Zion: la Thunderbird Wall in libera

Un grande successo di arrampicata libera a seguito di un lungo lavoro sull’arenaria di Zion, Utah.

Zion: la Thunderbird Wall in libera
di Michael Anderson
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2007)

Cosa potrebbe indurre uomini adulti e oberati di lavoro a sbattere via tempo prezioso litigando come vecchie coppie sposate? Ma è ovvio, Internet! Metti un po’ di tempo invernale e una manciata di alpinisti che magari sono un po’ oltre al loro momento di punta e hai la ricetta per uno scontro e-pico. Nel gennaio 2005 le condizioni erano ottimali per tale furore combattivo, quando uno che non c’entrava nulla ha posto un’innocente domanda sulla storia dell’arrampicata del Parco Nazionale di Zion. Ecco, si spalancarono i cancelli del sacro e-tempio, si scatenò la violenza di drammi vecchi di decenni, ai “likes” dei quali nessun altro scambio di opinioni tra esperti poteva arrivare. Di mano in mano che le leggende su Zion s’ingigantivano nella gara a chi pisciava più lungo, la zuffa si intensificava, senza lasciare sopravvissuti. Bei tempi!

Sebbene la messa in onda pubblica di queste soap opera personali fosse abbastanza divertente di per sé, stavo cercando informazioni sulle salite reali. Proprio in mezzo a quel contesto Dave Jones, il prolifico pioniere dell’arrampicata a Zion, ci ha offerto una semplice canzoncina popolare sul suo mentore di una volta. The Ballad of Timber Top Mesa racconta la saga della lotta di Ron Olevsky per scalare una delle pareti più grandi della regione:

Su Timber Top, Dangle (“a penzoloni”, nick name di Olevsky, NdR) aveva del materiale,
Che più nuovo non poteva essere.
Knifeblades, angle piccoli per penetrare nell’arenaria
su una via che mai sarebbe stata liberata!
Timber Top sarà sempre,
Casa dolce casa per me.
Buon vecchio Timber Top,
La roba di Dangle non penzola più, è in caduta libera…
La roba di Dangle non penzola più, è in caduta libera…

Timber Top Mesa, Zion, Utah

Meglio non entrare troppo nei dettagli della carneficina che ne è seguita, anche perché ho poche ragioni di credere a uno piuttosto che all’altra di quelle affermazioni contraddittorie: mi asterrò dall’elaborare. Però basti dire che ne sono rimasto incuriosito e ho iniziato a fare ulteriori ricerche sulla Thunderbird Wall di Timber Top Mesa.

Circa un anno dopo, sto rivisitando questi pensieri mentre mi pongo la domanda di sempre dello scalatore: “Perché non sono rimasto a casa a guardare le repliche di A-Team? Mille metri al di sopra del torrente in fondo, posso vedere facilmente tutte le torri e le mesas vicine. Mi sto aggrappando a una specie di grumo amorfo di biomassa che sta sbavando lungo la parete. Evidentemente piante e radici ci collegano alla roccia, ma non riesco a distinguerle.

“Terra!” urlo a Eric Draper, mentre scavo una piccola lista come punto d’appoggio. Se riesco ad alzarmi di qualche metro, potrò posizionare una cam e cambiarmi le mutande. Dopo diversi giorni su questa parete ho sabbia ovunque; i capelli sono un ricettacolo di terra e muschio. Prendo un pugno di terra con radici e lo premo sul nuovo punto d’appoggio, premo verso il basso e mi allungo per un appiglio rovescio… ok, preso! Qualche istante dopo, mi allaccio a un robusto pino e urlo: “Ok, sosta!”. Mi manca un tiro per la terza ascensione della Thunderbird Wall. Anche se avevamo iniziato la scalata otto giorni prima, questo era solo il nostro quarto giorno sulla via. In mezzo c’era un viaggio di andata e ritorno di 2000 e passa km tra Zion e la mia casa a Colorado Springs, cinque giorni di lavoro, famiglia e un po’ di allenamento: benvenuti nella mia vita.

