Gli anni che cambiarono l’alpinismo – 5 (SdA-47)
di Enrico Camanni
(dall’aggiornamento a La storia dell’Alpinismo di Gian Piero Motti)
La specializzazione approda in Himalaya
Se l’evoluzione alpina – a tutt’oggi fondamentale per il suo ruolo di sperimentazione – è ancora affrontabile in termini analitici ai fini della ricerca storica, l’alpinismo extraeuropeo esula ormai da ogni ragionevole prospettiva di controllo e di riepilogo. In assenza di un organismo specialistico internazionale che cataloghi, valuti, selezioni e inquadri le realizzazioni di rilievo, non resta che attenersi alle notizie conosciute per verificare le linee di tendenza sui palcoscenici principali.
In Himalaya e in Karakorum, il più sconfinato territorio di avventura e di gioco, si è assistito a un incremento esponenziale delle spedizioni, che oggi affrontano le vie normali degli Ottomila e anche le pareti più difficili con un atteggiamento sempre più simile a quello alpino. Lo scarto tra alpinismo e himalaysmo si va via via affievolendo da un punto di vista tecnico e psicologico e l’Himalaya si configura come il naturale «prolungamento» delle Alpi. L’eccezionale diventa pane quotidiano e il mito scompare quando una catena come l’Himalaya – esplorata e addomesticata con campi, corde fisse, ponti radio e attrezzature sofisticate – si rivela nient’altro che la copia ingigantita delle montagne di casa. Come sulle Alpi duecento anni fa, la caduta delle inibizioni e il palesamento dei segreti dell’alta quota consente un approccio razionale, disincantato, leggero, e la storia si ripete a passi accelerati.
Così sulle montagne dell’Asia ritroviamo la stessa velocizzazione, la stessa polverizzazione degli exploit e le stesse linee di specializzazione che hanno mutato il volto dell’alpinismo europeo: l’himalaysmo risulta un prodotto di esportazione. E negli anni Ottanta, a iniziare dal Nepal, è stata esportata anche la logica dei grandi numeri, che impingua le casse dei governi locali, dà lavoro agli sherpa (le guide orientali) e produce preoccupanti fenomeni di inquinamento. Prima del 1990 almeno 16.000 persone avevano già tentato di raggiungere un Ottomila e circa 1.800 ci erano riuscite; tenendo conto che nel 1978 (cioè appena dodici anni prima) gli «ottomilisti» erano meno di 500, si può immaginare la crescita dell’impatto economico e ambientale. Come sulle Alpi, le mete più conosciute sono anche le più ambite; il feticcio degli 8000 metri fa generalmente la differenza tra una montagna e un’altra. Nella stagione pre-monsonica del 1993, per esempio, dei 430 alpinisti presenti in Himalaya 300 erano impegnati sull’Everest. Il 10 maggio, 40 omini colorati (più del numero complessivo dei salitori tra il 1953 e il 1975) hanno raggiunto in un solo giorno il Tetto del mondo. Al Colle Sud hanno incontrato e arricchito la pattumiera più alta della Terra.
Sempre più raramente si può parlare di esplorazione, anche se nel 1980 gli austriaci Ludwig Greissl, Udo Böning e Heinz Oberrauch salgono un Ottomila mai toccato da piede umano: la vetta centrale dell’Annapurna I. Gli inglesi non demordono da una libera attività di ricerca (misurando le montagne in «piedi», non sono condizionati dal feticcio degli 8000 metri), ma gli obiettivi primari dell’himalaysmo di punta vanno configurandosi nelle pareti simbolo come la Sud del Lhotse, nelle ascensioni invernali e nelle ripetizioni veloci. Accanto a queste tendenze, che riguardano soprattutto gli Ottomila, si sviluppa la ricerca delle alte difficoltà sulle pareti granitiche del Garhwal (Bhagirathi, Changabang, Shivling e Thalay Sagar) e sulle fantastiche Cattedrali del Baltoro (Torri di Trango).
