Il limite, nostro sconosciuto

Il limite è un tabù della cultura occidentale, cui non sfuggono neanche gli alpinisti, ammettiamolo. Noi adulti ipertecnologici, che già abbiamo consumato le ricchezze terrestri ben oltre i bisogni, abbiamo perso il senso del limite, che invece è l’unica certezza della vita umana e di ogni vita.
Eppure la montagna mette bene in evidenza il “limite”, al quale i montanari si sono adattati da tempo, accettandolo e rispettandolo, mentre la realtà urbana è preda di una pericolosa illusione di onnipotenza.

Il limite, nostro sconosciuto
di Enrico Camanni
(pubblicato su Montagna-Annuario GISM 2025, parte di questo articolo è tratta dal libro La montagna sacra, Laterza 2024)

Una delle più interessanti proposte di ri-conversione ecologica degli ultimi tempi è il progetto “Una Montagna sacra per il Parco nazionale Gran Paradiso”, che ha preso corpo nel 2022 in vista del centenario dell’area protetta. Per il compleanno del Parco si è pensato a una proposta forte e fondata su due urgenze precise: «Porre un freno all’invasività umana che pervade ogni angolo del Pianeta soffocando lo spazio degli altri viventi» e «Porre un limite alla conquista in una società segnata da scellerata crescita di consumo delle risorse naturali, accumulo di rifiuti e degrado degli ecosistemi».

Fugace visione dell’Aletschgletscher, OberlandBernese. Foto: Enrico Camanni.

Il comitato promotore ha individuato il Monveso di Forzo, la bella piramide di 3322 metri a cavallo tra i due versanti del Parco, e oltre mille firmatari — escursionisti, alpinisti, scienziati, giornalisti, scrittori, artisti, cittadini e valligiani – si sono impegnati a non salire la montagna. Non calpestarne mai più la vetta. Si tratta di una scelta libera che non impone alcun divieto: niente cartelli e niente gendarmi ai piedi del Monveso. Il progetto si propone di stimolare una profonda riflessione sul rapporto dell’uomo contemporaneo con l’ambiente naturale, di cui lui stesso fa parte considerandolo spesso dominio proprio, senza accorgersi che ogni alterazione dell’equilibrio ecologico si riverbera sul destino dell’umanità.

La pacifica sfida della Montagna sacra, che non pone limiti pur invocando convintamente la necessità del limite, ha scatenato discussioni accese, talvolta intolleranti, e ha diviso anche il mondo degli ambientalisti. Evidentemente si tratta di un’esortazione che tocca i nervi scoperti delle persone, suggerendo alla società del consumo dei pensieri e degli atteggiamenti più che mai condivisi in altre culture. Esistono montagne sacre in molte parti del mondo e pellegrini che, invece di conquistarle, le venerano e ringraziano ogni giorno per i doni dell’acqua e della vita. Perché non imitare a modo nostro? Il limite è un tabù della cultura occidentale, cui non sfuggono neanche gli alpinisti, ammettiamolo: per secoli si è parlato di “conquista”, un termine che evoca la guerra. C’è una parabola che spiega il concetto e la sua ineluttabilità: se una pianta, mettiamo una ninfea, raddoppiasse ogni giorno di dimensioni, quanto lago coprirebbe il giorno prima di riempirlo tutto? Metà lago, è ovvio, cioè una superficie accettabile, quasi rassicurante. Un bel giorno c’è ancora tanta acqua per specchiarsi e nuotare e il giorno dopo più niente. Il lago è soffocato. Anche un bambino capisce la metafora, noi no, adulti ipertecnologici che hanno già consumato le ricchezze terrestri ben oltre i bisogni. Non capiamo il concetto perché abbiamo perso il senso del limite, che è l’unica certezza della vita umana e di ogni vita. Ne scrivono Diego Cason e Michele Nardelli nel 2020, ragionando sul disastroso messaggio della tempesta Vaia nelle Alpi orientali: «La montagna, nel meccanismo produttivo e antropico, tra bisogno e desiderio, tra produzione e distruzione, è una pietra d’inciampo; è fastidiosa perché, in questi territori obliqui e verticali, il paradigma della crescita infinita trova un elemento probatorio dei limiti della produzione. La montagna mette in evidenza il “limite” al quale i montanari si sono adattati da tempo, accettandolo e rispettandolo, mentre la realtà urbana è preda di una pericolosa illusione di onnipotenza».

Nel 2022 lo stesso Nardelli affronta con Maurizio Dematteis il tema della neve bollente in un piccolo libro che s’intitola Inverno Liquido. Considerevole inchiesta, da leggere. Prima di intraprendere il viaggio tra le stazioni d’inverno, gli autori citano e commentano la partigiana ecologista Laura Conti: «Da qui in avanti, il momento più facile in cui fermarsi è ora. Ora è più difficile di ieri, ma è più facile di domani». Sono trascorsi alcuni decenni da quando Conti scriveva queste parole. Seguendo il suo aforisma, potremmo dire che ora è certamente più difficile di quarant’anni fa, ma fra quarant’anni sarà tardi. Dovrebbe essere questa la scala di visione della politica, la proiezione verso il futuro delle scelte che andiamo a compiere ora. In realtà, tutto quello che accade, o meglio che facciamo accadere, ci pone la domanda se siamo ancora in tempo o se non siamo già nel territorio dell’irreversibilità. E la medesima domanda che inquieta papa Francesco nella Laudate Deum, dove il Papa denuncia la passività della politica mondiale di fronte alla crisi climatica e ambientale e svela l’illusione di invulnerabilità generata dalla tecnologia. Il nuovo Dio. «L’intelligenza artificiale e i recenti incessanti sviluppi tecnologici si basano sull’idea di un essere umano senza limiti, le cui capacità e possibilità si potrebbero estendere all’infinito grazie alla tecnologia. Così, il paradigma tecnocratico si nutre mostruosamente di se stesso… ma il problema più grande è l’ideologia che sottende un’ossessione: accrescere oltre ogni immaginazione il potere dell’uomo, per il quale la realtà non umana è una mera risorsa al suo servizio. Tutto ciò che esiste cessa di essere un dono da apprezzare, valorizzare e curare, e diventa uno schiavo, una vittima di qualsiasi capriccio della mente umana».

