Vento dell’Ovest – 2

Vento dell’Ovest – 2 (2-2)
di Ugo Manera

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

(continua da www.gognablog.com/vento-dellovest-1)

12) GAM e Scuola Gervasutti centri di aggregazione dell’alpinismo di punta torinese
Alla metà degli anni ’60 la scuola Gervasutti e il Gruppo Alta Montagna diventano sempre di più i centri d’incontro degli scalatori di punta torinesi e non solo. Il GAM sembra quasi mettere in secondo piano l’Accademico, quasi tutti i suoi membri sono anche istruttori della scuola.

Gian Piero Motti

Io fui ammesso al GAM nel 1964 e venni invitato come istruttore alla scuola nel 1965: ero autodidatta, non avevo mai abbastanza tempo per scalare, e fare l’allievo nella scuola mi sembrava una perdita di tempo. Spinto però da alcuni amici mi prestai volentieri ad entrare come istruttore, in questa veste mi resi conto di quanto si può apprendere e quanto ci si può migliorare restando nell’ambiente scuola.

Nel 1965 divenimmo istruttori in 15 tra i quali un giovanissimo Gian Piero Motti che era stato brillante allievo e Giuseppe Castelli che aveva salito la Nord del Cervino con Mellano rimediando un congelamento ai piedi che però non limitò le sue eccezionali doti di arrampicatore.

Sullo sondo: Cichin Ravelli e Renato Chabod; di spalle, Ugo Manera e Antonio Balmamion

La tragedia di Ribaldone sul Tacul lasciò un momentaneo vuoto nell’ambiente perché i personaggi che erano stati gli animatori degli anni precedenti avevano smesso o rallentato la loro spinta; Motti fu il primo ad occupare tale vuoto con una serie di ripetizioni di alta difficoltà e con l’apertura di nuove vie che spesso andavano oltre i limiti raggiunti dai predecessori, come la risoluzione del Diedro del Terrore sulla Militi, ove si era fermato Guido Rossa e dove si era arenato anche un tentativo di Bonatti.

Come sempre c’è chi frena su ciò che emerge, e in quegli anni ho sentito più d’uno commentare negativamente l’attività esplosiva di Gian Piero formulando previsioni catastrofiche.

Per un po’ le nostre attività si svolsero parallele poi cominciammo a fare qualche cosa insieme e scoprimmo che, seppure molto diversi, tante cose ci accomunavano. Ambedue amavamo il nuovo: mettere le mani su un tratto di roccia mai toccato da nessuno aveva per noi un fascino irresistibile.

Gian Carlo Grassi a Trento

Eravamo tutti e due appassionati di letteratura alpinistica e ci piaceva raccontare le nostre scalate e le emozioni che ne avevamo tratto, solo che mentre Gian Piero aveva una facilità di scrittura eccezionale, per me lo scrivere era sinonimo di difficoltà.

Claudio Sant’Unione

Cominciammo a scalare integrandoci a vicenda: Gian Piero sulla roccia arrampicava meglio di me e io appresi molto da lui, io ero più forte su ghiaccio e terreno misto ed ero più duro e determinato in alta montagna. Ci piaceva andare da primi per cui iniziammo scalando insieme ma ciascuno a capo di una cordata, poi ci trovammo molto meglio a condividere la cordata alternandoci al comando.

Gian Piero proveniva da una famiglia borghese abbastanza agiata, la loro sede di vacanze era a Breno in Valle Grande di Lanzo e quella divenne “la Sua Valle“. Da ragazzo ne girò tutti gli angoli salendo colli e cime spesso da solo. I Motti conoscevano Giuseppe Dionisi il quale, vista tanta voglia di montagna, condusse Gian Piero alla scuola Gervasutti. Come allievo fu brillantissimo ad al termine dei corsi venne invitato nel corpo istruttori.

Fu tra i primi giovani ad avere un’auto propria e quando decise di interrompere gli studi perché l’università era divenuta per lui invivibile a causa dei movimenti studenteschi sfociati nel ’68, poté arrampicare a tempo pieno senza altra occupazione. Per questa sua condizione era invidiato da molti; egli discuteva con passione su ogni argomento ma quando l’interlocutore dimostrava ottusità e scarsa apertura mentale tagliava corto, ciò fu scambiato come manifestazione snobistica e Motti venne sopranominato “il Principe”. Ma Gian Piero non è mai stato capito dai più, molti vedevano nel suo modo di presentarsi una forma di alterigia, certe sue assenze vennero interpretate come leggerezze egoistiche e poco responsabili. Invece egli era estremamente sensibile e soffriva molto per ogni atteggiamento critico nei suoi confronti; era generoso e timido di fronte al pubblico, in privato scriveva su tutti gli argomenti senza nessun timore nell’esternare le sue idee, anche se andavano contro corrente; di fronte a un pubblico taceva, non mi ricordo di averlo mai visto condurre una proiezione o una conferenza, qualche volta, messo alle strette, catturava me e parlavo io; poi mi prendeva in giro per qualche frase colorita o impropria da me pronunciata; il nomignolo canzonatorio: Manera Pan e Pera me lo ha affibbiato lui.