Le spedizioni si fanno sempre più leggere, si riducono i bilanci di spesa e aumentano le possibilità organizzative. Denunciati i fasti e gli sprechi delle grandi spedizioni nazionali – che pure sopravvivono in varie forme e in vari Paesi (Corea e Giappone per esempio, ma l’Occidente non è escluso) – si comincia ad agire in piccoli gruppi internazionali, veri e propri «commando» che sfruttano l’abilità e la velocità dei singoli uomini. È quanto fanno il francese René Ghilini, l’inglese Alex MacIntyre e i polacchi Wojciech Kurtyka e Ludwik Wilczyński sulla parete est del Dhaulagiri, aprendovi una via nuova nel maggio 1980. La primavera seguente il solitario giapponese Hironobu Kamuro sale la cresta nord-est, appoggiato da una spedizione leggerissima che probabilmente rappresenta una novità assoluta per la tradizione orientale. Ma in Europa è sempre trapelato poco o nulla delle iniziative nipponiche, fatta eccezione per le gesta del leggendario esploratore-alpinista Naomi Uemura che concluderà drammaticamente la sua carriera sul Mount McKinley, in Alaska, nel febbraio del 1984.
I primi attori dell’Himalaysmo, autentica rivelazione degli anni Ottanta, vengono comunque da un Est assai più povero: quello europeo. Polacchi, cecoslovacchi e jugoslavi si muovono in gruppi massicci, ben strutturati, con rigide gerarchie e ragguardevole impiego di mezzi pesanti, dimostrando una vocazione all’impegno e alla sofferenza che appare retorica d’altri tempi agli smaliziati e individualisti specialisti dell’Ovest. Si direbbe che vogliano guadagnare a tutti i costi il tempo perduto, badando ben più al risultato che alle raffinate questioni di etica. Con queste premesse e con questo stile, la spedizione polacca condotta da Andrzej Zawada apre il cammino invernale sugli Ottomila salendo l’Everest nel febbraio del 1980. Due uomini in vetta: Leszek Cichy e Krzysztof Wielicki. Gli sloveni, che ancora appartengono all’unione iugoslava e vantano realizzazioni come la parete sud del Makalu (1975) e la cresta ovest dell’Everest (1979), rispondono l’anno seguente con due successi di assoluto rilievo: la parete sud del Lhotse fino a 8250 metri di quota (Franček Knez e Vanja Matijevec, che sono costretti ad aggirare il muro terminale) e la parete sud del Dhaulagiri, con una tenda incendiata sulla cresta e quindici giorni di sofferenze incredibili.
Il 1982 è funestato da un lutto che segna in profondità il milieu alpinistico centroeuropeo: sul Cho Oyu muore sotto una valanga Reinhard Karl. Brillante scrittore, alpinista creativo e poliedrico, Karl è stato uno dei più sensibili e completi interpreti del cambiamento, coniugando con i muscoli e con il pensiero gli sviluppi dell’arrampicata libera e le nuove frontiere dell’himalaysmo.
Nel 1983 spiccano due realizzazioni di marca occidentale: la spedizione italiana di Francesco Santon affronta l’elegante spigolo nord del K2 già superato dal giapponese Eiho Otanie dal tibetano Nima Tsering della spedizione di Isao Shinkai nel 1982. Nel 1983 salirono alla vetta Agostino Da Polenza con il cecoslovacco Joseph Rakoncaj, poi Sergio Martini e Fausto De Stefani. Ancora nel 1983 tredici americani diretti da James Morrisey salgono la formidabile parete est dell’Everest (in vetta Carlos Buhler, Kim Momb e Lou Reichardt, poi Jay Cassell, George Lowe e Dan Reid).