Mike Anderson impegnato nella prima ascensione in libera della via Lowe (15 lunghezze, 5.13a R) su Angel Landing, dicembre 2004. Foto: Andrew Burr.

Speravo che la via con quest’impresa diventasse il nuovo massimo nello sviluppo dell’arrampicata in libera a Zion. Dopo aver liberato una manciata di vie, alcune classiche popolari, altre del tutto avventurose e sconosciute, volevo far tesoro di quelle esperienze e realizzare qualcosa di definitivo.

Di quasi 600 metri, la parete nord della Timber Top Mesa è tra le pareti di arenaria più alte del mondo. La sua unica via, la Thunderbird Wall, fu alla fine scalata da Ron Olevsky ed Earl Redfern nel 1986, dopo cinque tentativi e il summenzionato materiale perduto. Sorprendentemente, il fondatore indiscusso della moderna scalata a Zion, Jeff Lowe, aveva tentato la parete già nel 1971. All’epoca, vie classiche come Spaceshot, Touchstone e Desert Shield erano ancora da fare. Ma Lowe era fatto d’altra pasta, però. Voleva una grande avventura e sapeva che Zion era il posto giusto per trovarla.

Mike Anderson alle prese con la spittata e complessa variante alla classica Spaceshot (9 lunghezze, 5.13a, giugno 2005. Foto: Andrew Burr.

Ancora oggi l’arrampicata sulla Timber Top Mesa è una faccenda solitaria e remota; nel 1971 doveva essere una specie di lato oscuro della luna. Tuttavia, Lowe e Cactus Bryan fecero un audace tentativo in stile alpino su quella parete. “Avevamo una gamma completa di nut, ed è quello che abbiamo portato”, mi ha detto di recente Lowe. “Mi piaceva molto l’arrampicata libera, ed ero quasi sul punto di rinunciare completamente all’arrampicata artificiale“. Nonostante il loro scarso equipaggiamento, erano riusciti a fare 450 metri, impressionante. A quel punto incontrarono una fitta vegetazione su roccia non verticale: decisero di piantarla lì. A Lowe e Bryan non era mai passato per la mente che gli alpinisti successivi avrebbero deciso che la vetta era superflua. Quando glielo ho fatto notare, ha riso. “Sì, avrei potuto rivendicare qualcosa, immagino, ma chi se ne frega? È stata solo una bella avventura con Cactus, che è stato un ottimo compagno“.

Trentacinque anni dopo, i miei amici e io siamo arrivati ​​alla stessa parete, cercando le stesse cose: avventura e amicizia.

Con Chris Alstrin non avevo fatto più che arrampicata sportiva quando mi ha parlato del suo piano per un film di arrampicata d’avventura e mi ha invitato a partecipare a una via a Zion. Quando decidi di liberare una via, che si tratti di un boulder o di una big wall, di solito proteggi le tue scommesse selezionando una via che è, per quanto ne sai, vicina ad essere liberata. La Thunderbird Wall era un mistero. Avevo una relazione, ma avremmo potuto stare anche meglio senza. Diceva che un tiro era di 5.10 e il resto era di artificiale bella dura. Io non tenterei mai una via del genere senza la pressione dei miei compagni, ma, se l’incidente del “naked quarter mile” ai tempi del college fosse un’indicazione, sembra che io non sopporti molto bene la pressione dei miei compagni.

Il mio fido compagno Rob Pizem era entusiasta di condividere con me gli impegni arrampicatori, poi ho invitato uno dei local di Zion, Eric Draper, ad aiutarmi a portare l’attrezzatura… ehm, a scattare foto. Il nostro team era a posto. Dall’analisi della parete abbiamo pensato che il grosso tetto del quinto tiro (dato di A3+ dalla relazione) avrebbe segnato il successo o il fallimento della salita. A maggio, quando finalmente siamo arrivati ​​alla parete, abbiamo liberato ciò che potevamo e fatto artificiale sul resto, puntando tutto al tetto solo per cercare di capire se avevamo qualche speranza di farcela.

