Una vita d’alpinismo – 60

Il mio grande viaggio in Asia – 4Dall’Afghanistan al Nepal (AG 1975-002)

Il pomeriggio del 24 gennaio 1975 ripartimmo da Djallalabad (dove avevamo visitato il locale museo di arte Gandhara che chissà che fine avrà fatto dopo tutti questi decenni di guerra e di amministrazione talebana) e affrontammo il confine afghano-pakistano per il famoso e storico Kyber Pass.

In dogana ci furono due grosse difficoltà, una imprevista e una prevista. Non avevamo assolutamente immaginato che i doganieri tentassero di estorcerci soldi per la grande quantità di tappeti di cui era stipato il nostro pullmino. Per fortuna avevamo per tutti un regolare documento di acquisto, dunque le loro richieste diventarono subito molto più deboli fino a sparire dopo la mia minaccia di voler andare a parlare con qualche loro capo.

Matrimonio a Varanasi, febbraio 1975. La sposa è in sari rosso, lo sposo è a destra con il bizzarro copricapo.

La seconda avventura, abbondantemente prevista, era l’ingresso in Pakistan con il Carnet de passages “taroccato” del pullmino. Se qualcuno di voi ha letto https://gognablog.sherpa-gate.com/lettere-mio-padre-2/, ricorderà che avevo apposto timbri falsi sulla copertina, per aggirare l’obbligo di fidejussione pari al valore del mezzo (nuovo), che nessuno in Italia, con le misere 50 lire lasciate sul nostro conto, ci avrebbe mai rilasciato. I timbri delle ambasciate pakistana e indiana erano ben imitati, me li aveva fatti vedere l’impiegato dell’ACI di Milano che evidentemente il nostro caso miserabile aveva impietosito. Costui mi aveva anche fatto vedere dove apporli sulla copertina.

La cartina della seconda parte del viaggio

Ma nessun funzionario doganale ebbe a dire o sospettare nulla, tutto andò liscio e ci ritrovammo nel villaggio di Kyber.

L’impatto con la popolazione pashtu subito oltre al confine fu abbastanza traumatico per le armi che vedevamo. Tutti gli uomini giravano armati come nei film di far west ma con fucili handmade o mitra. Stavano con il fucile a tracolla anche quando lavoravano in cucina. Inoltre avevamo osservato la sparizione quasi totale della figura femminile (e di conseguenza grande preoccupazione per Nella, con tutto ciò che di peccaminoso rappresentava a chi la guardava curioso). In effetti i pashtu non riconoscevano l’autorità pakistana, erano molto più vicini alla popolazione afghana e lo stesso governo centrale chiamava la loro regione “tribal zone”. L’atteggiamento difensivo di questa gente è sottolineato dai q’ala, sorta di villaggi fortificati, che abitano.

Fabbrica artigianale di fucili al Kyber Pass

Peshawar, la prima città che s’incontra, chissà perché a quel tempo era la prediletta dei junkees, cioè dei relitti umani preda delle droghe pesanti. Forse perché assai vicina al confine, il traffico degli oppiacei e della morfina era favorito. In una certa farmacia con 40 rupie si potevano comprare 20 pillole Merck, tanto per tirare avanti qualche giorno. Il libro Viaggio all’Eden li trattava con simpatia e doverosa compassione, ma sinceramente Nella ed io facevamo fatica a capire come ci si potesse ridurre a quel modo: perfino i mendicanti più sporchi avevano una maggiore dignità.

Girando per Peshawar, incontrammo un’infermiera veneta che da sette anni lavorava là per i lebbrosi. Questa ci invitò a casa sua, dove passammo un bellissimo pomeriggio a parlare con lei. Ricordo che feci però una gran brutta figura. Non avevo mai sentito neppure nominare suor Madre Teresa di Calcutta: questa fu citata nel discorso dalla nostra ospite e io feci chiaramente capire (al contrario di Nella) che mi era del tutto sconosciuta. La cosa non ebbe un buon effetto, vidi con chiarezza la disapprovazione negli occhi della mia interlocutrice. Ma per fortuna le eravamo entrambi simpatici e questo non ostacolò che ci facesse restare per cena e anche a dormire. Forse anche lei aveva bisogno di qualche italiano con cui parlare. Cogliemmo l’occasione con gioia: non solo avremmo potuto finalmente lavarci, ma dormendo lì avremmo potuto viaggiare verso Rawalpindi in giorno di festa, dunque avere il giorno dopo a piena disposizione.

Un riparatore di teiere a Peshawar

Domenica 26 gennaio dunque partimmo da Peshawar puntando a raggiungere Rawalpindi ma facendo anche un salto all’immane diga di Tarbela. Presso questo sbarramento sull’Indo lavorava un italiano che sembrava potesse esserci utile per la richiesta di alcuni permessi relativi all’estate prossima. Sapevamo che a Rawalpindi era tutto molto più efficiente che in Afghanistan: dovevamo andare in parecchi uffici (PIA, Lufthansa, ecc.), anche per vedere se c’era qualche lettera per noi.

A Pindi, come confidenzialmente viene chiamata Rawalpindi, faceva assai più caldo che a Peshawar, ma era del tutto sopportabile. Cominciavamo anche a dosare con ancora più attenzione il nostro denaro. Il pagamento di Hassan e l’acquisto dei tappeti ci avevano prosciugati più del previsto. L’obiettivo era di arrivare a Kathmandu. Da là Nella sarebbe tornata in Italia con l’Hercules e a Milano avrebbe potuto rivendere una parte della nostra merce. E io, dal momento in cui fossi stato preso in carico dalla spedizione, non avrei più avuto problemi di vitto e alloggio. Ovviamente al momento la spesa maggiore era rappresentata dal carburante: senza benzina non avremmo certamente potuto visitare quelle decine e decine di luoghi diversi che ci sarebbe piaciuto poter vedere.