Nel 1984 entrano in scena i cecoslovacchi. Quindici alpinisti guidati da Ivan Gálfy risolvono in maggio il grandioso enigma della parete sud del Lhotse Shar, poi Jiří Novák conduce tre uomini in cima alla Ovest del Dhaulagiri, la grande parete cecoslovacca per eccellenza (quattro itinerari). Ma già un altro alpinismo emergente si affaccia alla ribalta dell’Himalaya. Ispirati al modello francese, gli spagnoli conquistano credibilità internazionale con la via Estrella impossible sul Bhagirathi III, nel Garhwal indiano. I 1300 metri dello sperone, che delimita sulla sinistra lo spaventoso scudo granitico della parete ovest, richiedono ad Joan Carles Aldeguer, Sergi Martínez, Josep Lluís Moreno e Juan Tomàs 8 giorni di preparazione e un push finale di 11 giorni consecutivi, mentre gli italiani Vincenzo Ravaschietto e Andrea Sarchi salgono in 4 giorni (dopo tre tentativi) lo spigolo ovest del Bhagirathi II: 2000 metri di sviluppo.
Nell’autunno i due spagnoli più quotati, i catalani Enric Lucas e Nil Bohigas, aprono in stile super leggero (9 giorni) un nuovo itinerario sulla parete sud dell’Annapurna, già tentato senza successo da Ghilini e MacIntyre nel 1982. È un’impresa assolutamente notevole, favorita da congiunture particolari: «Lo stile alpino presuppone condizioni totalmente favorevoli. Non è possibile fare un certo calcolo e poi passare il doppio del tempo in parete aspettando che le condizioni meteorologiche migliorino o che un imprevisto si risolva, perché durante tutto questo tempo consumi provviste ed energie. La leggerezza, che è la caratteristica di questo stile, non ti consente di compiere neanche uno di quegli errori che invece ti puoi permettere su una via attrezzata con corde fisse (Enric Lucas, Alp n. 67)». È già la quarta via sulla storica parete.
Eppure l’impresa dell’anno è di due norvegesi quasi sconosciuti – Hans Christian Doseth (pilastro nord-est del Thalay Sagar nel 1983) e Finn Doehli, accompagnati da Dag Kolsrud e Stein Aasheim, che scalano l’incredibile parete sud-est della Gran Torre di Trango e precipitano durante la discesa. Quei 20 giorni sulla Torre, quelle venti notti sulle piattaforme sospese, quei 1000 metri di vertigine senza requie con passaggi di A4 e protezioni volutamente aleatorie, rendono presto leggendaria la via Senza ritorno e aprono entusiasmanti prospettive all’arrampicata d’alta quota.
E siamo al 1985. Scrive Roberto Mantovani sulla Rivista della Montagna: «Per poter illustrare con sufficiente chiarezza ciò che è successo nella scorsa stagione, occorrerebbe uno spazio triplo di quello abituale, tanto è stato il movimento nelle zone di maggior frequenza. In Karakorum, tra il Baltoro e le montagne che fanno da corona a Concordia, pare si siano avvicendate più di 60 spedizioni. Il massiccio dei Gasherbrum, tanto per fare un esempio, ha rischiato il superaffollamento». Aggiungono tre testimoni: «Gasherbrumville è una piccola metropoli: c’è di tutto. Ci sono i ricchi e i poveri, gli occidentali e gli orientali, le tribù e i solitari, i manager e i dilettanti, i pagati e i paganti. Nel “quartiere” di Chinatown abitano solo quattro giapponesi senza portatori né radio, poi ci sono gli yankees, i vikinghi, gli svizzeri, gli inglesi e, naturalmente, non può mancare l’esercito che, non pago di difendere la Sella Conway 6200 m dagli indiani, ha pure dato l’assalto al Broad Peak (Rivista della Montagna n. 77)».