Il team alla fine è andato oltre alla mia totale incompetenza di arrampicata artificiale, e il secondo giorno eravamo sul tetto, pronti per provare un po’ di arrampicata libera in top rope (con la corda dall’alto). All’inizio avevamo previsto una variante di due tiri e Rob ci ha provato. La chiave per la variante richiedeva di arrampicare tra due fessure. La roccia era di uno strano colore grigio, formata da roccia bianca punteggiata di licheni neri. Rob si allungò alla sua destra fino alla seconda fessura, un camino che escludeva di poter fare incastro. Così ha tirato lateralmente il bordo del camino in opposizione e, senza punti d’appoggio disponibili, ha buttato i piedi verso il muro opposto mentre a me cadeva la mascella.

“I tuoi occhi sono diventati grandi così!” Rob gridò, indicando le dimensioni di una palla da tennis.
“È stato pazzesco!” ho risposto “Proprio figo, ma, amico, non ci avrei mai pensato!”.

Più in alto, ho provato alcuni movimenti sul tetto e, dopo avermi visto salire, Rob era convinto che la via sarebbe andata. Non ricordo che nessuno abbia chiesto la mia opinione, ma qualcuno aveva deciso che avremmo proseguito. Il 29 maggio, il nostro quinto giorno di lavoro sulla parete, Chris ed io siamo andati avanti senza tante cerimonie per la terza ascensione mentre Rob ed Eric stavano lavorando sodo sotto, preparando la nostra via per l’arrampicata libera con alcuni spit e un po’ di pulizia. A quel punto non restava che scalarla nello stile voluto.

Nel 2004 ero sceso in campo sul ring del free-climbing a Zion. Stavo cercando qualcosa di grande e Angels Landing era l’obiettivo ovvio. La ripida e spettacolare parete nord mancava di una salita in libera di qualunque via. La via Lowe era giusta per ciò che potevo gestire, con un’arrampicata fisica continua e alcuni tiri molto intimidatori, incluso un tiro chiave di 5.13a R con gravi conseguenze in caso di caduta. Ho ricavato molto da quell’esperienza, imparando ad apprezzare percorsi impegnativi come quello, che dovrebbero essere preservati. Onestamente, ero tentato di cambiare le regole. Avevo preso in considerazione la pre-attrezzatura, magari anche la spittatura della fessura, ma sono contento di non averlo fatto. Essere in testa su quel tiro richiedeva tutto quello che avevo, fisicamente e mentalmente: e così avrò sempre quell’esperienza da cui attingere, in arrampicata o altro.

Rob Pizem lancia di piede per cambiare diedro sulla seconda lunghezza della variante alla Thunderbird Wall. Foto: Eric Draper.

Ho dei rimpianti per quella salita, però, poiché ho liberato la via in tre giorni, usando corde fisse. Avrei voluto scalarla in giornata, ma le circostanze della vita mi hanno costretto a finire il progetto a dicembre o ad abbandonarlo. Con le poche ore di luce, una salita in giornata era impossibile. Da allora quel rammarico mi ha spinto a tentare altre ascensioni in giornata.

Un po’ di mesi dopo io e mio fratello Mark abbiamo effettuato la prima salita in libera dell’ultraclassica Spaceshot. Arrampicando dal basso in uno stile pseudo yo-yo, non ci impegnavamo su un tiro finché quelli che lo precedevano non erano stati liberati. Non so se questo sia uno stile migliore, ma sicuramente ha reso il processo più emozionante. Ogni tentativo portava nuovi passi da provare, piuttosto che provare i movimenti fino alla nausea. Questo era rischioso perché nella parte alta della parete potevamo trovare un ostacolo ma non ce ne saremmo accorti fino a quando non avessimo già investito molto fino a lì. Ma quell’approccio è stato molto divertente e l’ho ri-applicato a molte delle altre vie percorse in prima libera.