Peshawar

Dopo l’intera giornata del 27 passata nella capitale Islamabad, il 28 partimmo per Abbottabad, futuro luogo dove Bin Laden troverà la sua morte. Avevamo intenzione di percorrere la Kaghan Valley (una valle alle falde del Karakorum) fino a dove la neve ce lo avrebbe permesso. Da Abbottabad andammo a Manshera, e da lì ancora fino a Balakot e Kawai. Viste le precipitazioni nevose, con il pullmino non era più prudente proseguire, così noleggiammo una jeep che riuscì a portarci fino a Mahandri. Il pericolo era soprattutto che qualche valanga o frana cadesse e ci bloccasse il ritorno. Posteggiato quindi nel cortile di qualcuno il pullmino, e fatti gli zaini, proseguimmo a piedi verso Ban, oltrepassando Paràs, Pungìa, Shinu, Jared e Mahandri.

Rawalpindi, bazar

Non riuscimmo a raggiungere Ban a causa della neve che cadeva incessante, così ci fermammo in una specie di locanda in una frazione a 1820 m. L’1 proseguimmo, sempre sulla carrozzabile invasa dalla neve e senza che nessun spartineve fosse previsto, fino a Kanja e poi ancora fino a Kaghan 2272 m. Qui constatammo che la prosecuzione avrebbe richiesto una vera spedizione, con tanto di assunzione di portatori o muli, tenda, ecc. Avevo vagheggiato di raggiungere il Babusar Pass e magari anche Chilas vicino al Nanga Parbat.

Rinunciammo quindi ad andare oltre e, dopo una notte infernale a Kaghan, tornammo a Kanja 1969 m, dove ci fermammo ben due notti. Fummo di ritorno a Balakot il 4 febbraio.

Rawalpindi, edicola

La valle era meravigliosa, l’inverno la faceva ancora più selvaggia e inospitale di quanto già non fosse. La popolazione vive in una miseria per noi incredibile e inaccettabile. Avevamo perfino il sospetto che fossero un po’ stupidi, vista la non esistenza di alcuna stufa. Il calore del fuoco di legna (acceso tutto il giorno senza risparmio) si disperdeva nell’aria esterna senza scaldare realmente la stanza. E’ vero che attorno c’era una quantità smisurata di foresta, ma lo spreco della legna era insopportabile.

Scattavo fotografie con la netta sensazione di riprendere scene di grande desolazione, mentre le centinaia di scatti fatti in Afghanistan (nella stessa stagione) non mi davano quel senso di delusione, anzi mi suggerivano che stavo riprendendo scene di grande valore, perfino di esempio. Nella Kaghan Valley ogni scena sembrava appartenere a un mondo senza più radici, dove la strada carrozzabile probabilmente sarebbe stato meglio non fosse arrivata mai. L’assoluta mancanza di ogni più elementare accorgimento igienico, già caratteristico di tutta l’Asia, lì era al parossismo.

Rawalpindi

La sistemazione notturna fu il peggiore dei momenti: quelle quattro notti furono una lotta selvaggia per sopravvivere agli sputi, perché tutti sputavano e tossivano a ripetizione. L’isolamento nei nostri sacchipiuma non bastava a farci ritenere immuni al pericolo delle pulci. Scomodamente sdraiati al freddo sui nostri letti di vimini (charpoi) osservavamo sporcizia e ambienti fumosi ma contaminati che facevano da sfondo all’ozio di individui che non stavano facendo nulla se non fumare, tossire e sputare di continuo, assembrati attorno a un tavolaccio di tchaikhana o circondando due poveri galli messi lì a combattere per le loro scommesse.

Dopo tre giorni di bel tempo, di nuovo cominciò a nevicare e ritornammo. In tutto ci facemmo 33-34 km a piedi sfondando nella neve e peregrinando per quei villaggi sperduti.

Commercianti di Islamabad

Recuperato il nostro pullmino decidemmo di tornare a Rawalpindi per una strada diversa, Lohar Gali, Muzaffarabad, Dewal, Lower Topa, Gika Gali; poi Murree fino a Islamabad. Su questo percorso, nel superare un valico pieno di neve, a una curva, mi trovai contro un’automobile che viaggiava completamente sulla sua destra (qui in Pakistan la circolazione è a sinistra come in Gran Bretagna, dunque aveva torto lui). Noi eravamo in discesa e, nell’evitarlo, ho sbandato un po’ sul fondo ghiacciato della strada. Per fortuna ci siamo appena sfiorati. Quello ha proseguito senza neppure fermarsi mentre noi ci guardavamo in faccia ancora pieni di adrenalina!

Raggiunta Rawalpindi, dopo una veloce ricognizione alla Pakistan International Airlines per vedere se c’era posta per noi, e dopo aver ottenuto in modo insperatamente rapido il road permit (un documento peraltro del tutto inutile ma necessario per poter uscire dal Pakistan ed entrare in India), ripartimmo immediatamente per Lahore. Ormai puntavamo diretti all’India.

Il pullmino all’inizio della Kaghan Valley

Per quanto ne sapevamo la spedizione doveva partire dall’Italia il 21 febbraio: noi volevano essere nel Kashmir a Srinagar per il 9 febbraio, poi a New Delhi il 13, con tutto il tempo quindi di girare un po’ d’India e arrivare a Kathmandu per il 22 o 23 febbraio.

