Il tema delle richiodature e delle schiodature è molto sentito e quindi molto dibattuto, da sempre. C’è chi – con il beneplacito o meno dei primi salitori – rivede le protezioni aggiunte sulle vie, c’è chi va a rimuoverle. Raramente queste azioni arrivano al dibattito pubblico, più spesso si inseriscono in un retroterra di accuse reciproche sulla liceità delle iniziative e più spesso ancora rimangono anonime.
In questo caso tra la schiodatura e la sua “dichiarazione ufficiale” s’inserisce la casuale ripetizione di una delle due via da parte di Eraldo Meraldi, che dunque scrive il pezzo qui sotto riportato senza sapere chi è stato l’autore del gesto.
La buia azione decisiva su Uomini e Topi alle aride Placche dell’Oasi
di Eraldo Meraldi
(pubblicato sul suo profilo fb il 29 maggio 2026 alle ore 20.53, dunque senza aver ancora letto ciò che in giornata era stato pubblicato su Lo Scarpone dall’autore della schiodatura)
Il mio amico Piero è da un po’ che, dopo aver letto Uomini e topi di John Steinbeck, mi incalza per andare a salire l’omonima via in Val di Mello.
Qualche giorno fa è arrivato il momento fatidico e dopo la piacevole passeggiata lungo la valle passando da Cascina Piana e la Rasica, arriviamo alla base della placca iniziale dove da anni giace distesa una caratteristica pianta sradicata ma ben viva e vegeta.
La “Placca dell’Oasi” era stata salita in solitaria dall’allora giovane sognatore Giuseppe Popi Miotti, o in un momento di estasi catartica dettata probabilmente da conflitti interiori, oppure semplicemente perché ha iniziato a salire e si è trovato al termine della placca; successivamente Antonio Boscacci in una sua guida la denominò Uomini e Topi lasciando “Placche dell’Oasi” come nome dell’intera struttura rocciosa.
L’avevo salita qualche volta negli anni ’90 quando era naturale, poi qualche anno fa, ricordo bene con sorpresa, erano apparsi inspiegabilmente dei chiodi resinati lungo tutta la via, soste comprese.
La cosa era stata accettata da tutti in modo distaccato, forse perché era una via piacevole con basse difficoltà e o forse perché poi in tanti andavano a salirla.
Inizio a salire, scavando nel forziere strapieno di ricordi della mia mente, focalizzo il punto dove c’era il primo chiodo resinato ma che ora non c’è più, quindi entro rapidamente in modalità “vai tranquillo”!
A trenta metri ho messo un bel friend colorato e un po’ sopra in un’altra fessura diagonale ne volevo aggiungere un altro, ma spunta una bella vispa viperina che quatta quatta, ma bella sveglia, mi controlla.
La viperina fa uscire ripetutamente la lingua e i suoi occhi lucidi mi fissano, non ha paura ed è come se volesse trasmettermi qualcosa; un presagio mi pervade mentre lei alza il capo e lo scuote un po’ a spirale come in una danza lieve, silenziosa ed ipnotica.
Sarei rimasto lì a lungo ad osservarla, ma proseguo piano mentre per un attimo striscia a fianco delle corde come se si fosse instaurata una sintonia parallela, una comprensione sottile che porta nei meandri dei pensieri più disparati, nelle profondità della mente, nell’assoluta volontà di essere vivente che vuole stare con te.
Sono sulla placca finale, mi manca poco alla sosta mentre noto che lei non c’è più; è sicuramente entrata nella fessura che poi diventa anfratto e poi tana o casa.
La sosta è scomparsa, la placca è nuda ed è tornata alle sue origini; mi dà una mano un ginepro che mi offre un suo bel braccio nodoso e così Piero può salire da me.
Non sto lì troppo a pensare al fatto che i chiodi resinati si siano volatilizzati, non ho voglia di esaminare la cosa, sono più attratto dai grappoli fioriti dei maggiociondoli che profumati ed incantevoli donano quella bellezza fuggevole e rara.
Il ruvido diedro ci accoglie con abbondanti colate d’acqua e strame diffuso; è un tripudio che la natura regala a noi poveri illusi che pensiamo che scalare sia fondamentale.
“Io sono natura”, questo è ciò che mi dico mentre inizio a salire con calma in questo ambiente fradicio e selvaggio, faccio parte anch’io dell’ambiente e mi muovo cercando una via che mi permetta di continuare a vivere in serenità.
Le scarpette oggi non scivolano sul bagnato e nemmeno sullo strame impregnato e il terriccio, così di lì a poco mi ritrovo sulla vena orizzontale, un balconcino naturale che una breve traversata porta alla sosta che anche qui ora non ha più forma; si é dissolta nel nulla, le scintille del flessibile sono state viste da lontano e hanno dato luce alla valle per una sera.
Quella luce focosa primordiale che riporta tutto al naturale, azzera tutto, torneremo felici a vivere nelle caverne.
Salgo in qualche modo ad un gruppo di alberi e Piero arriva in uno stato variegato tra il sorpreso e lo sbigottito; anche i chiodi a seguire sono stati smaltiti e la placca superiore è bagnata e lui vuole tornare a casa.
La vegetazione sta invadendo le pareti anche qui in valle, cresce a dismisura in questi luoghi ripidi una volta considerati aridi.
Scendiamo in corda doppia e le corde intrise d’acqua si aggrovigliano come mai mi era successo, fatico a districarle, questo luogo non ci vuole lasciare andare o perlomeno agonizza il nostro tempo di permanenza.
Tutto è silenzio intorno, gli uccellini non cantano più, solo un corvo bello nero gracchia sospeso su un ramo d’abete a poca distanza, si dondola sul ramo e spicca il volo lanciato verso la placca sopra di me sfiorandola più volte, fa un po’ di volteggi eleganti e poi va verso il cielo dall’azzurro al blu fino a scomparire là dietro le montagne alte del Masino.
Mentre ci allontaniamo, volgendo l’ultimo sguardo alle placche noto che il bell’abete rosso e significativo dell’Oasi è seccato e questo è un segnale importante che le cose stanno cambiando.
Forse aveva ragione Antonio rinominando la via Uomini e topi, dove l’autore dell’opera fa riferimento come metafora per rappresentare l’impotenza di fronte al destino: per quanto ci si impegni, le speranze e i sogni, sia degli uomini che dei piccoli animali, possono essere spazzati via dagli eventi.
Rientriamo verso San Martino ripercorrendo la valle che a me sembra ora in uno stato d’abbandono e di degrado vigoroso.
I pastori Melat non ci sono più, la cura del territorio è allo sbando, la bella valle è colma di rifiuti nascosti nella fitta ed incolta boscaglia, non è più la bella valle di una volta.
Sulla schiodatura della via ritengo che sia stata fatta un’opera discutibile, in primis perché doveva essere dibattuta e poi perché non è stata dichiarata; in questo modo la situazione poteva essere potenzialmente pericolosa, se a salire fossero andate cordate ritenendo la via attrezzata.
Comunque provo a mettermi nella mente bizzarra del diabolico schiodatore mascherato, immaginando delle sue ipotetiche motivazioni:
– probabilmente prova un certo senso di piacere nel farlo, liberando la parete dalla ferraglia senza considerare, però, che una parte della ferraglia rimane comunque dentro la roccia (quindi una pulizia parziale).
– in val di Mello nessuna via classica deve avere delle protezioni fisse (fix) anche se con il consenso degli apritori.
– in val di Mello le soste sulle vie classiche non devono essere attrezzate anche se la chiodatura è pericolosa e precaria.
– è giusto che una via classica vada in uno stato d’abbandono se non c’è più la filosofia di salirla com’era stata aperta.
Forse è giunto il momento di discuterne apertamente e civilmente.
Prendo a prestito una frase tratta da Il postino, il film ispirato dall’omonimo libro, dove Massimo Troisi (il postino) dice, «La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve!», lo stesso vale per una via? «una via non è di chi la apre, ma di chi la sale».
Comunque ci sono tanti altri bei luoghi per arrampicare senza schiantarsi, non ne vale più la pena o forse non ne è mai valsa la pena…
Il commento
Mi chiedo come si sentirebbe questo “eroe mascherato” se qualcuno si fosse fatto male seriamente o peggio… per colpa di una schiodatura fatta di nascosto.
Non lo approvo, togliere protezioni senza dire nulla, lasciando che qualcuno possa partire convinto di trovare una via ancora attrezzata, per me è un comportamento irresponsabile (Giovanni Pirana).
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Per qualche giorno, quindi, alla schiodatura delle vie Il gioco dello scivolo e Uomini e Topi, non seguì un’immediata comunicazione del fatto. Questo ha suscitato un’accesa discussione tra chi approva il gesto e chi lo accusa di aver attentato alla sicurezza degli scalatori ignari.
Il tema è sempre acceso, anche quando la cronaca non riporta casi da dibattere. Negli anni ci sono state richiodature a spit e schiodature su vie come Risveglio di Kundalini, oppure Oceano Irrazionale e altre ancora; su montagne più alte nella stessa zona retica, è noto il caso dello Spigolo Vinci al Pizzo Cengalo.
Molte richiodature avvengono senza alcun clamore, nell’ombra: sempre più vie storiche vengono “messe in sicurezza” con fix, catene e anelli: tra chi difende a spada tratta l’originalità della via e chi invoca la sicurezza innanzitutto, sono molti i reciproci “dispetti”. E così capita che gli spit spariscano di colpo, senza che i responsabili abbiano un nome. Questi ultimi, accusati di vandalismo, vantano il ripristino delle condizioni originarie della via, avendo posto rimedio alla “deturpazione”. Ma difficilmente, in questo gioco, si giunge a innescare una riflessione costruttiva.
Il recente caso delle vie Il gioco dello scivolo e Uomini e topi, in Val di Mello, ha avuto però un epilogo diverso: Luca Schiera – alpinista lombardo e membro del Club Alpino Accademico Italiano, già presidente dei Ragni di Lecco – si è fatto avanti con una lettera al quotidiano Lo Scarpone del CAI, nella quale si dichiarava responsabile del gesto.