Proprio in Karakorum, tra le imprese più interessanti, c’è l’itinerario inedito sull’Hidden Peak dell’equipe italiana di «Quota 8000» e, soprattutto, c’è la nuova via in solitaria dell’abruzzese Giampiero Di Federico sullo stesso Gasherbrum I. Jean-Marc Boivin si butta con il deltaplano dal Gasherbrum II e Goretta Casarotto è la prima donna italiana su un Ottomila (nello stesso luglio 1985 le tre alpiniste polacche Wanda Rutkiewicz, Krystyna Palmowska e Anna Czerwińska salgono la parete di Diamir del Nanga Parbat). L’atleta francese Eric Escoffier sale e scende il Gasherbrum I in 21 ore complessive dal campo base avanzato, ma approfitta delle corde fisse di «Quota 8000». Poi si sposta sul K2 e tenta di ripetere l’exploit con Stéphane Schaffter e Daniel Lacroix. Giunge in vetta dopo due giorni, ma con lo svizzero Loretan a sua volta impegnato sullo Sperone degli Abruzzi; in discesa incrocia a passo di corsa il provatissimo compagno Daniel, che morirà dopo poche ore in circostanze misteriose.
Comunque l’avvenimento di gran lunga più significativo è la prima salita in perfetto stile alpino della straordinaria parete ovest del Gasherbrum IV, la «parete scintillante» di 2500 metri già tentata cinque volte senza successo. In sei giorni di arrampicata ai limiti, il polacco Wojciech Wojtek Kurtyka e l’austriaco Robert Schauer giungono a 7800 metri, ma le provviste sono ormai esaurite come anche il combustibile per il fornello. Il maltempo blocca i due alpinisti per un giorno e due penosissime notti, poi il 20 luglio riescono in extremis a raggiungere la cresta (100 metri sotto la vetta) e cercano la salvezza lungo l’inesplorata cresta nord. «Ancora tre giorni senza cibo e senza acqua, solo un po’ di neve e di ghiaccio… Alla fine, dopo aver speso l’ultimo pizzico di energie, calcammo il ghiacciaio alla base della montagna. Là trovammo l’acqua e bevemmo come fanno gli animali (Robert Schauer, Alp n. 13)».
Il 1986 è l’anno delle tragedie. Sul K2 – montagna solitaria, mitizzata e temuta fino al 1980 – si consuma all’insegna dell’affollamento la più spaventosa odissea del decennio. Ma innanzi tutto è giusto ricordare due eleganti realizzazioni leggere in Himalaya: Erhard Loretan e Jean Troillet sull’Everest da nord, senza piste battute, senza corde fisse e senza campi preesistenti; Paolo Bernascone, Fabrizio Manoni e Enrico Rosso sulla futuristica parete nord dello Shivling. I tre piemontesi risolvono in otto giorni uno dei più importanti problemi del Garhwal, su una montagna di quasi esclusivo appannaggio anglosassone (pilastro est per Greg Child, Rick White e Doug Scott con Georges Bettembourg nel 1981, cresta sud-est della Cima Ovest per Chris Bonington e John Fotheringham nel 1983). Rosso si riconfermerà, prima con Manoni e poi con l’altoatesino Kurt Walde, sul severo pilastro sud del Nuptse.
Dunque nell’estate del 1986 ben 11 spedizioni tentano il K2. Sull’ambitissimo sperone sud-ovest (la «Magic line» di Messner) operano contemporaneamente Renato Casarotto, l’equipe di «Quota 8000» e un gruppo americano; il 21 giugno una valanga travolge e uccide due giovani alpinisti dell’Oregon: Alan Pennington e John Smolish. Due giorni più tardi l’equipe franco-polacca composta da Liliane e Maurice Barrard, Michel Parmentier e Wanda Rutkiewicz tocca la cima dalla via normale e in discesa viene sorpresa dalla bufera: i due Barrard non fanno più ritorno.