Preso dalla ricostruzione dei ricordi forse mi sono dimenticato di accennare a quanto meravigliosa ed essenziale fosse la presenza di mia moglie in questo viaggio. Non potevo avere una compagna migliore. Lei era la vera regista delle emozioni che vivevamo assieme, il suo “tocco” nelle decisioni moderava gli eccessi d’entusiasmo e le delusioni dei piccoli fallimenti: mentre stabilizzava le gioie di quanto riuscivamo a fare. E’ stata lei l’artefice del mio cambiamento da bambino razionale volitivo a uomo emotivo felice della sua capacità di accoglienza. E si è servita dei tappeti e delle spezie come delle anime che incontravamo, per far sì che vivessimo delle avventure senza che necessariamente queste fossero di nostra proprietà. Mi ha insegnato a entrare nel mondo in punta di piedi e insieme abbiamo imparato che ciò che trovavamo sul nostro cammino era esattamente quello che da sempre avevamo dentro.

Inverno cupo e rigido nella Kaghan Valley, gennaio 1975

Questa identità di vedute e la somiglianza del nostro sentire facevano forte il nostro sodalizio: e di questo si accorgevano in tanti, primo fra tutti Hassan, che ci adorava entrambi. Amore è scoprire queste cose strada facendo e vi garantisco che in questo non ero mai stato bravo.

Il 6 sera arrivammo a Lahore, dove cominciò a fare un bel caldo, anche se l’umidità era ancora ben distante dai tassi estivi. Il mattino dopo facemmo un breve giro nel centro storico di Lahore, nella grandiosità dei suoi templi ma anche nell’evidente presenza femminile: non tutte, ma la maggior parte, specie le giovani, giravano a capo scoperto nella massima normalità. La densità di uomini, bufali, mucche (non ancora sacre: lo diventano a poche decine di km, oltre al confine), biciclette, tongas, riksciò è spettacolare: un anticipo, pare, di ciò che ci attende in India. Un momento davvero particolare lo vivemmo al Museo, attratti soprattutto dalla famosa statua del Buddha digiunante, un’opera d’arte sconvolgente. Ci concedemmo perfino un dahi, uno yogurt, fatto con latte bollito per ore, ovviamente rifiutando il ghiaccio. Infatti non osammo assaggiare il lassì, un frullato di latte e ghiaccio tritato, assai più buono e dissetante.

Kaghan Valley, in pieno inverno: scommesse sul combattimento tra galli.

Stavamo bene, Nella era perfino un poco ingrassata (molto poco…): l’alternare cibi nostri a piatti locali si era rivelata una grande idea, perché permetteva di non stufarci di una sola dieta e nello stesso tempo di non stare male con il solo menu autoctono (che dopo un po’ di solito porta a diarree fulminanti).

Il 7 febbraio fu il grande giorno dell’ingresso in India. Dopo la dogana pakistana di Wagah per fortuna non c’era alcun tratto sguarnito, o terra di nessuno: si era subito ad Attari, in India.

Il padrone coccola il suo gallo prima del combattimento

Ma era una meta difficile da raggiungere. Dapprima consegnammo il road permit, poi mostrammo i passaporti alla polizia che doveva controllare su libroni enormi scritti fittamente a mano che non fossimo su alcuna lista nera. Particolarmente agghiacciante fu una donna in divisa che ci consegnò da compilare la disembarkment card, con una pletora di domande inutili. Viaggio all’Eden narrava di qualcuno che vi scrisse le cose più strampalate, tipo che abitava a Milano in via della Droga 13, ma anche in via Pallepiene 2.

Spreco di legna

La maggior parte delle persone si spostava a piedi, chi trascinando incurvito valige, chi con carretti. C’era anche qualche autobus stracarico di gente, bagagli e galline. In questa confusione ci avvicinammo in un viale costeggiato da siepi alla dogana indiana, sempre con il patema dello stramaledetto Carnet de passages. Lì vidi subito che i controlli sarebbero stati ancora più pignoli, davanti a noi c’era un altro pulmino di australiani e i doganieri avevano costretto i proprietari a svuotarlo di tutta la loro roba, messa lì in bella vista. Anche se ci sembrava si accanissero alla ricerca di droga soprattutto su coloro che avevano un aspetto hippy (e noi da questo punto di vista eravamo tranquilli), decisi che avrei accusato subito la proprietà di due apparecchi rice-trasmittenti (erano ancora quelli usati per il tentativo invernale alla cresta integrale di Peutérey). Chissà perché mi ero intestardito a portarli in previsione di un uso al Lhotse. Ma di fatto sapevo anche che erano inutili, visto che Riccardo Cassin se ne era procurato una decina e che i miei non funzionavano sulla stessa frequenza.

Kaghan Valley, gennaio 1975

Il doganiere, per combinazione uno abbastanza su di grado, quando di mia iniziativa glieli mostrai mi rivolse un sorriso e mi chiese a quale altro confine dell’India eravamo diretti. Alla mia risposta “Raxaul”, disse: “Sir, as you declared them, we can’t proceed to confiscate… but you must send them by train to Raxaul”. Non mi fidavo dei doganieri, né tantomeno delle poste e dei treni indiani. Ma non avevo altra scelta. Inoltre dovevo tenere un low profile anche per via del Carnet de passages…

Kaghan

Svolte le lentissime pratiche per la spedizione postale potemmo finalmente ripartire e raggiungere una delle più belle città indiane, Amritsar (che significa “piscina di nettare”), la città santa dei sikh, barbuti e ieratici ma gentilissimi con gli stranieri.
La visita a quella città fu un piacere per gli occhi e per lo spirito. Il passaggio dal Pakistan all’India significò approdare a un modo di vita diverso e di certo più consono ai nostri gusti. Forme e colori ci sembravano più allegri e sorridenti alla vita. Al Golden Temple passammo appena, preferendo l’atmosfera di angoli più tranquilli: forse perché dai sikh è considerato come gli islamici fanno con la loro Pietra Nera della Mecca, c’era una compunzione eccessiva. C’erano dei fedeli che si davano il cambio a leggere il “libro santo”, per il quale erano necessarie 48 ore di lettura. E poi si ricominciava.

