunicazione  e sensibilizzazione alla sicurezza e uscite didattiche anche con i non soci Cai facendo pagare i famosi 7.5 € di copertura assicurativa b) analisi insieme al CNAS degli incidenti per capirne la dinamica più frequente e fare prevenzione primaria c) manutenzione della rete sentieristica cercando di mettere in sicurezza con ragionevolezza e in modo non invasivo i punti pericolosi per il pubblico più “popolare” sugli itinerari più frequentati d) pressione sugli enti locali per l’eliminazione di alcuni “eccessi” che si sono accumulati negli anni nei quali le sensibilità erano diverse. Quindi insomma si tratta come sempre di scegliere un obiettivo e poi di perseguire una linea d’azione conseguente. Poi tra il dire e il fare, tra i piani e i risultati ci sono tante cose in mezzo, purtroppo. Ma questo vale per qualunque linea si scelga. Certo la nosta non è quella ipotizzata da Crovella. Ognuno faccia il suo gioco, come al Casinò. 

  22. Mi sorprende che l’autore parlando di pull effect non menzioni un fattore banale quanto il fatto che il soccorso alpino interviene GRATIS. Andare in montagna non me l’ha ordinato il medico, quindi devo essere disposto a pagare (solo economicamente s’intende) le conseguenze di un comportamento sbagliato, causato da impreparazione, improvvisazione ecc. Invece di imporre un patentino o peggio limitare (come?) l’intervento del soccorso alpino, basterebbe mettere anche solo un modesto contributo economico alle spese di soccorso, parametrato all’entità dell’intervento. Questo probabilmente dissuaderebbe gli sprovveduti o li indurrebbe a maggior cautela, a informarsi, a frequentare un CAI, a farsi un’assicurazione ecc.
    Troppo difficile?

  23. Ma in Italia, il SOCCORSO ALPINO, STRADALE, ECC… LO FA SOLO IL CNSAS?

  24. Con le tesi del sig. Crovella così nitide e circostanziate e superconvinte (già espresse in passato), difficile un dibattito costruttivo.
    Antropizzazione, sport nuovi con mezzi nuovi che tolgono limiti (MTB assistite), app e controapp che ti dicono e prevedono anche il non prevedibile, rifugi alberghi di classe che attirano masse di non preparati e non attrezzati, ecc ecc, tutto vero ma le conclusioni assolutamente non condivisibili.
    Estremizzo provocatoriamente: tanti cicloamatori, tanti runners, ecc che talvolta sono soggetti a problemi cardiaci e non, inibiamo le chiamate al 112/118 così stanno bravi a casa e alleggeriamo il Ssn.
    Estremizzo di più: togliamo interventi di soccorso migranti in mare, così sta brava gente ci pensa 2 volte prima di partire, frequenta dei corsi di nuoto per eventualmente salvarsi, ecc.
    Tanti punti (10, un po’ come quelli del Sinai) per concludere in modo, a parere mio, sbagliato.
    Il classico “prendere la vacca per le palle”. Scusate
     

  25. Eliminare il soccorso…NO
    Selezionare prima di intervenire…NO
    Allora, guardando la tabella del punto 1, direi che per dimezzare gli interventi, basterebbe che gli ultracinquantenni non andassero in montagna!!!!

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