La parola chiave è “limite”, il più grande tabù della società occidentale. Limite, nostro sconosciuto. Non se ne parla mai, come non si parla della malattia, della vecchiaia, della morte e di nessun’altra finitudine. La dottrina economica fondata sulla crescita inarrestabile ha plasmato le menti e i pensieri dei consumatori. Con l’inganno dello sviluppo infinito in un mondo finito è cresciuta anche l’illusione dell’eterna giovinezza, o della perpetua incompiutezza, generando una cultura talmente fragile da non essere più in grado di affrontare la propria fragilità. Il blog della vita quotidiana ci mostra continue maschere di limiti truccati, umiliati e spacciati per primati. Succede con la guerra e la contabilità morbosa dei morti, e capita analogamente di fronte al riscaldamento globale, quando, più per stupire che per cambiare, declamiamo le alte temperature estive sul Monte Bianco o spettacolarizziamo la regressione dei ghiacciai. Tramutata in record, la negatività del limite buca lo schermo e scioglie la responsabilità.

Avete visto la fotografia del Breithorn Occidentale 4165 m, scattata due estati fa, il giorno dopo l’apertura della nuova funivia del Piccolo Cervino? Sul primo pendio del Monte Rosa si contavano centinaia di turisti-escursionisti-alpinisti incolonnati come alla biglietteria del cinema e allo sportello dell’ufficio postale. Ognuno poggiava lo scarpone (o la scarpa da ginnastica) sul gradino di neve appena lasciato dal piede che lo precedeva, liberandolo a sua volta per il successivo. Una catena. In cima non c’era spazio per tutti e dopo una fotografia, un selfie, forse un’occhiata al panorama, i turisti erano costretti a turnare sulla soglia e incolonnarsi per la discesa. Tutto il giorno, dal primo mattino al pomeriggio, perché la super funivia sputava gente a ogni ora e il Breithorn non era più una montagna, ma un circuito. Andata, selfie e ritorno.

La World Tourism Organization ha definito overtourism «l’impatto del turismo su una destinazione, o parti di essa, che influenza in modo negativo la qualità della vita percepita dei cittadini e la qualità delle esperienze dei visitatori». Sulle montagne italiane — osserva Stefano Ardito – «escursionisti e alpinisti sono abituati alle code sui sentieri del Catinaccio e delle Tre Cime, o lungo vie ferrate famose come quella del Paterno o la “Tridentina” del Sella. Sulle Alpi occidentali si può fare la fila salendo al Gran Paradiso, al Breithorn o alla “capanna Margherita” del Monte Rosa. A quote inferiori, il caso più noto è quello del Lago di Braies, in Alto Adige. Il bacino, frequentato da più di un secolo, è stato preso d’assalto dopo che vi è stata ambientata la serie RAI A un passo dal cielo». Lo stesso è successo all’idilliaco villaggio austriaco di Hallstatt, in riva al lago omonimo, nel Salzkammergut, dove la gente era abituata a una vita tranquilla prima che il paese venisse identificato come l’ispiratore del borgo incantato di Frozen e apparisse in una serie televisiva sudcoreana. Nell’ultimo decennio Hallstatt è in cima alle classifiche del turismo social, con l’assalto giornaliero di decine di migliaia di curiosi nei periodi di punta e un rapporto tra turisti e abitanti di 1.800 a uno, vale a dire un milione e mezzo di visitatori contro gli 859 residenti.

«I flussi turistici non sono più l’esito della libera scelta delle persone – scrivono Diego Cason e Annibale Salsama sono fortemente influenzati dal marketing che induce la nascita di nuovi bisogni. Il mercato turistico è eterodiretto dagli interessi dei gestori degli esercizi e dei vettori, infatti la maggior parte dei flussi si concentra e cresce in particolari periodi e luoghi… Sulle Alpi, come nelle località balneari, il turista e l’escursionista esigono sempre nuove offerte, indotte da un mercato bulimico e distruttivo: il deltaplano, il parapendio, le tute alari, il downhill, le mountain bike, il canyoning, il fun bob, le fat bike, il free ride ovvero lo sci fuori pista, le ciaspolate, i parchi avventura, il rafting, il kayak, l’hydrospeed, si sono sommati allo sci, alle arrampicate su ghiaccio e alle vie ferrate. Tutto all’insegna del no-limits, che in montagna è un mantra pericoloso…».

L’overtourìsm segue le dinamiche dei social media, perciò è fondato sull’imitazione e il contagio: non si va in cerca di un luogo, ma della fama di quel luogo. E’ una specie di rito profano in cui la quantità degli officianti certifica la rinomanza della meta, dunque il valore del viaggio. Più gente c’è, più ci si sente appagati. I turisti televisivi che affollano il Lago di Braies immaginando di cavalcare nella foresta con Terence Hill, non cercano il lago smeraldino ma il riflesso delle star che si sono specchiate su quell’acqua. I turisti dell’orrore che si fotografavano davanti alla villetta di Cogne, non erano interessati al Gran Paradiso ma alla cronaca di un delitto. Come affermavano Giorgio Gaber e Sandro Luporini «la massa fa massa», cioè genera la scintilla (attrazione) che la brucia. I flussi turistici sono sempre più ardui da gestire, gli ambienti più compromessi e chi ha la sfortuna di abitare su una rotta di richiamo si sente espropriato in casa propria: a Braies, dove la fiction televisiva ha eliminato gli abitanti di lingua tedesca, a Venezia e perfino alle pendici del monte sacro, perché non si salvano nemmeno monti venerati come il Fuji, antica meta di pellegrinaggio e recente patrimonio Unesco. In meno di dieci anni gli escursionisti dell’area protetta sono più che raddoppiati, superando i cinque milioni di visitatori annui nel 2019. Immaginate che tutti gli abitanti del Veneto confluiscano come un fiume in piena sul bianco vulcano dei giapponesi; e ne mancherebbero ancora.

Grotta presso la cima della Montagne de Sainte-Victoire, Provenza. Foto: Gianni Battimelli.

Da tempo si è passato il limite anche in Himalaya e in Karakorum. Nell’ormai lontano 1990, quando la salita degli Ottomila era ancora cosa per pochi, Mountain Wilderness organizzò la spedizione alpinistica Free K2 per pulire la seconda montagna della Terra. I lavori durarono tre settimane e si spinsero fino a 7000 metri. Oltre ai rifiuti, gli spazzini dell’ottomila raccolsero i resti delle tende, le corde fisse e le scalette di metallo abbandonate sullo sperone degli Abruzzi. Alla pesa risultarono oltre 2.500 chilogrammi di materiale, tra cui 12 chilometri di corde inutilizzabili, 50 tendine da bivacco e 30.000 lattine poi schiacciate dalla pressa del campo base. Si recuperarono anche stoviglie, fornelli, bombole di gas e ossigeno, scale a pioli, batterie esauste, imballi di plastica e molto altro. E pensare che le spedizioni commerciali non esistevano ancora, meno che mai sul K2 che è più difficile dell’Everest. Nel 1990 i salitori erano pochissimi, ancora campioni da copertina, e soltanto venti spedizioni avevano raggiunto la vetta. Adesso i pretendenti si contano a centinaia e il 22 luglio 2022 sono arrivati in cima 145 alpinisti in un giorno solo.