Kaghan

Nel pomeriggio già ripartimmo. Superando Pathankot e Jammu, in sei ore di guida arrivammo a Udhampur. Il giorno dopo, 9 febbraio, dopo Patnitop e Banihal, ci alzammo nettamente di quota fino a raggiungere in mezzo a muraglie di neve il Banihaltunnel, a circa 2200 m. Da lì solo discesa nel Kashmir indiano fino a Qazigund e Srinagar. La costruzione della ben più lunga galleria di 8,5 km a 1790 m era di là da venire, e allora quella strada era molto esposta a possibili valanghe. Alla sera, dopo dieci ore di guida, eravamo arrivati a Srinagar, una città che vive parecchio sull’acqua dei suoi laghi, un misto incredibile di islam e hinduismo.

A distanza di tanto tempo non mi perdono di essere stato così approssimativo e frettoloso. Srinagar invernale meritava qualcosa di più di una risibile giornata, peraltro in parte sprecata, non ricordo più perché, a fare lunch in un hotel pluristellato.

Kaghan

La sera del 10 febbraio eravamo di nuovo a Qazigund e il giorno dopo riscendemmo alle pianure indiane. Dopo Jammu oltrepassammo Pathankot e Jullindur. Guidavo a oltranza nelle campagne dove rare figure scalze si affannavano in campi infiniti. Chi raccoglieva ortaggi, chi governava il vomere dietro a buoi enormi per arare aree a perdita d’occhio. Prendevamo acqua da strane pompe ai lati della strada, che poi sterilizzavamo con gocce di amuchina.

Lahore, gennaio 1975

La strada, quella principale, una delle arterie del paese, era asfaltata ma piena di buche e stretta. Era in genere sopraelevata di circa un metro e permetteva appena il passaggio di un camion con carico normale e del nostro pullmino. A entrambi i lati della sede stradale erano due strisce larghe un metro e in forte pendenza verso l’esterno, pavimentate a mattoni messi di coltello. Il problema era che la maggior parte degli autocarri non aveva un carico normale, bensì una massa debordante di materiale che aumentava la larghezza di quei mostri di almeno un metro per parte. In genere era fieno, ma potevano essere balle enormi di chissà che. Io ero dunque costretto a rallentare al massimo e a spostarmi tutto a sinistra sui mattoni non appena ne incrociavo uno, sicuro che mai l’autista del mostro si sarebbe spostato per favorirmi. In oscurità poi tutto ciò rendeva la guida estremamente pericolosa. Se due autocarri s’incrociavano di notte gli autisti evidentemente avevano i loro segnali, che io non conoscevo e non ho avuto tempo di imparare. Di notte non mi limitavo a rallentare sui mattoni, mi fermavo con il cuore in gola, punto e basta.

Lahore, gennaio 1975

La prima sera di vera guida indiana ci fermammo a Phagwara, un popoloso villaggio uguale a migliaia di altri. Avevamo fretta di arrivare alla capitale, volevo avere notizie sulla spedizione.

Quella notte dormimmo in un cortile abbastanza isolato e tranquillo. Dopo la nostra parca cena ci sdraiammo per dormire. Tenevamo la porta scorrevole aperta. Attorno a noi era silenzio e buio, l’aria era così densa di profumi da stordire anche la mente più razionale.

Museo di Lahore, il Buddha digiunante

Non ci fu un inizio netto, realizzammo gradualmente che qualcuno, non distante da noi, stava suonando qualche strumento con rari intermezzi cantati oppure ritmici. Ciò che imprigionava l’attenzione erano uno o due flauti che emettevano una melodia ricorrente. Eravamo troppo stanchi per alzarci e andare a vedere chi produceva quel meraviglioso suono. Preferimmo cullarci in quella situazione che ci stregava, c’impediva di pensare ad altro, ci rendeva incapaci di capire se stavamo sognando o se quella era la musica di un paradiso. Trascorsero ore e ore, in effetti mi svegliavo di continuo a quel suono ipnotico che originava nella mia mente immagini di ogni tipo, come avessi assunto dell’acido. Però erano scene piacevoli quelle che mi occupavano la coscienza, era come se quella musica le sollevasse alla mia vista dalle profondità più sconosciute. Era come se quella musica la producessi io. Era come se la mente anticipasse ogni nota, in effetti già conosciuta perché mia. Le prime luci ci sorpresero in questa condizione di psiche privilegiata. I musici non si erano interrotti neppure per un minuto e continuavano a blandire le nostre sensibilità, i paradisi che abbiamo dentro.

Nel Golden Temple di Amritsar

Feci molta fatica a realizzare che, poco dopo l’alba, la musica era finita, così come misteriosamente era incominciata. Mi vestii, calzai i sandali e uscii per scoprire chi ci aveva intrattenuti a quel modo. Girai per il quartiere, silenzioso e deserto, solo qualche donna che portava acqua a casa. Ma dei musici non c’era più traccia. Deluso, feci ritorno al pullmino. Portai con me quella melodia ancora per giorni e giorni, anche nel casino più pazzesco del centro di New Delhi. A ripensarci, era come una meravigliosa fontana di acqua fresca e pura: ma a un certo punto di acqua non ce ne fu più.

Srinagar

Quella mattina del 12 febbraio ripartimmo e, dopo Ludhiana e Ambala, arrivammo in serata a New Delhi.

