Una bella giornata sulla Becca di Montandayné
di Ugo Manera
Qualche tempo fa, mentre sul computer stavo cercando informazioni legate al gruppo del Gran Paradiso, mi compare la notizia della ripetizione e primo percorso in libera della via che due guide aprirono sulla quasi dimenticata Becca di Montandayné, sulla meridionale al di sopra del bellissimo e tormentato ghiacciaio della Tribolazione. Approfondisco la ricerca e scopro su planetmountain che a compiere la salita sono stati Michele Amadio, guida, e Giovanni Ravizza, aspirante guida, il 3 giugno 2020. Oltre alla notizia, sul sito, vi è anche il racconto della salita steso da Amadio e la relazione tecnica del percorso in libera che presenta difficoltà fino al 6c+, il tutto illustrato con belle fotografie.
La via delle Guide sulla Sud della Montandayné era stata tracciata nei giorni 6 e 7 agosto 1961 dalla guida di Cogne Vincenzo Perruchon con il collega Alfredo Abram. Perruchon era stato un campione dello sci di fondo, atleta olimpico, aveva rappresentato l’Italia nelle olimpiadi di St. Moritz (1948) e Oslo (1952), poi si era dedicato all’attività di guida alpina assieme al gruppo di colleghi della sua Cogne. Non si limitò a condurre clienti ma si dedicò anche a risolvere importanti problemi alpinistici sulle sue montagne come appunto la via delle Guide sulla Sud della Montandayné e la Direttissima sul seracco della Nord della Roccia Viva. La Sud della Montadayné venne superata prevalentemente in arrampicata artificiale e non venne stesa una relazione tecnica, si sapeva solo che erano stati impiegati circa 80 chiodi. La Direttissima sul seracco della Roccia Viva venne realizzata il 26 luglio 1971 in scalata artificiale su ghiaccio (non era ancora esploso il fenomeno della “piolet-traction”) impiegando i chiodi da ghiaccio esistenti a quel tempo. Con Perruchon vi era Carlo Pedenovi. La via venne salita in piolet-traction il 25 luglio 1979 da Gianni Comino e Gian Carlo Grassi.
Michele Amadio, particolarmente dotato nell’arrampicata su roccia, era stato compagno di cordata di Adriano Trombetta con il quale aveva tracciato vie di difficoltà elevata e con passaggi obbligatori piuttosto audaci. Nel 2012 entra come istruttore nella scuola Gervasutti di Torino ma poi sceglie la professione di guida alpina e si trasferisce in Valle d’Aosta. Tra l’agosto del 2022 e l’agosto del 2023, con Andrea Benato, traccia e libera una via di elevata difficoltà sulla bella parete calcarea della Granta Parey che appellano Gioia nera. La nuova via richiama i “big”: e infatti la seconda salita viene effettuata “a vista” da François Cazzanelli, Emrik Favre e Roger Bovard e la terza salita è opera di Federica Mingolla che la percorre in solitaria ed “a vista” autoassicurandosi.
La notizia relativa alla via delle Guide sulla Becca di Montandayné mi ha fatto tornare in mente una bella giornata trascorsa su quella “non celebre” cima del Gran Paradiso.
Nel gruppo del Gran Paradiso, e precisamente a Cogne, ho trascorso la mia prima vacanza in montagna fatta con l’intento esclusivo di scalare montagne. Ero ospite dell’accantonamento GEAT a Cretaz, frazione posta un km circa prima del capoluogo. Era l’agosto 1959 (e 20 anni era la mia età) ed avevo iniziato a scalare montagne da meno di due anni proprio con la GEAT, sottosezione del CAI Torino. Ero insaziabile di cime: tutti i giorni in vetta ad una montagna anche se le mie salite erano di modesta difficoltà, allineate con l’attività prevalente del gruppo con il quale era iniziato il mio percorso alpinistico. Ricordo che un giorno, che doveva essere di riposo, dopo essermi preparato e consumato una pastasciutta nell’angolino ove cucinavo, alzai gli occhi verso il monte Erban che sovrasta Cretaz: un monte privo di interesse alpinistico che però supera i 3000 metri di quota. Mi resi conto che non potevo trascorrere una giornata di bel tempo nell’inattività ed allora partii come un forsennato, raggiunsi la vetta del monte Erban e ritornai a Cretaz, sempre di corsa: 1500 metri di dislivello, salita e discesa in un’ora e cinquanta minuti.