Tra il 10 e l’11 maggio 1996 otto persone muoiono sulla via nepalese dell’Everest. Il maltempo investe improvvisamente la montagna e sorprende le spedizioni commerciali, decimandole. Nel 1998 esce in Italia la traduzione di Into Thin Air (“Aria sottile“) di Jon Krakauer, il diario della tragedia. Leggiamo il reportage e inorridiamo quando l’autore si sofferma sulla fine di Rob Hall, la guida neozelandese congelata sulla Cima Sud in collegamento con il campo base. E’ la prima morte satellitare della storia dell’alpinismo, un evento scioccante per la cultura novecentesca. Nel nostro immaginario l’Everest era un posto alla fine del mondo, invece Hall muore in mezzo a tutti, se ne va così, nudo davanti a tutti, vicino nel cuore e irraggiungibile nello spazio. Agonizza al telefono con la moglie Jan, rimasta a Christchurch ad aspettarlo.

Davanti alla morte in diretta, capiamo che è giunta l’epoca in cui si potrà fare tutto senza staccarsi mai; essere completamente isolati e perfettamente cablati allo stesso tempo. Non sono i dischi volanti e i film di fantascienza a proiettarci nel futuro: è il collegamento incessante in ogni luogo e in ogni istante. Viviamo con migliaia di occhi puntati addosso, anche se ci sentiamo soli o vorremmo esserlo. La comunicazione è il nuovo comandamento. L’estrema violazione del limite.

La prova della profanazione sbarca in rete nel maggio 2019, con le famose fotografie dell’ingorgo all’Hillary Step sotto la vetta dell’Everest, l’unico passaggio che presenti vere difficoltà alpinistiche per chi sale dal versante nepalese. Le immagini svelano il conformismo dell’estremo. Dove è stata seppellita l’avventura? Che senso ha salire in cima al mondo pressati come polli da allevamento? E siccome non esiste il limite, nostro sconosciuto, il 27 luglio 2023 ci gustiamo anche le terribili foto scattate da Lakpa Sherpa sul Collo di Bottiglia del K2, dove il portatore pakistano Mohammad Hassan è disteso sulla traccia della via normale, morente, e i clienti delle spedizioni scavalcano il corpo per andare in cima. Lo saltano due volte, in salita e in discesa. Ormai non è più alpinismo, ma turismo — come dice Reinhold Messner – sfrontato svago di ricchi narcisisti che usano persone e denari per ogni cosa, anche una vetta famosa. Come i paperoni che scendono nel sottomarino a spiare il Titanic o si regalano un viaggio spaziale per festeggiare il compleanno. E per poterlo raccontare.

Per approfondire: https://www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/

Il limite, nostro sconosciuto ultima modifica: 2025-12-26T05:07:00+01:00 da GognaBlog

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65 pensieri su “Il limite, nostro sconosciuto”

  1. 64@ eh caro Drugo non solo su a Pozzale ; sembra,pare (alla Loche)ne abbian visti 6 assieme sotto Valle…sul resto concordo senso critico autonomo ed immaginario scomparsi!

  2. @Antoniomereu, eccome rende l’idea! Per chi la sappia o voglia cogliere.
    E sempre più a margine, ovvero off topic come si diceva un tempo, è proprio per ricordare sommariamente che l’ambiente dei nostri climi temperati  è modificato anche dall’uomo da alcune migliaia di anni, che ogni tanto mi permetto di fare presente che le solite frasi fatte in ambito naturalistico sono fuffa inutile.
     Recentemente ho ricordato che tutte le montagne prealpine, sovente di morfologia ben più complessa delle alpi calcaree e centrali, fino a un secolo fa erano pelate, rapinate, mentre adesso costituiscono una area enorme (un po’) definibile di wilderness secondaria.
    Ma niente, si va avanti a generalizzare.
    Faglielo capire che adesso ci sono più cervi che vacche, ma in compenso in pianura sono spariti i passeri ed è pieno di cornacchie grigie; che ci sono marmorate da metro, ma sono spariti i temoli e i cormorani si tuffano a migliaia; che i lupi sono più comodi a fare la spesa sopra Pozzale che gironzolare attorno a Casera Cavalet…Sono esempi ad cazzum e fuori tema, ma tanto per dire…
    I problemi di “devastazione ambientale” sono specifici. Che siano le opere per le Olimpiadi, la continua coltivazione delle cave in Apuane (come giustamente spesso ricorda il Benassi) o gli eccessi di traffico in Alemagna. Specifici e localizzati. Sparare frasi fatte ha stufato e non c’entra mai un beato puffo con la analisi del singolo problema.

  3. Ciò che scrive Antoniomereu (56) racconta con obiettività il passato e fa luce sul presente.  

  4. @ 52
    La mia scarsa conoscenza delle cose al riguardo, mi dice comunque che, se esistevano ottime leggi forestali, al tempo stesso i boschi della Serenissima furono ridotti in condizioni anche penose per responsabilità degli esecutori di quelle leggi. Forse dunque ho sbagliato nel riferirmi alle galee della Repubblica, e forse anche al Cinquecento piuttosto che al Quattrocento, non so; tuttavia, le foreste conobbero molti abusi e devastazioni. Ciò non toglie nulla al fatto che la Repubblica di Venezia abbia avuto il merito di essersi occupata in maniera coerente dei boschi, producendo leggi e regolamenti per il buon governo delle foreste. Mi pare quindi che siano vere entrambe le cose. Ho sbagliato probabilmente nel mio giudizio circa l’agire di Venezia (come Capitale e Governo Centrale) riguardo al tema della gestione dei boschi. Quindi grazie per gli utili ragguagli. C’è sempre da imparare!

  5. Secondo me sarebbe interessante conoscere la reazione di un altro Merizzi a quello che scrive Guido…

  6. Va bene Guido.
    Allora spittiamo anche Amplesso Complesso. Bello corto, ogni 2 metri.
    Poi all’altro mondo te le vedi tu con il Tico!

  7. Nel limite autoimposto, la sacralizzaxione di un remoto cucuzzolo, c’è un imbarazzante velleitarismo in cui si adombra, manifestandolo e insieme celandolo, una sprezzante superiorità castale.
    Bramini del nulla, nichilisti adoratori del nikel, borghesi senza borgo: spiantati morali.

  8. Alberto vieni trovarmi vedrai è un attimo fare un salto nel passato e into the wild….Luciano regattin…..domanda da fare a qualche psichiatra….. banalizzando si potrebbe ricondurre tutta la storia dell’umanità alla risposta….

