Un modo più avventuroso di andare in montagna

L’annuale Convegno Nazionale del CAAI, quest’anno si è svolto a Trento, dal 17 al 18 ottobre 2020. Dove va l’alpinismo oggi? era il titolo del convegno, organizzato da Carlo Barbolini, Giuliano Bressan e Marco Furlani, e moderato da Alessandro Gogna. A questa domanda hanno risposto Marco Cordin [un giovane non (ancora) accademico], Giacomo Stefani, Alberto Rampini, Maurizio Giordani, Anselmo Giolitti, Samuele Mazzolini e Francesco Piacenza. Riprendiamo le relazioni solo di questi ultimi due, con il tema preciso della comunicazione, rimandando al sito del Club Alpino Accademico Italiano per le altre relazioni.

Un modo più avventuroso di andare in montagna
(relazioni al convegno Dove va l’alpinismo oggi? di Samuele Mazzolini e Francesco Piacenza
(pubblicate su clubalpinoaccademico.it il 21 novembre 2020)

La fronte del depliant di presentazione del convegno. Clicca per ingrandire.

Samuele Mazzolini
Abstract: dobbiamo cercare di intercettare quelli che praticano arrampicata nel loro territorio e far loro capire che c’è anche un altro modo più avventuroso e alla fine più soddisfacente di andare in montagna.

E’ vero quello che è stato detto, oggi nonostante tutto c’è molta gente che arrampica e io sono convinto che con queste persone noi dobbiamo comunicare per portare i nostri ideali. Vi porto un aneddoto. Io vengo dal mare, da Cesena, un paese in cui l’alpinismo è approdato tardi e io mi sono trovato ad allenarmi per poter fare proprio quelle vie classiche di cui parlava Maurizio Giordani (quelle che oggi fanno in pochi…) perché sono sempre stato prima che un arrampicatore un amante dell’avventura. Iniziando come autodidatta una volta mi trovo alla palestra di La Saxe a Courmayeur con un amico cercando di fare una via in artificiale con delle figure meschine, mi immagino adesso. In quella situazione arriva un arrampicatore, credo forte ma che non ho mai capito chi potesse essere, fa slegato una via di fianco alla nostra e poi cominciamo a parlare. Gli confidiamo che il giorno dopo volevamo andare a fare una via in artificiale di Bertone perché, scarsi per scarsi, almeno una via in artificiale aveva i chiodi e questo ci sembrava già qualcosa. E lui, invece di dirci: ”ma dove volete andare, non vedete come siete scarsi?” ci disse semplicemente “ Guardate che Bertone aveva le braccia lunghe”. In modo molto elegante, non offensivo e tranquillo ci suggeriva di cambiare via. Questa delicatezza mi è rimasta impressa nella mente e credo che un atteggiamento simile dovremmo averlo con le tante persone, soprattutto i giovani, che incontriamo e che non sanno nulla di alpinismo, perché purtroppo oggi si parte dalle palestre con le prese di plastica quindi tutto quello che era rischio, tutto quello che era etica, tutto quello insomma che è capitato a noi ai ragazzi non capita. E non è certo facile trasmettere avventura oggi. Noi dobbiamo cercare di intercettare quelli che praticano arrampicata nel loro territorio e far loro capire che c’è anche un altro modo più avventuroso e alla fine più soddisfacente di andare in montagna. Credo che questo sia l’approccio corretto ai giovani arrampicatori piuttosto che ergersi sul piedistallo di quelli che fanno/hanno fatto cose che “voi non riuscite neanche a comprendere”. Anche le iniziative di arrampicata trad sono importanti, perché così la gente prova e riesce a capire la differenza tra lo spit e la tua autoprotezione e riesce poi anche a capire il valore delle vie storiche.

Samuele Mazzolini

Francesco Piacenza
Abstract: gente che scala oggi ce n’è ben più di una volta, ma in gran parte indirizzata a pareti comode e ben protette e questo fenomeno è figlio della ricerca quasi ossessiva della protezione sicura anche da parte del CAI nei suoi corsi, cosa che alla fine va contro l’alpinismo. Un nostro intervento sull’avventura potrebbe smorzare un po’ l’ossessione verso questa ricerca della sicurezza che oggi prevale in modo assoluto.

Voglio prendere spunto da alcuni concetti emersi oggi dalle relazioni e dal dibattito per cercare di proporre qualcosa che possa aumentare la comunicazione tra l’Accademico e il mondo reale.

Sono entrato da poco all’Accademico e mi ricordo che la prima volta che partecipai a un convegno del Gruppo Orientale Marco Furlani disse che gli Accademici sono i cavalieri della storia, e questo mi ha colpito. Io sono istruttore di alpinismo e di arrampicata libera e mi sono chiesto qual è la differenza tra un istruttore o tra un alpinista normale e un Accademico: la differenza è che forse un accademico ha avuto più esperienze, più avventure, ha quindi una storia in più da raccontare e questo è importante sotto il profilo della comunicazione. Ma queste storie sarebbe bello che fossero raccontate.

