A ricordo di Ken Wilson

Kenneth John Ken Wilson (nato il 7 febbraio 1941, morto l’11 giugno 2016), fondatore e redattore di lunga data della rivista britannica Mountain (dal 1969 al 1978), è morto lo scorso fine settimana. Nel novembre 2015 aveva ricevuto il Boardman Tasker Lifetime Achievement Award , assegnato a coloro che hanno avuto un impatto considerevole sulla letteratura di montagna. Voce schietta nella comunità degli alpinisti, Wilson ha combattuto per preservare l’etica tradizionale in montagna e ha sostenuto una campagna per i diritti delle donne. Nel libro Up and About: The Hard Road to Everest, l’alpinista britannico Doug Scott definisce Wilson, “un implacabile guardiano dell’anima dell’alpinismo, per come la vedeva lui”. Guardando indietro alla sua lunga carriera nella prefazione all’edizione 2007 di Classic Rock, Wilson ha scritto che sebbene “molti degli scrittori siano ormai morti… [l’arrampicata] è un processo senza tempo… e una nuova meravigliosa arena pronta per essere scoperta dalle generazioni successive”. Il suo lavoro e la sua visione hanno avuto una profonda influenza su tutti noi di Alpinist e le nostre condoglianze vanno alla sua famiglia e ai suoi amici (la redazione di Alpinist).

Ken Wilson, Dave Alcock e Joe Brown all’uscita di A dream of white horses, Craig Gogarth, 18 maggio 2001.

Se penso alla figura di Ken mi vengono in mente tanti momenti, anche se non ricordo più in che modo fossimo venuti a contatto, se era stato lui a cercarmi o se ero stato io. Di fatto gli facevo un po’ da corrispondente per l’Italia (anche se il corrispondente ufficiale era altra persona): mi chiese due grosse collaborazioni, la storia del Cervino e delle Grandes Jorasses: due lavori che mi impegnarono molto, sia per le difficoltà a reperire il materiale storico, sia per il puntiglio ossessivo con il quale Ken pretendeva fossero scritti. In effetti debbo a lui molto di quello che in seguito ebbi modo di produrre nel campo della storia dell’alpinismo: il rigore e lo stile asciutto.

I suoi libri Classic rock, Hard rock ed Extreme rock sono stati un faro: confesso tranquillamente che mi hanno ispirato l’idea dei 100 Nuovi Mattini, anche se di certo la realizzazione del mio libro andò oltre a quello che era lo spirito essenziale di Ken.

Craig Gogarth, 17 maggio 2001, Ken Wilson da secondo sulla via Gogarth

Dopo tante lettere, venne finalmente il momento in cui c’incontrammo di persona. Lui era di passaggio per l’Italia, così io, che per quel wekend avevo quel programma, decisi di portarlo… in Svizzera!

Nel settembre 1989 scalammo assieme a Bibiana Ferrari Nolens volens al Grosse Bielenhorn, vicino al Furkapass. La via era impegnativa, l’attaccammo un po’ tardi e alla fine fummo costretti a rinunciare all’ultimo tiro. Di certo il più dispiaciuto era lui… dicendo che era stata tutta colpa sua se avevamo rallentato (ma non era vero). Il giorno dopo ci trasferimmo alle placche di Schoellenen, dove salimmo assieme a Marco Milani e Glauco Dal Bo la via Geburtstag.

Ma in quell’occasione stavo giocando in casa e ancora non avevo capito con chi realmente avessi a che fare. Verso la fine degli anni Novanta Ken insistette perché io facessi un giro di conferenze in Gran Bretagna. Io nicchiavo apertamente, adducendo la scusa del mio inglese insufficiente, ecc.

Ken Wilson sulle Placche di Schoellenen, via Geburstag, 10 settembre 1989. Lo seguono Marco Milani e Glauco Dal Bo.

