Toponimia: una preziosa eredità

Toponimia: una preziosa eredità
di Ruggero Crivelli
(pubblicato su Revue de géographie alpine il 4 febbraio 2013)

1. Nel 2008, Mauro Corona pubblica un libro il cui titolo è I fantasmi di pietra. In questo suo libro, l’autore racconta storie di vita del suo villaggio, Erto, nella regione del Vajont, distrutto dall’alluvione del 1963 e praticamente abbandonato da allora. Con il pretesto di una visita sui luoghi della sua infanzia, di cui non restano che le rovine delle case e delle piazze, lo scrittore si sofferma in questo o in quel luogo e racconta: racconta spezzoni di una vita passata i cui protagonisti sono gente ordinaria della montagna. Incrocia i resti di pietra, dove la traccia delle intemperie si mescola con la vegetazione spontanea che a volte racchiude queste case e a volte le penetra dall’interno. Queste pietre sono i fantasmi di un passato che vive nella sua memoria: quello della sua adolescenza e della sua gioventù. A ogni angolo di strada, i fantasmi prendono la forma di un ricordo preciso: avventure dell’adolescente che scopre i primi stimoli del testosterone, avventure del giovane bracconiere e della sua banda di compagni, ecc. Queste pietre sono ciò che resta di uno spazio umanizzato! Sulla fotografia riprodotta, non vi sono pietre di fantasmi da estrarre dal passato ma nomi che assumono una funzione equivalente.

Sosto 2221 m, Alpi Lepontine. Clicca per ingrandire.

2. Nominare è, senza dubbio, uno dei primi atti che un gruppo umano realizza identificando gli oggetti e i luoghi di cui si serve. La strutturazione delle pratiche spaziali si appoggia sulla coerenza esistente – e fin che esiste – tra il nome e gli oggetti. I toponimi, qui, sono i resti di ciò che costituiva una territorialità. Tuttavia, si tratta di resti fragili, perché il loro supporto non è la pietra, ma la memoria collettiva o individuale. Nel nostro esempio, questa fragilità della memoria territoriale è particolarmente visibile quando si confronta il luogo fotografato con la carta topografica. Questa, anche considerando una superficie più larga di quella che si potrebbe delimitare dall’immagine, indica solo due misure d’altitudine e il nome della montagna (Sosto), al quale si può ancora aggiungere due o tre altri nomi – in lingua veicolare, l’italiano – che suggeriscono una caratteristica generica del terreno (Boschetto; Parete di Pino, ecc.). Nel cartello fotografato, la medesima montagna è invece ricoperta da una trentina di nomi sulla parete propriamente detta e da più di una cinquantina in tutto: è l’espressione della pratica spaziale di una comunità per la quale anche il più piccolo filo d’erba era vitale, soprattutto  per la sua componente sociale più povera. In queste comunità montane non si esitava a salire sui luoghi più impervi e pericolosi per tagliare e raccogliere il fieno, non raramente a rischio della propria vita, come testimoniano i numerosi ex-voto che possiamo ancora vedere in chiese locali. Questa fotografia è dunque interessante nella misura in cui ci informa sull’uso dello spazio da parte di una società (agraria, montana e tradizionale, nel nostro caso): un vero e proprio uso capillare di uno spazio vitale. È pure interessante nella misura in cui ci informa sull’atto di denominazione: un atto essenzialmente funzionale e pratico (non vi è nessuna misura astratta, come quella metrica alla quale siamo oggi abituati). Non conosco il significato di tutte le parole, perché qui abbiamo a che fare con una toponimia vernacolare, ma riconosco alcuni termini dialettali che sono anche i miei: il nome del luogo riflette la propria natura, come Ra Buza, che rimanda ad uno scoscendimento; dul castell che rimanda ad un castello (e in quel posto vi era, nel Medio Evo, una torre appartenente ad un signore di un’altra valle), o ancora, termini come Pareit e Sott Pareit, dove il termine Sott indica la posizione (sotto), ecc. In altre parole, il nome informa su una società nella quale la conoscenza è strettamente legata alla pratica. Si sa perché si fa: chi non è del luogo (del gruppo!) non ne conosce il nome perché non lo frequenta.