Il presidente della GEAT, Eugenio Pocchiola, mi fece conoscere la guida più celebre di Cogne: Vincenzo Perruchon e debbo dire che provai un po’ di emozione di fronte al forte scalatore.
Poi il mio modo di scalare montagne cambiò orientandosi verso salite di elevata difficoltà e, tra la sempre più voluminosa lista di obbiettivi che mi frullava in testa, trovò collocazione anche la misteriosa via delle guide di Cogne alla Montandayné.
Febbraio 1988, con Claudio Sant’Unione stiamo elaborando l’idea di una spedizione nelle Ande Peruviane da realizzare nell’estate a venire. In montagna c’è molta neve ma è resa stabile da un lungo periodo di bel tempo e noi vogliamo scegliere un obiettivo che ci metta un po’ alla prova, spunta allora l’idea della prima invernale della via di Perruchon ed Abram alla Montandayné della quale si sa ben poco, su una parete che non abbiamo mai visto da vicino e che raggiungere nella stagione invernale non è certamente un giochino da poco.
Il 20 febbraio saliamo in auto lungo la Valsavarenche fin dove la strada è tenuta sgombra dalla neve, poi proseguiamo sci ai piedi diretti al rifugio Chabod. Con noi salgono Pilar Bertolino e Ivo Pividori che, dotati di sci corti, hanno in programma la salita della Nord del Gran Paradiso per poi scendere, sci ai piedi, la via normale. Claudio ed io calziamo gli scarponi d’arrampicata adattati alla bella meglio sugli attacchi degli sci. La via che ci attende sappiamo che sarà difficile e che in pieno sud la roccia sarà abbastanza pulita così mettiamo nello zaino anche le scarpette d’arrampicata. Raggiungiamo nel pomeriggio il rifugio Chabod e pernottiamo nel locale invernale.
Quando ancora è notte fonda lasciamo il ricovero e, sotto un cielo colmo di stelle, ci avviamo verso i nostri obiettivi: Pilar ed Ivo la Nord del Grampa, Claudio ed io il pendio ghiacciato che porta al colletto che separa la Montandayné dal Piccolo Paradiso.
Lasciamo gli sci alla base e, calzati i ramponi, saliamo slegati fino al colletto. Quando raggiungiamo il colle albeggia; sull’altro versante, sotto di noi, ammiriamo i plateaux superiori del grande ghiacciaio della Tribolazione arrossati dai primi raggi del sole. Un insieme che dà l’idea di una montagna non aspra ma tranquilla ed invitante.
Scendiamo senza problemi il canalino che porta sul ghiacciaio della Tribolazione e qui giunti si presenta il problema di individuare l’attacco della via che non conosciamo e della quale non abbiamo nessuna indicazione. Osservando la parete che appare più imponente di quanto ci aspettavamo noto però che, poco discosto dalla base del canalino che abbiamo appena sceso, si innalza un vago sperone che porta direttamente sulla cima. Appare bello, ardito e pulito dalla neve. Conquistato dall’idea di un tracciato nuovo su roccia in un luogo così lontano e così bello, propongo al mio compagno di lasciar perdere la via delle Guide e di tentare lo sperone posto proprio sopra di noi. Raggiungiamo un ripiano sgombro dalla neve dove posiamo materiale da bivacco, viveri e scarponi e, calzate le scarpette d’arrampicata, cominciamo a scalare su una roccia già intiepidita dal sole. E’ un vero piacere arrampicare leggeri in un luogo cosi bello, lontani dal mondo e, al mese di febbraio, su una montagna pulita, ove ogni detrito è nascosto dall’abbondante neve ed i colori percepiti sono solo l’azzurro del cielo, il candore della neve ed il giallo/rosso dello gneiss granitoide.