Ci sono diversi modi di raccontare una storia ma se ognuno di noi (e siamo oggi 291) scrivesse o si facesse intervistare su una delle migliaia di storie che abbiamo vissuto in montagna, ecco che ci sarebbero già 291 storie di accademici a disposizione del pubblico. Qualcuno poi parlava del titolo di accademico come riconoscimento. Io credo che non sia questo: quando io sono entrato ho assunto l’onere di essere come dicevamo un cavaliere della storia, con il compito di tramandare questi concetti a tutte le persone che vedo nei corsi di alpinismo. L’idea che deve passare ancora di più è che diventare socio del CAAI non deve passare solo attraverso un curriculum tecnico ma anche attraverso la capacità di trasferire l’etica dell’alpinismo, la passione per coltivare la storia dell’alpinismo tra le persone. Come associazione non mi serve un nuovo membro che prende la patacca e continui a fare la sua vita di prima senza farsi carico di questa mission di comunicazione.

Il retro del depliant di presentazione del convegno. Clicca per ingrandire.

E come fare quindi a trasmettere questi valori? Giacomo Stefani diceva prima che il socio accademico faceva scuola, aveva un profilo etico, culturale di alto livello. Oggi purtroppo assistiamo ad un decadimento culturale e di senso civico dell’italiano medio ai minimi termini. Dobbiamo quindi intervenire nelle scuole di alpinismo: se ad ogni corso ci fosse un Maurizio Giordani, o uno qualunque di noi che racconta una propria avventura si darebbe quel quid in più per far venire in mente, per trasmettere all’allievo che ancora ha la mente aperta e può recepire tutto ciò che gli diciamo. Anche noi a nostra volta abbiamo avuto delle persone di riferimento e se ora diventiamo noi le persone di riferimento nei corsi nasceranno forse degli alpinisti interessati all’etica, alla cultura e all’amore per l’alpinismo. Oggi la gente guarda i siti e la difficoltà dei tiri, nessuno si compra più un libro, nessuno legge la storia dell’alpinismo e in questa situazione una presenza sistematica degli accademici nei corsi sarebbe importante per introdurre i criteri di etica, avventura e alpinismo.

Come diceva Giordani gente che scala oggi ce n’è ben più di una volta, ma in gran parte indirizzata a pareti comode e ben protette e questo è figlio della ricerca quasi ossessiva della protezione sicura anche da parte del CAI nei suoi corsi: e questo alla fine va contro l’alpinismo. Ed è lì quindi che dopo una lezione sui tasselli, sui coefficienti di tenuta, ecc. un nostro intervento sull’avventura potrebbe smorzare un po’ l’ossessione verso questa ricerca della sicurezza che oggi prevale in modo assoluto. Intendiamoci, ben venga la sicurezza naturalmente, ma anche lanciare qualcosa di diverso sembra molto importante.

Francesco Piacenza

Samuele Mazzolini
Credo che questi interventi di carattere didattico siano molto importanti ma sono convinto che quando una cosa la vedi e la proponi sia molto più coinvolgente. Far provare, magari anche in un semplice monotiro, far posizionare i friend, capire se tengono, far capire la soddisfazione di autoproteggersi e capire quindi anche l’etica di apertura che dal vivo viene spiegata meglio che da tante parole. E capire che tra una protezione e l’altra bisogna scalare e capire che diversamente è un’altra attività e se queste cose vengono viste e spiegate aiuta poi molto anche a maturare una considerazione diversa sulle vie classiche e aiuta a mantenerle nello stato in cui sono nate. E quindi questa comunicazione è importante nei corsi del CAI e sarebbe utile insistere abbastanza sul rispetto della storia, su quello che è stato e su cosa significa veramente “arrampicata”. E trasmettere questi concetti si può fare in vario modo, scrivendo un articolo, portando i giovani a fare un’esperienza di avventura su una via o anche su un monotiro, cercando di andare a intercettare le persone nei luoghi dove ora si inizia ad arrampicare.

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Un modo più avventuroso di andare in montagna ultima modifica: 2020-12-29T05:11:04+01:00 da GognaBlog

1 commento su “Un modo più avventuroso di andare in montagna”

  1. 1
    albert says:

    “..portando i giovani a fare un’esperienza di avventura su una via o anche su un monotiro, cercando di andare a intercettare le persone nei luoghi dove ora si inizia ad arrampicare “Condivido .In pianura si andava a Rocca Pendice , zona Padova Colli  Euganei…in gruppetti di amici  o con corsi organizzati..ad imparare  i fondamentali con risate pazzesche ed alcuni rischi. .Aggiungerei che i gruppi piu’sono misti per estrazione sociale o appartenenza bilanciata a sesso opposto, piu’ci si aggrega e poi si tentano altre imprese , andando in gita sui monti piu’ in alto, appena si ha patente ed auto di terza mano.Come esperienza di monotiro..la    Torre di Pisa al Latemar..breve ma iper  panoramica e fotogenica.

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