Gian Piero Motti in Calanques

A quei tempi non esistevano i “cellulari“ e neanche tutti avevano il telefono fisso, due erano i punti di ritrovo più in uso per parlare di scalate e per combinarne di nuove: al giovedì sera al CAI in via Barbaroux, oppure, tutte le volte che ci capitava, presso il negozio di materiali per alpinismo dei Fratelli Ravelli in Corso Ferrucci, Il negozio, che ora non esiste più, era condotto da Leonardo (Leo) Ravelli (anche lui istruttore della scuola) figlio del mitico “Cichin” Ravelli. Li c’era sempre Pipi Ravelli con la sua barba bianca che gestiva il laboratorio e brontolava contro la moda delle piccozze con manico sempre più corto. Spesso si incontrava Cichin novantenne, vestito sempre con giacca e cravatta e costantemente aggiornato sull’attualità alpinistica. Un giorno, mentre discutevo con Leo, vidi entrare un ragazzo, sembrava un bambino, si guardava attorno quasi fosse spaventato, chiese informazioni sul prezzo di qualche attrezzo, ringraziò ed uscì: era Gian Carlo Grassi.

1971. Gian Piero Motti (curvo sullo zaino), Miller Rava e Gian Carlo Grassi (ultimo), 1a invernale al Pilier a 3 punte. Foto: Ugo Manera

Gian Carlo è una delle figure più importanti dell’alpinismo torinese del dopo guerra, ebbe un inizio alpinistico difficile, cominciò a scalare da ragazzo animato da un entusiasmo enorme. Fu allievo della scuola Gervasutti e divenne istruttore, ma non si trovò a suo agio, le regole che vigevano allora non coincidevano con il suo modo di praticare l’alpinismo. Faceva un lavoro che odiava e che lo rendeva insoddisfatto, egli avrebbe voluto scalare a tempo pieno e vedeva il lavoro come un penoso impedimento. Legò presto con Gian Piero Motti con il quale effettuò molte delle sue prime scalate difficili, ma in posizione subalterna; raramente con Gian Piero riusciva a scalare da primo di cordata. All’inizio il nostro ambiente non fu generoso con lui, la sua perenne insoddisfazione e qualche incidente da sfigato gli valsero il nomignolo di Calimero, il pulcino piccolo, nero e sfortunato. Nel 1972 venne ricoverato in sanatorio per una sospetta malattia polmonare, vi rimase per oltre 2 mesi maturando così il diritto ad un sussidio di 60.000 lire mensili per sei mesi. La sua vita cambiò rotta, contando su quel piccolo sostegno: abbandonò l’odiato lavoro e decise di vivere di montagna. La guida e maestro di sci biellese Guido Machetto gli procurò un lavoro stagionale agli impianti di Limone Piemonte che, nella stagione estiva, integrava con lavori occasionali; intanto fece il corso guide e divenne guida alpina. Il suo sogno di vivere di montagna era realizzato: lasciato alle spalle il personaggio Calimero, Gian Carlo si avviò a diventare un grande protagonista dell’alpinismo. Credo di non aver mai incontrato nessuno con una passione paragonabile alla sua, per lui tutto era affascinante come un sogno: dalle colate di ghiaccio nei luoghi più impensati ai massi erratici dispersi nella vegetazione della bassa valle di Susa; con il suo entusiasmo ci trascinò tutti a salire le cascate gelate e a scalare sui massi. Gian Carlo era un sognatore, lo si evince dai nomi fantasiosi che dava alle vie da lui aperte. Cominciò a scrivere, a pubblicare guide e tenere conferenze, all’inizio con difficoltà, con un linguaggio che muoveva al sorriso, molte volte Gian Piero Motti, in sordina, gli aggiustava e correggeva i primi scritti, poi si affermò con un suo linguaggio personale fatto di tante terminologie inventate e a volte improprie ma sorrette dalla sua inguaribile condizione di sognatore visionario.

