Vita da pastori

Siamo abituati a immaginare le montagne come lo scenario sfolgorante per le nostre giornate ideali di felicità e divertimento: scintillanti di neve per lo sci oppure erte e sfrontate per la miglior arrampicata possibile. Insomma la montagna è il palcoscenico del “nostro” godimento.

Una visione consumistica, superficiale, edonistica. In linea con il modello sociale oggi dominante.

Ma la montagna non è solo presupposto di divertimento e tempo libero. In montagna c’è gente che ci lavora. Sono tutti degni del massimo rispetto, ma non si può negare che ci siano lavori e lavori. Alcuni ruoli professionali, seppur faticosi e impegnativi, costituiscono il contraltare del turismo.

Altri lavori sono davvero fuori dal normale, per i parametri di oggi. Mi capita spesso di pensare a quelli che, dalle mie parti, si chiamano i bërgé, cioè i mandriani d’alta quota, spesso produttori di formaggio con il latte munto dalle loro “bestie”. Questo temine non suoni offensivo, i bërgé lo usano abitualmente, con un tono di affetto.

Vita da pastori: d’estate (mentre noi pianifichiamo salite prestigiose o puntate balneari) loro trascorrono tre mesi in baita (malga, alpe, bergeria: a seconda dei dialetti). Si alzano in piena notte, prima mungitura, poi accompagnano le bestie al pascolo, nel frattempo producono il formaggio, prima di cena seconda mungitura, a nanna presto che la sveglia suona di nuovo prima dell’alba.

Non c’è sabato, non c’è domenica, non c’è ferragosto. Potrei raccontarvi migliaia di storie dei bërgé delle mie valli. Invece prendo spunto da due articoli pubblicati su La Stampa alla fine dell’estate 2019.

Il primo riguarda un pastore del Velino, Americo. “Barcollo, ma non mollo” mi è venuto in mente leggendo la sua storia. Ho evidenziato in neretto alcune sue affermazioni che dovrebbero farci riflettere, a noi frequentatori usa e getta della montagna edonistica.

Il secondo articolo riguarda un fatto di cronaca accaduto nelle Valli di Lanzo (provincia di Torino). Il caso dovrebbe farci riflettere sul fatto che, fra i nostri giovani, non sono tanti quelli che hanno voglia di fare i bërgé, anzi sono pochissimi: troppa fatica, guadagni risicati, rischi elevatissimi. Meglio frignare in piazza reclamando il reddito di cittadinanza.

Quando, con fare da intenditori un po’ snob, scegliamo una toma nella bancarella al mercatino del Sestrière, di Courmayeur o di Cortina, dovremmo riservare un pensiero alle schiene spaccate degli innumerevoli bërgé, senza i quali quella toma non sarebbe in procinto di impreziosire le nostre fauci con il suo sapore rustico e salace (Carlo Crovella).

Il Lago della Duchessa

Americo resiste
di Federico Taddia
(pubblicato su La Stampa del 22 agosto 2019)

«Ogni sera quando fischio per richiamare i cani mi viene il batticuore, la paura è sempre quella di non vederli tornare: fino a quando non arriva l’ultimo, il respiro mi si blocca».

Quasi gli trema la voce, mentre negli occhi lucidi che si fanno cupi e tristi riaffiora vivo il ricordo dei 24 splendidi e fedeli esemplari di pastori abruzzesi uccisi dal 2011. Bocconi letali, polpette avvelenate – le ultime a giugno e che hanno causato la morte di 8 cani – disseminate volutamente da mani sconosciute per allontanare Americo dalla sua valle.

Per zittire la sua voce. «Non ce la faranno: io per questa terra sono pronto a dare la vita». Americo Lanciotti, 69 anni, è pastore da tre generazioni. E da 12 anni, dopo una transumanza di un paio di giorni, risale con il suo gregge da Avezzano alla sua baita all’interno della Riserva della Duchessa, sotto il Monte Velino, all’interno del comune di Borgorose, in provincia di Rieti.

