Storia delle Torri del Vajolet
(slancio ed eleganza)
Le tre Torri Meridionali del Vajolet sono la struttura più caratteristica dell’intero gruppo dolomitico del Catinaccio: occorre distinguerle dalle Torri Settentrionali (che qui non tratteremo), più alte e imponenti ma non così estetiche. Anche la posizione e la facilità di accesso hanno favorito la loro fama, in milioni di cartoline pari a quella delle Tre Cime di Lavaredo.
La storia delle Torri è costituita da imprese alpinistiche al limite tra la montagna e la palestra di arrampicata, a parte alcune eccezioni. E’ doveroso partire dal 17 settembre 1887, con la prima ascensione della più orientale delle tre torri, chiamata in seguito Torre Winkler.
Nel 1886 c’era stato un incontro casuale tra Alois Zott, di Augusta, e un giovinetto sedicenne di Monaco, dotato di una forza straordinaria: Georg Winkler. Questi, nato a Monaco di Baviera nel 1869, si rivelò subito dotato di abilità eccezionali. Così la cordata Winkler-Zott iniziò una bella campagna estiva che culminò con l’avventurosa salita dell’inviolata Cima della Madonna, affrontata dai due alle 17.45 del 12 agosto dopo la salita del Sass Maor. L’ostacolo principale, un nero camino di 40 metri che in seguito si chiamerà Camino Winkler, liscio e strapiombante, non fermò il giovane che incominciò a incastrarsi e a salire faticosamente centimetro dopo centimetro, facendo opposizione con schiena e ginocchia, spingendo sulle palme delle mani e facendo attrito anche con i gomiti. Sono quaranta metri di IV grado, senza alcuna interruzione, che Winkler superò senza usare alcun mezzo artificiale. Questa prestazione fu favorita dal suo usare un modello di pedule che definitivamente soppiantò la calzatura chiodata o il piede nudo: «sono di tela da vela con suole di corda di canapa, fabbricate dal Signor Schweiger di Monaco». Dunque nel 1887, appena diciassettenne, Winkler era già famoso. Siccome era molto piccolo di statura (poco più di un metro e mezzo) e non poteva afferrare certi appigli troppo lontani, s’era costruito un uncino che aveva fissato alla estremità della corda e quando occorreva lo gettava ancorandolo sopra gli strapiombi: così aveva superato il masso che ostruisce il camino Zsigmondy della Cima Piccola di Lavaredo. In un’altra sua azzardatissima salita solitaria sulla Punta Grohmann, 19 settembre 1887 (e cioè solo due giorni dopo la Torre Winkler), con cattive condizioni (vetrato e neve fresca) della montagna, nel punto più difficile si era servito di una staffa di cordino, “forse per primo tra i rocciatori”.
Nel 1887 Georg Winkler tornò nelle Dolomiti, legato ad un altro grande: Robert Hans Schmitt, un pittore di Vienna. I due avevano salito quella che poi fu chiamata Croda Antonio Berti per la parete est, il 29 agosto: poi si separarono, non si sa perché. Forse perché entrambi erano chiamati da un destino più personale a compiere storiche imprese.
Winkler infatti si rivolse alla Croda Rossa d’Ampezzo e ne salì il gran canalone ghiacciato della parete est. Le difficoltà furono talmente eccezionali, per 550 metri, che fu costretto a bivaccare!
Pochi giorni dopo la meteora di Monaco compì l’ascensione sublime: affrontò da solo quelle tre Torri del Vajolet che da un po’ di anni infiammavano gli animi. Scelse la più orientale, quella più bella: se vista dal fondo della gola del Gartl, dove oggi sorge il rifugio Vajolet, appare come una guglia del tutto assurda, una struttura che con prepotente accelerazione scardina la sua solidità rocciosa e ascende alle profondità infinite del cielo.
Arturo Tanesini nella sua guida Sassolungo, Catinaccio, Làtemar (1942), prima di descrivere accuratamente il famoso passaggio del Winklerriss, riassume questa impresa con una lapidaria frase: «La torre venne salita il 17 settembre 1887 da Georg Winkler, solo, con la sua corda e la sua audacia leggendaria».