Il 16 luglio Casarotto precipita in un crepaccio vicino al campo base, ma ai primi di agosto le varie cordate riprendono la strada della vetta. Altri sette alpinisti la raggiungono, ma il tempo cambia di nuovo e Julie Tullis, Alan Rouse, Alfred Imitzer, Hannes Wieser e Dobrosława Mrówka Miodowicz-Wolf muoiono di sfinimento. Alla lunga lista vanno aggiunti i due fortissimi polacchi Tadeusz Piotrowski e Wojciech Wróż, caduti al ritorno da due eccezionali exploit: Piotrowski ha aperto con Jerzy Kukuczka una complessa e interminabile via nuova sulla parete sud, in stile alpino, raggiungendo esausto la cima; Wróż ha finalmente risolto con Piasecki e Bozik il rebus dello sperone sud-ovest, ma è precipitato dopo la vetta. Gli alpinisti di «Quota 8000», infine, salgono e scendono in velocità lo Sperone degli Abruzzi, ma meglio di tutti fa il francese Benoît Chamoux che raggiunge la cima quasi di corsa, in giornata.
Nella stagione del 1987, caratterizzata dal maltempo, due spedizioni operano sulle Torri di Trango. La cordata iugoslava composta da Slavko Cankar, Bojan Šrot e Franček Knez supera la Torre Innominata lungo i 1250 metri della parete sud-est e Knez si permette di arrampicare in libera, su difficoltà estreme, esclusi gli ultimi 200 metri martoriati dal gelo. Sulla Torre Centrale i quattro alpinisti di lingua francese Patrick Delale, Michel Fauquet, Michel Piola e Stéphane Schaffter risolvono il problema del pilastro ovest: 1100 metri, 6c e A4.
Ormai anche in Himalaya si marcia a due velocità. Anacronisticamente una gigantesca spedizione russa, nella primavera del 1989, prende d’assedio il massiccio del Kangchenjunga e porta un esercito di uomini sulla cresta sommitale; il bilancio ammonta a due traversate simultanee delle quattro vette in direzioni opposte, con oltre 80 ascensioni individuali! Appena qualche mese prima due uomini soli, Wojciech Wojtek Kurtyka ed Erhard Loretan, hanno portato a termine una via quasi estrema sulla parete est della Torre Innominata di Trango: 1100 metri in 14 giorni e 3 tentativi (luglio 1988). Il polacco Kurtyka ha confermato ancora una volta la sua classe di straordinario arrampicatore d’alta quota, mentre lo svizzero Loretan si è definitivamente rivelato alpinista e himalaysta tra i più completi del mondo, interprete rigoroso dello stile alpino. Nel 1989, tentando con Jean Troillet il difficile pilastro ovest del Makalu, arrampica di notte e riposa di giorno, per evitare il peso dell’attrezzatura da bivacco: su un Ottomila! Nel 1990, con zaini leggerissimi, Loretan, Kurtyka e Troillet aprono in venti giorni due vie nuove su due Ottomila: Cho Oyu e Shisha Pangma. Per la seconda impiegano 22 ore tra andata e ritorno; Loretan è al suo undicesimo successo sulle quattordici montagne più alte del mondo.
Nella stessa estate del 1990 si susseguono grandi realizzazioni sul granito del Garhwal. I due sloveni Janez Jeglič e Silvo Karo affrontano niente meno che lo spaventoso scudo occidentale del Bhagirathi III, che la via degli Spagnoli evita sulla sinistra e quella degli Scozzesi aggira sulla destra. Sono sette giorni e 1300 metri di paura, tra ciclopiche lastre imprigionate dal gelo e continue scariche di sassi, con difficoltà fino all’VIII grado in libera e con artificiale da brivido. Il racconto di Karo è allucinante: «Nelle prime ore del pomeriggio abbiamo già superato 450 metri e ci prepariamo al bivacco. Ma, dice un proverbio sloveno, la mala sorte non dorme mai. Mentre stiamo per infilarci nell’amaca, la vite da ghiaccio cui l’abbiamo assicurata si spezza: ci ritroviamo un metro più in basso, appesi ai chiodi, a guardare sconsolati le riserve di cibo e il materiale da arrampicata che precipitano lungo la parete… (Alp n. 74)». Giungono in cima il 7 settembre. Gli italiani Maurizio Giordani e Stefano Righetti superano invece con elegante arrampicata la parete sud della Rock Tower e sfuggono miracolosamente a una frana che spazza la montagna.