Ci informammo all’ambasciata italiana sul previsto arrivo dell’Hercules. Fu lì che ci dissero che la spedizione sarebbe partita con una decina di giorni di ritardo. Nella e io eravamo ben felici di questa notizia, perché avremmo potuto girare l’India con assai più calma. Infatti riuscimmo a stare a New Delhi circa una settimana, ripartendo solo il 19 febbraio.

Il traffico di New Delhi, febbraio 1975

Quella città ci ammaliò a tal punto che quasi non desideravamo più di ripartire. Passavamo le giornate per bazar, templi, musei, strade affollate, muovendoci a piedi o in riksciò. Perfino lo zoo, un enorme ergastolo per animali, era tollerabile, fantastico per la varietà dei suoi “ospiti”. Nei bazar regnavano la seta dei sari, i tessuti dai mille colori, i sacchi di spezie. Comprammo le classiche camicie dhoti, di cotone ricamato. La parte vecchia della città si concentrava in Chandni Chowk, un vero “fiume della vita”. I vicoli che traversavano quell’arteria principali erano il vero cuore della città, anche se l’architettura era in netto degrado. Del resto, osservava Viaggio all’Eden, “è difficile mantenere integre le case quando gli abitanti di una città si moltiplicano per dieci in un secolo”.

Ogni tanto ospiti di qualche famiglia, dove regolarmente ci nutrivano con piatti fantastici e talvolta ci offrivano della ganja da fumare, gradualmente venivamo a contatto con quella splendida civiltà. Ormai entravamo nei templi in piena confidenza, anche in quelli Jain. Ci toglievamo le scarpe e a piedi nudi camminavamo rispettosi sui marmi dei pavimenti, spesso viscidi di acque sospette, perché tutto in India è continuamente “purificato” con un’acqua che paradossalmente è tra le più infette. Incontrammo anche parecchi santoni shivaiti, sempre muniti del loro lungo e acuminato tridente.

Dopo quella settimana intensa riprendemmo il viaggio. Ci avevano consigliato la visita di una particolare cittadina, Vrindavan, che magnificavano come “vero e proprio gioiello”, per nulla turistico.

New Delhi, Qubt Minar

L’abbandono della Delhi caotica per quell’incredibile espressione di perfetto hinduismo fu per noi un ulteriore abbandonarci alla magia dell’Oriente. Un ingegnere che pregava in un tempio ci invitò a pranzo a casa sua, e fu memorabile. La serenità di quella casa, di quella famiglia, era una gioia che ricordo ancora fisicamente, a dispetto delle nostre inquietudini occidentali, dei nostri trascorsi burrascosi di coppia, dell’impegno del ritrovarmi a contatto con il progetto della spedizione, un concetto che apparentemente faceva a pugni con quell’attuale abbandono della nostra mente. Ebbi come una visione quando vidi il nostro ospite bersi, a fine pranzo, un bicchierone di acqua calda: ci spiegava che era un’usanza comune, che faceva molto bene al corpo e allo spirito. Capii in quel momento che il mio destino non sarebbe mai stato quello di seguire altre religioni, o di farmi sedurre da stili di vita così fascinosi. Ero ben lontano dagli Hare Krishna che ogni tanto incontravamo e che tenevamo a distanza mentale. Ma di certo capii che ero chiamato a un deciso cambio di vita, come se ciò che avevo fatto fino ad allora non avesse più il senso che gli avevo dato io ma ne avesse acquistato un altro, quello di mezzo e non di fine. Tutto ciò che vedevamo e vivevamo era così “forte” da paralizzarci piacevolmente, al suono ancora di quella nenia ipnotica di Phagwara.

Proseguimmo per Mathura, poi Accra. Qui visitammo assieme a decine di altri turisti, il mausoleo del Taji Mahal (una specie di enorme torta nuziale). Avevamo la sensazione di fare qualcosa di scontato, ma non inutile. La grandiosità del Taji Mahal si contrapponeva al mistero gioioso di Vrindavan.

Mathura, febbraio 1975

E infine il 23 febbraio arrivammo a Benares (l’odierna Varanasi), come anche noi fossimo in pellegrinaggio. Anche là ci fermammo una settimana, vivevamo anche di notte, non ci stancavamo di osservare ogni giorno i pellegrini che a tutte le ore affollavano i ghat (le scalinate di marmo degradanti al fiume) per purificarsi con il rituale bagno nel Gange: li vedevamo pregare e gettare in acqua ghirlande di fiori. Rimanevamo ore affascinati a vedere come i familiari cremavano i loro morti; osservavamo i poveretti che erano venuti lì ad attendere la morte, convinti che la loro scelta gli avrebbe fatto acquistare meriti particolari. Accettavamo perfino l’interminabile fila di mendicanti, veri e dignitosi relitti umani. Giravamo senza sosta tra templi e bazar, ci stordivamo di rumori, odore di benzina e profumo aggressivo di fiori esplosivi. Quella era l’India che volevamo.

Tra le mille curiosità che riempivano le nostre giornate molte ore erano dedicate alla visita accurata di laboratori di tappeti, ma anche alle specialità che noi in Occidente definiamo “coloniali”, polveri e profumi vari. La quantità di sacchi di polveri di tutti i colori in certi negozi era così smisurata, e i conseguenti odori così penetranti, fa farci perdere il senno. Anche per via dei costi modesti comprammo parecchi condimenti in polvere, quattro o cinque chili diversi, due o tre masala, tra cui il mitico masala tiki, forse il pimento più buono e versatile che io abbia mai assaggiato. Il masala tiki si presenta come un rossiccio blocchetto solido, compresso. Continuai a usarlo nella mia cucina per anni e anni, fino a che gli ultimi grammi non terminarono. Ma era il 2004, cioè trent’anni dopo l’acquisto in un polveroso negozio di Benares. Alla faccia di qualunque tipo di scadenza.