Per Ken queste schermaglie erano il pane quotidiano, e infatti in qualche mese riuscì a convincermi. Nella seconda metà del maggio 2001 partii con le mie diapositive alla volta della pallida Albione. Il viaggio era stato preceduto da un serrato scambio di e-mail nelle quali io avevo tradotto in inglese il commento alla mia conferenza Alpinismo ieri e oggi, ovviamente un po’ abbreviata all’essenziale. Ken non mi criticò il testo per il mio inglese scolastico ma riuscì a farmi alterare per tutta una serie di piccoli particolari che io ritenevo di nessuna importanza. Guya mi convinse che comunque, trattandosi di Gran Bretagna, aveva ragione lui.

Fu una settimana che più intensa non avrebbe potuto. Arrampicai con lui, con l’amico Roberto Stocco, ma anche con mostri sacri del calibro di Joe Brown e Pat Littlejohn. Dopo le 18, un po’ provati per via che l’arrampicata là è tutto meno che sportiva, o si tornava a casa sua dalla moglie di colore Gloria, oppure si stava al pub e bere pinte di birra in attesa delle conferenze. In totale me ne fece fare tre di preparazione alla più grande, l’ultima. Parlo di Heathersage, Llanbery e Stanage Edge. Finita la mia esposizione iniziava la parte più difficile, quella delle risposte alle domande che mi venivano rivolte… Dopo le serate finalmente si mangiava a casa di qualche amico e alla fine si andava sempre a dormire a ore improponibili. Lui guidava l’auto nelle trasferte, ma non stava mai zitto, costringendomi a rispondere e interloquire, quindi senza che mai io mi potessi allontanare anche per poco da quel maledetto idioma che tante energie per capire mi richiedeva. Il finale fu nel cuore di Londra, nella mitica sede dell’Alpine Club. Un centinaio di persone mi applaudì, non fosse altro perché ero stato presentato da quel mostro sacro che per me è Doug Scott, allora presidente dell’Alpine Club. Di fronte al suo personaggio mi sentivo tanto piccino, ma lui fu molto bravo a mettermi a mio agio, come del resto il generoso pubblico. Ken intanto si godeva il risultato della sua regia nascosta (Alessandro Gogna).

Ken Wilson nel 1973. Wilson è stato l’editore di lunga data della rivista britannica Mountain (cha ha in mano). Foto: Chris Bonington Picture Library

A ricordo di Ken Wilson
(una leggenda del giornalismo di montagna)
di Ed Douglas
(pubblicato su alpinist.com il 15 giugno 2016)

Ora le persone scrivono messaggi di posta elettronica, ma allora abbiamo parlato e Ken Wilson chiamava praticamente a qualsiasi ora del giorno. Il telefono era la sua finestra sul mondo e lui teneva la finestra aperta, trasmettendo la sua scoppiettante energia ad alta tensione in tutto il mondo. Joe Tasker ha raccontato la storia nel suo libro Savage Arena di come, tornando a Londra da una nuova via sul Dunagiri, abbia usato il telefono di Ken per qualche motivo. Ken si era agitato di brutto. “Non era il costo”, ha raccontato Tasker, “stavo pagando per le chiamate. Si sentiva al di fuori dell’alpinismo mondiale perché il suo telefono era occupato”. A quel punto, a metà degli anni ’70, Ken era all’apice della sua influenza, curando la rivista Mountain, una pubblicazione che catturava lo spirito del tempo dell’alpinismo mondiale come nulla prima.

Ricordo di essere stato svegliato da un telefono che squillò una mattina presto quando vivevo a Manchester, allora editavo una rivistina di arrampicata ispirata principalmente all’esempio di Ken, seguendo come tanti altri le sue orme. Era la fine degli anni ’80, quando l’arrampicata su roccia stava attraversando un cambiamento sismico, forse il suo più grande, e Ken con la sua passione caratteristica stava sostenendo una linea che lo metteva in contrasto con una grande percentuale della nuova élite. Sono strisciato fuori dal letto e ho sollevato il ricevitore. Era Ken, che mi stava sondando, cercando di arrivare al fondo di ciò in cui credevo (lo ha fatto con tutti: quando pubblicava la raccolta “bizantina” di saggi di Ed Drummond, A Dream of White Horses, Ken gli aveva scritto chiedendogli proprio questo: chi sei esattamente?). Appoggiai delicatamente il ricevitore sul tavolo della cucina, e mentre Ken si lanciava in una delle sue famose tirate, mi preparavo la colazione, tornando ogni tanto al telefono per incoraggiarlo.

