Turismo e percezione dei grandi carnivori

Turismo e percezione dei grandi carnivori
di Nicola Martellozzo e Roberta Raffaetà
(pubblicato su pnab.it)

Sono ormai trenta mesi che, nel territorio del Parco Naturale Adamello Brenta, viene condotta una ricerca dedicata alle forme di coesistenza tra grandi carnivori e comunità alpine, con il coinvolgimento dell’Università Ca’ Foscari di Venezia – cui fanno riferimento i due autori – e dell’Università di Sassari. Gli scorsi numeri dei Fogli dell’Orso hanno già approfondito diversi aspetti del progetto, come ad esempio il rapporto tra allevatori, alpeggio e orsi.

Come è emerso fin dall’inizio del progetto, la convivenza non è e non può essere un concetto rigido, calato dall’alto; al contrario, per essere efficace e duratura deve nascere da pratiche concrete, in contesti reali, con il coinvolgimento consapevole delle persone che vivono e lavorano in quel territorio. Anche i turisti fanno parte di questa “comunità allargata”: una presenza temporanea che però – specie in Trentino e all’interno del Parco Naturale Adamello Brenta – è ormai profondamente legata al territorio da relazioni economiche, sociali, affettive. Sebbene il progetto Life Ursus non sia nato per ragioni turistiche, bensì di conservazione naturale (ne parliamo qui), gli ideatori tennero conto di questa dimensione, considerando il turismo una delle principali componenti della presenza antropica nell’areale della reintroduzione. Del resto, in tutto il mondo esistono forme di eco-turismo legate alla presenza di popolazioni ursine, specialmente in Nord America (Lemelin 2006; Nevin et al. 2014; Ness 2019; Bueddefeld & Erickson 2022).

Alla luce di tutto questo, una parte delle attività del nostro progetto è stata dedicata, fin dalle prime fasi, all’esplorazione e all’analisi delle percezioni culturali dei turisti riguardo ai grandi carnivori. L’indagine è stata condotta principalmente attraverso l’uso di interviste condotte nelle aree di maggior afflusso turistico all’interno del Parco Naturale Adamello Brenta, come la Val Genova e la Val Algone (per il periodo estivo), e l’area sciistica del Doss Sabion e Patascoss (per il periodo invernale). Le interviste sono state condotte con una griglia rigida di poche domande (intervista strutturata), dando modo in alcuni casi all’intervistato di approfondire ulteriormente l’argomento anche oltre il “limite” della domanda stessa (intervista semi-strutturata). I turisti sono stati scelti cercando di bilanciare il campione per sesso ed età, trascrivendo la conversazione nell’immediato e registrando solo dietro esplicito consenso, nel rispetto della privacy e garantendo l’anonimato.

In che misura, nel corso del 2023, i turisti hanno chiesto informazioni rispetto a orsi e lupi su una scala da 1 (minimo) a 10 (massimo)? Risposte ottenute dai 51 albergatori/rifugisti che hanno compilato l’apposita sezione del questionario dedicato ai grandi carnivori nell’ambito della ricerca condotta nel Parco.

Oltre alle interviste, è stato possibile ottenere dei dati indiretti anche da alcune domande presenti nel questionario dedicato ai grandi carnivori; in particolare, nella sezione dedicata ad albergatori e rifugisti si è domandato in che misura, nel corso del 2023, i turisti avessero chiesto informazioni rispetto a orsi e lupi su una scala da 1 (minimo) a 10 (massimo). Il grafico a lato sintetizza le risposte ottenute dai 51 albergatori/rifugisti che hanno scelto di compilare questa sezione. 

Si nota immediatamente come l’interesse dei turisti fosse concentrato sull’orso, dato che 20 gestori su 51 hanno scelto il livello più alto possibile, e in generale valori superiori al 6. L’interesse verso il lupo è invece più distribuito, con una maggior frequenza di valori medi. Il grafico riassume ovviamente un insieme di percezioni soggettive, senza valore statistico, ma che offre comunque uno spaccato delle relazioni tra settore dell’ospitalità e turisti. Alcuni commenti lasciati da albergatori e rifugisti arricchiscono ulteriormente il quadro:

“Gli ospiti sono molto preoccupati dalla possibilità di incontrare orsi e lupi durante le escursioni”

“La difficoltà più grande è dare risposte ai turisti sui grandi carnivori, non siamo molto supportati con informazioni [adeguate]”

“Va completamente cambiata la politica di gestione e di comunicazione, l’orso e il lupo devono diventare un’opportunità, non un problema. Per farlo è necessario conoscere e avere tanti dati, e fare politiche diverse, completamente diverse.”