La sveglia alle 5, la mungitura delle 240 pecore, la cagliata, le mani che plasmano formaggio e ricotta, le ore al pascolo, il pranzo veloce, e poi — di nuovo — la sosta nei prati, la seconda mungitura e la giornata che termina poco dopo il tramonto. Questa la dura quotidianità di Americo, rimasto l’ultimo pastore di una valle dove, fino agli anni ’60, erano almeno in una trentina.

«È una professione faticosa, fatta di sudore e solitudine, e che economicamente ripaga pochissimo. lo oramai lavoro praticamente in perdita: lo faccio per conservare una figura che non può andare perduta e per il bene della montagna. La montagna senza pastori non può avere futuro».

Così come sembra segnato il futuro del lago della Duchessa, un bel bacino d’acqua ad una decina di minuti di cammino dal rifugio di Americo, e che rimbalzò agli onori della cronaca nell’aprile del 1978 quando un finto volantino delle Brigate Rosse lo indicava come il luogo in cui era sarebbe stato gettato il cadavere di Aldo Moro.

«Noi pastori da sempre abbiamo portato le pecore a dissetarsi in quel lago, spostandole subito dopo. Da anni invece gli allevatori di mucche e cavalli lasciano abbandonati gli animali, liberi di entrare ed uscire nel bacino, e con le loro feci e urine lo stanno condannando».

L’aumento del carico organico per effetto delle deiezioni sta quindi incidendo sul decadimento della qualità delle acque, con evidenti effetti di eutrofizzazione: è quelle che Americo – inascoltato – denuncia da un pezzo.

Scatenando così atti intimidatori e vendette. «Mi ammazzano i cani sapendo che senza di loro non posso restare, perché il gregge rimarrebbe indifeso dai lupi. Ma io non mollo».

Americo Lanciotti con uno dei suoi cani

Grazie anche alla solidarietà dei tanti camminatori che hanno l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Americo durante il “Cammino dei briganti”, il tracciato di cento chilometri disegnato da Luca Gianotti, guida ambientale tra i fondatori della Compagnia dei Cammini, che porta ogni stagione sempre più persone su questi sentieri, ravvivando a colpi di turismo lento e sostenibile l’economia del territorio.

Ed è stato proprio Gianotti a lanciare la campagna “lo sto con Americo”, per sollecitare l’intervento delle istituzioni, con tanto di magliette e una sorprendente raccolta di quasi 60mila firme su Change.org, la popolare piattaforma di petizioni online.

«L’affetto di queste persone mi fa capire che questa non è solo una mia battaglia», spiega Americo, mentre offre un pezzo di formaggio a una giovane che, zaino in spalla, chiede di poter montare la tenda nei paraggi. «Sono persone curiose, interessate, che fanno domande. Sono sensibili. Ascoltano. Non so perché, ma la gente che passa di qua mi sembra cosi diversa da quella che viene raccontata dai giornali e dalla tv».

Intanto, mentre attende i risultati dell’Istituto Zooprofilattico di competenza per sapere quali sostanze hanno sterminato i suoi cani, il pastore non conta più le raccomandate spedite ai vari organi di competenza, per proteggere il lago e promuovere una giusta cultura della montagna.

«Non mi fanno paura i lupi: li vedo quasi tutti i giorni, ci convivo e con i miei cani vicino non ho minimamente paura – conclude Americo – Mi fanno più paura gli uomini: l’ignoranza e l’egoismo stanno cancellando secoli di tradizioni, antichi saperi e la concezione di rispetto per la natura. Ma io resisto. Lo devo a questa a valle. A questo lago. E ai miei cani»

Quei bocconi al veleno che i lupi non mangiano
di Alberto Infelise
(box pubblicato, a latere dell’articolo, su La Stampa del 22 agosto 2019)

Chi vive la montagna sa bene che è un ecosistema delicatissimo. La storia di Americo testimonia della difficoltà della convivenza tra le persone e i loro interessi.