La scelta di esporsi da parte dell’esperto alpinista, tuttavia, non è bastata ad assopire le polemiche tra chi plaudeva l’intenzione e chi, invece, additava il gesto come scellerato e irresponsabile. Schiera dal canto suo afferma di essersi confrontato, prima di compiere il gesto, con alcuni dei Sassisti e primi salitori, trovando appoggio sulla rimozione dei chiodi. Parlando dei Sassisti, Schiera si riferisce a quel gruppo di giovani arrampicatori che, a partire dal 1976, hanno dato vita in Val di Mello a una vera e propria rivoluzione dell’arrampicata, ispirata alla filosofia dello Yosemite e al Nuovo Mattino torinese, basata su un approccio anticonformista e dotata di una propria etica: la progressione “in punta di piedi” su massi e grandi pareti di granito, con pochi chiodi e senza l’uso di chiodi a pressione.
Una richiodatura controversa
di Luca Schiera
(pubblicato su loscarpone.cai.it il 29 maggio 2026, a un’ora non riportata)
Consapevole di quanto ad alcuni possa suonare controverso quello che sto per scrivere, sono arrivato alla conclusione che sia meglio fornire le mie ragioni sulla schiodatura che ho fatto alcuni giorni fa di una via in Val di Mello insieme a una amica.
Dopo diversi anni dalla comparsa prima di alcuni fix, poi di resinati e poi ancora di altri fix – più o meno tutti di sosta – ho schiodato le storiche vie Il gioco dello scivolo sullo Sperone dell’onda (140 m IV, aperta da Ivan Guerini e Monica Mazzucchi in mezz’ora nel 1977) e Uomini e topi (300 m IV, aperta senza corda da Popi Miotti sempre nel 1977).
La val di Mello è rimasta una dei pochi luoghi nelle Alpi in cui c’è una discussione sulle chiodature e sulla sicurezza. Questo perché è uno dei posti in cui è nata l’arrampicata libera in Italia (sottolineo libera, non sportiva) e c’è sempre stata una forte comunità di scalatori che vivono o frequentano regolarmente questa valle ereditata dai primi sassisti, quindi il rispetto per la roccia e di chi è venuto prima è sempre stato al centro del dibattito.
Questo non vuol dire che non si possano aprire le vie come si vuole, infatti scalatori da tutto il mondo hanno attrezzato vie lunghe e monotiri in tutti gli stili, va ricordato inoltre che la stragrande maggioranza delle vie sono attrezzate a fix, tanto che se ne contano a migliaia e il numero è sempre in aumento.
L’unica eccezione è per gli itinerari storici che, seppur addomesticati, mantengono la chiodatura originale.
Il perché abbia sempre funzionato è molto semplice. Ogni volta che è comparso uno spit sulle vie classiche c’è sempre stata una mano oscura che l’ha rimosso subito dopo.
Vari scalatori più o meno locali sono stati gli artefici di questi gesti, ed esclusivamente per questo si è interrotto un circolo vizioso in cui se si “mette in sicurezza” una via, allora è giusto aggiungere qualcosa anche su un’altra fino a cancellare le caratteristiche che rendono speciale questa valle. Solo per citarne alcuni, penso al traverso di Polimagò, agli 80 metri senza soste di Patabang, alla placca sprotetta di Stomaco peloso, alla fessura fuori misura di Oceano irrazionale e poi alla facile ma sprotetta Uomini e topi. Tutte vie che hanno fatto sognare (o erano incubi?) per generazioni di scalatori proprio per queste loro caratteristiche uniche.
Le Placche dell’Oasi erano l’unica struttura dell’intera Val Masino che non solo non era attrezzata, ma in più quasi ogni via era stata aperta senza nemmeno l’uso della corda. Addirittura Boscacci era stato criticato perché quando aveva aperto Cristalli di polvere nel ‘79, la prima via di VIII in Masino, la aveva provata prima con la corda dall’alto…
Ho parlato con alcuni dei Sassisti e primi salitori ed erano d’accordo sulla rimozione. Non voglio cercare delle giustificazioni perché basta rileggere le due righe sopra per averle.
Le soste erano in buona parte utili solo per pura comodità e infatti è cambiato poco a livello di sicurezza, le vie risultano comunque sprotette, anche se è davvero difficile cadere, vista la poca pendenza. Si può sostare tranquillamente su pianta o su qualche friend medio, nel diedro iniziale di Uomini e topi o se si sale la variante Baader conviene fare un tiro lungo fino all’oasi (tirati con corde da 60 m) oppure fermarsi qualche metro prima sulla sinistra.
Perché ho deciso di espormi, pur sapendo che mettendoci la faccia questo gesto avrebbe perso di efficacia? Perché è l’unico modo per spiegare chiaramente le motivazioni, poi credo che il dialogo sia un buon modo per farci riflettere e magari di trovare dei punti in comune.
Questo discorso a mio avviso si inserisce in un contesto più ampio per questa valle. Vogliamo continuare in questa direzione, pur sapendo che a quaranta anni dalla comparsa dei primi spit la gran parte delle pareti hanno già quasi esaurito le possibilità? Cosa lasceremo alle prossime generazioni?
Se il consumo di suolo riguarda tutti i cittadini, il tema del consumo di terreno verticale prima o poi dovrebbe essere affrontato dagli scalatori, andando oltre al solito spit sì/spit no, ma mi rendo conto che per farlo serve un minimo di cultura e visione, che purtroppo non tutti possono avere e non è nemmeno una loro colpa. In ogni caso spero che parlarne faccia accendere qualche lampadina.
Nella speranza di contribuire a un dibattitto strutturato, L’Altramontagna ha intervistato oggi uno dei primi e più entusiasti sassisti dell’epoca, Jacopo Merizzi. Oggi guida alpina, esploratore e fotografo, e tra i pionieri di questo stile di arrampicata.
L’intervista a Jacopo Merizzi
di Samuele Doria
(pubblicato su ildolomiti.it/altra-montagna il 1° giugno 2026)
Che giudizio dai su queste schiodature?
Do un parere positivo sull’operato di Schiera: leggo il gesto come un’opportunità per la valle di tornare ad essere pioniera verso un approccio più fedele alla roccia. Le vie di cui si parla sono state attrezzate una quindicina d’anni fa, con soste chiodate per renderle più adatte all’uso delle guide: se porti su delle scuole di roccia, le soste fanno comodo. Ma la Val di Mello nasce con un’altra filosofia: l’ambiente e il paesaggio sono prioritari rispetto all’arrampicata. Alle placche dell’Oasi ti ritrovi in questa lingua di roccia in mezzo al bosco con tutta la valle che si estende ai tuoi piedi. L’arrampicata c’entra, ma è molto relativa.
Il gesto di Schiera risponde a un’ottica condivisa dalla tradizione dell’arrampicata libera locale (arrampicata “libera” non “sportiva”)?
Secondo me è stato un atto simpatico, allegro. In un mondo super antropizzato, dove tutto viene programmato per la ripetizione, qualcuno che schioda è un evento. Oggi ci sono delle persone che non sanno neanche arrampicare e chiodano, tutto perché il loro itinerario venga ripetuto. Ma che senso ha? È bello che la Val di Mello abbia ancora delle pareti che non sono predisposte alla ripetizione.
Quanto la valle deve la sua popolarità a questa caratteristica peculiare?
Tanto, io direi che la popolarità è dovuta proprio a queste linee ancora integre che salendo devi essere tu stesso a trovare. Vie storiche come Il risveglio di Kundalini non sono particolarmente difficili, ma quando ripetute sanno regalare sensazioni che vanno oltre la performance. Sono un’esperienza che ti porti a casa e che ti ricordi. Queste placche non protette, non chiodate, secondo me oggi hanno avuto un successo incredibile proprio perché si ricerca qualcosa di naturale, non una via predisposta artificialmente. Quando sali non vai da spit a spit, devi cercare dove passare, magari a sinistra, magari a destra, cercare la fessura dove proteggerti. È molto di più della semplice difficoltà.
E cosa mi dici della “sicurezza”?
Quando c’è affollamento sulle vie questo è dovuto alla loro eccessiva “messa in sicurezza”: secondo me l’affollamento è anche più pericoloso delle soste non attrezzate. Su alcune vie lunghe della valle, a volte, ci sono contemporaneamente sei, otto, dieci persone: così la via è già affollata e diventa un pericolo. Il rischio non è la protezione, la sosta o il chiodo. Il rischio è rimanere fino alla notte perché la cordata che hai davanti è lenta, e non sapere come scendere; o rimanere appeso in parete durante un temporale pomeridiano. Le soste si possono costruire bene e risultare del tutto sicure: occorre però saperle fare.
Dunque è sbagliato rendere accessibile a tutti l’arrampicata perché questo non può che portare a pericoli maggiori?
I numeri di quelli che fanno alpinismo e vie lunghe devono essere pochi: l’arrampicata deve essere per forza elitaria, non c’è alternativa. Ogni generazione sente il bisogno di re-interpretare a modo proprio l’approccio alla montagna, e spesso questi approcci vivono dei veri e propri cicli. Prima di noi Sassisti, c’erano gli alpinisti storici, che fino agli anni Ottanta sono andati avanti a scalare con gli scarponi rigidi (noi li chiamavamo i “rigidones”), perché erano convinti che reggessero meglio sulle tacche.
Poi, ad un certo punto, siamo arrivati noi con le pedule: per l’epoca era un tabù pazzesco. Andavamo in montagna nella maniera più allegra, sprezzante, mangiando e bevendo, ma soprattutto rinunciando quasi del tutto all’uso dei chiodi.
Dopo di noi, la generazione successiva è stata quella degli sportivi: allenatissimi e fortissimi, attenti all’alimentazione. Per loro il progetto non era più la salita, ma la difficoltà. E quindi, perché non assicurarsi con gli spit? Da lì c’è stata l’esplosione e il culto del grado.
Oggi però, qualcosa è cambiato, e le nuove generazioni stanno tornando alla ricerca di un approccio più disimpegnato, più leggero e meno “artificiale”: più esplorativo.
Le generazioni contemporanee, i miei colleghi più giovani e bravissimi, sono gente che arrampica scalza, che ripetono vie durissime attaccando appena qualche friend, magari legati in vita così, senza imbrago.
Insomma, la sicurezza non può bastare come criterio per dirimere la questione della chiodatura?