  9. 52 @Drugo ; ancora più a margine premettendo che le tue precisazioni sulla Serenissima Republica non solo hanno anticipato ( e molto piu accuratamente!) le mie ma possono diventare fulcro di approfondimenti sull inquinamento che sembra sia un esclusiva tutta nostra e del secondo secolo industriale in atto.Se pensiamo alle Alpi e alle altre foreste Europee nel passato alcune zone dobbiamo sforzarci ad immaginarle completamente rasate a zero fino a quote elevate…il carbone e la legna erano anche gli unici combustibili ,in tutte le case , dalle città alle zone più impervie ,i camini erano in molti casi un lusso e ancora da inserire nelle povere case .Ricordo i ricordi (gioco di parole)di nonna Aurelia morta a 93 anni nel lontano 1980 , rammentava che nella prima guerra non c erano nemmeno piu i baranci da utilizzare da fiamma e tutto il legno di pregio era per il carbone da città da rivendere a TV e VE e/o per falegnameria da costruzione dato che legno da mobilio era poco e altrettanto fuori portata dai più. Inoltre visto e considerato che la ” popolazione ” animale era circa  di numero triplo quella umana( escludendo polli e affini a due zampe) le zone adibite a fienagione erano immense assurdamente in alto e fuorimano .Tutto cio’ rende l idea di quanto il bosco(modificato) oggi sia aumentato e invadendo e riprendendosi spazi che da secoli non erano più suoi?…giusto o meno che sia?

  10. @53. Tralasciando gli altri punti, su alcuni dei quali sono già stati scritti fiumi di commenti su questo blog, mi chiedo quali problemi psicologici abbiano tutti gli adulti che necessitano di una panchina gigante per ammirare un panorama (verso il quale in realtà non hanno alcun interesse).

  11. bivacchi High Tech, sì, la tecnologia avanza;

    Meno male che ho avuto la fortuna di vivere il bivacco Gervasutti quando ancora sapeva di legno puzzolente. E non quella specie di astronave aliena da indagine TAC. 
    Chi ancora vorrebbe vivere con un pizzico di romanticismo l’ambiente naturale per quello che è,  deve rassegnarsi ad essere considerato un relitto, un pellirosse da rinchiudere e alcolizzare sotto l’avanzare della modernità. Quale sarebbe poi la modernità…non l’ho capito. Eh si C’era una volta il West!

  12.  
    Remo Labarca, provo a rispondere al suo elenchino da ecologista bacchettone:
    – I ponti tibetani sì certo, come le vie ferrate, le falesie attrezzate, i sentieri ben tenuti e con i cartelli indicatori, le strade forestali di accesso agli alpeggi e ai rifugi, le piste sterrate per le biciclette…. tutte opere green che avvicinano le persone alla montagna, anche se in un modo non esattamente puro e senza peccato come vorrebbe lei;
    – Le panchine giganti ma sì, se ben fatte e se ti invitano ad ammirare un panorama di grande pregio;
    – I becchi non so cosa siano;
    – Le piste per jolette che credo servano ai disabili, ma certo;
    – La captazione dell’acqua della Valle di Mello, no! E infatti è stata sempre ostacolata dagli abitanti della Val Masino. Ne esiste una vecchia Enel allo sbocco della Val di Mello che anni fa captava tutta l’acqua del torrente mentre adesso rilascia il Minimo Vitale, ottima cosa, valla a vedere!
    – La zip line della Valle di Tartano mi è sembrata una buona idea. Mi dispiace solo per l’incidente dovuto ad un grave errore umano;
    – I bivacchi High Tech, sì, la tecnologia avanza;
    – I rifugi con sauna: è stata fatto alla Marinelli sfruttando l’energia elettrica prodotta da un ruscello che scorre nelle vicinanze. Con questa energia si produce anche acqua calda per le docce e un modesto riscaldamento delle aree di deposito degli scarponi. Direi proprio di sì, perché punirsi? In fondo siamo tutti peccatori!
    – l resort della Val di Togno? Non diciamo falsità: è stato il recupero di un vecchio rifugio abbandonato da parte di una coppia, credo belga, che è andata lì a viverci tutto l’anno conducendo una vita da eremiti e riportando le mucche in un vecchio maggengo abbandonato. Credo che in estate ospitino persone che vogliono condurre una vacanza del tutto particolare, a contatto con la natura e assolutamente green! Una iniziativa davvero eroica!
    – L’apreski di Santa non so bene cosa sia e comunque direi di no.
     

  13. Marco ex Lupo80, permetti una nota molto a margine.
    La Repubblica di Venezia più che “deforestare” ha tutelato i boschi dei suoi domini. Rapinava solamente i boschi di faggio presso le miniere (Agordo, Val Zoldana) dove era prioritaria la produzione di carbone di legno per alimentare i forni fusori. Oppure gli ambiti di confine e “oltre mar”, trattati alla stregua di “colonie” in senso ottocentesco.
    Non era rispetto per la natura come lo concepiamo oggi, ma tutela di un capitale al quale detrarre l’interesse annuo in “antenne”, ovvero alberi (legno di abete) per la velatura, “reme” (legno di faggio), fasciame e “bricole” (legno di farnia e rovere).
    Pertanto i boschi erano censiti, soggetti a un piano di utilizzo e sorvegliati.
    Ed essendo i veneziani decisamente pragmatici, per i boschi misti del Cadore recepirono e adottarono il taglio  a scelta (taglio cadorino) che già da prima veniva utilizzato dalle Regole sui boschi della singola comunità (boschi pubblici).
    Se fosse stata operata la “deforestazione” nell’ambito della Repubblica, non avremmo ancora oggi una bella faggeta (coltivata) come il Bosco del Cansiglio (bosco da reme) o la Foresta di Montona (bosco planiziale -> farnie -> fasciame) in Istria. Mentre invece il Bosco del Montello (farnie/roveri) parcellizzato e dato in coltivazione ai “bisnenti” (nullatenenti) dal Regno d’Italia, venne totalmente disboscato.
    Sono solo esempi.
    Comunque, se quando vai a camminare nelle dolomiti bellunesi guardi i toponimi, troverai spesso i termini antenne, reme, stele, stua, rìsina ecc. . Tutti termini che si rifanno a una gestione selvicolturale efficiente e non alla “deforestazione”.
    PS: Grazia è il perfetto emblema di chi si sofferma sull’incarto, non sa cosa kaiser ci sia dentro alla confezione, ma giudica. E giustamente per lei è primario soffermarsi sul nome e non su quanto venga espresso. Cheppalle. 

  14. la natura – da conservare: puro fanatismo religioso in versione animata.