Insieme a cacciatori e allevatori, i turisti sono una delle categorie con maggiori probabilità d’interazione con l’orso per la loro frequentazione capillare – benché localizzata – del territorio. Già nello Studio di fattibilità funzionale al progetto Life Ursus, una delle ragioni addotte al restringimento del territorio disponibile per l’orso in Trentino era proprio l’espansione della presenza turistica (Dupré, Genovesi & Pedrotti 2000: 23); inoltre, “anche se in letteratura non vengono riportati valori soglia oltre i quali il turismo impedisce la presenza dell’orso, tuttavia esistono numerose indicazioni su come la pressione turistica costituisca un serio fattore limitante per la presenza della specie” (Dupré, Genovesi & Pedrotti 2000: 39). Viceversa, gli orsi non sembravano allora un elemento necessariamente negativo, e anzi

[…] la presenza dell’orso può sicuramente costituire una risorsa da valorizzare nell’ambito dell’economia regionale. Sulla base di quanto emerso nel corso dell’indagine demoscopica svolta dalla Doxa […] l’impatto negativo dell’orso sulle attività turistiche si può sicuramente ritenere minimo. Né la popolazione locale, né gli operatori turistici ritengono che la presenza dell’orso nell’area possa produrre un effetto negativo sul turismo, anzi è diffusa l’opinione che il ritorno degli orsi produca un ulteriore aumento del turismo (Dupré, Genovesi & Pedrotti 2000: 58).

Una speranza diffusa anche tra gli amministratori di allora; l’assessora Iva Berasi affermava: “La scommessa del futuro è la condivisione, il punto di equilibrio fra le esigenze delle persone e lo sviluppo sostenibile, ma il Parco è anche offerta verso l’esterno, strategico ed importante per lo sviluppo turistico futuro” (Simoni 1999). Nel 2002 l’istituto DOXA preparò un nuovo sondaggio, dedicato ai potenziali visitatori del Parco: l’81% di questi approvava i rilasci degli orsi, sperando addirittura in un leggero (48%) o forte (25%) aumento del loro numero. È innegabile che, nel corso di quegli anni, l’immagine pubblica del Parco Naturale Adamello Brenta si legò profondamente alla presenza dell’orso bruno, anche sotto il profilo turistico sebbene non sia semplice valutarne l’impatto in termini economici.

Tattoni, Grilli e Ciolli (2016) stimarono, attraverso la tecnica di marketing AVE (Advertising Value Equivalent) che il valore promozionale e l’indotto economico dell’eco-turismo legato all’orso in Trentino superavano abbondantemente le spese sostenute dalla Provincia per i rimborsi dei danni. Certo, siamo ben lontani dalle forme di economizzazione dei parchi nordamericani (Nevin et al. 2014: 217), dove la fauna è oggetto di un sistematico consumo esperienziale ed estetico, e i turisti semmai si lamentano del mancato avvistamento degli orsi (Harding 2014: 186). Nelle pratiche di eco-turismo d’oltreoceano l’elemento fondamentale è il senso di autenticità dell’orso inserito nel suo contesto naturale (Bueddefeld & Erickson 2022). Gli orsi in natura sono percepiti come più “veri”, cioè più vicini all’ideale di selvaticità che ancora incarnano nel nostro contesto culturale, al contrario di quelli all’interno degli zoo o dei centri faunistici. Questo modo di intendere la natura ha radici culturali e storiche profonde: nasce dal concetto di frontiera, legato all’idea di un “selvatico” che diventa il simbolo fondativo, ma anche un modo per elaborare e lenire il senso di colpa legato al genocidio degli Indiani d’America.

In Italia non abbiamo queste necessità di riconciliazione; semmai la natura viene apprezzata in quanto culturalizzata. Ma l’influenza nordamericana ha avuto una grande influenza, soprattutto attraverso una certa sensibilità ambientalista globalizzata. 