La via Dunn su Angels Landing e Freeloader su Isaac hanno temprato i miei nervi perché mi hanno mostrato il lato più oscuro dell’arrampicata di Zion con le loro fessure larghe e roccia friabile. Hanno anche fornito il luogo perfetto per me e Rob per affrontare le imbarazzanti sfide di un’amicizia in erba. Ci siamo guadagnati la fiducia a vicenda, formando una solida partnership.

Con queste esperienze ho imparato cosa ci vuole per fare da pioniere in arrampicata libera in quel grande scrigno di sabbia, e ho anche sviluppato tattica e strategia per il miglior modo di farlo. Ho sperimentato i trucchi del mestiere e valutato la loro legittimità.

Veduta della Thunderbird Wall sulla Timber Top Mesa. Foto: Mike Anderson.

Due giorni dopo la nostra salita in artificiale della Thunderbird, Chris e io eravamo di nuovo lì, riattraversando il deserto dello Utah verso Zion sulla Saab di Chris. L’aria condizionata non funzionava, ma sfortunatamente il termometro interno funzionava eccome, quindi ci ricordava di continuo quanto caldo fosse. I sedili in pelle erano la ciliegina in più: creavano un bel microclima tra le gambe, qualcosa sulla falsariga di un salume che è stato in frigo qualche mese di troppo. Facevamo del nostro meglio per “pensare a freddo” mentre ci mettevamo miglia su miglia alle spalle.

La mattina dopo ci siamo svegliati il ​​più presto possibile dopo le 10 ore di viaggio e abbiamo raggiunto il fin troppo familiare Lee Pass Trail nella zona di Zion. Ero un relitto emotivo. Stavamo per provare il nostro primo tentativo in libera e dal basso sulla Thunderbird e, come se non bastasse, avevamo una scadenza. Chris, il nostro aspirante regista, avrebbe dovuto partire per il Perù due giorni dopo. Abbiamo dovuto chiudere la parete in 24 ore per guadagnare immortalità grazie al più venerato mezzo di comunicazione odierna, il video d’arrampicata. Mi sono costretto a pensare a qualsiasi cosa che non fosse la Thunderbird Wall: nani del circo, che fanno colazione con i folletti e mangiano uova strapazzate, che provengono da uccelli, uccelli del tuono… dannazione! Ho passato in rassegna tutti i motivi per cui potevamo fallire: non avevo provato tutti i tiri; non ero sicuro di poter fare tutte le mosse chiave; il percorso necessitava di più pulizia; faceva troppo caldo; c’erano troppe zanzare. Fortunatamente, questo non era il mio primo incontro con l’ansia del pre-arrampicata: succede ogni volta. Di solito le cose vanno bene, quindi ho seguito accadere le cose, come faccio sempre.

Rob ha iniziato verso le 10 di quella mattina con una brillante conduzione della prima intimidatoria lunghezza. Il secondo tiro sarebbe stato il primo passo chiave, e al di là del fatto che mi ci ero calato sopra in doppia non avevo imparato molto sui movimenti. Rob, dopo un primo voletto all’inizio, riprese il tiro e lo terminò in fretta. Dopo avermi messo in sicura mi urlò come salire: “C’è un appoggio per il piede destro, la mano sinistra sul bitorzolo, poi caccia la mano destra in fessura, corpo a sinistra, hai capito ragazzo?” ha urlato. In cima alla fessura di sinistra mi sono messo a incastro di mani mentre contemplavo il traverso a destra a piedi sciolti. Qui è dove Rob aveva fatto il suo doppio lancio dinamico nella fessura successiva. Odio i lanci dinamici, quindi ho fatto del mio meglio per fare il movimento in modo statico. Guardai a destra e mi trovai il miglior sidepull sul bordo della fessura. Con le braccia in croce, scollai i piedi dalla fessura di sinistra e li feci strisciare sulla roccia verso destra. Agganciai di tallone destro il bordo della fessura e sbattei di piatto il piede sinistro in parete. Questo mi ha permesso di scalciare il piede destro su un appoggio e quindi di continuare verso la sosta di Rob.