    Ratman, il sacerdote del cemento armato: guai ai verdi prati, ti puoi sporcare i piedi, poi lo porti in casa…
     

  15. Guardie di confine
    Il limite cosi pensato è un confine che solo ai varchi ha delle guardie.
    Il limite è un muro che circoscrivere.
    Fantasticare sui limiti testimonia non tanto della “inutilita” della storia – intesa nel senso di narrazione calla quale dovremmo apprendere qualcosa” ma della pervicace ostinazione repressiva e impositiva della natura umana.
    Limiti come muri di difesa: dai barbari , dall’alterita incomprensibile.
    Qui però non c’è una identità di comunità da difendere da una invasione, ma una alterità totale – la natura – da conservare: puro fanatismo religioso in versione animata.

  16. In passato, nel Cinquecento, sono stati fatti danni enormi sulle Alpi Orientali con la deforestazione operata dalla Repubblica di Venezia per la costruzione delle galee. Sull’Appennino Centrale e altrove, la deforestazione è sempre stata praticata per ottenere pascoli, anche attraverso l’uso del fuoco, cambiando profondamente il paesaggio. Il confronto fotografico tra il passato e il presente riguardo al territorio montano, anche in riferimento al Trentino, ci dice quanto in realtà oggi vi sia una attenzione enormemente superiore ai tempi andati per le foreste di montagna e per le montagne in generale. Meglio non mitizzare i montanari e le istituzioni di un tempo riguardo al rispetto dell’ambiente. Non parliamo, ad esempio, dell’uccisione senza regole dei lupi, anche cuccioli, che veniva praticata nella valli della Majella. Ovviamente non si tratta di criminalizzare. Tutto va contestualizzato e compreso in quella che era la sensibilità di epoche che non ci appartengono. 

  17. Sig. Regattin, mi dispiace ma la valorizzazione del territorio montano a proprio vantaggio e per i propri fini economici, l’uomo lo fa dai tempi di Neanderthal!

    Non capisco il senso di tirare in ballo gli ante-antenati che erano 4 gatti e lottavano per sopravvivere al massimo fino a 40 anni di età. Non è una buona giustificazione per continuare sulla stessa strada, sottraendo territorio per l’interesse di pochi, non di sicuro per la collettività o per evitare lo spopolamento.

    Molto probabilmente i “territori naturali” che lei cita hanno in realtà una origine antropica.

    No, intendo proprio versanti ripidi e scoscesi, con varie problematiche logistiche e inseriti in un contesto ambientale molto selvaggio, oltre che inseriti in un Parco Naturale, dove si vuole costruire una pista ciclabile per “valorizzare” il territorio.

  18. Buonasera Grazia, menomale che c’è lei che può dirci cosa possiamo o non possiamo permetterci di scrivere. Io pensavo che questa fosse una prerogativa del titolare del blog.

  19. Tutta questa deificazione delle montagne è ciò che forse porterà le stesse ad essere sempre più sfruttate. La cosiddetta foto di rito è già espressione di questa sacralizzazione che sostituisce Dio con le cose. Forse potremmo già immaginare i pellegrinaggi (inquinanti) di un numero enorme di persone che andranno ad adorare il sacro Monveso.
    E Ratman dice delle verità condivisibili.
    Inoltre, trovo meravigliosa questa sua frase: L’infanzia è un luogo magico che rimarrà sempre tale, il tempo e il luogo dello stupore per il mondo.

  20. Lupo, Marco, Michele, Alessandro o Giovanni, mi dispiace ma non comprendo chi scrive con uno pseudonimo e ribadisco, come ho già fatto oltre volte, che chi lo usa, a mio avviso, può solo concedersi considerazioni generali. 
    La tua metafora è incomprensibile così come lo sono le tue considerazioni di ciò che ritieni troppo: vivo condividendo ciò che ho, dunque per me è scontato che un’istituzione opulenta come la Chiesa contribuisca a rendere migliore la vita dei meno fortunati.
    Temo tu non abbia mai ascoltato le storie di certi senza tetto per essere così giudicante. Non sono cattolica e ho uno spirito che qualcuno definirebbe cristiano, visto che ritengo che l’amore non abbia misura né limite.

  21. Certo l’apertura di nuove ferrate, anche No.
    Le big panchine anche no. 
    Questo non è valorizzare il proprio territorio, caso mai ridicolorizzarlo e farlo simile a tanti altri.  È toglierli la propria anima, ci sono altri modi per farlo conoscere. Le caratteristiche  ambientali e culturali che fanno apprezzare un territorio, sono lì da sempre. È questo che bisogna trasmettere, far capire alla gente che non serve la big panchina per vedere la bellezza della natura.
     

  22.  
    Sig. Regattin, mi dispiace ma la valorizzazione del territorio montano a proprio vantaggio e per i propri fini economici, l’uomo lo fa dai tempi di Neanderthal!
    Molto probabilmente i “territori naturali” che lei cita hanno in realtà una origine antropica.
    Quando la valorizzazione del territorio per scopi agricoli o pastorali non è più possibile o conveniente, bisogna farlo in un altro modo, pena la migrazione; a meno che non si viva di rendita o si è figli di papà.
    I lunapark della montagna, che occupano spazi limitati e che anche a me non piacciono, non vedo perché si debbano frequentare: ci sono tanti modi alternativi, più economici ed appaganti di vivere la montagna!
    Bisognerebbe fare un lavoro di informazione in questo senso nei confronti dei lunaparkisti e di chi sale sull’Everest in coda e con le bombole di ossigeno!
     

  23. Non facciamo la guerra a interventi sul territorio poco costosi e di modestissimo impatto ambientale, che servono a sostenere una economia fragile come quella delle aree montana, non saremmo capiti!

    Merizzi, su questo sono d’accordo, perchè in montagna non solo ci vado a divertirmi, ma c’ho abitato più di 20anni.

  24. Gli interventi poco costosi e di modestissimo impatto ambientale quali sarebbero???
    -I ponti tibetani?
    -Le panchine giganti?
    -I becchi?
    -Le piste per Jolette?
    -La captazione dell’acqua della Val di Mello?
    -La zipline della Val Tartano?
    -I bivacchi Hightech?
    – I rifugi con sauna?
    -Il resort della Val di Togno per banchieri annoiati?
    – L’apreski di Santa?
    Tutte cose queste che sostengono l’economia fragile della montagna.
    Anche NO!

  25. Visto come stanno le cose, gridare allo scandalo per una nuova pista ciclabile in montagna, per una nuova via ferrata, per qualche fittone resinato sulle vie normali o per chi scende le piste di sci con una bicicletta, mi sembra un modo di vedere un po’ da vecchi bigotti 

    Credo sia vero il contrario, è da vecchi bigotti insistere nel voler trasformare territorio naturale in territorio “valorizzato”, dove l’unico valore sarà quello del denaro che finirà nelle tasche degli imprenditori che si aggiudicheranno le gare d’appalto. Per il resto d’accordo sul fatto che dal punto di vista ambientale i danni sono circoscritti e limitati, ma ciò non giustifica quest’idea (da vecchi bigotti) che il territorio montano debba essere modificato a nostro piacimento e senza limiti e debba essere reso fruibile anche da chi lo considera un luna park (vedi ultime ferrate allucinanti, ad es. Parco Alpinistico Val d’Astico).