È quasi impossibile, a questo punto, rendere conto delle innumerevoli spedizioni sugli Ottomila, anche se portano a termine il percorso integrale del Great Couloir all’Everest (Battistino Bonali e Leopold Sulovský nella primavera del 1991) o esplorano e salgono il quasi sconosciuto versante cinese del Broad Peak Centrale (Oscar Cadiach, Enric Dalmau, Lluis Rafols e Alberto Soncini nell’estate del 1992). Nelle cronache prevalgono gli echi urlati della specializzazione, spettacolare antidoto all’inevitabile processo di inflazione, mentre schivi e generosi personaggi come l’italiano Fausto De Stefani raggiungono in silenzio il loro decimo Ottomila. Dove stia l’autentica evoluzione lo potranno stabilire soltanto i critici del Duemila.
Solitarie: esclusi Pierre Béghin, i polacchi e gli sloveni – che richiedono delle pagine a parte – si spazia dall’invernale dello spagnolo Fernando Garrido sul Cho Oyu (1988) all’originale prestazione della francese Chantal Mauduit, che nell’estate del 1992 raggiunge la cima del K2 appoggiandosi parzialmente alle altre cordate presenti sullo Sperone degli Abruzzi. Chantal non ama il clamore e candidamente precisa: «Gli alpinisti francesi non sono affatto più bravi degli altri; sanno solo far parlare molto più di sé (Rivista della Montagna n. 151)». Nel frattempo, in primavera, è morta sul Kangchenjunga l’himalaysta più accreditata della storia: la polacca Wanda Rutkiewicz. Aggregata a una spedizione polacco-messicana, il 13 maggio ha abbandonato l’ultimo campo ed è scomparsa nella tempesta. Nessuno potrà mai dire se Wanda avesse raggiunto il suo settimo Ottomila e sarà difficile, anche tra qualche anno, decifrare il suo carattere individualista, complesso e tormentato. Prima di partire per l’ultimo viaggio himalayano aveva confidato a Jozef Nyka: «Tutto ciò che mi mancherà dopo la morte saranno le montagne (Alp n. 88)».
Alta difficoltà: una spedizione ungherese guidata da Attila Szikszay ha finalmente ragione della severissima parete nord del Thalay Sagar, nell’Himalaya del Garhwal (settembre 1991). Xavier Bongard e John Middendorf aprono in sedici giorni The great Voyage sulla Gran Torre di Trango, accanto al Pilastro dei Norvegesi (estate 1992). Velocità: il 31 maggio 1993 gli altoatesini Hans Kammerlander e Christoph Hainz superano in 24 ore il pilastro nord dello Shivling; arrampicano leggerissimi, con una decina di chiodi, un friend e una corda soltanto. Kammerlander, dopo duemila ascensioni sulle montagne del mondo, otto Ottomila, il Cerro Torre in 17 ore (andata e ritorno) nel 1988 e la discesa con gli sci dalla parete di Diamir del Nanga Parbat nel 1990, si conferma come uno degli alpinisti più completi dell’ultimo ventennio. Non è più il generoso ma ignoto secondo di cordata di Reinhold Messner.