Credo che l’arenaria di Zion sia davvero il non plus ultra dell’arrampicata libera e le mie precedenti salite mi hanno aperto la mente alle sue possibilità. Ogni scalatore che ha visitato Indian Creek ha sperimentato le incredibili fessure del tutto comuni nel deserto dello Utah. Metti le dita in qualche fessura intagliata di netto e inizi a farti un’idea. Poiché sono così ripide e monolitiche, sono sempre sorpreso quando le pareti di Zion offrono una salita in libera. I passaggi chiave sono spesso sottilmente complicati, ma gran parte della gioia del procedere sta nel mettere insieme quegli enigmi.

Il quinto tiro, il punto cruciale della Thunderbird, ne sarebbe un esempio calzante. “Probabilmente andrò su per capire i movimenti, poi potremo tirare giù la corda per provare a chiudere”, dissi a Rob. Erano passate quasi due settimane da quando avevo provato quei movimenti con la corda dall’alto, e non ero ottimista. La via in artificiale saliva per una fessura delle dimensioni di un coltello al fondo di un diedro rivolto a sinistra. A circa 10 metri di altezza sporgeva il grande tetto che chiudeva il diedro. La via artificiale era impossibile da scalare in libera, ma avevo imparato su Angels Landing e Touchstone Wall che la superficie sulle pareti un po’ meno verticali di Zion spesso forma minuscole tacche. Quasi certamente mi sembrava che sullo spigolo non proprio verticale che delimitava il lato destro del diedro ci fosse un’improbabile sequenza di movimenti.

Mike Anderson con le braccia a croce sul passo chiave della quinta lunghezza della Thunderball Wall, una breve variante al vecchio percorso in artificiale. Foto: Eric Draper.

“OK, ti vedo bene”, ha detto Rob. Da fermo sulla sosta mi sono allungato verso il lato a destra del diedro per afferrare una scaglia di 4 cm di spessore. La sua forma articolata rendeva facile l’arrampicata libera, ma il suo essere staccata dalla parete era snervante. Sono salito con cautela. Circa tre metri più in alto mi sono rispostato a sinistra, di nuovo nel diedro. Con il cuore che mi batteva in gola, ho affondato due dita nella fessura allargata dai chiodi messi e tolti per ricavare due movimenti brutali in dülfer. Questo mi ha regalato una quota sufficiente a raggiungere un buon punto d’appoggio che mi avrebbe permesso di raggiungere, con molta delicatezza, una buona pinzata sullo spigolo. Espirai lentamente, spinsi contro la parete sinistra e feci scivolare il palmo aperto sulla faccia di sabbia rosa. Passò un’eternità e poi riuscii a strisciare le dita attorno allo spigolo. A quel punto ho stretto a pinza e ho respirato. Qualche altro movimento d’equilibrio mi ha portato dietro lo spigolo su una placca. Passando dalla modalità potenza a quella tecnica, ho forzato respiri lenti e costanti per ricompormi in vista della ripida placca finale. Al di là delle mie più selvagge aspettative, mi sono fatto tutti e cinque i metri per concludere. “Woo-hoo!” Ho urlato.

Avevamo ancora otto ore di luce con quasi una dozzina di tiri da fare, quindi abbiamo accelerato. Sul 5.12 dell’ottavo tiro, Rob con coraggio è andato avanti assicurato da due mediocri knifeblade che avevo sistemato io in precedenza. Da secondo ho capito che quello era un passaggio fondamentale per la salita in libera. La sottile fessura da knifeblade che intagliava la muraglia liscia allargava pian piano fino a diventare buona per le mani. Una lastra staccata forniva alcune prese chiave, esaurite proprio mentre la fessura si allargava alle dita. Non c’era altro in questa fessura di più di trenta metri e farla in libera sarebbe stato impossibile se per esempio la fessura non si fosse allargata a quel punto o se la lastra si fosse staccata.