  26.  
    Sì è vero Sig. Benassi, è così. Vuole altri esempi di opere che devastano l’ambiente, che impermeabilizzano il suolo, favoriscono il dissesto idrogeologico, costosissime e sostanzialmente inutili? L’autostrada BreBeMi, la TAV, la pista di bob a Cortina, l’impianto sciistico di collegamento tra la Valle di Scalve e Lizzola, e poi… Ah sì certo, il ponte sullo Stretto di Messina. E’ queste un piccolo esempio di opere contro le quali vale la pena metterci la faccia e lottare. Non facciamo la guerra a interventi sul territorio poco costosi e di modestissimo impatto ambientale, che servono a sostenere una economia fragile come quella delle aree montana, non saremmo capiti!
     

  27. @35 Quello che dice Merizzi è in gran parte vero, ma è un’analisi generale, che guarda le cose in superficie e non scende nel particolare. È vero o non è vero che l’Italia è il paese europeo dove c’è più consumo di territorio naturale ?  È vero o non è vero che una delle concause di alluvioni  è causata dalla impermeabilizzazione del territorio con  pavimentazioni, coperture, asfaltature, tombature fossi e fossetti,  che impedisce l’assorbimento della pioggia? Mai sentito parlare dello scempio apuano? Il più grande scempio ambientale europeo!!! E vero o non è vero che nevica sempre meno ma, nonostante questo, si vogliono costruire nuovi impianti di risalita anche in luoghi di grande pregio ambientale. Qunto ai rifiuti abbandonati lasciati a marcire sul territorio, ci sono sicuramente delle isole felici,  ma se ci si guarda intorno non si puo non vedere, i bordi delle strade sono li davanti agli occhi di tutti, ma forse sono io che ho le visioni. 

  28.  
    Nell’articolo del blog si lascia intendere che nelle Alpi e penso anche negli Appennini, sia in atto una cementificazione selvaggia e progressivamente crescente del territorio, che viene perpetuata senza alcun “senso del limite”. Questo è vero se paliamo degli anni ’60, ‘70 e ‘80 del secolo scorso. Oggi non è più così, non solo per una maggiore sensibilità e attenzione verso l’ambiente, ma anche per il progressivo spopolamento delle aree montane e il conseguente forte aumento delle aree boschive e selvagge. Rispetto ad alcuni decenni fa in Lombardia abbiamo quasi 3.000 kmq. in più di bosco!!
    Le Alpi e gli Appennini stanno subendo un progressivo e rapido processo di de-antropizzazione e direi anche di de-alpinisticizzazione, l’esatto contrario di quanto asserito nel blog! A parte le solite cime più importanti che vengono ancora salite in processione (come sull’Everest), moltissime altre non sono più frequentate, come per esempio tante cime delle Alpi Orobie. Si tratta di un dato sicuramente positivo per l’ambiente naturale, per la fauna e la flora selvatica e per chi cerca nella montagna luoghi selvaggi e solitari, ma è anche un segnale molto negativo per l’economia di chi ci abita.
    Visto come stanno le cose, gridare allo scandalo per una nuova pista ciclabile in montagna, per una nuova via ferrata, per qualche fittone resinato sulle vie normali o per chi scende le piste di sci con una bicicletta, mi sembra un modo di vedere un po’ da vecchi bigotti e soprattutto non serve alla causa ambientalista, anzi!
    PS: mi scuso con il Sig. Benassi il termine ipocrita non era certo riferito a lui!
     

  29. Diffcile parlare di limite quando la storia dell’alpinismo (della quale Camanni spesso scrive) è un elenco lunghissimo di persone che hanno voluto passare quello che era il limite di allora. Se tutti quelli che hanno fatto la storia dell’alpinismo si fossero dati un limite, oggi non esisterebbe storia dell’alpinismo. Il problema non è darsi dei limiti ma superare i limiti nel rispetto degli altri e dell’ambiente. Soluzione? Non ce l’ho. Io per primo sono rimasto inorridito di fronte allo scempio della funivia del piccolo Cervino, come di fronte alle ruspe che sul ghiacciao portano neve da una parte all’altra per salvare le piste. E non mi sembra che i montanari, i quali si sarebbero arrestati di fronte ai limiti imposti dalla montagna, abbiano invece fatto una catena umana pur di bloccare questi obrobri. Il tema è piuttosto semplice: chi vive in montagna vuole sostentarsi con quello che il territorio offre. E noi chi siamo per dire no, cosi non va bene? Noi (non tutti ma tanti) che viviamo in città, inquiniamo in città, facciamo centinaia di km per raggiungere le montagna che vogliamo, noi che magari viviamo al mare a abbiamo km di spiagge invase da stabilimenti, alberghi, barche….. Finchè al governo di questi territori non andrà qualcuno che davvero sarà convinto che il benessere delle persone di quella comunità passa per il rispetto dell’ambiente non vedremo cambiare nulla. In questo senso l’iniziativa della montagna sacra mi è sembrata debole, seppur ne capisca il fine: non sarebbe stato piu forte che mille persone avessero firmato di non salire più il Gran Paradiso o il Breithorn o il Monte Bianco? o ancor meglio avessero dichiarato di salire su qualsiasi cima ma lasciando l’auto a casa? Ho come l’impressione che queste iniziative, che sono finalizzate a dare un messaggio, finiscano per naufragare in una certa ipocrisia di fondo e quindi nel nulla. In ultimo, non vi è nulla di sacro in questa iniziativa e quindi non capisco perchè chiamare la montagna Sacra, nulla a che vedere con quanto accade in Nepal. 

  30. @31 grazie per l’attenzione. 
    Il limite e la sua confusione.
    Hai ragione. Non bisogna confondere gli ambiti d’uso dell’idea di limite: ci sono ambiti scientifici dove il superamento di un limite è chiamato conoscenza ed è bene; ci sono ambiti morali dove il superamento del limite è aborrirto, è il male, è il peccato. 
    È evidente che quello di questo saggio è l’ambito morale e ci richiama ad un rapporto responsabile con la terra. Sullo sfondo il fatto che tutte le previsioni catastrofiste sull’esaurimento delle risorse si sono rivelate false, che il vituperato capitalismo in occidente  ci ha fatto stare bene sia noi tutti che i milioni di persone che ha sottratto alla povertà.
    L’idea che il limite sia quello che debbano porsi gli altri e non noi che, ahimè ormai è troppo tardi, è il leitmotiv del pezzo.