Il Taji Mahal di Accra

Una sera fummo attratti dai canti, balli e musiche di quello che evidentemente era un matrimonio. C’erano perfino gli elefanti in quelle ondate di gente che forse manco sapeva chi si stava sposando. Mentre ci aggiravamo in preda all’incredulità di fronte a tanta opulenza, e immersi in quel bagno di profumi e brusio di folla, fummo avvicinati da qualcuno che voleva invitarci al rito vero e proprio del matrimonio. In breve fummo condotti in una casa, dove i parenti si aggiravano, dove tutto era colore e fantasia. Ci fu offerto ogni ben di Dio da mangiare. Verso mezzanotte pochi intimi si erano riuniti attorno agli sposi e al bramino che avrebbe officiato. Fu una cerimonia di una lunghezza che in altri momenti avrei definito esasperante: non ci sembrava normale vivere quella lentezza, quella sacralità, ma nello stesso tempo non desideravamo altro che essere lì, grati a chi ci aveva invitati e permesso un’esperienza del genere a chi come noi si era sposato in Brianza e in una nebbiosa giornata autunnale.

Elefanti tra Accra e Benares, febbraio 1975

In quella settimana impressionai decine di rullini fotografici, non mi bastava mai. Ma finalmente il 1° di marzo partimmo verso il Nepal. Passammo per Sasaram, poi Arrah, Dinapur, Bankipore e Patna. Da lì facemmo una deviazione per raggiungere l’albero della Bodhi, un antico fico sacro (Ficus religiosa), collocato all’interno dell’area in cui oggi sorge il tempio di Mahabodhi, a Bodh Gaya (circa 100 km da Patna nello stato indiano di Bihar). Questo è l’albero discendente diretto di quello sotto al quale Siddharta Gautama, il maestro religioso fondatore del buddhismo, in seguito noto come Buddha, giunse alla Bodhi (illuminazione). Tornati a Patna riattraversammo il Gange con il traghetto di Bankipore e proseguimmo ancora per Sonipur e Hajpur.

Il 3 marzo proseguimmo con le consuete pericolose modalità per Muzaffarpur e Motihari per raggiungere finalmente il confine indo-nepalese a Rexaul.

Benares (Varanasi) sul Gange, febbraio 1975

Lì ci aspettava il terno al lotto del recupero delle mie rice-trasmittenti. Per qualche motivo che non ricordo fu necessario attendere 20 ore prima che, accompagnati dai doganieri, potessimo andare all’ufficio postale e riappropriarci degli apparecchi. Giungemmo a Kathmandu, per una strada all’inizio assai panoramica, nel tardo pomeriggio del 4 marzo. Finalmente un posto conosciuto.

Andammo subito dagli amici del locale ufficio della Lufthansa: nessuno sapeva niente di preciso sull’arrivo dell’aereo militare, ma pareva che arrivasse il giorno dopo. Ma non fu proprio così: la spedizione atterrò a Kathmandu solo la mattina del 12 marzo, a causa dell’incoronazione del Re del Nepal. Eravamo ad attenderli all’aeroporto assieme al dr. Fimiani, il Reggente dell’ambasciata italiana e al colonnello Ondji (un bhutanese responsabile del nostro trekking al campo base).

Benares, febbraio 1975

Nella ripartì il 13, dopo il carico dei nostri voluminosi tappeti in uno dei capaci Hercules. Aveva il compito, appena arrivata a Milano, di iniziare la rivendita della metà circa dei nostri acquisti, oltre che di telefonare a mio padre.

Nonostante i tempi notevolmente allungati, ce l’avevamo fatta con i soldi. Nel mese di marzo doveva uscire il mio libro Un alpinismo di ricerca, edito da Dall’Oglio. Speravo che qualcuno me ne portasse una copia, ma la partenza dei due Hercules C-130 dall’Italia fu precedente.

A Kathmandu le giornate scorrevano serene: con gli amici della spedizione, soprattutto con quello più amico di tutti, Aldino Anghileri, avevamo mille cose da fare. Io dovevo anche lavorare per Beppe Tenti, dopo aver ricevuto una sua lettera piena di incarichi. Alloggiavamo al Blue Star Hotel, lo stesso albergo dove ero sempre stato con i trekking di Tenti. Ormai conoscevo, oltre a tutti i camerieri, anche le ragazze che facevano le stanze.

Il sacro bagno nel Gange, febbraio 1975

Il tempo era molto bello e mite, Kathmandu era ancora molto lontana dai livelli di odierno inquinamento. Si stava proprio bene. Forte della mia conoscenza dei luoghi, accompagnai i miei amici a visitare i templi più belli e li portai nei luoghi che ritenevo più interessanti. Di comprare tappeti tibetani neppure pensarlo, non avevo praticamente più dollari. C’erano anche molti libri che avrei potuto comprare (sarebbero serviti da documentazione per il libro che avevo in progetto, una specie di Lassù gli Ultimi asiatico), ma per il momento non c’erano soldi. L’intenzione era quella, al ritorno dal viaggio, di scrivere un libro sul nostro viaggio: ma non lo facemmo mai.Peccato, i libri ci sarebbero serviti proprio, dato che non si potevano trovare in Italia: avremmo visto a giugno.

Il pullmino non aveva dato, in tutto il viaggio, il minimo problema e aveva fatto uno splendido servizio. Mi organizzai per lasciarlo due mesi e mezzo nel cortile del colonnello Ondji.