Certo è che le montagne non possono essere svuotate da chi ci lavora, ma chi ci lavora non può continuare a farlo se privato dei mezzi di sostentamento.

Ma la vita nelle terre alte non è facile. Il ritorno dei lupi ha significato una grande vittoria per l’ambiente e per la vita naturale delle nostre valli, ma ha complicato quella di pastori e allevatori.

I cani guardiani delle greggi, autoctoni o provenienti dal Caucaso, fanno un lavoro prezioso. Chi invece andrebbe fermato sono i pazzi avvelenatori che credono di difendere il loro bestiame dai lupi coni bocconi avvelenati: che però i lupi non mangiano, mentre i cani sì.

È importante fermare con determinazione questa barbarie che causa la morte di centinaia di cani ogni anno: animali che vivono e lavorano con noie che trasformiamo in vittime innocenti dell’ignoranza.

Il soccorso a Mihail

La solitudine di Mihail
di Gianni Giacomino
(pubblicato su La Stampa del 26 agosto 2019)

I soccorritori hanno localizzato il corpo del povero Mihail perché vicino al cadavere c’erano i due cani che lo vegliavano, un cucciolo di maremmano e un incrocio «da gregge».

Lui era poco distante, morto, dopo un volo di circa un centinaio di metri sulle rocce sotto le Lance dell’Uja di Ciamarella, a circa 2700 metri di quota. Si è spenta così, nel pomeriggio di ieri, la speranza di ritrovare in vita il pastore romeno di 49 anni Mihail Fotache, che sabato sera non era più rientrato nella sua roulotte parcheggiata nel verde del Piano della Mussa, l’ultimo lembo del territorio del comune di Balme.

«Era un brav’uomo, davvero, uno con cui faceva anche piacere scambiare due parole», dicono gli altri allevatori della zona. Da quello che sono riusciti a ricostruire i carabinieri di Ceres, Fotache doveva badare ai pastori maremmani che sorvegliano in quota circa 400 pecore di proprietà di un’azienda del Cuneese. Tutti i giorni si arrampicava lungo i sentieri che salgono ai pascoli sopra il Piano della Mussa per portare del cibo ai cani e per controllare che non ci fossero problemi intorno al gregge.

Una vitaccia fatta di fatica e di solitudine per guadagnare più o meno mille euro al mese. Su e giù per mulattiere con la pioggia e il vento sferzante o sotto il sole cocente. Con l’unico rifugio fornito da una vecchia roulotte, ovviamente senza corrente e acqua potabile. Un giaciglio simile a quelli che, spesso, si vedono spuntare il giro per le campagne, come quello dove stavano i due pastori romeni ammazzati a bastonate due anni fa a Castelrosso, nel Chivassese.

Molto probabilmente sabato – da quello che ipotizzano gli investigatori – il gregge si sarebbe spostato verso la zona delle Lance, sotto l’Uja di Ciamarella. Un posto impervio e pericoloso, dove mettere un piede in fallo può essere fatale.

Mihail Fotache

«Glielo abbiamo ripetuto più volte di non andare oltre il corso d’acqua, niente, non c’è stato verso», allarga le braccia un conoscente mentre mostra agli inquirenti il piccolo torrente che scende dai ghiacciai.

Forse Mihail temeva di perdere degli animali, forse è stato tradito dalla nebbia che confonde tutto ed è precipitato nel vuoto proprio a fianco di un lembo di neve. Per questo, sabato sera, non è rientrato nella sua roulotte e un ragazzo se n’è accorto e ha dato l’allarme. Intorno alle 22 i volontari del soccorso alpino di Balme hanno iniziato a cercare il pastore battendo l’area che si allarga da Pian Gias alle pendici dell’Uja di Ciamarella tino all’alba. Niente.