Il passo successivo aveva il suo sapore. Circa 15 m sulla destra, su una placca, c’era un ampio sistema di fessure, una corsia preferenziale per la vetta, se solo avessimo potuto arrivarci. Potevamo vedere una ragionevole traversata su una cengia spiovente che ci avrebbe portato fin là, ma la cengia era a circa tre metri sotto l’ultimo appiglio che potevamo raggiungere. Per una volta, la gravità era a nostro favore: tutto ciò che Rob doveva fare era lasciarsi andare. Fatto quel passo dinamico al contrario, riuscì a proseguire con protezioni ridicole fino a che la “corsia preferenziale” di 5.12 si allargò quel tanto da permettere protezioni più serie.

Ogni lunghezza aveva il suo stile e il suo carattere. Ho avuto la mia “paga” sul 5.12 R del 12° tiro, con una complicata protezione in una fessura svasata e alta su una placca esposta, mentre il sole calante gettava luce dorata sulla parte superiore della Timber Top Mesa. Dopo aver terminato il 14° tiro, ci siamo calati su una buona cengia per la notte, per ripartire presto la mattina successiva. Per l’ultimo tiro mi sono assicurato a un robusto pino 15-20 m sotto l’orlo. Quest’ultimo tratto era molto terroso, con tanti cespugli scorbutici tutt’uno con l’arenaria della Formazione Carmelo, fortemente fratturata. Una progressione di equilibrio e la respirazione costante e misurata mi hanno incoraggiato a salire i movimenti di 5.11 fino alla vetta, che abbiamo raggiunto alle 8.30, quindi prima delle 24 ore di arrampicata effettiva.

Rob Pizem si assicura a un chiodo pre-posizionato sul 5.12 dell’ottava lunghezza. Foto: Eric Draper.

Alcuni anni prima, un fulmine aveva incendiato il bosco che copriva la vetta: così fummo salutati dai resti scheletrici di quella che un tempo era una grande foresta. Da quel relitto, rigogliosi campi di querce e fiori selvatici avevano preso il sopravvento. L’armonia di quel contrasto mi ha colpito. Ho notato spesso che le oasi del deserto di Zion sono loro stesse un contrasto, un riferimento costante alla mia vita. La mia vita professionale messa di fronte allo svago, la famiglia opposta agli amici, la mia ricerca di due anni dell’arrampicata libera nel regno delle vie in artificiale. Come questo fragile ecosistema desertico, spero che tutti questi elementi continueranno a prosperare in equilibrio.

Sommario
Area: Canyon di Kolob, Parco nazionale di Zion, Utah
Ascensione: Prima salita in libera della Thunderbird Wall con varianti (16 tiri, VI 5.13- R) sulla parete nord della Timber Top Mesa, Michael Anderson e Rob Pizem, 31 maggio-1 giugno 2006. Entrambi gli alpinisti hanno fatto in libera ogni lunghezza, da primi o da secondi. In precedenza, a fine maggio, Anderson, Pizem, Chris Alstrin ed Eric Draper avevano scalato la via per prepararla all’arrampicata libera, effettuando nel frattempo la terza salita della Thunderbird Wall. Hanno aggiunto sei spit di protezione alle varianti al percorso originale e ne hanno messi tre sulla linea di artificiale originale.

Una nota sull’autore
Michael Anderson è un capitano della US Air Force, attualmente di stanza a Colorado Springs. Ha 30 anni e ha scalato per metà della sua vita. Anche se la sua esperienza spazia dall’arrampicata sportiva alle grandi montagne, attualmente è appassionato di free climbing su big wall. Dal dicembre 2004 ha effettuato le prime ascensioni in libera di 10 grandi vie, per lo più di grado V e VI, nello Zion National Park.

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Zion: la Thunderbird Wall in libera ultima modifica: 2021-06-03T05:18:00+02:00 da GognaBlog
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