Oggi non ci si può non domandare come realmente Winkler salì la sua torre. Potremmo essere autorizzati a sospettare con uncini e staffe? E come discese? Chi ha salito il Winklerriss, o chi ha solo visto il Camino Winkler alla Cima della Madonna, sa che su queste fenditure si può arrampicare con mani e piedi. Sa che Heini Holzer, anche lui alto metri 1,50, non avrebbe certo avuto difficoltà su cose del genere. Perciò è probabilmente meglio dare per buono che Georg Winkler abbia salito i suoi due capolavori in completa arrampicata libera, quel real climbing degli inglesi di oggi.
Trovò la morte un anno dopo al Weisshorn, il 16 o 17 agosto, non si sa come. Il suo corpo fu rinvenuto solo nel 1956.
La torre di centro, la Torre Stabeler, fu salita il 16 luglio 1892 per il fianco sud-est dalla guida Johann Niederwieser (Hans Stabeler) con Hans Helversen: questa salita, anche se inaugurò il percorso che per decenni fu il più seguito dagli alpinisti, non andando oltre il III grado non si può certo definire una tappa storica.
15 settembre 1895: l’estate stava lentamente volgendo al termine e nel gruppo del Catinaccio non si vedeva quasi nessuno. In quel giorno, il ventenne tipografo Hermann Delago attraversò il Passo Santner e rimase subito incantato dalla figura slanciata ed elegantemente svettante della torre di sinistra del Vajolet, quella più occidentale. Delago era un nuovo arrivato nella zona, essendosi trasferito a Bressanone da poche settimane da Rietz, sua città natale, nell’Alta Valle dell’Inn.
Il suo equipaggiamento non era del tutto adatto allo scopo: gli mancavano le scarpette da arrampicata e aveva solo una vecchia corda sottile. Anche il tempo non era particolarmente favorevole: un vento gelido soffiava intorno alle pareti e in quota, sopra la cima del Catinaccio, le nuvole si rincorrevano selvaggiamente. Lasciò la roba inutile ai piedi della torre inviolata, su un piccolo sperone di roccia sporgente. L’itinerario gli sembrò chiaramente segnato dalla natura: un camino profondo e stretto solcava la parete rocciosa fino allo stretto intaglio con la Torre Stabeler e a sinistra di questo, una stretta fessura verticale conduceva in prossimità della vetta.
Delago salì il camino, fino a un “punto che sembrava ostacolare un ulteriore avanzamento: uno strapiombo piuttosto alto, attraversato solo da una fessura molto stretta. Tuttavia, la roccia era di ottima qualità, per cui questo ostacolo è stato relativamente facile da superare”.
Ora il camino diventava più profondo e difficile. Delago si tolse le scarpe e i calzini per poter salire in modo più sicuro sulle sue pareti lisce. Appena raggiunto l’ometto di sassi che Stabeler aveva eretto nel suo tentativo di qualche giorno prima, cominciarono a cadere goccioloni di pioggia. Faceva sempre più freddo, il tempo sembra volgere decisamente al peggio. Ritirata! Con i piedi doloranti, “già indolenziti dalla dura roccia”; un po’ arrampicando, un po’ scendendo in corda doppia, riuscì a scendere i camini fino alla partenza. Dopo una sola settimana, Hermann Delago tornò alla “sua” torre. Il 22 settembre, con una marcia notturna, salì con un amico l’ormai familiare via fino all’ometto. Ma qui il compagno non ne volle sapere di proseguire perché era esausto. Allora Delago continuò da solo. Risalì la stretta fessura che lo portò a una “cengia larga come una mano sopra l’enorme abisso, con la ripida parete della cima davanti a me. Salgo direttamente su una parete ripida e salgo sulla cresta sommitale accanto a un grande masso smosso, a soli dieci passi dal punto più alto”.
Dopo altre imprese notevoli, come ad esempio la seconda solitaria ai camini Schmitt della Punta delle Cinque Dita, alla fine del secolo gli impegni professionali non gli permisero più di continuare la sua attività alpinistica. Il suo Dolomiten-Wanderbuch è il frutto delizioso di un amore per le cime dolomitiche maturato nel silenzio di una vita assai riservata. Così, quando morì nel 1926, Hermann Delago era riuscito a tramandare nel suo lavoro letterario l’essenza della sua romantica passione per l’arrampicata.