Così, ieri mattina, insieme agli uomini del soccorso alpino si è alzato in volo anche l’elicottero dei vigili del fuoco che ha iniziato a sorvolare le Alpi Graie. Una decina di voli intorno alle vette e ai pascoli che fanno da corona al Piano della Mussa.

Fino a quando una coppia di soccorritori ha notato due cani e poi la sagoma dell’uomo. Il cadavere di Mihail Fotache è poi stato trasportato a valle con l’elicottero a disposizione della Procura di Ivrea.

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Vita da pastori ultima modifica: 2020-06-11T05:02:00+02:00 da GognaBlog

14 pensieri su “Vita da pastori”

  1. 14
  2. 13
    Luciano pellegrini says:

    ultimo articolo pubblicato, al termine dell’isolamento…
    http://enioantonio.altervista.org/2020/alina/alina2020.htm

  3. 12
    Andrea Parmeggiani says:

    Sono bellissime storie, quelle che si leggono qui

  4. 11
    Paolo Gallese says:

    Nelle terre alte delle Marche, negli anni 60-70 c’erano ancora dei “paesi” che portavano il nome di “Villa”. Villa viene in realtà da Vicus e i vici erano dei villaggi di contadini e pastori, dove si viveva attorno a una sorta di piazza, ai piani bassi le stalle con gli animali, a quelli appena sopra le scale le famiglie, in un unico stanzone con un gran camino. All’alba si radunavano le pecore e pastori giovanissimi si avviavano verso l’alto, in basso restavano i contadini. Non c’erano negozi, né bar, né niente. La sera, non c’era nemmeno un lampione (quando misero il primo dove sono cresciuto io, ci fu una festa), ci si sedeva su sedie di vimini a discutere, l’aria arrossata lievemente dai mozziconi accesi, che più si bestemmiava, più si agitavano.
    Da bambini i nostri giochi avevano a che fare con la terra e con gli animali, ma sempre un po’ di nascosto, sennò ci prendevano a calci (mezzo per scherzo, mezzo per davvero) o ci inseguivano agitando una canna, sbraitando in dialetto, soprattutto le donne del villaggio.
    Del resto noi, armati di ampi rettangoli di cartone, ci fingevamo romani antichi e andavamo a dar battaglia ai cartaginesi del luogo, certe oche canadesi alte più di noi, ben più pericolose di chi ci inseguiva per darcele con una canna.
    Quando si poteva seguire i pastori eravamo elettrizzati, noi che si veniva dal vicino mare, dalla “città”. C’era tutto un gergo, una lingua vera e propria, per lanciare segnali, per richiamare le bestie. E si andava in alto, dove il mondo a noi sembrava immenso e sconosciuto.
    Scoprimmo il sesso con una pastorella, io e il mio compagno d’avventure, che era mio cugino. Maria ne aveva 15 e noi 12, che ci pareva la Ekberg in un film di Fellini. Ma, a me in realtà, piaceva Annarella, la pastorella figlia dei “Preziosi”, che nel villaggio se ne stavano sempre un po’ per conto loro, ma che avevano il gregge più grande. Ero innamorato di Annarella, ma a lei piaceva Mariano.
    Mariano aveva un anno più di noi, era il pastore che sapeva portare le greggi ovunque, andava scalzo, cavalcava l’unica puledra da quelle parti, Stella. Ed era un ragazzo minuto ma fortissimo.
    Arrampicava senza niente, in libera e i primi rudimenti li imparai da lui, anche se non si riusciva mai a seguirlo. Se c’era qualche pecora perduta, tra le rocce, non si sa come andava a riprenderla lui (quella sì, la legava poi).
    Era figlio di Caterina, la moglie di “Marcu”, contadini, entrambi analfabeti. Lui grugniva più che parlare. Lei era una donna incurvata dalla montagna, ma una delle intelligenze più vivide che abbia mai incontrato.
    Quando misero in casa loro l’acqua corrente (ce l’avevano in pochi, si andava alla fonte), restò tutta la notte a guardare il bidé e ogni volta che apriva il rubinetto, mormorava piena di stupore “Ma guarda che roba… Chi l’aveva visto mai, solo al cinema.”
    Le due vacche che avevano le portava al pascolo lei, ci parlava e mi diceva sempre “Queste in città non ci stanno, devi venire qui per vederle!” poi me ne faceva guidare una e io morivo di paura.
    Lei e il marito si ammazzarono di lavoro per una vita. Fece studiare tutti gli 8 figli, loro che non sapevano leggere. Mariano, il pastorello eccezionale, ora è un medico.
    Lui e Annarella divorziarono abbastanza presto, qualche anno dopo la laurea che lei prese in psicologia, lavorando in “città”.
    Me lo disse lei, quando ci incontrammo un giorno, per caso, divenuti adulti e con un bagaglio di vita ormai lontano dai pascoli. Quella vita le faceva orrore adesso, anche se la ricordava con gioia e simpatia.
    La “villa” dove crebbi, una delle tante nelle alte Marche, oggi è una specie di villaggio turistico, per benestanti che si rilassano dalla vita di “città”. Le vecchie case hanno lasciato posto ad una brutta speculazione e le stradine bianche di sassi sono state asfaltate.
    Animali non se ne allevano più e anche pastori, lì, non ci sono più.
    Loro, i pastorelli della mia infanzia, oggi adulti e “inseriti” dicono: “E’ un bene, Pà! E’ un bene.”
    Penso ai loro genitori. E mi dico, anche se con un rimpianto tutto cittadino: forse sì.