Il sacro bagno nel Gange, febbraio 1975

Ma la partenza in aereo per Lukla non fu così immediata. Fu necessario attendere, a volte per ridicole questioni tipo che in tutta Kathmandu non si riusciva a trovare una fotocopiatrice funzionante!

Dopo i primi due scaglioni il 15 e il 16, toccò finalmente anche a me e agli altri rimasti il 17 marzo. A Lukla ci accolse il nostro sirdar, Ang Tsering. Alcuni erano già andati a Namche Bazar, era là che la spedizione si sarebbe riunita, in attesa degli ultimi bagagli.

Dopo quel lungo viaggio di andata nel cuore dell’Asia ero cambiato di molto. Complice i tappeti, la gente e la nenia di Phagwara, mi sentivo diverso: tante convinzioni, tante passioni stavano alle corde. Per esempio era diventata assai più scialba la molla che mi spingeva verso il trekking, cioè il camminare in mezzo a gente e luoghi lontani. A dispetto del libro che volevo ancora scrivere, sentivo che m’interessava assai meno pubblicare articoli sui viaggi che facevo, non avevo più la ne­cessità di scrivere per fare pubblicità all’idea di scarpinare in terre lontane. In questo mio sforzo passato non ero mai stato fortunato: forse non avevo avuto gli agganci giusti, però scris­si solo tre o quattro volte, mentre con la mia esperienza avrei potuto fare molto di più. Proprio perché avevo appena finito di soffrire per questo, pensavo che avrei potuto scrivere un grande libro. La tematica di quell’opera, che avrebbe dovuto essere riccamente illustrata a colori, non riguardava più il trekking ma la gente stessa alla quale mi ero avvicinato. Mi perseguitava però la sensazione di essere inadeguato ad un compito così laborioso, inferiore ad un’idea così «grande». Più volte mi accinsi a delineare un programma d’opera, ma sempre mi ritraevo impaurito con un’ oppressiva sensazione di inferiorità. Forse mi serviva l’aiuto di un etnologo? Forse era meglio uno studioso di religione e filo­sofia orientali? Forse occorreva che mi documentassi di più? Ogni volta che vedevo una pubblicazione di quel genere in li­breria mi convincevo che era proprio necessario che io ne ve­nissi a capo: ma poi rimandavo, posticipavo, mi perdevo in ri­flessioni. E sempre di più invidiavo la cultura e la vita di uno come Fosco Maraini.

Toilette mattutina in riva al Gange

Un grosso vantaggio era dato dall’aver rinunciato allo stupido idealismo del non acquisto di opere d’arte nei paesi che visitavo. Per almeno due anni infatti mi ero illuso di arginare la mia aggressività non acquistando gli oggetti che la gente mi proponeva, fino a che durante il viaggio via terra buttai non all’aria tutto e cominciai a spendere tutti i miei soldi nell’acquisto di tappeti e tangka.

Qui di seguito riporto una breve nota scritta in quel periodo di «rigetto» del trekking e quindi, più sottil­mente, del mito che ne è alla base.

«Trekking, dal nome usato in Sud Africa per le «migrazioni» dei pionieri con colonne di carri, vale oggi per «escursione guidata». La parola inglese «trekking» è praticamente intraducibile in italiano, pertanto, come altre, è diventata ormai di uso comune e prima o poi avrà il suo posto nei nostri dizionari. Non è soltanto intraducibile per difficoltà linguistiche: manca infatti un corrispettivo fisico, un’a­zione che possa somigliare. In Europa non si può fare «trekking». È possibile solo in quei paesi dove le strade carrozzabili manchino, do­ve non ci siano ferrovie, telefono, alberghi, ristoranti, dove non ci siano neppure rifugi né bivacchi fissi. Poche contrade al mondo rispondono a questi requisiti come il Nepal. Non solo: in Nepal è la gente, che ti viene incontro o che non ti bada, che ti saluta o che ti gira le spalle. Si incontra chi canta e chi piange a lato del sentiero, si accettano una bella ragazza e le più pietose piaghe. Nelle montagne del Karakorum (Pa­kistan), ad esempio, si può anche fare trekking, ma quando si è al co­spetto delle grandi montagne si è completamente soli, niente villaggi, niente muri delle preghiere (pietre incise con formule sacre), niente pastori, niente animali.

Varanasi, febbraio 1975

Forse ora si incomincia a comprendere perché trekking in Nepal abbia tanto fascino. Alle più alte montagne del mon­do (Everest, Lhotse, Makalu, Cho Oyu, Annapurna, Daulaghiri) si af­fiancano splendidi «Cervini» come il Machapuchare o l’Ama Dablam, scogli che magnetizzano lo sguardo per mattine e tramonti interi. A tutto ciò fa da fondo una varia umanità di villici e di monaci, di bam­bini e di sfacchinanti portatori, donne di casa che trafficano nel buio e nello sporco più profondi, solitari vecchi che rincorrono gli yak fino ai 5800 metri. Più in basso, verso i 1500-2000, i bovini dal pelo lun­go non ci sono più, ma il brulichio è maggiore e la fede è diversa. Da un buddismo di tipo lamaista, con i riti e gli schemi abbastanza ristretti alla classe monacale, si passa a un estroverso induismo, dai mille co­lori, forme e templi. Mentre le diecimila divinità induiste si contendono i favori, la fede e i sacrifici dell’uomo, questi continua a raspare nella terra, a costruire terrazze, immense risaie appollaiate, che dall’alto riempiono un intero panorama. L’aratro di legno con un chiodo in punta raschia e cozza nelle pietre di fondo, dure da svellere, a picco su pre­cipizi e vallate profondissime.