Prendiamo come esempio il diverso valore dato alla foto di un orso immortalato nel bosco o all’interno di un contesto circoscritto: già Daldoss, nel suo storico volume su questo animale, descriveva le difficoltà, ma anche la meraviglia, di poter fotografare “dal vero” l’orso (Daldoss 1981: 104-105); in questo senso, buona parte dell’eco-turismo dedicato agli orsi si basa su questo “consumo oculare”, come l’ha descritto Lemelin (2006), cioè la possibilità per il turista di vedere l’animale e immortalare quella visione attraverso foto o filmati (Karaseva 2025: 25). Ciò non riguarda solo l’orso: si pensi alla pratica del bird-watching, al meno famoso whale-watching, e più in generale alla massiccia produzione di immagini attraverso cellulari e altri dispositivi da condividere su piattaforme digitali come Instagram.

Come osserva Karaseva (2025), le relazioni tra esseri umani e animali sono sempre più mediate dall’uso di fotocamere e riprese video, e a loro volta questa grande mole di filmati influenza la percezione che abbiamo di questi animali. L’orso rappresenta per il turista una visione tanto straordinaria quanto difficile da ottenere, e proprio per questo sono nati, negli ultimi decenni (e specialmente in Slovenia) servizi di bear-watching per appassionati, foto-amatori o semplici curiosi. Per una disamina delle conseguenze di queste forme di turismo – diverse sia nelle modalità che per le specie di Ursus coinvolte – rimando all’accurata review di Penteriani e colleghi (2017), sintetizzata nei suoi aspetti principali nell’immagine sottostante.

Schema concettuale dell’eco-turismo dedicato all’orso (Penteriani et al. 2017: 170)

Tornando al contesto del Trentino Occidentale, un primo aspetto emerso nelle interviste è la percezione degli orsi come di un patrimonio collettivo; non nel senso di proprietà di cui disporre, ma di un bene da tutelare (Harding 2014: 186). In altre parole, per molti turisti il fatto che gli orsi vivano in Trentino anziché in Lombardia o Veneto non li rende necessariamente qualcosa di “locale” o di cui la politica locale dovrebbe poter disporre. Semmai sono gli orsi che “vivono qui”, e molti turisti si percepiscono come dei visitatori a “casa dell’orso”. Una prospettiva completamente opposta alla percezione registrata tra moltissimi residenti, che invece considerano l’orso come una presenza estranea all’interno di un ambiente che – anche se selvatico – è considerato familiare, domestico. 

Nell’esperienza del turista “estivo”, e a differenza di quanto accade ad esempio nei parchi canadesi (Nevin et al. 2014), l’orso bruno non contribuisce alla costruzione del “senso del luogo”; al contrario, la sua presenza semmai incrina la percezione “incantata” di luoghi simbolo del Parco come la Val Genova o la Val Algone, introducendo un elemento di timore particolarmente forte nel 2023. E tuttavia, va da sé che tutte le persone intervistate durante la ricerca hanno comunque preferito visitare il Parco e le sue vallate nonostante questo timore, magari evitando di spingersi in sentieri isolati o in zone poco frequentate. Per il turista invernale, il discorso è diverso: nessuno pensa di poter incontrare l’orso perché “tutti sanno che in questi mesi dorme, è in letargo, no?”. Qualcuno si chiede se i lupi possano avvicinarsi alle piste, ma prevale un generale disinteresse per entrambi i grandi carnivori. Alcune delle persone intervistate tra gli impianti e le piste di Pinzolo ci tennero a precisare che, nonostante fossero proprietari di seconde case nell’alta Val Rendena, dal 2023 avevano scelto di tornare in valle solamente nei mesi invernali, ritenuti più sicuri proprio per il letargo dell’orso. 

Pian della Nana: evento estivo organizzato dal Parco. Foto: Nicola Martellozzo.

Esiste effettivamente una differenza nella percezione del pericolo tra “turisti-villeggianti”, che soggiornano in albergo o rimangono in giornata, e “turisti-proprietari”, con appartamenti nei Comuni del Parco. Mentre i primi esprimono un timore abbastanza superficiale verso l’orso, i secondi manifestano spesso maggiore preoccupazione, arrivando anche ad accorciare la loro permanenza sul territorio; nel loro caso pesano le relazioni più strette con i residenti, con cui condividono alcune “percezioni locali” grazie a passa-parola, rumors e rapporti di amicizia, da cui invece i turisti-villeggianti restano quasi completamente esclusi, quando non sono in valle. Per usare una metafora, è come se il turista-proprietario diventasse (più facilmente) un membro temporaneo della comunità, condividendo insieme agli altri residenti tutta una serie di timori, ansie e immaginari che influenzano la sua percezione dell’orso.