La salita della Torre Delago si svolge per una breve serie di camini e fessure ed è perciò molto diversa dalle grandi imprese del tempo, tutte svolgentesi su pareti di maggior dislivello. Ma su questa salita fu toccato, in solitaria, il limite inferiore del V grado. Non dimentichiamo, i chiodi non esistevano ancora: un capocordata molto bravo non trovava grandi differenze a scalare in cordata o da solo. Fu con l’uso dei chiodi e per le accresciute difficoltà che la differenza non fu più solo psicologica ma divenne anche tecnica. E, dopo questa impresa, si rarefecero le prima ascensioni aperte in solitaria.
In seguito le torri furono salite per tante altre vie, su tutti i versanti.
Il 19 agosto 1908 Rudolf Fehrmann e Oliver Perry-Smith salirono l’estetica serie di diedri della parete sud della Torre Stabeler (IV); l’11 settembre 1929 Hans Steger, Paula Wiesinger, Fred Masé-Dari e Alfredo Paluselli toccarono il limite inferiore del VI grado con la salita della parete sud della Torre Winkler.
Un capitolo tutto particolare andrebbe dedicato alla guida fassana Tita Piaz che, oltre ad aver aperto la via più estetica di tutte e tre le Torri, sull’elegantissimo spigolo sud-ovest della Torre Delago, il 9 agosto 1911 con Francesco Jori e Irma Glaser, presto divenne il re del Vajolet, per la sua spiccata personalità e per il suo irredentismo. Famoso è l’episodio che vide lui e un suo cliente sacerdote essere sorpresi da un violento temporale in vetta alla Torre Stabeler. Mentre il prete terrorizzato pregava Dio perché concedesse loro di poter scendere, Piaz gli impose di smettere perché se c’era qualcuno da pregare, questo era lui stesso…
Piaz fece entrambe le sue ultime grandi vie nuove sulla Torre Winkler (parete nord-est e spigolo est) e con gli stessi compagni, Sandro Del Torso e Fosco Maraini. Sì, proprio il grande scrittore e orientalista Maraini, allora molto giovane.
Sulla Torre Delago Dietrich Hasse e Sepp Schrott, il 29 e 30 agosto 1959, salirono l’imponente e ombrosa parete nord-ovest, di ben 400 metri: impresa di VI grado che non sfigura minimamente nei confronti delle più blasonate salite dolomitiche.
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Per ritrovare la solitudine (o quasi) sugli altri itinerari delle Torri del Vajolet bisogna scalarli nella seconda metà di ottobre o ai primi di novembre. Per maggior sicurezza in un giorno infrasettimanale.
Inoltre ricordo che esistono pure le torri settentrionali, in ambiente suggestivo e sempre solitario.
Ho ripetuto questa via nell’agosto del 2000 assieme ad 2 amici, con l’aiuto della relazione della bella guida sul Catinaccio di Antonio Bernard. Guida che conferma la conoscenza e l’amore per questo gruppo dell’autore. Bella sostenuta ed esposta nel gialli, non ci riusci tutta in libera.
Visto che Benassi commenta l’impegno richiesto dalla Hasse-Schrott, posso aggiungere, per la curiosità dei moderni liberisti, che questa via può venire superata interamente in libera con difficoltà prossime all’ottavo.
Via impegnativa la Hasse-Schrott. Con tratti di roccia da stare all’occhio. Sembra di essere chi sa dove, su una parete severa…e invece sei solo alle Torri del Vaiolet. Ma la ressa e dall’altra parte.
confermo quanto scritto da Bernard, in quel tiro V+ VI ci sta tutto. Tanto di cappello a Preuss, gran muso.
Una curiosità storica: nel 1910 Schroffenegger e Wenter salirono la parete Nord della Delago seguendo una più facile linea a sinistra della Hasse -Schrott. La via venne ripetuta un anno dopo da Preuss, slegato, seguito da Piaz con compagno. Da una mia apposita esplorazione in loco ritengo che Schroffenegger non uscì in vetta per la fessura Pichl ( IV grado ), bensì con l’ultimo tiro poi ripercorso da Hasse. La schroffenegger e la Pichl, infatti, non si collegano se non in modo molto involuto. Il suddetto tiro finale percorre una cengia verso destra e poi una fessura-diedro che nelle moderne classificazioni della Hasse – Scrott è data di VI. A mio giudizio potrebbe essere leggermente meno di sesto (direi V+ / VI – ), però se la mia ricognizione è stata corretta, Preuss avrebbe salito slegato 40 metri oggi valutati di sesto!