Per tornare dunque alle vie schiodate da Luca Schiera, di fronte alla possibile contestazione di aver ammesso il gesto solo più tardi, esponendo dunque chi la ripetesse al pericolo di trovarsi inaspettatamente di fronte a una via non attrezzata, rimango inflessibile sull’importanza e responsabilità personale come alpinisti e arrampicatori di saper prevenire ogni imprevisto.
Le pareti sono luoghi d’avventura, non sono la palestrina attrezzata. Ti devi aspettare il temporale, il chiodo che non c’è o è malmesso, una vipera o qualche altro animale: tutta una serie infinita di cose che se si dovesse tutelare ciascuno per ogni possibilità, allora non si potrebbe far altro che chiuderle.
Quale soluzione, dunque? Con che criterio è più sensato, al giorno d’oggi, porsi di fronte ad una parete?
Credo che come luoghi d’avventura le pareti vadano conservate: con tutte le incertezze e i rischi che comportano, e che sta a te saper prevedere. Ad ogni generazione piace reinterpretare le pareti a modo proprio, farne uno spazio di sperimentazione e scoperta, ed è per questo che mi sembra più ‘etico’ lasciare loro il campo libero, sgombro di ferraglia, cosicché anch’essi possano scriversi la loro parte di storia.
Alcuni commenti
Giuseppe Popi Miotti, primo salitore di Uomini e Topi.
1° giugno 2026, da facebook
Mi sento un po’ tirato per i capelli che non ho. Sono talmente distante da questo mondo, che pure ho frequentato, da faticare a comprendere tanto fervore. Mi viene in mente, però, che accusare Luca Schiera di essere stato arrogante mi fa ridere. E, allora, chi ha messo quei chiodi non ha compiuto un atto della medesima, se non peggiore, arroganza? E perché non si è dichiarato (pardon, forse l’ha fatto, ma non seguo i social)? Non so quanti chiodi ci fossero sulla placca che invero è una passeggiata per anziani, e magari (ma proprio magari) qualche sosta attrezzata poteva starci (scuole d’arrampicata,) ma il resto… Neppure sapevo che l’avessero chiodata. Era stato bello perdersi in quel mare di granito senza molti punti di riferimento e fermarsi all’ombra dell’Oasi senza nessuno attorno. Un ricordo che nessuno spit potrà cancellare.
Francesco Frisco D’Alessio
1° giugno 2026, da facebook
Non voglio sollevare polveroni né mettermi a rispondere a Jacopo, Luca o Rampikino e altri. Con loro di polveroni, litigate davanti a una birra e no, ne ho già fatte tante.
Non è un mistero che loro si sentano i custodi della Val di Mello e io l’eretico. Non è un mistero che riguardo le chiodature siamo stati sempre uno bianco e uno nero, uno di qua e uno di là; io la pensavo in un modo e loro all’opposto. Non voglio sollevare polveroni nemmeno riguardo a soste di vie nuove schiodate ripetutamente perché osavano incrociare vie storiche. Ormai sono vecchie diatribe e sono vecchio (anche se ho in Val di Mello una via bellissima ancora da finire di chiodare!) e mi sono un po’ rotto di discussioni, meglio una birra in compagnia.
Però una riflessione voglio farla.
E’ di pochi giorni fa la notizia che Luca Schiera ha schiodato alcune vie storiche, iconiche della valle. Ho letto la sua intervista su Lo Scarpone. La motivazione è la solita: che le vie storiche, iconiche della valle “debbano mantenere lo stato originale”.
Non discuto se sia giusto o no.
Solo faccio presente che “lo stato originale” non esiste più per moltissime di quelle vie. Le vie sono cambiate e non c’entrano i chiodi e lo stato originale non tornerà più.
Faccio un esempio, ma potrei farne tantissimi. Vi ricordate come era Risveglio di Kundalini? Forse Luca è troppo giovane, ma Popi o Jacopo che son vecchi come me se lo ricordano certo: già il traverso per arrivare al tiro della Serpe ha avuto una evoluzione enorme in termini di zolle erbose, tanto è vero che è cambiato un po’ il percorso. Vi ricordate il bell’albero alla base della Serpe dove ci si appendeva anche in tanti e si potevano fare doppie? … E’ sparito, morto. Dentro il camino dopo la Serpe c’era una bella scaglia che non c’è più. Per non parlare dei tiri in traverso su zolle dal Giardino verso la grande cengia orizzontale, sono cambiati tutti completamente. E quel bell’alberone che faceva anche una bella ombra alla base del penultimo tiro? Scomparso, morto. Lì non c’erano e non servivano fix, c’era un albero enorme con cui far sicura che ora non c’è più e c’è una liscia placca.
Potrei andare avanti ancora tanto… L’Alba del Nirvana… Stomaco peloso… anche Uomini e Topi è molto cambiata. In certe aree la vegetazione ha preso il sopravvento, in altre molti alberi utili e usati dai primi salitori sono morti.
Zolle, alberi, arbusti, scaglie e scagliette… le vie d’arrampicata sono cambiate da sole, talvolta in meglio, talvolta in peggio, comunque in modo irreparabile.
Per cui, cari amici, se parlate di mantenere una sorta di “spirito della valle”, “etica”, “Gigiat”, ecc., nonostante i cambiamenti naturali, posso concordare e rispetto al cosa fare se ne può parlare (anche se non è detto che le scelte siano sempre le vostre e sempre le stesse, visto che la natura cambia).
Ma non parliamo, per favore, di interventi per mantenere le vie allo stato originale.
Relazione di Uomini e Topi dopo la chiodatura (dotata di avviso della recente avvenuta schiodatura)
https://www.inmontagna.blog/via-delloasi-o-uomini-e-topi-scivoli-di-piacere-in-mello/
Relazione di Uomini e Topi prima della chiodatura
https://www.sassbaloss.com/pagine/uscite/mello14/mello14.htm
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Matteo. Io condivido cosa ha scritto l’amico e sodale Frisco nel suo post. Se applicassimo in modo rigoroso il criterio filologico dovremmo girare in continuazione armati di flessibile non solo nei Climbing Park. Non riusciamo a interderci ma non importa, l’importante è avere un confronto pacato e civile e soprattutto, se possibile, non fare troppi danni al “paziente” come nel celebre giuramento. Io poi sono in una stagione nella quale le domande prevalgono sulle risposte. Sarà il cambiamento climatico o il calo del testosterone? 😀 Ciao. Alla prossima.
Matteo qui ognuno si rigira la minestra come più gli fa comodo e, poi ormai il virus della comodità ha contagiato tutti o quasi tutti. Il gusto dell’avventura, dell’incertezza, dell’inventiva, del sapersi adattare, che sono alla base dell’alpinismo classico li abbiamo persi, sono roba da emarginati per questa società. Meglio la minestra pronta del supermercato, è più facile, apri la busta e giù. Non serve manco il piattp mangi direttamente lì. Troppo difficile fare un soffritto per insaporire: carota, sedano e cipolla e che roba sono???
Il drago è di nuovo morto, ma non sono stati il chiodo a pressione o il trapano ad ucciderlo, è l’appiattimento la malattia mortale. Tutto gia pronto è meglio.
Secondo me si è espresso molto bene Emanuele Andreozzi nel suo articolo a riguardo della differenza necessaria tra arrampicata e alpinismo e su come sia giusto comportarsi nei riguardi dell’attrezzatura (Roberto non hai letto attentamente se hai dei dubbi).
“Le vie classiche delle Dolomiti (e non solo li, nota mia) sono il primo posto dove si va a fare esperienza in “ambiente”… è lì che va lasciato loro la possibilità di farlo”
” con quale spirito venne aperto al suo tempo? (e io toglierei il riferimento temporale, perché vale anche per l’oggi) Ad esempio su una via aperta con largo uso dei chiodi a pressione, non mi scandalizzerei nel vederli sostituiti con degli spit”
” La questione non è l’essere o non essere puristi e contrari a fix o resinati, come molti vogliono ridurla…Però su quelle già esistenti, dobbiamo rispettarne la storia, senza manometterle.”
Più chiaro di così! Non è questione di quando una via sia stata aperta, ma di come sia stata aperta.
E questo sgombra anche il campo dal millantato apparentamento tra la vicenda Schiera schiodatore e Fausto schiodatore: l’uno ha voluto riportare una via a come l’ha fatta l’apritore, l’altro vorrebbe impedire a qualcun altro di aprire vie dove lui non le vuole.
Marco. Io ho risposto alla tua domanda ma tu non hai risposto alla mia. Così per curiosità personale. Buona giornata. Alberto. Ti dirò che non mi dispiace il modello svizzero, che ho ampiamente utilizzato con piacere. Plaisir in alcuni posti e difesa dell’integrità di altri. Poi anche lì se ne vedono di belle come i posacenere nella palestra a pagamento di Belllinzona di fianco alla Stazione, ma sono svizzeri, 😜 direi che ormai almeno per parte mia ho detto. E’ il momento di tacere. Domani vado a fare un giro non arrampicatorio in Val Masino. Sono curioso di parlare con un po’ di gente per capire che aria tira. Ciao
Mi pare che si faccia un po’ di confusione.
Ognuno dovrebbe essere libero e consapevole di scegliere la propria avventura.
Non credo che nessuno mai abbia provato a mettere degli spit su tempi moderni e il pesce in Marmolada . E ormai tutti partono per farle in libera.
Non mi soffermerò troppo sul concetto classico moderno sportivo.
Io direi che le mie dovrebbero restare invariate da come le hanno concepite gli apritori.
I casi limite potrebbero essere le vie aperte in artificiale che oggi si fanno in libera. Scalet biasin al sass maor oppure la hasse brandler in tre cime. Uso di chiodi a pressione che a mio avviso potrebbero essere sostituiti da spit.
Ad ogni modo esistono sia vie estreme che tranquille a spit….per espio in Sardegna
so bene cosa intenda Alberto. Ho iniziato con quel tipo di Alpinismo. Berti in zaino, trovare l’attacco la sera prima, cercare i segni di passaggio, scarponi e sicurezza a spalla. Chi è sopravvissuto a quell’epoca è bravo; ma è il passato che non può più tornare, perchè esistono i cellulari, gli elicotteri e le relazioni metro per metro. Male o bene? chi lo sa. So che chi fa gradi importanti non è dovrebbe di valutare le togliere protezioni su una via di 3 o4 quindi dovrebbe astenersi e soprattutto togliere soste è deprecabile.