Un altro elemento di differenza è la nazionalità: la maggioranza degli intervistati era italiana, ma il confronto con i turisti stranieri è stato comunque interessante, sebbene anche in questo caso non rappresentativo. Ad esempio, i membri di tre famiglie austriache soggiornanti a Pinzolo nella stagione invernale del 2024 parlarono dell’orso in termini molto simili, e al contempo diversi da quelli degli italiani presenti; concordavano sul fatto che la presenza di questo animale nei boschi del Trentino fosse giusta, naturale: “dove altro dovrebbero essere? Qui in mezzo alla Natura è giusto che ci siano loro”. Solo un paio degli intervistati sembrava essere al corrente che gli orsi fossero stati reintrodotti, mentre per gli altri la “naturalità” degli orsi era totale, frutto di un ritorno spontaneo e quindi ancora più legittimo.

In Val Genova, durante la tarda estate del 2023, fu possibile intervistare una signora d’origine rumena, residente da qualche anno in Italia e che visitava il Parco per la prima volta. Sebbene non sapesse della presenza degli orsi nell’area, rimanendo anzi sorpresa dai cartelli apposti vicino alla cascata Nardis, si dimostrò tuttavia abbastanza tranquilla. La sua confidenza derivava dall’esperienza acquisita in Romania, essendo nata e vissuta in un paese nei Carpazi dove l’orso è una presenza familiare, benché certamente non piacevole. Fin da piccoli, gli abitanti imparano come affrontare la convivenza con questo animale, acquisendo nozioni tanto in famiglia quanto a scuola. Il fatto di dover vivere la coesistenza con l’orso come una realtà concreta, anziché come un concetto astratto, costituisce una differenza sostanziale. Questa percezione di differenza si ritrova anche tra i turisti italiani, sebbene per altri motivi; consideriamo alcuni estratti di interviste, trascritti da conversazioni con quattro diversi turisti:

D: Secondo voi è possibile una convivenza tra esseri umani e orsi? 

R1: Sarebbe possibile. Sicuramente sì. Si parla sempre di orsi, ma noi abbiamo tanti problemi con i cinghiali e con i lupi. Una volta stavano su, sarebbe da chiedersi perché vengono giù. Se su non hanno più niente da mangiare bisogna che scendano, ma si parla dei lupi. Con gli orsi non me ne intendo abbastanza da poter giudicare, però… Mi sembra che siamo più noi che andiamo da loro. Ti ripeto, se vuoi fare un percorso e vuoi arrivare in vetta, se loro stanno su, prima o poi ci passi. Coesistenza sì, ma purtroppo ci sono dei rischi. Se devi mettere l’orso in gabbia o fare un recinto per lui non hai più libertà. Quindi purtroppo una piccola percentuale di rischio ci sarà sempre. 

R2: Io voglio credere di sì. Io credo di sì. Io credo che bisogna educarsi. Non so, qualcuno che insegni come si fa quando si incontra un orso. È che penso sia ingiusto, come dire, pretendere di non incontrarli nel loro habitat. O privare un animale del proprio habitat, anche. Siccome siamo noi, io mi vedo come invasori del suo territorio, dobbiamo capire che, non so… Ci sono certe precauzioni che uno può prendere, tipo andare in giro con il cibo chiuso dentro delle scatole apposta o, non lo so, c’è lo spray al peperoncino se proprio ti attacca, anche se non so esattamente ancora cosa bisogna fare.

R3: Secondo me può essere possibile, sarà possibile in futuro. E anche da ciò che farà il Grande Capo lassù, piuttosto che ciò che riusciremo a fare noi. Secondo me, con un po’ di conoscenza e di buone maniere da parte nostra, sì. Secondo me.

R4: Fondamentalmente è possibile. Allo stato attuale, probabilmente, in linea generale, manca un po’ di conoscenza, un po’ di… Ma anche da parte degli addetti ed esperti, eh. In linea generale, vantiamo, riguardo alla natura che ci circonda una conoscenza che però è solo minima rispetto alla realtà. Quindi, presumo che riguardo all’orso sia la stessa cosa. Sappiamo forse un po’ pochino. E qualcosina meno viene divulgato, ecco.