  5. 10
    Carlo Crovella says:

    Questo articolo rende esplicite 3 storie (compresa quella di Alina, raccontata da Luciano) su cui è opportuno riflettere a fondo, specie quando “sfrecciamo” per i monti con il cronometro in mano o con la testa concentrata solo sul grado da fare in roccia. Molto bello il contributo precedente: incredibile quanto sia tosta quella donna.

  6. 9
    Luciano pellegrini says:

    Voglio far conoscere anche questa storia, anch’essa pubblicata sui giornali, sui social, sulle reti TV. Cambia il sesso… è una donna, UNA PASTORA. Da un paio di anni cerco di darle una mano, ogni tanto mi assento dalla mia città, dal mio lavoro e trascorro con lei una intera giornata, dove ho imparato tanto, sul punto di vista umano, sull’arrangiarsi, rispettando il silenzio, sfamarsi con un pezzo di cacio, pane e una bevuta di acqua sorgiva, accompagnato dal cinguettio dei volatili. Il mio interessamento non è motivato perché Alina è giovane, bella, tosta, ma perché ha avuto delle sventure, causate sia dal meteo che dall’uomo. Alina pascola in VALLE GIUMENTINA, ABBATEGGIO PE, PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO. A gennaio 2017, la forte nevicata, (che procurò la slavina a Rigopiano TE, con vittime e distruzione dell’albergo), non risparmiò il suo gregge, (circa 150 fra pecore, capre agnelli e capretti), tutti morti. Non fu possibile raggiungere lo stazzo per portare fieno ed acqua. Con determinazione e fatica, Alina ha iniziato a dare vita a un nuovo gregge, acquistando le pecore e capre, (mediamente il costo è di 100 euro a capo). A fine anno 2017, aveva circa 50 pecore. La speranza era che a marzo 2018, il gregge potesse aumentare con le nascite. Ma… non aveva fatto i conti con la pazzia umana, con l’invidia, la cattiveria. Una mano vigliacca, assassina, il 18 gennaio 2018 ha dato fuoco allo stazzo.  TUTTO IL GREGGE E’ MORTO NEL FUOCO. Mi telefonò, piangendo, chiedendo aiuto, la raggiunsi immediatamente! Non si è persa d’animo. Testarda, caparbia, volenterosa, non si è arresa, è combattiva, non ha paura di niente e di nessuno, neanche dei lupi che ogni pomeriggio sente ululare, quando il gregge torna allo stazzo. Purtroppo i pastori sono gelosi, oggi c’è anche la mafia. In due anni il suo gregge conta circa 200 pecore e capre. I suoi orari sono quelli descritti dal pastore Americo Lanciotti. La differenza è il sesso… lei è donna e lavora tutti i giorni, minimo 18 ore al giorno, con qualsiasi condizione meteo. Alina è anche madre, ha tre figli, e ti commuove assistere con quanto amore materno, dà da mangiare con il poppatoio, agli agnelli e capretti, che non ce la fanno a succhiare il latte delle mamme. Preferisce mungere con le mani, ogni pecora e capra fornisce mezzo litro di latte nelle due mungiture. Togliendo i nuovi nati (circa 50), restano 150 ovini e caprini, che producono 75 litri di latte. Per