E siccome c’è ancora qualche classica sopravvissuta, resiniamo anche quelle, perchè in una società moderna e civilizzata come la nostra, non si possono vedere ne sopportare certi emarginati. Ci vuole condivisione.
E allora che facciamo Roberto, rincariamo la dose?
Ci aggiungiamo una bella tanica di resina?
Siccone in molti fregano, allora frego anche io.
Non mi pare una giustificazione.
Alberto comprendo il tuo punto di vista e condivido i criteri ma se li applichiamo con rigore tenendo conto delle informazioni oggi disponibili e delle “integrazioni” aggiunte nel corso degli anni anche numerose vie “classiche” non lo sono più, soprattutto in bassa quota ma pure in quota. E che si fa allora? Tiriamo via tutto? La vedo difficile disse la famosa contessa che si faceva il bidet in Val Masino dopo aver salito Kundaluna con un bel carico di bong e relative “emozioni” ( questo lo dico per la curiosità di Marco il Fetido 😀).
Che cosa intendo per: itinerario di alpinismo classico.
Un itinerario che oltre alla sola difficoltà da superare e al gesto mi chiede anche tutti o alcuni di questi fattori: avvicinamento trovare l’attacco; cercare il percorso capire dove sono passati gli apritori, capire la logica, leggere la parete senza seguire i chiodi; necessità di proteggersi (chiodi/frends/dadi) perchè la chiodatura a chiodi o spit non è completa; soste non sempre presenti quindi da fare o da rinforzare; discesa in doppia sulla via non garantita perchè non presenti gli ancoraggi; discesa da cercare su lato opposto parte in dissarrampicata e parte i doppia.
È più un modo di vivere l’arrampicata che una classifica? Può darsi ma io direi piuttosto di vivere l’alpinismo di cui l’arrampicata è una componente ( fondamentale) ma non tutto, non la sola. Ce ne sono tante altre.
Marco il Fetido. Nessuna offesa. Ho iniziato a scalare negli anni ‘70 dopo aver fatto la Parravicini a Milano con gli scarponi. Quando la Val Masino non era un climbing Park, si chiodava a manovella e ci si allenava ai giardini di Porta Venezia dove veniva pure Ivan Guerini. Per curiosità perché la tua domanda?
@ Pasini
Condivido tante cose :
Vie Classiche: è pieno in giro di cose che non sono ne carne ne pesce , tipo pilastri di Rogno.
Lo spit è il male , ma senza spit, sia pure piantato a mano , molte vie sulle placche compatte della Val di Mello non esisterebbero , eccetto vie mitiche ma proteggibili tipo Luna Nascente e tutte le prime in zona Sarcofago e Alba del Nirvana.
Celolunghisno
E’ mia opinione personale e magari sbagliata , che sulla chiodatura ( che fa grado eccome ! ) molti oltre alle cose corrette che dice Benassi , basino troppo la loro autostima ( cosa a cui alludo quando parlo di “narcisismo alpinistico”.
Gli svizzeri, forse più pragmaticamente, si sono tenuti delle zone “lunghe” tipo Eldorado , ma senza fare guerre di religione su soste o spit in tanti posti tipo Susten o Furka , che per me rimangono bellissimi malgrado le protezioni fisse.
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L’arrampicata fra ribellione dei sassisti sul Precipizio degli Asteroidi e bravissimi “travet” delle prese – è vero: il nuovo tende ad essere omologazione , e in mancanza di una cultura condivisa addirittura non provoca rutti e peti di scherno quelli che si lamenta che il ” gestore-apritore” non ha cambiato gli spit arrugginiti sulla via X.
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Fausto
E’ così lontano dalle mie posizioni che spesso non capisco neanche cosa desidera per l’ambiente, ma mi sembra un ragazzo in buona fede che può contribuire alla discussione.
Scusa Pasini ma tu scali ? Hai mai scalato? Domanda seria spero non offensiva grazie
Bobby. Non so, a me sembra che Alberto abbia descritto più un modo di vivere l’arrampicata che un criterio di classificazione delle vie. Se chiedessimo alla AI di selezionare in base a quei criteri le vie ad esempio descritte in Gulliver, per lo meno in bassa quota, penso che tante vie anche di antica e consolidata fama non rientrerebbero nella categoria “classiche”. Più ci penso e più mi attira l’idea forse malsana che sarebbe meglio un criterio territoriale, del tipo nei Climbing Park nati come tali o tali diventati va bene anche un criterio “plaisir” alla svizzera, tanto non c’è più niente da fare. Lasciate ogni speranza…Fuori però giù le mani o meglio i trapani e soprattutto basta con la diffusione senza limiti del “virus” pure sotto casa, perché va bene che la lotta con l’Alpe è superata ma anche il gioco arrampicata, nato come rivoluzionario, sta diventando il suo contrario e sta producendo effetti pesanti. Il nostro Fausto è un disastro comunicativo e ogni tanto ha dei seri problemi di controllo dell’aggressività che ne limitano le capacità persuasive però non ha tutti i torti sul problema generale, anche se la pratica delle azioni esemplari non mi ha mai convinto neppure in passato.
Sempre @Pasini
In Valle accetto semplicemente che esista un luogo dove vado solo sulle vie in cui mi sento molto sicuro ( un amico andava solo su quelle che era in grado di ripetere slegato perché le protezioni sono spesso simboliche.
Però basta andare a 1km in linea d’aria, che su Pescunfi e Schenun vengono tollerate vie più o meno sportive a cui posso rivolgere le mie attenzioni.
Mah , Pasini , secondo me all’@83 Benassi ha dato una definizione molto equilibrata di “Classico”.
Sul fatto che ci siano tante cose molto più importanti hai ragione , ma io , da piccolo ambientalista credo che non dobbiamo trasformare ogni singola via in un ponte tibetano da instagrammare.
Il mondo è bello perché è vario, e uniformando tutto mi sembra di appiattirlo in modo insopportabile.
Benassi. Dice è’ legittimo e giusto schiodare il classico quando viene riattrezzato in modo “improprio” dove per improprio mi pare di capire si intende facilitato o reso più protetto con protezioni fisse. La domanda che mi pongo è: dove finisce il classico e inizia il “moderno” ? . Le vie di bassa quota aperte negli anni 70/80 magari con il trapano a mano o il punzone nell’ottica del gioco arrampicata sono classico o moderno? Devo dire con franchezza che più passa il tempo e vedo le cose da una prospettiva temporale più estesa certe contese e diatribe mi ricordano, con ben minore impatto per fortuna, le contese teologiche che hanno insanguinato la storia del cristianesimo e che viste a distanza ci sembrano veramente assurde. Oppure le contese contemporanee sulla definizione come sterminio o meno, guerra o operazione speciale. Alla distanza i massacri si somigliano tutti nella loro eterna ripetitività e follia. Siamo veramente una specie particolare che ha un rapporto complicato con la morte, la propria e quella degli altri. So che è improprio ma ti chiedo perdono: io pongo mi indigno perché hanno bocciato la legge sul fine vita ad esempio e non riesco più a provare lo stesso afflato per un fix in più i in meno su una placca di granito. Forse come dice l’articolo pubblicato qualche giorno fa è un fenomeno “stagionale”.
81, Roberto non mi sembra che Andreozzi abbia detto si schioda il classico. Piuttosto ha detto si rispetta l’alpinismo classico e non lo di trasforma in sportivo. Perche l’esowrienza da vivere durante una scalata classica non è limitata al.solo gesto e alla difficoltà. Ma ci sono altre componenti da vivere e assaporare in quel momento, che sono cetcare l’attacco, cercare la via, proteggersi, attrezzare o rinforzare una sosta, cercare la discesa. Tutte componenti che non sono meno importati del gesto e della difficoltà e che danno ugual soddisfazione e appagamento e mi fanno dire, questa è stata una gran giornata. Oltre al fattore imparare, se faccio imparo e faccio esperienza.
Mi sembra una posizione di buon senso.
Andreozzi dice che non va confuso l’alpinismo classico con l’arrampicata sportiva. Mi sembra scrosanto.
Benassi. Sì Alberto avevo letto l’intervista. Un altro esponente della linea centrista: si schioda il classico “facilitato” e si lascia il nuovo. Ho la sensazione che nell’ambito dei professionisti la linea centrista vada forte. Un maligno un po’ cattivello come il diavoletto della Val D’Adige potrebbe pensare che così si salva la capra (la virtù) e i cavoli (le palanche) 😀 pero a pensar male si fa peccato….
Local. Provo a sintetizzare la tua riflessione. Tu dici che se comincia a girare la voce che si schioda il facile, non importa se vera o esagerata, si potrebbe ridurre almeno un po’ la frequentazione o almeno si selezionerebbe. Questo fa scattare l’ira dei procacciatori di business che probabilmente cercheranno di contrastarla anche con mezzi legali. Questo effetto sistemico di riduzione della frequenza e’ esattamente la linea sostenuta da Fausto che allarga il campo d’azione non solo al tradizionale ma anche al contemporaneo. Non è una posizione nuova, questo filone di pensiero gira da molto come reazione a certe tendenze “bulimiche” che si sono diffuse negli ultimi decenni nelle “masse popolari” dell’arrampicata che hanno trasformato intere zone e che si diffondono a macchia d’olio, certamente trainate amche da sponsorizzazioni locali. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Non sono solo Fausto o Crovella a sostenere questa linea, ma il pensiero è diffuso, anche se magari con accenti meno provocatori è più pacati. C’è dunque un Crovella che cresce dentro anche chi lo rifiuta, come in Alien. Insomma il tema è scottante e non si può mettere la testa sotto la sabbia e continuare come se niente fosse a soddisfare il proprio •edonismo verticale” e sperare che qualcosa cambi.