Malga Arza, luogo di partenza per molte escursioni nella porzione orientale del Parco. Foto: Michele Zeni, Archivio Parco Naturale Adamello Brenta.

In buona sostanza, la massima parte dei turisti intervistati nel corso di questi trenta mesi ha mostrato due atteggiamenti verso la presenza dell’orso che possiamo definire di “accettazione debole” e di “regolazione”. Nel primo caso la coesistenza con questo animale è considerata una realtà di fatto, a prescindere dal giudizio personale (positivo o negativo) riguardo all’idea; nel secondo, la convivenza è ritenuta possibile, ma solo a condizione di esercitare una costante regolazione tanto sull’uomo quanto sull’orso.

Va però precisato che il tipo di “coesistenza” a cui gli intervistati si riferiscono è quella temporanea tra turista e orso, circoscritta sia nel tempo che nello spazio alla loro permanenza sul territorio. È significativo che quando il discorso riguarda, invece, la coesistenza in generale – tra comunità umane e orsi – le posizioni tendono a diventare più astratte e semplificate, verso dei pro/contro assoluti, senza che per questo gli intervistati avvertano contraddizioni: essi passano talvolta dal parlare con timore della possibilità – tutto sommato affascinate – di avvistare un orso durante il soggiorno in valle a insistere sull’impossibilità di convivere con questa specie. O viceversa, turisti allarmati alla vista dei cartelli sulla presenza dei plantigradi all’interno del Parco sostenevano poco dopo la necessità di lasciare “più montagna possibile” agli stessi.

Queste contraddizioni mettono in luce la presenza di un doppio registro: da un lato il richiamo ai diritti degli esseri umani, dall’altro a quelli degli animali. Per quanto riguarda i primi, oltre alla necessità di informare meglio i turisti su come comportarsi in presenza dell’orso, sarebbe utile sviluppare un piano di comunicazione e attività che renda comprensibile il ruolo dell’orso e le relazioni che esso intrattiene con una comunità concreta – fatta di persone, attività e territori – con cui convive in modi specifici e talvolta complessi. Un simile piano rappresenterebbe anche un’occasione per raccontare e valorizzare la vita in montagna al di là dei panorami da cartolina, mettendo in evidenza le attività tradizionali che ancora oggi contribuiscono all’economia e all’identità locale. In questo modo, i benefici legati alla presenza dell’orso non sarebbero più considerati solo in termini economici immediati (come il turismo che compensa i danni), ma diventerebbero il motore di un approccio sistemico alla comunicazione e alla valorizzazione della montagna.

La montagna verrebbe così riconosciuta come un ecosistema integrato, in cui attività umane, fauna, flora, geologia e risorse idriche che convivono tra difficoltà e rispetto. In questo senso, la “questione orso” non invita soltanto a sperimentare pratiche innovative di convivenza con la natura, ma anche con le comunità locali – poiché le due dimensioni sono, in realtà, inseparabili. E in questo processo, le comunità sarebbero incoraggiate a pensare alla propria identità non solo in termini di tradizioni che appartengono al passato, ma attività presenti che guardano al futuro. 

In altre parole, è anche attraverso il turismo che si possono creare le condizioni per una diversa percezione degli orsi e della possibile convivenza dei turisti con essi; un tipo di coesistenza sicuramente diverso da quella che riguarda i residenti stabili, ma non per questo meno importante o valida.

Bibliografia
Bueddefeld, Jill, and Bruce Erickson. 2022. “Wild Bears, Real Bears and Zoo Bears: Authenticity and Nature in Anthropocene Tourism”, Tourist Studies, 22(4): 373-392.
Daldoss, Graziano. 1981. Sulle orme dell’orso. Uno studio sull’Orso bruno del Trentino. Trento: Editrice Temi.
Dupré, Eugenio, Genovesi, Piero, and Luca Pedrotti, 2000. “Studio di fattibilità per la reintroduzione dell’Orso bruno (Ursus arctos) sulle Alpi occidentali”, Biologia e Conservazione della Fauna, 105: 1-96.
Harding, Lauren. 2014. “What Good Is a Bear to Society?”, Society & Animals, 22(2): 174-193.
Karaseva, Asya. 2025. “From “Interesting Incident” to “Emergency”: Mediatization and Changing Eventfulness of Human–Brown Bear Encounters in Kolyma, Russia”, Sibirica, 24(2): 22-73.
Lemelin, R. Harvey. 2006. “The Gawk, The Glance, and The Gaze: Ocular Consumption and Polar Bear Tourism in Churchill, Manitoba, Canada”, Current Issues in Tourism, 9(6): 516-534.
Ness, Sally A. 2019. “Never just an any body Tourist encounters with wild bears in Yosemite National Park”, Tourism and Embodiment. New York: Routledge, pp. 23-40.
Nevin, Owen T et al. 2014. “Bears, Place-Making, and Authenticity in British Columbia”, Natural Areas Journal, 34(2): 216-221.
Penteriani, Vincenzo et al. 2017. “Consequences of Brown Bear Viewing Tourism: A Review”, Biological Conservation, 206: 169-180.
Simoni, Fabio, 1999. “Il Parco animato da nuovi slanci”, Alto Adige, 3 maggio 1999.
Tattoni, Clara et al. 2017. “Advertising Value of the Brown Bear in the Italian Alps”, Ursus, 27(2): 110-121.