preparare un formaggio, occorrono 10 litri di latte, quindi 7 formaggi, che venduti a 10 euro l’uno, a fine giornata hai un guadano di 70 euro! UNA GIORNATA DI LAVORO! Ma devi pensare anche al veterinario, alle medicine per curare le ferite, al fieno, alla famiglia…! Mi ha raccontato che ogni tanto qualcuno si ferma e, le dice che fa una bella vita, all’aria aperta! UNA BESTEMMIA! RISPOSE…MI DAI UNA MANO? Non ha mai trovato nessuno, un volontario. In questi giorni il lavoro è aumentato, c’è la TOSATURA, ci vuole un pastore esperto. Bisogna assistere a questo avvenimento, per capire come la pecora diventa bianca e con la sua lana, regala un tappeto, una coperta, tutta di un pezzo. Siete a conoscenza che questa lana viene buttata, dove non ancora è stabilita? Alina la mette in sacchi di plastica, aspetta che il comune la raccolga. Molti di noi ricordano le nostre nonne e mamme, che con la lana di pecora imbottivano i materassi, o facevano la classica sciarpa, la mantellina, le calze, la maglia. OGGI IL PETROLIO LA FA DA PADRONA! In questi giorni Alina dorme… (si fa per dire), in macchina, (dalle ore 23 alle ore 5 ore), perché la tosatura deve iniziare presto e terminare non oltre le ore dieci, perché il gregge deve mangiare, bere, così produce il latte. Il mio aiuto è farle compagnia, parlare, aiutarla al pascolo, alla piccola transumanza per trasferire il gregge a valle. Sono giornate stupende. L’amico Alessandro Gogna, ha conosciuto Alina. Gliel’ho presentata durante un suo convegno, invitato dal parco nazionale d’Abruzzo, a Caramanico PE.     
     

  7. 8
    Riva Guido says:

    Per avere un’idea di come vanno realmente le cose su nelle TERRE ALTE (ah, ah, ah . . .) e altrove, basta frequentarle e viverle osservando da vicino e da lontano quello che ci circonda invece di guardare alla punta delle babbucce ultimo modello, alla ruota anteriore della bicicletta a pedalata assistita e allo smortfon per l’ennesimo selfie. Ogni volta è un film reale a loro insaputa.

  8. 7
    Roberto Pasini says:

    Il mito dell’autenticità della vita di campagna/montagna, contrapposta all’artificiosità della vita di città, dura da secoli e si porta appresso, oltre ad un giudizio morale, un’iconografia di cui fanno parte il buon pastore e la graziosa pastorella, spesso in costume, a volte anche un po’ maliziosa. Dai capolavori della pittura ad Heidi e Masha e Orso. Una “narrazione”, come si dice oggi, inventata in città e solo il parte collegata alla realtà della vita nei campi e nelle montagne. Un bel film recente, girato nelle valli occitane, “Il vento fa il suo giro”, presenta alcuni dei lati spesso occultati di questo mito/illusione aristocratico prima e borghese poi (chiusura, miseria materiale e morale, mentalità ristretta, alcolismo, represssione, invidia, violenza…) e fornisce una visone meno ingenua e più adulta del ritorno alla vita “autentica”.