(68) ascolta giovane Fausto, aberrante e’ un sinonimo che non si presta minimamente ad essere accostato a Piero Radin, ti auguro di arrivare ad 80 anni e avere, forse non c’è l’hai e non l’avrai mai , la semplicità e genuinità di Piero . Per il resto fatti le tue battaglie ma rispetta l’integrità e il vissuto delle altre persone.Auguri
Come si vede dalla foto sono state segate soste Raumer a fittoni resinati. Furono messe dalle guide alpine locali una ventina di anni fa’. Anche perché come potete immaginare, in Val di Mello non è che ci sia proprio la coda di climber che vanno in giro con trapano resina e soste da quasi 50€ l’una, a fare i benefattori su placche di quarto grado. Chiaramente chi fece il lavoro ai tempi oggi ben si guarda dal dirlo, o prendere posizione anche perché condannare scelleratezze simili (la schiodatura) significa metterci la faccia. Ancora più delinquenziale vantarsi e come da copione spaparazzarlo sui social. Purtroppo la denuncia per danneggiamento di impianto sportivo sta prendendo forma e non certo per merito dei climber (codardi) ma di quegli stessi procacciatori d’affari (quelli che dall’arrampicata generano profitti) spaventati della brutta fama che questa vicenda ha creato.
Preciso che su questa via non ci sono mai stato e che le considerazioni che farò sembrano ( a me ) di buon senso.La foto del materiale tolto dice: 5 soste e 8 altre protezioni; la via è di oltre 400 mt e perciò non mi pare fosse sovra protetta. La via è di 3°e 4° grado; ora quelli che fanno difficoltà elevate sicuramente non vanno a farla se non in solitaria, alla sera prima dell’aperitivo. Vanno a farla quelli che più o meno hanno quella difficoltà. 8, dico 8 protezioni su 400 mt inducono a pensare che comunque chi va a farla sappia proteggersi e che ne abbia la necessità.
Morale: se proprio uno vuole schiodare (perchè per qualche motivo lo ritiene giusto) oltre a ottemperare agli accorgimenti da molti qui suggeriti, schiodi le vie sul suo grado di difficoltà dove riesce più chiaramente a capire quali sono superflue e quali no e lasci ai poveretti che si arrabattano su quei gradi il giudizio su cosa fare. In ogni caso togliere le soste è, a mio modo di vedere, un gesto inopportuno ( per non usare termini più decisi). Dopo anni di esperienza ho imparato che molto dico molto difficilmente chi posiziona le protezioni, lo fa bene se la difficoltà è notevolmente inferiore al suo livello.
Per quanto riguarda le apuane potrebbe anche trattarsi di uno spregio classico dei Flintstones…..per quanto riguarda le apuane sarebbe auspicabile un aumento del turismo per mettere alla prova la tenuta delle amministrazioni locali schiacciate del conflitto economico cave/ tiriamo escursionistico, aut/ aut..
Insomma sono appena tornato dalla Sardegna pintacusidore bruncu Nieddu nessuna cordata ,.nessuna cordata …oddeu solo noi, Genna croce e serra oseli…solo noi….gli scalatori sono tutti a Ulassai…meglio….
@ Pasini
Effettivamente, anche al di fuori dell’alpinismo molta gente non sta’ bene: ieri davanti a casa mia hanno chiamato i carabinieri perché un grosso cane coccoloso aveva saltato la rete di una villetta, e tanta gente crede che se ti tolgono un cartello su un sentiero del triangolo lariano abbiano attentato alla tua vita.
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Viceversa mi è capitato di trovare su sentieri poco frequentati delle prealpi carniche qualcuno che martellava i segni cai di sentieri “battuti” da 50/60 persone in un anno….
Al circo più gente entra , più bestie si vedono .
Ieri ho visto su FB che la segnaletica su due sentieri apuani è stata cancellata con il flessibile. Sembra volutamente. Evidentemente qualcuno sta cominciando a pensare che si debba sfoltire la frequentazione togliendo le facilitazioni. Crovella pensiero applicato ? Come prevedibile la maggior parte delle reazioni sono furibonde e si ipotizzano denunce per danneggiamento. Contemporaneamente leggo che è stata attrezzata da persone bravissime e degnissime una crestina abbastanza facile che da tempo avevano “addocchiato” e subito giù post di persone che dicono : vado subito a farla. Qualcuno si chiede: ma c’era proprio bisogno di attrezzare anche quella, che non passerà certo alla storia? Ale’….certo che siamo in un bel casino, schiacciati tra trapanatori “generosi”e schiodatori “virtuosi”. A turno salvatori soccorrevoli per qualcuno e demoni infami per altri…chi sta nel mondo di mezzo degli utilizzatori finali la luce va cercando senza guida e lanternino…o tempora o mores 😀
Completamente d’accordo!!
“Quella di Schiera comunque è un’azione che si inserisce in un filone già noto, ovvero il preservare storico delle salite.”
E quindi la tua azione non c’entra proprio nulla con quella di Schiera.
Il quale, peraltro, ci ha messo la faccia invece di nascondersi blaterando di globalizzazione del problema, interesse personalistico, overtourism, ideali collettivi, mountain wilderness e via pisquanando senza nessun nesso con la realtà.
Roberto, mi trovi pienamente d’accordo. È ciò che dico da due anni qui, perfino quando noi abbiamo posto la questione in termini sociologici abbiamo subito la relativizzazione del problema e la sua banalizzazione. Eppure siamo stati chiari fin dal primo manifesto. Ti confesso che fatico a tollerare l’ipocrisia di chi da un lato pontifica sui grandi temi e sulle questioni rilevanti, purché siano ovviamente lontane il piu possibile, per poi accanirsi sul vicino, vedendovi sempre un interesse personalistico. Non siamo piu abituati a considerare che ancora qualcuno intende battersi per ideali collettivi. È quello che contesto anche al Capo, che a Brentino si è fatto trascinare dal consenso delle masse, etichettando le schiodature come beghe. Ma quali beghe, dovrebbe solo sperare che giovani come noi portino avanti le battaglie di mountain wilderness. Le beghe son robe da vecchi. Quella di Schiera comunque è un’azione che si inserisce in un filone già noto, ovvero il preservare storico delle salite. Un approccio filologico alla realtà scalatoria che mi trova pienamente d’accordo. Sono tendenzialmente contrario alla “fruibilità” per tutti, concetto del capitale che tende a omologare per vendere.
Io preferisco non usare la parola “colpa”perché non serve molto dal punto di vista pratico. Trovo più utile, rispetto al passato e al presente, parlare di vittorie e di sconfitte e di analisi senza sconti delle une e delle altre. In ogni caso penso che la spinta a spittare senza tregua sia irrefrenabile a prescindere dalle leve che la muovono. Solo una leadership riconosciuta e una seria riflessione nella comunità potrebbe portare ad una pausa :”fermiamoci un attimo e diamoci delle regole condivise”. Sono pessimista in proposito e penso francamente che le “azioni esemplari” servano a poco e che tendano a peggiorare la polarizzazione o cadano nell’indifferenza di un sostanziale disimpegno sui grandi temi soverchiato dalla ricerca del proprio piacere e soddisfazione in una società “signorile di massa”. Vedremo.
Aggiungo: un esempio di questa morale aberrante è un Piero Radin che sostiene le aperture seriali e sovraffollatrici, superati gli 80, in nome di una non meglio precisata libertà (concetto alquanto astratto e abusato). Lo stesso Radin che ha scalato con Casarotto e borbotta delle sue avventure classiche? Si. Ho stimato e stimo molto chi ad un certo momento ha saputo farsi da parte, sia per incapacità fisiche dovute all’avanzamento degli anni, sia per incapacità intellettive che impediscono un ragionamento critico e coerente sulla realtà sociale di cui siamo vivi attori. Ma è cosa per pochi.
Roberto. Per mia esperienza nel mondo arrampicatorio, ho visto due tipologie di dinamiche. Chiodatori non guide alpine che hanno alle spalle dignitose carriere alpinistico locali con discrete ripetizioni altrove, che a un certo punto inseguendo il consenso delle masse, si riconvertono in facilitatori come dici tu, sovraffollatori come sostengo io. Una seconda specie sono i portatori di interesse, GA o lobby trapanistiche varie che si impongono sul panorama in virtù di una qualche autorità autoconcessa, con alle spalle sempre interessi economici o politici. Questi due attori, forti del consenso della mediocrità, del tempo libero che muove le masse e del colpevole tacito assenso di chi magari ha idee diverse, ma non le esprime perché le vie luride come quelle di Tessari fanno comodo anche a loro. Vie che trapano sassi su sentieri per far sentire le persone “alpinisti” per l’ennesima domenica, cose da raccontare lunedì in ufficio ai colleghi panzoni con le mani unte di sudore. Io sono contrario a questo sistema nella misura in cui le scelte egocentriche o economicodirette di alcuni hanno effetti sulla vita delle piccole comunità o degli ecosistemi naturali, a prescindere da 1 o 1 milione di abitanti. Sono abbastanza intelligente per capire che il ragionamento alla Matteo, boomeristico nella sua essenza, del “se va bene a loro va bene a tutti” ci ha portato alla società di oggi. Di questo sei colpevole, tu come i tuoi coetanei, volenti o nolenti. La vostra canuta presenza alle manifestazioni odierne è solo il rigurgito di coscienza di vecchi borghesi. Matteo, come molti altri qui, ne sono l’esempio piu vivido.
Fausto. Due riflessioni che vanno anche un po’ al di là di questa questione specifica e che possono essere estese a problematiche politico sociali diverse. La prima; io penso sia sempre più efficace avere una visione articolata delle motivazioni dell’ “avversario”. Sicuramente ci sono degli interessi economici in ballo e non indifferenti, però non sarei così “riduzionista”. Facendo un salto mortale carpiato mi vengono in mente le spiegazioni di un Brancaccio sulle origini delle guerre capitalistiche contemporaneae. Sicuramente lo schema marxiano degli interessi economici sottostanti e’ utilissimo, mai dimenticarlo, ma non spiega tutto. Tornando a noi. Dalla parte dei chiodatori/facilitatori ci sono anche ragioni diverse che vanno capite altrimenti non si comprende davvero quello che sta accadendo e le leve dell’approvazione e del consenso. E qui la seconda riflessione. Il grande tema classico dell’egemonia. Le azioni “esemplari” delle avanguardie di fatto finiscono per danneggiare lo strato intermedio del pubblico che è quello che alla fin fine determina l’opinione prevalente. Spesso le ho viste generare isolamento, magari anche”splendido” ma sostanzialmente inefficace. Sono dunque la linea d’azione davvero utile per perseguire i propri obiettivi? Questioni pesanti che vanno al di là della fixomania ma che inevitabilmente ci si deve porre quando si affrontano i temi ambientali e sociali, soprattutto quando si è stati testimoni di qualche vittoria e di tante sconfitte. Infine difendo la mia generazione: sicuramente abbiamo fatto tanti errori e ci siamo spesso ripiegati sul privato ma non è proprio così: basta partecipare a qualche manifestazione ambientalista o “democratica”. Anche con i capelli bianchi rappresentiamo ancora una componente importante dell’opposizione alle derive contemporanee. Non è con il “Vecchi di merda” che si fa molta strada, almeno in questo paese e nei prossimi 10/20 anni. Poi quando la biologia avrà fatto il suo corso si vedrà. Buona domenica.