Pierre Béghin, l’ingegnere degli Ottomila
Nato a Rotterdam nel 1951, ma parigino dai sei anni in poi, Pierre Béghin legge i libri di Celine, Conrad e Roth e ama il capolavoro di Luchino Visconti Morte a Venezia. È ingegnere minerario, specialista di neve e di valanghe e consigliere tecnico per i materiali alpinistici. Curioso connubio di sedentario e avventuriero, si definisce «un egoista un po’ appassionato». Béghin è un razionale che ha condotto un’attività da duro sulle Alpi, con difficili solitarie e due prime invernali di valore assoluto sulla via di Gervasutti e Devies all’Ailefroide (1974) e sulla via di Bonatti e Vaucher alla Punta Whymper delle Grandes Jorasses (1977). Nel 1974 ha assaporato il primo successo extraeuropeo sulla Torre di Biaho, in Karakorum; nel 1978 è partito per le Ande con Xavier Fargeas e ha salito in tre giorni la parete nord del Nevado Huascarán. Chiamato a partecipare alla spedizione nazionale francese del 1979, si è messo in luce nel tentativo allo sperone sud-ovest del K2 e ha trovato la definitiva conferma delle proprie eccezionali possibilità.
Inizia così una serie impressionante di realizzazioni sulle montagne più alte del mondo, tutte all’insegna delle grandi difficoltà tecniche e psicologiche. Béghin infatti non è interessato alla «corsa agli Ottomila» per le vie normali, che considera un obiettivo alla moda ma non un’impresa eccezionale. Nel 1980 prende parte alla spedizione transalpina al pilastro sud-ovest del Dhaulagiri e riesce a risolvere il durissimo tratto finale. Nell’autunno del 1981 riparte con tre compagni soltanto, Gérard Bretin, Dominique Chaix e Bernard Muller; con quest’ultimo raggiunge la vetta del Manaslu lungo la sconfinata e complessa parete ovest, di quasi 4000 metri. Poi, nel 1983, vive la severa esperienza solitaria sul versante sud-ovest del Kangchenjunga (appena quattro giorni dal campo base alla vetta) e matura il progetto di tentare il pilastro sud del Dhaulagiri in stile alpino. Lo realizza l’anno seguente con Jean-NoëlRoche e nel 1987 arriva la replica, sempre con mezzi leggeri, sulla splendida parete nord dello Jannu.
La sorpresa del 1989 è la ripetizione della via jugoslava sulla parete sud del Makalu, in solitaria dai 7100 metri alla vetta. È forse l’impresa più impressionante, che dimostra il perfetto autocontrollo di Béghin alle alte quote: «Per riuscire in Himalaya ci vuole veramente una motivazione enorme. Io credo di essere arrivato in cima al Makalu perché avevo superato il punto di non ritorno senza pormi la questione. Io vivevo l’attimo, senza pensare ad altro, e in ogni caso avevo veramente l’impressione di fare ciò che dovevo fare. Il passato e il futuro non esistevano più (Montagnes Magazine n. 122)». E poi, nell’agosto del 1991, giunge finalmente la salita in stile alpino della cresta nord-ovest del K2, un problema molto corteggiato. Il compagno di Pierre è Christophe Profit, con cui ha già tentato nel 1990 la parete sud del Lhotse.
Nel 1992 Béghin ha ormai passato i quarant’anni, ma riparte ancora una volta per l’Himalaya con il giovane fuoriclasse Jean-Christophe Lafaille. Tentano un itinerario molto ambizioso sulla parete sud dell’Annapurna, con difficoltà paragonabili alla Nord delle Droites. In quattro giorni i due francesi salgono molto in alto, ma l’11 ottobre il tempo si mette al brutto e sono costretti alla discesa. Il vento fortissimo e la scarsità dell’attrezzatura – incognita di ogni spedizione leggera – li costringono a manovre non proprio ortodosse. A 7400 metri cede l’unico friend a cui è ancorata la corda doppia e Béghin precipita con tutto il materiale da scalata. Lafaille, naufrago sull’immensa muraglia, riesce inspiegabilmente a scendere con uno spezzone di corda di 20 metri e un braccio rotto da una scarica di sassi, ma per Pierre, l’ingegnere degli Ottomila, non ci sono più speranze.
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