Matrimonio a Varanasi, febbraio 1975

E l’uomo bianco cammina in fila con i suoi colori e i suoi oggetti. Chi si ferma talvolta nelle case, beve il tè con qualcuno e poi riparte mal­volentieri, chi tira dritto, fisso alla meta e cioè il campo serale, che si sa già dove sarà, e non vede altro che il passo che dovrà scavalcare o il villaggio che dovrà «superare». E lo sguardo d’un bambino non lo tocca mai, al massimo serve solo per essere fotografato. Chi compra, chi contratta. Coltelli, pietre, coralli, turchesi, oggetti d’argento, di sta­gno, tappeti dell’Asia centrale, e legno e rame… Chi preferisce, carta topografica alla mano, individuare con terribile minuzia i più lontani picchi e più sperduti casolari. Chi in tre ore e mezza compie la tappa di un giorno, chi arriva dopo otto ore (e trova le tende già pronte e la cena servita). Qualche volta piove e allora si apre l’ombrello, le sanguisughe spuntano fuori e te le ritrovi nei calzettoni. Quasi sempre c’è il sole che fa questa terra magnifica. L’acqua scorre a torrenti im­petuosi, i ruscelli sono ovunque. In basso si può fare anche il bagno, unendosi magari ai ragazzini del vicino villaggio che chiassosamente t’insegnano da dove ti puoi buttare per un bel tuffo. E vogliono essere fotografati. Perché tu sei l’uomo della fotografia, grande mago solo per quello. E se ci si pensa un po’ gli si dà anche ragione, perché con la tecnica non si batte nessuno.

Trekking in Nepal è anche un’avventura, se si salgono i ghiacciai e gli alti passi himalayani. Può essere sofferenza se a 5500 metri, e an­che più in basso, si è sorpresi dalle bufere di neve. Allora le valanghe rotolano subito, non si vede più niente e si può camminare nella neve fino alle ginocchia per tutto il giorno, per arrivare al primo casolare, dove il fumo più fitto dei ramoscelli di ginepro non darà più alcun fa­stidio agli occhi.

Matrimonio a Varanasi, febbraio 1975: Al centro, con la sciarpa bianca, il bramino.

Il trekking è vita di molti momenti, per i quali il camminare è solo un mezzo e non il fine. Dopo alcuni giorni alcuni imparano a viverli tutti o quasi, intensamente. E se per caso sfugge qualcosa, non sentito, non visto, quando si è ormai rientrati a casa propria, ecco che salta fuori, come ciò che non si è vissuto e non si è capito, magari mentre stai svuotando la sacca e la zaffata di odore del Nepal ti colpisce in pieno volto. È la nostalgia?

Ma i momenti vengono uno dopo l’altro, interrotti solo dal monotono mangiare e bere, mille e mille immagini nella memoria. Probabilmente il trekking è tutto questo e molto di più».

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Una vita d’alpinismo – 60 ultima modifica: 2020-11-25T05:06:18+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Una vita d’alpinismo – 60”

  1. 5
    Antonio Arioti says:

    Bellissimo racconto.

  2. 4
    Paolo Gallese says:

    Come sempre mi immergo con calma in questi racconti e li assaporo.
    Quando attraversai  attraversai quei luoghi eravamo in 16, tutti amici, che per guida avevano un altro amico. Dopo esserci allenati per mesi, ci eravamo affidati ad una agenzia, per forza di cose. Era seria e gestita da persone molto gentili e competenti,  fummo fortunati (ci siamo rivolti a loro per due volte).
    Eravamo un bel gruppo, affiatati, alpinisti in gamba (io tra loro mi sentivo un infiltrato, una brutta coppia di un Fosco Maraini de noantri per via delle mie conoscenze culturali e storiche).
    La cosa che ricordo con piacere, però, fu che ci comportammo con grande discrezione e umiltà.  Posso davvero dirlo con sincerità. 
    Vivemmo quel trekking come una grande avventura alla fine d,una evvl mondo. Come bambini, ma anche con tutta la serietà che quei luoghi imponevano.
    Ho ancora le lettere di Kir Hangar, una delle guide locali, ci scrivemmo con simpatia per tre anni. 
    Fu soprattutto una grande esperienza umana.
     

  3. 3
    TORE says:

    come dice Ugo Manera  un viaggio straordinario come descritto  viene sentito ancora di più  se sei passato da quelle parti  e soprattutto se ti ricorda…risveglia o emoziona per le tue vicissitudini personali
    la nostalgia per una figlia che non c’è più potrebbe essere lo stimolo per rileggere e fare in modo che quello che è stato fatto o scritto continui ad esistere
    un abbraccio all’autore e a Ugo Manera capendo la sua nostalgia

  4. 2

    Molto bello il racconto di viaggio e “di pancia” la parte finale sul trekking. Accompagnando come guida molti trekking himalayani, mi sono sentito spesso fuori luogo perché ero seguito da una scia di gente zelante e vestita come idioti. Leggere di te e Nella come allo sbando nel procedere improgrammato mi ha fatto ricordare dei viaggi fatti con mia moglie, lunghi e senza meta, sporchi (perché l’Asia è il luogo dove si allenano gli anticorpi) e improvvisati. Dei veri viaggi in tutti i sensi che nulla hanno a che vedere con i trekking che ancora oggi guido per professione della durata di due settimane. Robe per occidentali frettolosi e puliti che collezionano mete in elenchi da sfoggiare, senza averle vissute.

  5. 1
    Ugo Manera says:

    Racconto molto bello e veramente “sentito” di questo viaggio straordinario. La parte che potremmo definire “Viaggio in India” ha risvegliato in me una grande nostalgia per mia figlia che non c’è più. Mi sono ritornate in mente le sue descrizioni nel suo: “Diario di un viaggio in India” pubblicato in “Claudia una vita di corsa”.

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