*individualismo esacebrato
Roberto, noi fin da subito ci abbiamo tenuto a spostare il focus dalla fixomachia, argomento privo di interesse, al tema sociale e dello sviluppo economico, sebbene coloro che hanno una malafede morale impossibile da eradicare a causa del loro basso profilo non siano mai riusciti realmente a comprenderlo. Le uniche questioni etiche possibili, a mio avviso, risiedono nel nostro modo di approcciare la disciplina in funzione dell’altro. E qui non mi riferisco solo allo scarpone della domenica tipo Matteo, che a 60 anni ha bisogno del fixino sul 4to grado altrimenti muore, ma a tutto ciò che la mia attività comporta. È gravissimo sostenere che siccome ai 15 abitanti di un luogo non interessa nulla del proprio ambiente, allora non si debba muover paglia. Questo atteggiamento è tipico dell’individuazione esacebrato della generazione Boom. Meno male che qualcuno sta rialzando la testa. Per il resto, si sa che gli spittatori seriali, sovraffollatori, lo fanno solo per soddisfare il propio ego, e per interessi lavorativi. Non a caso noi li abbiamo chiamati “portatori di interesse”.
La discussione ha fatto emergere in modo chiaro due diverse motivazioni che stanno alla base delle recenti schiodature “esemplari” in luoghi diversi per storia e caratteristiche ambientali. Sarebbe interessante far emergere le motivazioni del partito opposto, quello dei chiodatori del nuovo “facile” in località fuori dal giro abituale e dei chiodatori facilitatori del classico. Ho la sensazione che anche in questo “partito” ci siano posizioni/finalita’ diverse. In mezzo, come sempre, tra i due contendenti ci sta l’utente finale “intermedio” perché è lui il principale fruitore delle azioni “facilitanti” o “scoraggianti” dei due partiti. Quelli di fascia alta frequentano vie dove la questione è meno controversa e comunque sono meno toccati da un fix in più o in meno Da quello che ho letto qui e su altri blog mi sembra che a prescindere dalle diverse motivazioni il partito degli schiodatori non sia particolarmente popolare in questo segmento della scena arrampicatoria contemporanea. Però capisco che chi si considera portatore di istanze valoriali o salvifiche sia poco interessato ad ottenerne facile consenso titillando gli istinti più primitivi delle masse popolari. Questa faccenda è curiosa perché ricorda tenzoni su ben altre questioni, con tutto il rispetto dovuto alla “fixomachia” e a tutte le sincere emozioni ad essa collegata.
P.s. il caso di Schiera è l’ennesimo del tipo, mentre noi siamo stati i primi storicamente a spostare l’attenzione su un altro piano, politico e sociale. In Italia e non solo. Le diatribe spitnospit dovute al furore etico legato alle doti mentali e atletiche dei salitori, unite alle vicende storiche della scalata, sono state da sempre l’unico argomento di scontro. Schiodare per mettere in luce problematiche sociali e di sviluppo, nonché per criticare una certa deriva della nostra disciplina, è stato un passo nuovo.
Roberto ti hanno risposto bene Bobby e Alberto.
Io non sono contrario alla schiodatura di Uomini e Topi perché così era nata e così è restata per quarant’anni. Schiera lo ha fatto per questo e senza millantare crociate contro l’overtourism, che di certo in val di Mello non è causato da quella via (e nemmeno da tutte le altre, direi).
Potresti forse sostenere che la mia sia la posizione di centro spitta sul nuovo ma lascia stare lo storico…mi sta un po’ sul culo essere di centro, ma per stavolta me l’accollo 😊
Pasini ti rispondo io perché Matteo sarà a scalare una delle vie sovraffollatrici di cui si parla nei commenti. Lui era contrario alle mie schiodature proprio per questo, altrimenti avrebbe dovuto fare i conti con la propria coscienza, e ha quindi preferito buttattarla in beghe locali. I coglioni per avere una spina dorsale morale ben diritta non sono una dotazione di tutti, in special modo dei disimpegnati benestanti come lui. Quindi è comodo essere d’accordo con le schiodature dello Schiera, peraltro le solite con motivazioni trite e ritrite, meno comodo invece riflettere su schiodature che danno contro a processi di sovraffollamento, e che mettono in discussione il nostro stesso sport e approccio all’ambiente e alle popolazioni locali. Più facile tagliare corto con le beghe e correre al prossimo fine settimana di disimpegno cronico. P.S. Gogna, hai rotto i coglioni con la tua censura da RSA, censura i “pensieri” dei soliti noti, continuo a ripetertelo ma ormai anche tu sei nel declino irreversibile del senno…
E’ come la faccenda dei “due popoli, due stati”Non c’è e non ci sarà soluzione.E comunque il famigerato “tutto per tutti e dappertutto” è una brutta bestia.
Gli arrampicatori non sono dei coloni o dei contemplativi ma sono eredi dei cacciatori raccoglitori. Sono una specie che è spinta a salire senza tregua ogni parete/paretina. Hanno idee diverse sul modo di realizzare questa “invasione”, qualcuno auspica un po’ di moderazione ma la molla verticale è inarrestabile. Non li ferma nessuno, solo un asteroide, come i dinosauri. La vecchiaia e gli acciacchi li frenano un po’ ma sono in generale abbastanza tenaci. Una specie infestante 😜
Sulle Alpi e Prealpi esistono ormai migliaia o forse decine di migliaia di itinerari, con tutte le possibilità di scelta rispetto allo stato delle protezioni: da nulla ad iperprotette ascellarmente.
Possibile che non ci si possa limitare a quelle poche migliaia che riteniamo alla nostra portata, fisica e psicologica? Che dobbiamo avere l’arroganza di modificare itinerari esistenti per la nostra incapacità? Migliaia di itinerari non ci bastano davvero?
E certo deve essere tutto uguale, tutto uniformato, asettico, come la minestra in busta del supermercato.
Chissà se si facesse un referendum nella comunità quale partito prevarrebbe? Magari vincerebbe il centro: spitta pure sul nuovo per i Fanti ma lascia stare i Santi. Sarebbe interessante verificarlo su una scala più ampia. Da quello che ho visto anche su FB ho la sensazione prevarrebbe su scala nazionale il partito sponsorizzato dalla Raumer, senza tante distinzioni tra passato e presente, ma non ne sono sicuro, e’ solo una sensazione.
C’è la responsabilità.
Salgo dove vedo che mi va bene come trovo una via in relazione a me.
Se la chiodano o schiodano sono affari loro. Per me vale il presente perché è quando sono lì.
Quindi, ricapitolando, spit si o spit no?
50 Roberto
Il messaggio non è uguale, se poi il popolo lo capisce uguale, vuol dire che non capisce la differenza tra bianco e nero.
Al di là delle , più o meno interessanti discussioni sull etica, sulla salvaguardia della storia alpinistica di una valle , su quanto siamo capaci o meno di salire sprotetti , restano due punti importantissimi da valutare , relativamente a questa “ storiella” ,e precisamente :
1) che cosa c’entra con l alpinismo , andare a schiodare una via ?
2) il “fenomeno “che ha deciso di farlo , sapeva che esistevano pubblicazioni, relazioni , video ed altro che descrivevano quella via, come una su cui si poteva trovare , oltre a delle soste , anche protezioni intermedie? E che quindi chi si avventurava sulla stessa , lo avrebbe fatto , sapendo di poter contare su quelle ? Alla luce di questo , Ci voleva tanto , a scrivere un cartello alla base ,in modo da avvisare chi si sarebbe buttato su quel terreno , che lo stesso “ fenomeno” aveva provveduto ( in preda ad un suo periodo mistico ) a togliere un po’ di materiale ? si tratta solo di buon senso ! Tutto il resto ,lo si può discutere al circolo dei puristi annoiati
Alberto. Certo che le storie sono diverse, ma il messaggio che arriva al “popolo” è uguale: ma dove vai se la banana non ce l’hai…cantava Alberto Sordi in un magnifico film sul varietà, un genere di spettacolo nel quale siamo maestri, insieme al melodramma.
Sì tratta di due élite che cercano di contenere le invasioni barbariche, l’una in difesa del lascito e della tradizione dei luoghi sacri, l’altra in difesa del popolo dei borghi un po’ appartati e non così famosi travolti dalla ingordigia spittatoria a fini di lucro. Un’impostazione direi “leninista” che si contrappone ad una impostazione populista: che cento tapascioni vengano e si divertano in piena sicurezza, qualcuno fiorira’ altri rimarranno tapascioni per sempre ma torneranno alle loro case integri, a parte le ingenti quote di colesterolo conseguenti alle laute merende nelle osterie locali, grate per questa insperata fortuna. Chi prevarrà? Ai posteri l’ardua sentenza. Noi per ora osserviamo curiosi.
Roberto, scusa se mi inserisco e provo a dare una risposta.
Mi sembrano due casi decisamente diversi.
Uomini e topi e stata salita per la prima volta senza chiodi. Che poi sono stati messi da un ripetitore senza dire nulla all’apritore.
La via in val d’Adige è stata aperta con i fix e un ripetitore, che non condivide lo stile di apertura l’ha schiodata.
Quindi se non ho capito male, mi sembrano due cose decisamente (!!!) diverse.
Il messaggio che attraverso le due “azioni esemplari” pur nella grande diversità dei personaggi e delle motivazioni arriva al tapascione, dall’animo semplice e senza cuor di leone, forte e chiaro: se non sei in grado di affrontare queste difficoltà senza preoccupazioni fai altro e non “pastrugnare” vie di altri o impiastrare con file di Fix quello che potrebbe essere fatto con tranquillità se tu sapessi farlo. Forte e chiaro anche ai “facilitatori” che amano il tapascione per diversi motivi e vogliono andargli incontro con il trapano: colpirne uno per educarne cento. Il risultato è uguale.