Turismo e percezione dei grandi carnivori ultima modifica: 2025-12-17T05:00:00+01:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

20 pensieri su “Turismo e percezione dei grandi carnivori”

  1. Credo che non interessarsi alla faccia sia la posizione migliore per analizzare le parole e confrontarsi senza pregiudizi, in un senso o nell’altro.
    O almeno dovrebbe.
    Certo, la mancanza della necessità di metterci la faccia ha anche un contraltare, un lato negativo: quello dell’abuso e dell’offesa facile. Ma basta fregarsene, come cerco di fare io.
     
    In ogni caso non mi pare che Drugo abbia offeso qualcuno ma anzi mi pare abbia piuttosto sempre espresso posizioni e idee interessanti, nei suoi pochi interventi.

  2. Matteo, “la faccia non ti deve interessare” è proprio un tono urbano, nel senso che esprime le modalità tipiche delle città.

  3. A me sembra che i toni del Drugo siano quanto di più urbano si possa chiedere e il suo argomentare estremamente interessante, anche se in realtà non ho ben capito cosa vuole sostenere.
     
    La parte che più mi interesserebbe approfondisse, comunque, è la sua opinione sul perché gli orsi siano rimasti in val di Non e in val del Sarca e non si siano spostati mentre i lupi vagolano ormai ovunque. Perché non lo so e mi interessa

  4. Gentile Drugo,
    visti i toni, la reiterata non corrispondenza a un nome reale e alla lunghezza del commento, scelgo con gioia di fermarmi alla prima frase. 

  5. Gentilissima Grazia, la faccia non ti deve interessare.
    Come non mi stuferò di ripetere, il considerare i concetti espressi in riferimento a un nome, è tipico di chi sia anziano per l’anagrafe, ma giovane nel web.
    Ripeto: illo tempore usare nome e cognome era indice di maleducazione. Chi leggeva si doveva confrontare con il concetto e non con i condizionamenti, anche semplicemente inconsci, dati dal conoscere l’interlocutore. 
    E siccome sono poco adattabile ai cambiamenti, io continuo come da vecchi dettami.
    Comunque, detto questo o mi sono spiegato come la nota vacca spagnola che parla francese o tu non hai capito un beato puffo:
    – il citare FB e giornali online era esemplificativo di ambiti in cui le chiacchiere finiscono solitamente nello sparare proclami ad cazzum, poco attinenti al nocciolo della questione, ma utili solo per i proventi derivanti dai click;
    – citare l’Amazzonia era pure un esempio di una macro area dove l’uomo sta continuamente  erodendo l’ambito naturale. Ma era un esempio per dire che ciò non c’entra una beata fava con le Alpi.
    – qui si parla di  grandi carnivori nelle Alpi centro orientali. Ovvero in un ambito specifico e localizzato. Quindi ripetere a macchinetta che l’uomo elimina spazio alla natura non serve una madonna. Grazie che ce lo spieghi, ma lo sapevamo già. E che vengano eliminate le foreste tropicali per piantare banani non c’entra niente . 
    E se lo sai vedere, sulle Prealpi la natura ha riconquistato tutto quanto era stato spazzato via per sostenere l’economia di sussistenza che sfamava i nostri avi. Superfici ben più ampie di quanto non sia stato tolto per capannoni e skilift. 
    Il mio esempio voleva solamente provare a portare in un binario concreto la discussione, che peraltro mi interessa.
    Ma evidentemente è più facile sparare proclami inutili.
    Ah, visto che me lo chiedi, per avere il tempo di fare 4 viette di emme, ahimè ho viaggiato pochissimo. Però perfino un bubulcus come il sottoscritto ha visto 4 altipiani oltreoceano o a casa del Siòr Gengis. Ho un po’ presente cosa siano gli spazi al di fuori del mio paesello.
    Ma cosa c’entra questo col tema di cui sopra? 
    Sempre il solito beato puffo.
    E fora me ciàmo.