3. Tutta questa toponimia non esiste più oggi perché i gesti che la sottendevano non esistono più. Questi nomi sono fantasmi che informano sull’uso del territorio e questo cartello ha tanto più valore in quanto qualcuno ha voluto ricordarsi della ricchezza umana di questo frammento di spazio. Far parlare la toponimia vernacolare, oggi, significa resistere alla morale dominante che, «ridando» alla natura certi spazi montani, cancella la storia delle loro popolazioni. È cancellandola, essa maschera che ogni spazio naturale è uno spazio umanizzato. L’importanza dei resti (materiali o immateriali) della memoria territoriale risiede nel fatto che potrebbe essere un terreno d’incontro tra il geografo, il turista e l’abitante in un processo di rispetto delle culture.

Bibliografia
– Corona, Mauro, I fantasmi di pietra, Milano, Mondadori, 2008.
– Lowehthal, David, Passage du temps sur le paysage, Gollion (CH), Infolio, 2008.
– Roubault, Marcel, Peut-on prévoir les catastrophes naturelles?, Presses Universitaires de France, 1970.
– Turco, Angelo, Verso una teoria geografica della complessità, Milano, Unicopli, 1988.

Referenza elettronica
Ruggero Crivelli, «Toponimia: una preziosa eredità», Journal of Alpine Research | Revue de géographie alpine [Online], Localities, Online since 04 February 2013, connection on 01 March 2021. URL: http://journals.openedition.org/rga/1876

15
Toponimia: una preziosa eredità ultima modifica: 2021-06-16T05:04:00+02:00 da GognaBlog

16 pensieri su “Toponimia: una preziosa eredità”

  1. 16
    andrea gobetti says:

    L’argomento è affascinante, penetra nel tempo, evoca costumi ed eventi sbiaditi nel passato. A chi ne è affascinato non posso che consigliare “Vaìi, Gias e Vastere” dedicato alla Toponomastica del Massiccio Marguareis Mongioie – Alpi Liguri composta da Marziano Di Maio ed rieditato , con tanto di cartine nel 2019 a cura dell’Associazione Speleologica Piemontese, il CAI Uget e Valados Usitanos  

  2. 15
    bruno telleschi says:

    Anche in città capita qualcosa di simile quando i toponimi richiamano il luogo. Per esempio a Roma la piazza dell’Esedra istituiva una continuità con l’esedra delle antiche terme dell’imperatore Diocleziano. Per questo motivo, per mantenere la memoria storica e naturale dei luoghi, conviene anche conservare i toponimi del passato. Purtroppo la piazza è stata intitolata poi alla Repubblica, che pure avrebbe bisogno di altre e più concrete manifestazioni di fedeltà.
     

  3. 14
    Paolo Gallese says:

    Tranquillo Carlo, non perderemo i nomi dei monti anche solo per una questione di marketing, se vogliamo estremizzare. 

  4. 13
    Carlo Crovella says:

    Il mio amico Paolo Foretier di Gimillan (Cogne), coordinatore dell’Associazione Musei di Cogne (in realtà si tratta dell’istituzione che preserva l’intera  cultura locale), sta mappando per iscritto tutti i toponimi della Valle. Non parliamo solo delle vette o dei valloni o dei ghiacciai, ma anche di luoghi banali e collaterali, apparentemente senza importanza, come una radura, un torrentello, un fontanile… Li mappa per iscritto perché non c’è più la tradizione orale di tramandarseli da generazione a generazione. E’ vero che, nel corso dei millenni, i toponimi si sono anche persi, ma sono poi stati sostituiti dalle generazioni successive. Ora invece rischiamo di perderli irreversibilmente. Siamo nella società liquida, per dirla alla Baumann, dove tutto è intercambiabile: uno vale uno. Un prato è solo un prato ed è perfettamente succedaneo a qualsiasi altro prato. Ecco il rischio della società in essere: perderemo irreversibilmente il contatto con il nostro passato, quando i toponimi erano trasmessi oralmente e indicavano luoghi (e quindi concetti e, quindi, “valori”, almeno culturali) ben precisi. Estremizzando in modo provocatorio, in futuro potremmo perdere anche il nome delle vette: se un monte è solo un monte e se ogni molte vale quanto qualsiasi altro monte, che differenza ci sarà fra Monte Bianco e Cervino? Non ci sarà bisogno di toponimi per chi crede in quella impostazione. Siccome il la combatto, sono uno strenuo difensore della toponimia (specie, ma non solo, in montagna). Buona giornata a tutti!