@45
Beh , in un certo senso aprire una via , scegliere dove passare , quali appigli e appoggi , e che tipo di ingaggio dare ai ripetitori è un atto creativo.
Pastrugnare le vie di un altro incrociandole 10 volte o passando a un metro , o ancora cambiare la chiodatura non è molto rispettoso e richiederebbe il parere dell’autore.
Fausto schiodava vie e cancellava non i :”baffi alla gioconda” , ma la chiodatura sportiva del primo salitore che lui non condivideva.
Matteo, te lo chiedo solo per capire, senza alcun intento polemico che non rientra nel mio stile e poi non ho una posizione su questo tema ma molti dubbi. Perché qui sei favorevole alla schiodatura di una via di media difficoltà e invece eri se non ricordo male molto più contrario all’azione messa in atto dallo schiodatore dai mille nomi della Val D’Adige (nella sostanza dell’azione “esemplare” , a parte l’atteggiamento chiaramente offensivo e provocatorio del soggetto in questione) ?
Bobby, intendevo esprimere semplicemente la considerazione che ciò che deve contare, in alpinismo, non è la grancassa o il numero dei chiodi, ma ben altro. Tutto qui.
Comunque ora vi lascio discettare.
Sono completamente d’accordo a metà con Bobby [cit.]
Detto in altre parole, cerchiamo di non fare casino inutilmente.
Direi che nel caso in questione il machismo o il bisogno di dimostrare di essere meglio non c’entrino proprio nulla.
La via è una via di modesta difficoltà, aperta in solitaria senza sicura e che è rimasta poco o nulla chiodata (diciamo nel consueto standard mellico) per almeno 40 anni.
Poi un giorno sono apparsi fittoni e soste resinate.
Non è stato un obbrobrio come se avessero messo uno spit nel traverso di Polimagò o su Patanbang, ma è stata comunque una porcata.
Hermann Buhl, Alex Honnold e le vie in Apuane c’entrano poco e nulla se non a far casino.
Come poco c’entra l’overtourism, che in val di Mello non è certo dato dagli arrampicatori.
Come ho già detto, secondo me Luca ha fatto bene.
Sulla Cassin le soste e chiodi lungo i tiri ci sono sempre stati.
Non mi risulta che Herman Buhl o Alex Honnold abbiano rimosso o contestato le soste dove loro passarono slegati; la Cassin le ha ancora.
Quello di Hermann Buhl solitario sul Pizzo Badile non fu affatto narcisismo.
E, come lui, quello di innumerevoli altri, da soli o legati a un amico. Nessuno ne saprà mai nulla: forse è meglio cosí.
Sono stati giorni che appartengono soltanto alla memoria di chi li ha vissuti.
È il massimo dell’alpinismo, qualunque sia la difficoltà.
@37
Il “Narcisismo alpinistico” è evidente, e si nasconde anche dietro l’integrità dei luoghi.
–
In soldoni chi ti sega una protezione che “rovina l’ambiente” ( fermo restando che potrebbe avere delle buone ragioni ) , secondo me non ha a cuore tanto quei 10 grammi di metallo che aiutano te a non diventare tetraplegico se cadi , magari ha una palazzina a S.Martino , però gli sta molto sul cazzo vedere quelli che considera “sfigati” sul suo palcoscenico preferenziale , e quindi sega una protezione che a lui non serve.
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Del resto questa dinamica è chiara anche da alcuni commenti qui sotto:
In sintesi, se non siamo in grado di accettare di essere scarsi, dobbiamo cambiare sport, non chiodare tutto come degli sfigati al cubo.fine
Eh sì Bobby ….se poi entra in gioco il confronto sul coraggio virile, per non usare termini più crudi, e’ finita…io vinco tu perdi, sfigato.
36 @
Io non ho fatto classifiche, ne ho detto che tutti devono sfidare la morte altrimenti sono degli sfigati. Ho detto che ci dovrebbe essere posto per tutti. Sei tu che hai classificato qualcuno scrivendo “narcisismo alpinistico” .
Di narcisismo nella società ce n’è tanto di tanti tipi e molto più pericoloso di quello alpinistico, che nessuno è obbligato a seguire, basta spostarsi un po più in là…
Di Honnold, che per altro si fa pagare, che appludite, come un gladiatore nell’arena, e di Ondra , me ne sbatto le palle.
@ 32
No , se Honnold viene in apuane ti può schiodare tutto, perché tutti devono salire rischiando la pelle , altrimenti sono degli sfigati ( Ondra ? ) e si devono dare alle bocce…
Benassi. Alberto il mio non è un bilanciamento di importanza. Per gli uomini a volte sono importanti cose che per altri non significano nulla ma per loro sono vitali. Nel lavoro mi è capitato spesso di mediare conflitti, a volte su cose minime viste dall’esterno, e ho avuto modo di osservare che prendere le distanze e ridimensionare il problema rispetto a questioni più rilevanti e’ un buon punto di partenza per arrivare ad un accordo. Però come vedi qui tutti i giorni la polarizzazione è la tendenza dominante. Su questo si potrebbe aprire una riflessione ma non ora.
Giusto riki:
Se poi il Luca decide anche di andare a smontare il bivacco Fanton, andiamo a dargli una mano!
volevo scrivere una cosa lunghissima, l’ho scritta ma mi sono rotto le palle.
In sintesi, se non siamo in grado di accettare di essere scarsi, dobbiamo cambiare sport, non chiodare tutto come degli sfigati al cubo.
fine
grande luca, schioda tutto
Quindi chi fa una solitaria sciolto è una testa di cazzo che da un cattivo esempio per la società.
Roberto la “soluzione condivisa” dovrebbe valere tutti, altrimenti è imposta. Per chi fa e per di disfa.
Personalmente ho la mia opinine ma preferisco tenermela per me, non voglio cascare nelle solite polemiche. Però non confondiamo pere e mele. Che l’arrampicata e l’alpinismo valgano zero rispetto a guerre e tanti altri problemi che ci assillano tutti i giorni è vero, ma non è leale usare questi esempi per voler trovare un equilibrio.
C’è spazio per tutti? Allora manteniamolo libero, ce n’è bisogno.
Sono cazzate lo so, problemi da adolescenti,
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E’ vero, spesso ho anch’io questa sensazione , a volte mi sembra anche che un apritore che apre una via piena di “No fly zones” non voglia necessariamente proteggere l’integrità dei luoghi dagl infami 10 gr. di piastrina di metallo , ma solo cullare il proprio narcisismo alpinistico , esattamente come i corridori del Tourist Trophy sbattono in faccia agli spettatori il loro appartenere ad una cerchia di gladiatori dove se sbagli muori.
Merizzi. Certo che la soluzione di buon senso sarebbe auspicabile e ragionevole, come dice anche Frisco nel suo post, ma se c’è molto investimento affettivo ed emotivo, difesa del copyright e della propria “creatura” e reputazione, marcatura del territorio o ancora di più quando le questioni diventano di “principio” (anche se magari da chi è fuori della specifica comunità pare esagerato) la faccenda si complica e la polarizzazione impedisce di trovare un’intesa su regole condivise. Dinamiche che vediamo ogni giorno sul grande palcoscenico del mondo. Per fortuna i conflitti e i danni collaterali prodotti dalla nostra complessa umanità sulle placche della Val Masino sono di portata inferiore, anche se emblematici dei problemi connessi alla gestione del territorio da parte delle diverse tribù’. Ecco perche’ dico che fare un passo indietro e recuperare il senso delle proporzioni rispetto al tema del conflitto non è una bischerata ma una premessa per trovare una soluzione condivisa.
Condivido e mi piace molto la frase poetica: “Una via non è di chi la apre, ma di chi la sale”, purtroppo però la realtà è spesso diversa. Chi apre una via generalmente pensa sia una propria creatura e ci tiene molto che gli altri la ripetano per condividere e apprezzare questa sua opera d’arte. Molti vogliono anche che i ripetitori si trovino in serie difficoltà a salirla, perché questo aumenta la fama e l’importanza dell’apritore.
I chiodi purtroppo facilitano e banalizzano molto, oltre a ridurre la bellezza e la naturalità del tracciato, e questo può dare molto fastidio a chi la via l’ha aperta.
Lo stesso concetto credo valga anche per le poesie: nell’ipotesi che la bella strofa: “sempre caro mi fu quest’ermo colle” venga distorta in “sempre cara mi fu la bella fica” è ovvio che il poeta giustamente si incazza, a meno che, grazie a questa non voluta correzione, la poesia abbia grande successo e il poeta vinca il premio Strega per la letteratura!
Io credo che nel chiodare o schiodare le vie bisogna usare un sano buon senso, magari chiedendo prima cosa ne pensa l’apritore. Una nuova sosta su spit dove non si riesce in altro modo, uno spit di assicurazione (non di progressione) che in caso di caduta ti impedisca di ammazzarti, direi che si possa tollerare. L’arrampicata deve essere gioia e vita, non una roulette russa.
Sono cazzate lo so, problemi da adolescenti, ma di questi tempi è così: perfino il Presidente della Repubblica impegna il suo tempo e si incasina per risolvere i problemi della povera Minetti!
Matteo & Alberto. Forse sono io che non ho più lo stesso investimento emotivo di un tempo e vedo le cose diversamente e con diversa scala di priorità. Alcune questioni mi sembrano del tutto irrilevanti e pure il loro significato “simbolico” mi si è appannato e mi verrebbe da dire allo schiodatore, che rispetto : ma lascia perdere, quel che è stato è stato, non sarà una protezione in più a portar via nulla a nessuno o all’armonia del mondo. E’ vero però che “chi non può più dare il cattivo esempio spesso da’ buoni consigli”. Ciao
Roberto, non sono d’accordo nemmeno io. Voler giustificare certe cose con problemi di vita, di guerra e di morte, quindi molto più importanti è una bischerata.
Roberto, non sono d’accordo, se non altro perché come ci si rapporta con un pezzo di roccia che alcuni appassionati usano per conquistare l’inutile è solo una declinazione di come ci si rapporta con l’universo mondo, quindi non è irrilevante ne’ inutile parlarne.
In altre parole, lo spit è una metafora.