Qualche traccia del vecchio Calimero era rimasta in lui: temeva tutto ciò che interpretava come atteggiamento critico nei suoi confronti, ciò lo rendeva a volte permaloso e causò la rottura di importanti amicizie. Così se nella sua attività agì come un ricercatore instancabile e innovatore, rimase conservatore il suo atteggiamento nei confronti di alcuni nuovi fenomeni come le gare di arrampicata e il sorgere di vie preattrezzate, salvo poi adeguarsi e fare propria quest’ ultima realtà.

Ritornò a Torino un torinese trasferito a Milano per gli studi universitari: Paolo Armando. Egli non aveva amici in città per cui un giovedì sera si recò al CAI per trovare qualcuno con cui arrampicare. L’ambiente torinese non era il più idoneo a favorire amicizie istantanee: sempre un po’ chiuso e indifferente nei confronti degli estranei.

Nessuno, come si suole dire in linguaggio attuale, lo cagò, e ciò fece emergere il suo spirito caustico e sarcastico che orientò verso gli scalatori locali. Alla Rocca Sbarua si lasciò andare a commenti poco lusinghieri sull’abilità dei torinesi nell’“artificiale”; mentre Antonio Balmamion saliva la via delle Fessure con le staffe, per poco non finì a botte; un’altra volta venne sfiorata la rissa con Alberto Re, sempre a seguito di commenti sarcastici. Trovandosi così emarginato dagli scalatori torinesi più noti, prese a scalare con i giovanissimi, in particolare con Claudio Sant’Unione e Fredino Marengo.

Amava dissacrare con battute provocatorie, quando salì la Nord del Cervino con Alessandro Gogna dichiarò che era una sciocchezza: una via di terzo con un po’ di neve.

Ovviamente il gruppo dei torinesi rendeva pan per focaccia: Paolo soffriva le “Dülfer”, quando ripeté con Marengo lo spigolo del Valsoera, salita molto ambita allora, si trovò davanti Peppino Castelli ed Alberto Marchionni che avevano come obiettivo di continuare la via oltre il pilastro fino in vetta al Valsoera su terreno vergine. La cordata di Paolo si accodò, giunti però ad un diedro con una lunga e difficile “Dülfer“ Paolo non se la sentì di salire da primo e si fece buttare la corda: in brevissimo tempo la notizia di questa “macchia“ venne diffusa in “Europa“!

Paolo Armando

Paolo Armando al di là di tutto era un grande alpinista e il valore delle sue imprese appianò ogni contrasto, entrò nel GAM, diventò amico di tutti anche se ogni tanto tra le sue battute emergeva ancora qualche punzecchiatina. La sua seppur breve carriera alpinistica è notevole: con Alessandro Gogna e Gianni Calcagno si aggiudicò l’ambita prima invernale della Nord-est del Pizzo Badile anche se con una tecnica stile himalayano che sollevò qualche critica, salì grandi vie dalle Dolomiti alle Occidentali con qualche “prima” di grande difficoltà come la via sullo Scarason nelle Marittime, con Gogna.

Cadde con il compagno Andrea Cenerini sulla parete nord del Greuvetta nel 1970 tentando di aprire una nuova via diretta.

Io non ho mai scalato con Paolo ma sono uno dei pochi a non aver avuto scontri polemici con lui, nelle interminabili chiacchierate in strada, dopo la chiusura della sezione del CAI, a volte mi confidava le sue idee sull’alpinismo e quando fece una serata alla Galleria d’Arte Moderna, pochi mesi prima dell’incidente, volle che fossi io a presentarlo.

13) La Rivista della Montagna
Nel giugno 1970 esce il primo numero della Rivista della Montagna, è una pubblicazione indipendente, totalmente svincolata dagli organismi del CAI. Nel comitato di redazione vi sono Gian Piero Motti e Andrea Mellano, quest’ultimo vi rimarrà solo per tre numeri mentre Motti ne diventerà direttore dal n. 22, ottobre 75, al n. 26, dicembre 76, per uscire poi dal comitato di redazione nel settembre 1978. Io all’inizio non ne condividevo completamente i contenuti perché mi pareva che la parte riservata all’alpinismo di punta fosse insufficiente, ma allora ero un po’ troppo assolutista, entrai poi a fare parte del comitato di redazione con il n. 28 del giugno 1977. La Rivista fu importante nel diffondere le nuove tendenze dell’alpinismo e dell’arrampicata che nel corso degli anni ’70 ebbe una vera e propria rivoluzione; questo soprattutto grazie all’opera di Motti che in quegli anni fu il più autorevole nella cultura alpinistica torinese, e non solo. Tutti gli argomenti innovativi vennero da lui affrontati e diffusi dalle pagine della Rivista con testi suoi e con traduzioni intelligentemente scelte dal mondo alpinistico anglo-americano passando dall’apertura verso l’alto dell’ormai anacronis