  6. Penso, Alberto, che non ne comprendiamo la portata, altrimenti non penseremmo all’Amazzonia (questa cosa mi riporta alla facilità con cui si pensa alle guerre fuori porta e non si sa cosa accade nel proprio quartiere).

  7. E’ lecito che, pezzettino dopo pezzettino, stiamo cementificando l’intero Pianeta?

    Oltre a non essere lecito non è salutare, ma non riusciamo a capirlo. O quanto meno ce ne sbattiamo.

  8. Caro Drugo, non sono sul libro delle facce perché non amo quella dimensione.
    Fermo restando che scrivi, contemporaneamente, che dico cavolate e cose vere, a mio avviso per guadagnare la prerogativa di farlo bisogna che ci si metta la faccia.
    Per il resto: va bene se l’Amazzonia rimane naturale – cosa non vera, visto che siamo giunti abbondantemente sin là, giocandoci esseri viventi di tutti i tipi con relative dignità identitarie – mentre con le Alpi non si può?
    E’ lecito che, pezzettino dopo pezzettino, stiamo cementificando l’intero Pianeta?
    Forse non ci si intende sull’intensa presenza, che è recente in qualunque parte della Terra, grazie proprio ai social media che ami tanto, alla possibilità di spostarsi con facilità e alla modalità mordi-e-fuggi che ormai ci piace tanto.
    Inoltre, forse non hai viaggiato e conosciuto altri paesi, poiché nessuna area italiana può essere definita “vastissima”.
     

  9. Mi permetto una piccola nota a margine al commento n. 11.
    La peggiore cosa si possa fare in un confronto che possa avere un minimo di costrutto tecnico, è il non scadere nelle generalizzazioni a 360°. Altrimenti basta accontentarsi di disquisire sui gruppi FB e soprattutto accontenatndosi di sproloquiare sugli articoli postati dai quotidiani locali che, a partire dal titolo, servono solamente come specchietti acchiappa-click.
    Mi pare che in questo contesto asserire che “gli umani stiano invadendo ogni spazio naturale” sia la solita cavolata che bene si accompagna a tanti altri luoghi comuni.
    La frase in senso globale è certamente vera.
    Ma noi stiamo parlando del territorio alpino, non della “conquista” (…) dell’Amazzonia.
    E nel territorio alpino vi sono aree di relativamente recente eccessiva antropizzazione stagionale.
    Vi sono aree dove storicamente vi è intensa presenza antropica tutto l’anno, soprattutto per ragioni di alpicoltura.
    Ma vi sono anche tantissime aree prealpine, dalla Valgrande alla Val Tagliamento e oltre, dove adesso vediamo un continuum di bosco, ma fino a un secolo fa erano intensamente popolate, il bosco era presente ai minimi termini e le pendici venivano coltivate o sfalciate fino a dov’era possibile.
    Questa vastissima fascia prealpina è stata ricolonizzata dalla natura con boschi secondari e spesso vi abbiamo calato un parco qua e un parco là.  E se consideriamo le superfici, queste aree sono immensamente più vaste delle superfici perse dai ’70 in poi con l’occupazione di zone alpine con infrastrutture turistiche o artigianali.
    Allora, anziché citare le solite frasi fatte che hanno francamente stancato, se facciamo una affermazione circostanziamola a un determinato ambito geografico in relazione alla presenza/assenza e/o alla densità del grande carnivoro, lupo, orso, lince, soriano selvatico, tigre, leone ecc…
    Che poi, casomai domandiamoci perché gli orsi rilasciati col famoso progetto “abbiano messo su casa” soprattutto tra val di Non e Valle del Sarca e non gli sia mai girato di colonizzare i Lagorai.
    Oppure chiediamoci perché una lupa appenninica e un lupo sloveno si siano incontrati in Lessinia e da lì non abbiano deciso di trasferirsi nella pace e nel silenzio del Canal Grande di Meduna.