Se ritieni che il mondo sia a servizio dell’uomo (Avranno timore e spavento di voi tutti gli animali della terra e tutti gli uccelli del cielo. Essi sono dati in vostro potere con tutto ciò che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare. Tutto ciò che si muove e ha vita vi servirà di cibo. Genesi 9:2-3) allora è giusto spittare tutto appena possibile, se mi sembra utile. Come è giusto asfaltare prati per fare un parcheggio per l’ennesimo centro commerciale.
Se ritieni che sia giusto invece lasciare la minor impronta possibile del nostro passaggio, qualunque spit sarebbe sempre da evitare.
Se pensi che un qualche compromesso sia comunque possibile, che “la sicurezza prima di tutto”, che “la vita umana è sacra”, allora penserai che “almeno le soste” va bene.
Io penso che nessuno spit sia giustificato su una via aperta da altri senza spit ne’ chiodi e tranquillamente ripetibile dai peggio tapascioni
Comunque il livello di masturbazione cerebrale sta superando i limiti di guardia…😁
Quanti blablabla… buoni solo a parlare. E nessuno che si rende conto che la questione dell’alpinismo ormai s’è spostata e non è più spit si spit no, ma denuncia si denuncia no. Già due commenti parlano di cause, danni e tutte quelle cose che gli avvocati (poveri diavoli! non vorrei essere la loro coscienza) sanno fare bene. Insomma, ormai si scala aspettando che qualcuno si faccia male per far soldi. E’ questo il futuro dell’alpinismo: un gioco giocato in tribunale? Che schifo di disciplina, che schifo di gente gli alpinisti, buoni solo a far cause! Crollassero le montagne staremmo meglio. Che schifo mi faccio… Andrò a denunciarmi al tribunale dell’integrità morale.
First world problems
Diatriba che si ripete da anni tra posizioni che non si accorderanno mai, neppure su regole minime di convivenza tra guelfi e ghibellini. Senza voler fare del populismo a basso costo, però sinceramente, a bassa voce, tra di noi, ogni tanto colpisce che tanta energia sia spesa nella comunità arrampicatoria su un tema in fondo irrilevante rispetto a quello che succede nel mondo “reale”. Diciamolo francamente, con tutto il rispetto per chi è animato dalla Fede e vi si dedica anima e corpo: alla fin fine chi se ne frega di una protezione in più o in meno su un pezzo di roccia dove alcuni appassionati vanno alla conquista dell’inutile nel loro tempo libero? Cosa pensa ranno quelli che sono fuori della nostra comunità di queste diatribe? Forse bisognerebbe ammettere con umiltà e senza presunzione che non hanno tutti i torti a dire che qualche volta ce la tiriamo un po’ troppo e siamo dei perdigiorno autocentrati, con la pancia piena e al calduccio delle coperte garantite nel nostro sistema sociale, alla costante ricerca di un “trovare un senso a questa vita, perché un senso non ce l’ha”. Quindi direi che forse sarebbe meglio vivere e lasciar vivere con un po’ di buon senso e tolleranza. Le sorti del mondo non cambieranno per un fix in meno o in più. Se non impariamo neppure noi a convivere come possiamo pensare che convivano quelli che combattono e si scannano per interessi e ragioni ben più rilevanti?
Concordo con il commento numero 18 di Gabriele. Se qualcuno si faceva male prima che lo schiodatore rivelava la sua impresa, avrebbe messo lo stesso nome e cognome?
Luca Schiera deve aver letto qualcosa che lo ha eccitato, perché schiodare qualche sentiero per capre con la motivazione di riportarlo allo stato originale, che lui non ha mai conosciuto perché non era nato, è una cosa che fa ridere di gusto.
Invece il tema vero di queste discussioni sono le regole del gioco: alcuni sono stati bravi a giocare un certo gioco negli anni ’70 e vorrebbero che il luna park restasse lo stesso per fare capire a tutti quanto sono stati bravi.
Mentre i giochi di moda adesso richiedono altre doti e abilità che i signori degli anni 70 non hanno mai avuto e si sentono “ingiustamente retrocessi”.
Li capisco, ma anche loro devono capire che questo è spirito competitivo, il contrario del nuovo mattino.
Alla stragrande maggioranza della gente che arrampica non frega niente se sono stati più bravi o meno bravi, è un problema del loro narcisismo.
Sul fatto poi che l’ arrampicata debba essere d’ elite, riservata a pochi, è una pretesa stupida e arrogante, come se io dicessi che la zona di casa mia deve essere d’ elite e volessi sloggiare i vicini di casa.
La Val di Mello è da molti decenni un luogo con una particolare etica della protezione delle vie , non è una novità.
Senza una posizione condivisa su se, quanto e come usare le protezioni fisse si rischia che solo chi aggiunge ferro venga considerato nel giusto.
Diciamo che questo signore “ schiodatore” è stato fortunato che non si sia fatto male nessuno , perché sennò gli toccava andare al mercato alla mattina alle 4 a scaricare cassette per pagare i danni , cosa che in ogni caso gli farebbe bene comunque , come esercizio per rimanere connesso col buon senso
Eterno e irrisolvibile dilemma, e non solo per la Val di Mello.
Un mio poco amico mi diceva che era sacrosanto spittare le vie per via della sacralità della vita; una volta sono stato in macchina con lui e dire che guidava come un criminale e’ un eufemismo: vita sacra un c…zo
Siamo in democrazia o no? c’è chi è libero di mettere spit. C’è chi è libero di toglierli.
chi le ha chiodate?
Tutti a puntare il dito su Luchino, ma mi piacerebbe sapere chi ha provato a mettere i baffi alla gioconda!
Luchino Schiera può avere sbagliato approccio , ma escludo che lo abbia fatto per cercare notorietà: è uno dei migliori alpinisti italiani , e quella via per lui è come un marciapiede per me.
Io non discuto sulla schiodatura argomento troppo ricco x me che mi limito a salire vie lunghe in piena sicurezza xché la vita è troppo importante x sfidarla in un tiro! Leggendo la relazione trovata sulla guida della val di mello ho tentato di salire la via dello scivolo ma non ho trovato chiodo nella fessura verticale, ho messo 2 friend. Mi sarebbe piaciuto sapere della schiodatura in tempo utile in modo che potesse essere una mia scelta se salire oppure no! Tra la messa in opera di Luca Schiera e la sua dichiarazione pubblica qualcuno si poteva far male! Non è il caso di cercare protagonismo in queste azioni ci si può concretizzare diversamente vista la milantante passione alpinistica!
Riccardo Mazzalai evidentemente non conosci proprio la persona in questione… altrimenti non parleresti proprio di social , se mai a schiera si può imputare altro…richiodature di vie in artif da fare in libera ( spit al posto dei pressione) o di vie difficili sul qualido si ma spit alle soste su vie che evidentemente è in grado anche di fare in discesa no…elitismo e classismo allo stato puro
Sulla “messa in sicurezza” delle vie storiche condivido Max Z : le soste , soprattutto se usate per calate , dovrebbero avere un’affidabilità diversa da un ginepro che è cresciuto al posto giusto.
uomini e topi…Steinbeck..ottima lettura,fatta nel 1978. con le mitiche adidas..mescola eccezionale..più fatte con quella mescola.allora si poteva..tendina in val di mello…poca gente…non fregava niente a nessuno chiodare o schiodare…un indizio…giallo ocra…felicissimo dj essere anziano e fregarmene di queste …minchiate
Schiera ??? Uno sconosciuto che voleva notorietà. Potere dei social.
Vado spesso ad esplorare miniere abbandonate, tra le altre cose aiuta a capire quanto siano inutili queste elucubrazioni.
Se il contrario di chiodare è schiodare, il contrario di spittare è pittare o despittare???
Chiedo per una mia amica insegnante di lettere che sa poco di arrampicata
“Non saranno mai “affollate”, certe vie.”
Definire “affollate” le placche dell’Oasi spittate è un lieve understatment…come dire “c’è un po’ di gente” in corso Buenos Aires un sabato di saldi!
Mettere spit lungo i tiri di uomini e topi può in effetti alterare il senso della via (io però, ripetuta ultima volta 3 anni fa, non ne ricordo lungo i tiri ma solo in sosta…).
Togliere uno spit di sosta rimane puro narcisismo alpinistico. I ripetitori che hanno paura delle placche sprotette non è che vanno a salirle perché in sosta c’è uno spit. Non ci andranno comunque, perché 20 metri senza proteggersi fanno paura ai più, ed è giusto così. Non saranno mai “affollate”, certe vie. Ma rischiare, in caso di imprevisto, di ammazzare sé stessi e il compagno per aver fatto sosta su un ramo secco, rimane privo di senso.
E in tutti questi romantici tentativi di “spiegoni” del gesto di Schiera il senso continua a mancare.
Segare uno spit di sosta non restituisce nulla di originale, rimane un buco con un pezzo di metallo dentro.
E se vuoi salirla senza corda, come il primo salitore, nessuno te lo impedisce.
Scusate ora devo andare a cercare una vecchia bici di acciaio per il weekend e dei vestiti di lana perché vorrei ripetere il Badile come lo fece Buhl….
Lo stato originale.
Ecco uno dei miti di questa disciplina.
A guardare bene è il mito per eccellenza: l’esistenza di una condizione di perfezione alla quale segue la decadenza.
In questo caso, arrampicata, alpinismo, e tutto piu semplice: il paradiso perduto è solo la giovinezza.
(Spit alle soste no, avvicinamenti alle classiche in alto Masino elicottero sì; vai a capire come si salva l’etica del granito…)
una tal eroica schiodatura candida direttamente al piolet d’or, vero?
Secondo me l’unico sbaglio di Luca Schiera è stato non dirlo subito.
spit si, spit no…che la guerra abbia inizio!!!!!
A parer mio se le soste si possono realizzare in maniera sicura la via non doveva essere chiodata. Poi sulle schiodature ciascunola penserà sempre in modo diverso. Detto questo sono sempre rimasto stupito della quantità di Guru e Sacerdoti che girano intorno alla Val di Mello. Tanta gente che ti spiega la Verità e la Via, un microcosmo che spesso inneggia alla libertà spirituale e per dimostrarla si porta il friends all’imbrago anche quando va al bar. Negli anni Ottanta e Novanta ho visto scene piuttosto ridicole. Ma forse sono io che sto diventando vecchio e inacidito.