Sei ore di arrampicata entusiasmante in libera salvo un paio di passi in artificiale su una roccia salda con qualche sasso instabile a metà percorso. In vetta giungiamo nel pomeriggio. Si vorrebbe sostare per ammirare l’ampio orizzonte ma siamo in inverno e le giornate sono corte, occorre sbrigarsi. Un veloce sguardo a 360 gradi sulle montagne chi ci circondano poi giù, in discesa a corda doppia lungo la via di salita.
Quando raggiungiamo le nostre cose che abbiamo abbandonato al mattino, il sole è al tramonto e la nostra parete è da tempo all’ombra ed al freddo. Scaviamo una trincea nella neve e ci approntiamo ad un bivacco; poi, fusa un po’ di neve con il fornelletto, ci prepariamo qualche cosa da mangiare. E’ stata una bella giornata quella sulla Becca di Montandayné ed un bivacco in quel luogo così bello, ben protetti nei sacchi a piumino, è quasi piacevole.
Il mattino seguente alle prime luci del giorno risaliamo il canalino fino al colle, scendiamo il versante nord, con attenzione perché alcuni tratti sono di ghiaccio vivo, e raggiungiamo i nostri sci. A questo punto inizia la parte penosa della nostra avventura: una lunga discesa con scarponi non adatti allo sci, neve a tratti crostosa e sacchi molto pesanti. Ma a valle arriviamo comunque, i disagi sono presto dimenticati, rimane una gran bella giornata trascorsa su quella cima quasi dimenticata.
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Si dice che esistono tanti alpinismi quanti sono gli alpinisti: ognuno ha il “suo” alpinismo. Altrettanto si può sostenere sugli stili di scrittura. La correlazione fra questi due elementi basi dà vita a una miriade infinita di combinazioni. E’ il suo bello: se gli scritti di montagna fossero tutti uguali, nello stile e nel contenuto, ci annoierebbero e non leggeremmo più neppure una riga di montagna.
Leggendo questi commenti si capisce perché molti hanno reagito criticamente alla presentazione dell’evento di Bardonecchia. Il barocco, anche nella sua versione sabauda, con la sua enfasi e il suo manierismo, non è lo stile preferito dai lettori del blog. Li irrita invece di attrarli. Come diceva Armani: l’eleganza si costruisce con il togliere non con il mettere. A ciascuno il suo gusto, che peraltro cambia nel tempo, con corsi e ricorsi, come nella moda.
Come sempre le cronache di Manera ci parlano di concretezza e grande alpinismo, con il pregio di avere una prosa priva di orpelli e retorica. Veramente godibilissima.
Chapeau.
Realismo crudo e tecnico.
Bellissimo racconto, asciutto. Amo soprattutto le immagini: luoghi familiari ma anche così lontani (nel tempo), quando le guardo ri-assaporo brevemente le emozioni provate su una determinata parete, paradossalmente anche se su quella specifica cima non ci sono stato. Questo mi accade solo con le foto di Manera. grazie
La leggerezza del raccontare con pochi fronzoli e pochi ma salienti dettagli fa viaggiare chi legge e immaginare quel che non descrivi.Imparagonabile a certi racconti fiume che sembran fatti a stampino.
Bello!
La Becca di Montandayné è una bella montagna, in ambiente stupendo. La salii nel luglio 1978 con il mio caro amico Silverio per lo scivolo nevoso del versante nord-est (via normale), seguendo l’itinerario di Coolidge e Yeld del 1885.
Non vedemmo anima viva. In quegli anni i ghiacciai erano sempre molto innevati anche d’estate: una gioia per gli occhi! Che giorni!
Ditemi: come si fa a tornare indietro?
Inconfondibile lo stile asciutto e scorrevole di “Pan e pera”.
Grandissimo Manera, mito dell’alpinismo torinese.
Alpinismo esplorativo, bellissimo.
Mi pare fosse già uscito qualcosa in merito a questa salita o sulla rivista nazionale o su RDM. Forse sono sulla cronaca.
Sempre grande Ugo , sobrio, essenziale nel racconto e come tante tue , una bella importante prima salita
Sempre belli e logici i racconti di Manera.
Grazie.