  31. 29/30 Oltre a provocare, come al solito, confondi conoscenza e ricerca con consumo e utilizzo. Anche un bambino sa che quando si parla di limiti ci si riferisce ai secondi.
    “La voluttà del limite”. Vorrei scrivere un insulto pesante, poi però Bertoncelli mi segnala 🙂

  32. Un malcelato desiderio di galera, per gli altri ovviamente, percorre tutti questi scritti ispirati dalla voluttà del limite.
    È il sogno, l’utopia, del totale controllo sociale di una minoranza di iniziati al bello al buono al giusto e al vero.
    Il disagio di una accolita di ottimati ad essere parte di una comunità in cui contano poco ma di cui hanno la pretesa ingiustificata di dettare le regole.

  33. C’è della disperazione in questo scritto. Solo un uomo solo e disperato può desiderare un limite, una costrizione che lo contenga e lo salvi da sé stesso.
    Probabilmente non è il caso di Camanni persona, sicuramente è il caso di una umanità diffusa che non trova più né in sé e neppure nelle possibilità del mondo una via e una luce.
    Sono i cascami dell’occidente opulento, di una cultura asfissiata da vuoti sensi di colpa, senza la concretezza di un Dio e della sua condanna per l’eternità.
    Basterebbe uno sguardo sincero agli orizzonti della scienza e una penna che non si intinge per pecunia nel gozzovigliare malmostoso di gente stanca di sé stessa, per scorgere che da sempre il superamento del limite è condizione di sviluppo della civiltà.

  34. Comunque Grazia, la mia era una metafora, quando ho scritto del suo giardino e semmai un elogio. Però non era necessario che io lo facessi, quindi le chiedo scusa. Il Vaticano cura i suoi giardini per la decarbonizzazione e al tempo stesso si occupa dei senza tetto di Roma, togliendo le castagne dal fuoco al sindaco. A volte penso che faccia anche troppo, e che i senza tetto, persone forse più disagiate che povere, aumentino anche perché si diffonde l’idea che qualcuno si occuperà di loro in tutto, e questo potrebbe deresponsabilizzarli e non farli crescere. Poi, visto che qui nessuno vuole giudicare, non sono né Giuseppe né Antonio ma Marco. Ognuno ha i suoi motivi per presentarsi solamente con il nome o uno pseudonimo (cosa fino ad ora non vietata), motivazioni non necessariamente deplorevoli. Se lei scrivesse solo Grazia le risponderei comunque, la mia fiducia non cambia se compare un cognome che comunque per me non aggiungerebbe nulla, perché se anche lei avesse un suo blog per farsi conoscere non la conoscerai di persona. Questo è il limite di ogni blog.

  35. Grazia, non le ho detto che è ignorante, ma che confermo che non conosce le cose di cui abbiamo scritto, e le ho mostrato il perché. Se non ci crede perché le manca il mio cognome non so cosa farci. Però, visto che chiama in causa l’onestà intellettuale, si informi per sé stessa senza poi dirmi cosa ha scoperto. Si può dire che anche lei giudica il Vaticano e il papa senza conoscerli veramente. Questa è una situazione molto comune. 

  36. Lupo, Marco, Giuseppe o Antonio…
    A me non par credibile qualcuno che difende la Chiesa e, nel contempo, appare così giudicante senza conoscere il proprio interlocutore personalmente. 
    Mi si permetta di diffidare e di dar conto solo a chi mostra onestà intellettuale.

  37. Buonasera Grazia,
    Faccio un passo avanti. Il mio nome vero è Marco, già Lupo 80.
    Grazie per avermi persuaso, assieme ad altri.

  38. Alberto, grazie per il tuo intervento, ma meglio lasciar correre.
    Mi sa che dovrò tornare sui miei passi evitando di leggere commenti scritti con pseudonimi.

  39. @16 Merizzi,  vacci piano ad affibbiare certi aggettivi a chi non conosci. Sei liberissimo di non condividere, ma ipocrita non serve.
    Ho parlato dei luoghi dove abito, ed ho fatto un raffrato tra come erano un tempo e come sono adesso. E visto che ci sono nato, cresciuto e ci abito, so di che parlo.
     

  40. @ 10, 14
    Buonasera Grazia. Confermi quello che ho scritto, cioè che non sai. Poi, esprimendoti così, mi fai pensare che il tuo giardino di casa non sia per nulla curato, come la tua casa, e che in essa tu ospiti i senza fissa dimora rinunciando, per sfamarli, alla tua automobile, facendoti accompagnare in auto quando ne hai bisogno. Probabilmente abbracci i malati infetti per amarli senza mortificarli, come hanno fatto tanti nella Chiesa e per questo sono morti. Se è così ti ringrazio per il buon esempio che ci dai.
    Il Vaticano ha costruito strutture come alberghi e altro dove queste persone possono vivere gratuitamente, mangiare, vestirsi, dormire, lavarsi, riposarsi, studiare e via dicendo. Quelli che non vogliono andarci o non possono perché si ubriacano e fanno danno agli altri, sono ospitati sotto il colonnato di San Pietro ogni notte, e hanno sempre e comunque tutti i servizi a disposizione, soldi compresi. In Vaticano esiste un dispensario pediatrico (dalla Secona Guerra Mondiale) per tutti i bambini che vivono in famiglie povere, italiani e stranieri, dove ricevono quotidianamente cure generiche e specialistiche di vario genere, tutto gratuito, giocattoli,  lettini, carrozzine e ogni bene necessario. È da supporre che coloro che qui criticano il Vaticano, hanno rinunciato a comprare l’attrezzatura per le scalate per aiutare gli altri, così per coerenza. Quindi, per i senza fissa dimora e altro ancora, interpellare il sindaco di Roma, non il papa.
    Poi, nulla e nessuno è perfetto!