  5. 12
    albert says:

    Sembra invenzione ma e’realta.
    “Non c’e’campo, non trovo la mappa memorizzata e scaricata!”
    ” guarda  ‘sta carta, siamo vicini alla localita’  Campòn ( Cansiglio), piu’campo di così!”
     altro fatterello: vidi  gruppetto di scout con lamedesima cartina da orientare, con le loro bussole magnetiche in bagno d’olio e possibilita’ di traguardare..che  discutevano animatamente”Il Nord e’ la’…no e’ per diqua..ma no, e la’ via!!”
    Stavano accanto  ai sostegni di enorme pilone di ferro zincato con linea ad alta tensione.

  6. 11
    Paolo Gallese says:

    Perché ho sempre usato piccoli esempi del centro Italia, che sono i miei. 🙂

  7. 10
    Paolo Gallese says:

    Grazie Albert! Mostrerò questo tuo commento molto eloquente! Anzi, questo lo spiego un po’ teatralmente anche ai bambini!

  8. 9
    albert says:

    Ieri una prova:un ragazzo incontrato in Cansiglio,aveva i percorsi  in file nello smartphone , ma notoriamente in certe zone non c’e’campo.L’ho indirizzato con una vecchia carta 1:25mila…contenente anche toponimi antichi e moderni ( Pian Rosada, anello del Cansiglio , Taffarel, Mezzomiglio, Vallorch ecc ) accompagnati nei cartelli pure da sigle alfanumeriche.In piu’ carta colorata secondo simbologia allegata in calce e curve di livello . Consigliabile  bussola con quadrante fosforescente e pure orologioa lancette, funzionante anche senza pile o segnale e illuminata con una torcia pure di notte.Ma senza orologio ci sono i Sass de le 11, delle dòdes o de mesdi’…sole con percorsi apparenti noti ai locali al variare delle stagioni.La conoscenza dei toponimi aiuterebbe anche gli acquirenti di seconde case a non prendere bidonate: comprano in piena estate  ed  in inverno si trovano per mesi immersi nel freddo e nel ghiaccio( “i ha compra’del pra’della “giacciona”  o  in zona Fraina..!)oppure   con il garage ed il pian terreno invasi da fango e detriti dopo una “bomba d’acqua) che   ha ingrossato l’adiacente rio Rabios…o accanto al Pra’ delle Palue(paludi)I locali si tramandano anche nei toponimi i nomi anche di rii tombinati, invisibili al giorno d’oggi che ogni tanto disobbediscono alla legge del tubo…specie quandi si vuole   scavare per dotare  i resort di   garage  sotterranei..venduti come se fossero piastrellati in platino…progetto di ingegneri che non sanno.

  9. 8
    Michele says:

    Fantastico – quante Volte in Montagna mi son chiesto come allora – forse 200 anni fa – fosse importante il toponimo per i locali … 

  10. 7
    Paolo Gallese says:

    Adesso non esageriamo. La toponomastica ha un valore storico importante per gli studiosi ed è interessante per tutti gli altri, abitanti inclusi. È chiaro che si tratta di uno dei molti aspetti legati alla conoscenza dei luoghi, non dell’unico. E anche quando nasconde sfacelo e distruzioni ha un valore storico in sé. 
    È un aspetto della memoria. E sono gli uomini che fanno la memoria. Se non fregherà niente ci saranno aspetti di un luogo che svaniranno.
    Accade da 10.000 anni. Si sopravvive. 

  11. 6

    Ben venga la conservazione dei nomi di luoghi per distinguerli da altri o per indicarne l’uso odierno o di una volta, ma mi è capitato di partecipare a discussioni su una vocale cambiata che mi hanno annoiato da morire.
    Per molti “appassionati” il dedicarsi alla toponomastica estrema vale più dell’azione che si compie nel visitare e vivere quel luogo. Mi è sempre sembrata una scusa alla “volpe e l’uva” che personalmente non condivido perché più propenso all’azione che al discorrere. 
    Però, ognuno ha i suoi gusti.