  10. Paolo,
    come si fa a parlare di corretta densità quando esistono realtà urbane congestionate? Purtroppo la salute pubblica non è generalmente nella mentalità delle amministrazioni. 
     
    Credo, anche stavolta, che non ci debba schierare per una o l’altra parte, ma trovare punti di incontro che permettano la convivenza.
    Tuttavia, mi par chiaro che gli umani stiano invadendo ogni spazio naturale che appaia ospitale, anche modificandolo se non lo è.

  11. meglio enfatizzare i comportamenti scorretti dell’uomo invasore e cattivo! schierandosi acríticamente con il povero orso buono. 

    8@
    Che l’orso sia buono è dire una cazzata, mi sembra ovvio, visto che l’orso fa l’orso. Non è ne buono ne cattivo. 
    Che l’uomo sia buono mi sembra un’altra cazzata visto come sta riducendo questo pianeta e visto che, quando fa il cattivo, con quello che lo circonda e con i suoi simili, lo fa spesso e consapevolmente. 

  12. “meglio enfatizzare i comportamenti scorretti dell’uomo invasore e cattivo! schierandosi acríticamente con il povero orso buono”
     
    o, viceversa, continuare a pestare con la propaganda pervasiva del pericolo costituito dalla presenza del ferocissimo carnivoro e con i danni incommensurabili subiti da allevatori e coltivatori…
     
    Con ancora meno dati a supporto, ovviamente

  13. Penso che il punto sia il numero. Cioè la densità di una popolazione su una certa area. Questi numeri bisogna prima di tutto conoscerli e poi gestirli. Ratio da applicare sia all’orso che all’uomo, residenti, allevatori e turisti. Va bene l’informazione per migliorare la convivenza ma è ovvio che è il peso meramente numerico a fare la differenza sui piatti della bilancia. Mi pare che l’aspetto “numero” non abbia l’importanza dovuta nei vari studi sul problema orso ( e ancora di più per il lupo!!!) semplicemente perché è un dato molto difficile da gestire ; meglio enfatizzare i comportamenti scorretti dell’uomo invasore e cattivo! schierandosi acríticamente con il povero orso buono. 

  14. Luciano, evidentemente parliamo due lingue differenti e intendiamo le cose in modo diverso.
    A questo punto credo che la soluzione migliore sia lasciare che ciascuno legga quanto scritto (l’articolo e i commenti di Bruno, i tuoi e il mio) e si formi la propria opinione nel merito.

  15. 4. Fabio, mi dispiace sinceramwente di dover intervenire di nuovo, ma è demoralizzante constatare che un adulto non sia in grado di comprendere due righe scritte da un altro commentatore. Il tuo goffo tentativo di “salvare” Telleschi è peggiore del buco.
    Se volevi intervenire a sua difesa potevi copincollare la parte dell’articolo dove c’è scritto che “i trentini (…) ora ne vogliono fare un’attrazione turistica”, o almeno la parte dove si intende questo.

  16. Trovo piuttosto sorprendente che in questo tempo caratterizzato da valanghe di informazioni ci si possa lamentare di non essere informati.

  17. Nell’articolo si tratta anche di orsi, turismo, trentini, “eco-turismo legato alla presenza di popolazioni ursine”.
    Bruno Telleschi ha commentato sul tema: orsi, turismo, trentini, “eco-turismo legato alla presenza di popolazioni ursine”.

  18. @2. Dove sarebbe scritto in questo testo qualcosa che abbia attinenza con il tuo commento?
    Un po’ come su facebook (da quel che ricordo) e gli altri social, dove impera questo vizietto di commentare senza aver letto il contenuto o senza avere la benché minima nozione sull’argomento.

  19. I trentini che prima hanno creato un problema ora ne vogliono fare un’attrazione turistica: di male in peggio!

  20. E’ un grosso problema, di soluzione non semplice, altrimenti l’avremmo già trovata e concretizzata. Tuttavia credo che tocchi a noi umani, che siamo la specie “intelligente”, trovare il bandolo della matassa. Il punto è che non c’è voglia di farsi il mazzo per trovare la soluzione: troppo faticoso. Si lasciano le cose andare da sole, con buona pace sia di altri umani (es allevatori con danni ai propri animali) sia dei carnivori.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.