  41.  
    Personalmente non condivido tutto questo catastrofismo e questa nostalgia ipocrita per i bei tempi passati. Ai miei tempi, appunto, diciamo 50 anni fa, le cose andavano molto peggio dal punto di vista ambientale: l’aria della Pianura Padana, dati ISPRA alla mano, era molto più inquinata di adesso a causa delle automobili prive di marmitta catalitica, del riscaldamento delle case a gasolio o peggio, a cherosene e per le maggiori emissioni inquinanti delle industrie. Negli anni ‘70 e ‘80 c’è stato addirittura un leggero abbassamento delle temperature nelle Alpi con conseguente aumento dei ghiacciai a causa della spessa coltre di smog che impediva parzialmente il passaggio delle radiazioni solari!
    Lo stesso discorso valeva anche per le acque dei fiumi, a causa della totale mancanza di impianti di depurazione efficienti e per la totale assenza del cosiddetto Minimo Vitale a valle delle opere di derivazione idroelettrica.
    Pesci, uccelli, camosci, cervi, caprioli, stambecchi etc. erano molto più rari di adesso a causa dell’inquinamento, e perché cacciati indiscriminatamente. Oggi abbiamo pure in Lombardia lupi e orsi!
    E vogliamo parlare delle spiagge, dove era del tutto normale imbrattarsi i piedi di catrame lasciato dalle petroliere o tagliarseli con i cocci di vetro abbandonati, o nuotare in buona compagnia di cetrioli di mare galleggianti.
    Quando andavo in montagna, trovavo rifiuti dappertutto, discariche e fogne a cielo aperto subito a valle dei rifugi, la flora alpina era sistematicamente devastata dagli alpinisti doc e dai raccoglioni. Oggi fortunatamente no, perché c’è molta più attenzione e rispetto per l’ambiente!
    Diciamolo ogni tanto, che ci fa bene!
     

  42. Alcuni giorni fa in televisione parlavano del tesoro di San Gennaro. Valore inestimabile e non assicurabile. Sembra che la sola mitria valga più di 7 milioni di euro.  Ora mi domando: ma la chiesa non dovrebbe seguire gli insegnamenti di un certo Gesu Cristo? Come direbbe un mio amico “gente ammantata dal culto papale, festoni e santi e gemme incipriate”. 

  43. Matteo, oltre al senso di meraviglia, così assuefatti a delegare il nostro sapere, abbiamo perso la capacità d’osservare. 
    Non serve documentarsi e studiare per notare gli sfarzi e i privilegi di cui gode – da sempre – una personalità pubblica come il Papa. 

  44. @11
    In parte Ratman ti do ragione, il tempo passa, si imparano sempre piu cose, si perde quell’ingenuità giovanile che ci faceva sempre e comunque stupire.  La tristezza che mi prende per questi luoghi così cambiati, non è incapacità di stupirsi, cosa ti vuoi stupire davanti a colate di cemento, a capannoni, a centri commerciali tutti uguali, a decine di rotonde sensa senso che mangiano terreno verde, amministrazioni pubbliche (destra e sinistra) che permettono una continua aggressione al territorio. Mi dovrei stupire di questo? Ammetto la mia incapacità e ribadisco la mia tristezza a vedere com’è ora e ricordare com’era un tempo.

  45. Per parlare di Vaticano ci si dovrebbe documentare sul Vaticano…ma certo non dove ti documenti tu, Lupo!

  46. @6
    L’infanzia è un luogo magico che rimarrà sempre tale, il tempo e il luogo dello stupore per il mondo.
    Perdere la capacità di questo stupore non è colpa dei tempi.

  47. Lupo, solo il modo in cui si vive dentro al Vaticano e il fatto che i giardini sono curatissimi, mentre i barboni aumentano per le strade (non solo a Roma) fa capire tante cose.
    Il Papa va in giro con l’autista, è scortato, ha uno stuolo di servitori: tutto questo non mi parla di limiti.

  48. Quanto all’opulenza, intanto si può pensare al fatto che la maggior parte degli edifici di culto cattolici in Italia sono di proprietà dello Stato Italiano, dei quali esso si è appropriato con l’Unità d’Italia attraverso l’incameramento dei beni della Chiesa e la soppressione degli ordini religiosi. E, andando lontano, ci si dovrebbe documentare su quanto la Chiesa fa per gli Indios dell’Amazzonia e per l’Amazzonia stessa.

  49. Ci si può documentare su quanto il Vaticano sta facendo per la neutralità ecologica. È interessante. Lo si può sapere facilmente anche attraverso la cosiddetta ‘intelligenza artificiale’. Inoltre, i giardini vaticani, che ho potuto visitare, sono un polmone verde per la città di Roma, curatissimi e pulitissimi, come tutto il Vaticano lo è, in cui esiste una ricchissima biodiversità vegetale oltre alla presenza di diverse specie animali, soprattutto uccelli, che nidificano indisturbati tra i beccattelli dei palazzi storici. Anche Mario Giordano e altri giornalisti, quando parlano del Vaticano, fanno un tonfo

  50. Scusa Grazia, scrivere di opulenza inopportuna della Chiesa è un po’ banale. In genere quando si discute di Vaticano, Chiesa, papa, si parla senza conoscere veramente le cose che li riguardano e si prendono cantonate. 

  51. Se vado indietro con la memoria e penso a come erano i luoghi dove sono nato e cresciuto, con i fossi pieni di pesce e ranocchi, le pioppete, la pineta, i prati, i frutteti e la paragono ad oggi, a come e quanto è cambiata per gli interventi sempre piu incisivi dell’uomo. Mi prende non solo una grande nostalgia, ma anche tanta tristezza.

  52. Lo spirito di umiltà e contemplazione dovrebbe essere riservato a tutti gli ambienti naturali: una duna sabbiosa o uno stagno hanno la stessa dignità di una montagna, il resto sono tutte seghe mentali.

  53. Si tratta piuttosto di rifiutare l’alpinismo eroico e sportivo: 

    Questa non l’ho proprio capita. 
    Quale tipo di alpinismo sarebbe ammesso? Tra quello eroico e quello spirtivo c’è una forma intermedia?

  54. La proposta di una montagna esclusiva fraintende il senso del sacro, come se fosse lecito fare altrove ciò che non si può fare da qualche parte. Si tratta piuttosto di rifiutare l’alpinismo eroico e sportivo: una montagna sacra non è la montagna di chi non sale, ma la montagna dove tutti possono salire in spirito di umiltà e contemplazione. Come una chiesa cattolica: tutti possono entrare per pregare!
     

  55. Citare il Papa in un articolo che parla di limiti mi pare fuori luogo, vista l’opulenza inopportuna della Chiesa.
    Sulla Montagna Sacra mi sono espressa più volte: non è eleggendo un sol luogo sacro che si fa proprio il senso del limite. E’ vero che esistono luoghi ritenuti tali in tante parte del mondo, ma lo sono per un vissuto culturale e storico. Mi sembra facile stabilire di non scalare un’unica montagna. 
    Mi sembra più opportuno osservare il proprio senso del limite e i propri bisogni nel quotidiano.

  56. La tempesta Vaja (vivo in una delle zone più colpite) è stata un grosso affare!
    Ha dato lavoro a moltissime persone per ricostruire para valanghe, soldi ai Comuni per la vendita del legname, la possibilità di rifarsi il tetto nuovo a molti proprietari di case che lo avevano vecchio e non isolato, ecc. ecc. Sono piovuti fondi per costruire opere anche inutili, insomma c’è chi si augura una calamità simile ogni 10 anni.
    Per i montanari è stato un affare.

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