  12. 5
    Matteo says:

    A me l’articolo ogni  è piaciuto moltissimo, ma non vorrei che si esagerasse.
    Battezzare ogni singolo sasso non significa necessariamente conoscere un territorio.
    Conoscere un territorio non significa necessariamente rispettarlo o preservarlo.
     
    Esistono parecchie esempi storici o protostorici documentati di profonde trasformazioni e devastazioni di territori da parte di chi lì abitava.
    Storicamente gli uomini hanno sbagliato come sbagliamo noi oggi, perché in fondo siamo sempre uguali e il mito del buon selvaggio (o del saggio montanaro) è, appunto, un mito.
     
    Solo che essendo molti di più e con mezzi molto più potenti, i nostri sbagli oggi hanno un impatto e delle conseguenze ben maggiori.

  13. 4
    Carlo Crovella says:

    Se perdiamo i toponimi vagheremo nello spazio come astronauti cui si è tranciato il cavo di collegamento con la navicella.

  14. 3
    Paolo Gallese says:

    Questo è un articolo che ora mostrerò a moltissimi insegnanti. Da anni lavoro su un recupero della toponomastica con i bambini nei miei progetti di geografia. Fonte storica non scritta, è radice e testimonianza del vivere i luoghi, siano essi in montagna o in pianura, persino al largo delle coste.
    Da anni sostengo che le tecnologie digitali applicate alla cartografia possono essere arricchite diversamente dall’impoverimento culturale di cui sono portatrici,  rispetto alle potenzialità positive che nascondono.
    È un discorso lungo, che andrebbe affrontato sulle ragioni di una cultura che, a discapito dei proclami sulle memorie, alimenta un sentire il mondo al presente, all’oggi, all’adesso, dimenticando tutto ciò che è stato percorso prima. 
    È un problema grave, di cui questo marginale argomento non è che uno dei sintomi. Ci sarebbe ancora modo di salvare qualcosa e penso che, un certo mondo dell’alpinismo, nel suo piccolo, si stia impegnando, in diverse regioni. 

  15. 2
    lorenzo merlo says:

    Nelle comunità tradizionali tutti sapevano tutto. Non era necessario esporre “panetteria” o “fontana”. Erano luoghi non aggiunti ma costituenti degli individui che la animavano.
    I toponimi erano dunque riferimenti interni alle persone.
    Insieme va il discorso del territorio. Quando la cultura non era dominata dalla tecnologia, quando era totalmente analogica, ogni opera necessariamente rispettava il territorio. Tutte le opere contenevano infomazioni che non contraddicavano la natura. Diversamente, una superstrada, un ingresso in autostrada tagliano ciò che prima era percorso, o dirigono anche in direzione opposta a quella desiderata prima di raggiungerla. Prima, guardando la luce, le ombre, e altri elementi presenti al momento, vicini e lontani traevi informazioni su posizione e direzione. Oggi il bambino è stato buttato via con l’acuqa sporca del passato.
    Così l’orientanmento da costituente della cultura e delle persone diviene dipendenza da un accessorio. Speriamo non vada in avaria.
    È questa la satanicità della tecnologia, inarrestabile divinità e distributrice di bene. Alienazione dal territorio, dalla terra, da noi stessi.

  16. 1
    albert says:

    I toponimi erano un sistema ingegnoso  per localizzare le varie zone.
    “No le’ torna a casa el Gustavon””L’ho visto sota el sass de la stria ..o in Cianvere o la strada de la Rossa”, ( innumerevoli varianti locali che  sono note solo agliautoctoni e vengono disvelati agli stranieri solo se se lo meritano, piano piano , nel tempo)”adesso invece il gps con le cooordinate fino ai secondi grado, mai visti in natura. A scuola sballano persino di 1 o 2 gradi usando il goniometro.In alternativa bollic olorati, numerazioni, cartelli indicatori in quantita’ridondante.Un turist abituatoa vedere una cima in immagini stereotipate, se cambi il puntodi vista non lariconosce piu’…se usa una cartina non la orienta prima difar e ilpunto e la tiene verticale… con il nord verso le nuvole.

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.