  9. 6
    grazia says:

    Ho amato molto questo film documentario del 2012, Nuit Nomade, la storia di una ragazza che segue un pastore in transumanza:
    https://m.youtube.com/watch?v=8Ipw8cFL_TM
     

  10. 5
    Matteo says:

    Beh, certo Marcello, la montagna era quella cosa lì.
    Ma lo sarà sempre di meno.
    Perché non  rende. Perché i prodotti sono pericolosi non rispettando l’HACCP. Perché non è controllabile. Perché i Forestali devono diventare Carabinieri, per poter tagliare meglio i costi, senza farsi vedere.
    Perché se tutto deve avere un valore economico le montagne valgono solo se vengono “valorizzate”
    A meno che i fighetti frignoni in piazza non riescano a far passare un’altra idea di società, in cui per esempio si è pagati con il reddito di cittadinanza, non perché si fa qualcosa, ma perché si è.
    Così poi magari qualcuno decide che gli piacerebbe provare ad andare da Americo a imparare a fare il formaggio e Mihail avrebbe conosciuto una sistemazione decente.
    O magari invece si potrebbe dare direttamente uno “stipendio” a fondo perduto a chi voglia risiedere in montagna o fare il pastore, come fanno pericolosi stati comunisti come la Svizzera o la Norvegia (ma anche un po’ la Francia, gabellando le norme comunitarie)
    Scusate il fuori tema, ma l’introduzione stupidamente ideologica richiedeva una risposta.

  11. 4
    Riva Guido says:

    Crovella, e gli altri nove mesi dell’anno te li sei dimenticati? Dodici mesi all’anno di duro lavoro, con i giorni che sono tutti dei lunedì, con sveglie a orari indecenti e turni di riposo risicati, e non ne puoi saltare uno. Ci vuole un bel fegato per fare una scelta così. Con la scomparsa dei pastori scompare anche la rete di sentieri creata ad arte per i loro spostamenti.

  12. 3
    Roberto Pasini says:

    Lo stesso discorso vale per mare, lago e campagna. È frutto della rivoluzione industriale: gli urbanizzati hanno cercato uno sfogo: prima le elite poi le masse. È la storia di molte famiglie di ex contadini di pianura o di montagna, come la mia ad esempio: dalla Val d’Ossola alle grandi fabbriche lombarde e piemontesi e ritorno come tempo libero e vacanza, acquisito un certo benessere.  Sfogo e residui di autenticità “indigena” convivono, non sempre felicemente e a volte con tensioni tra  residenti e “foresti”, come accaduto durante la Fase 1 del Covid 19. È andata così: il fiume ha preso questa direzione, lasciando qualche ansa dove si sono rifugiate stabilmente poche anime cittadine alla ricerca di qualcosa di diverso. Il fiume cambierà il suo corso? Chissà?

  13. 2
    Andrea Parmeggiani says:

    @Marcello
    Per me la montagna è un luogo in cui “immergermi” in pieno, quando ho occasione di frequentarla… E oggi mi importa poco se è per arrampicare, per camminare, o solamente per respirare. Lo considero un luogo autentico. 
     
     

  14. 1

    Ieri sera sono stato al bar del mio paese. Non siamo ancora in stagione di turismo. Si parlava di come regolare il minimo della motosega e che le manze tra pochi giorni saliranno in malga per l’estate. 
    La “montagna” è questa roba qui. L’alpinismo e i suoi derivati sono fatti che hanno durata prestabilita è limitata. 
     
    E’ triste che l’uomo si sia organizzato un sistema in cui la “montagna” costituisca una valvola di sfogo anziché un luogo ancora in parte autentico.
    E’ la domanda che ogni appassionato dovrebbe porsi.

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