Ken Wilson durante la spedizione britannica all’Everest del 1975 guidata da Chris Bonington. Foto: Chris Bonington Picture Library.

Abbiamo parlato spesso e l’ho conosciuto bene. Ero troppo giovane per capire la portata dei suoi successi o la sorprendente complessità della sua personalità: la sua insaziabile curiosità, la sua saggezza e la sua gentilezza. Era solo una voce che usciva dall’auricolare, un Girolamo Savonarola delle altezze, che trattava l’arrampicata come se fosse una religione mondiale i cui precetti fondamentali erano minacciati. Con il passare del tempo, tuttavia, posso percepire la sua frustrazione, la sua sensazione che, nonostante tutta la sua sconfinata energia ed esperienza, le cose stessero andando in una direzione che minava tutto ciò che gli era caro.

Ken non era il tipico pensatore binario. Sì, credeva che il mondo potesse essere diviso in buono e cattivo. Una parte di lui si crogiolava in quella distinzione. Amava anche le gerarchie. Ha diviso gli alpinisti in gruppi; lui ed io eravamo saldamente nel team “D”, la vasta massa di appassionati del fine settimana con poco talento distinguibile. Per fare la “A”, in fondo dovevi essere Bonatti. I primi numeri della rivista Mountain, la testata che ha definito la prima parte della sua carriera, erano pieni di elenchi definitivi, chi era in alto e chi era in basso. A quei tempi, alla fine degli anni ’60, pochi si comportavano con tanta allegria schietta. Era Prometeo scatenato, definendo il mondo che stava cercando di descrivere. Pochissimi editor riescono a farlo. L’effetto collaterale era lo stato d’animo della competizione, il prendere gli scalatori dal loro contesto naturale e metterli uno contro l’altro.

Eppure i suoi istinti erano anche profondamente libertari, un paradosso che spiega come uno così supponente potesse accogliere tali diversità. Adorava il ruvido e i tonfi e, privo di auto-considerazione, se ne prese le conseguenze sul muso. Mountain prosperava su un ampio spaccato di voci e punti di vista. Amava il calcio e comprendeva le complessità del lavoro di squadra; era molto rispettoso del talento, ma non si sarebbe mai genuflesso. Se Mountain a volte andava anche alla deriva verso la pomposità, c’erano scrittori come Tom Patey e Ian McNaught-Davis, due dei migliori umoristi dell’arrampicata, o il genio del fumettista Sheridan Anderson, a smorzare i toni, a ridere e far entrare un po’ di luce. Le pagine delle lettere erano vibranti, critiche, a volte indignate e sempre curate con cura, come un giardino, per coltivare il dibattito.

Ciò che ha spinto Ken, credo, è stata la sua passione per l’autentico. Ha preso questa idea molto sul serio. Pubblicare saggi come L’Assassinio dell’Impossibile di Reinhold Messner dava la misura di ciò che Ken stava cercando di fare. La critica di Messner ai chiodi a pressione era in pieno accordo con Ken che avrebbe discusso ardentemente contro di loro per il resto della sua vita. Cos’è che rende l’arrampicata così avvincente e soddisfacente? È un gioco con regole – ma nessuna scritta in un’arena che non sia di nostra concezione – una competizione senza vincitori chiari, un luogo in cui imporre la nostra volontà ma anche vedersela strappata. È stato fortemente influenzato dal saggio di Lito Tejada-Flores Games Climbers Play, titolo che Ken usò per la sua antologia di quelli che riteneva gli articoli di alpinismo più significativi.

Estate 1971: Wilson “sul traghetto di ritorno da Lundy Island, “dove avevamo passato un paio di settimane a fare i pionieri, prima che il posto diventasse davvero popolare”, ha detto il fotografo John Cleare. Foto: mountaincamera.com

Questo chiassoso annuncio di fiducia in se stessi potrebbe sembrare un po’ stupido nella società in generale. Ad esempio, ha fatto una campagna contro l’imposizione delle cinture di sicurezza, invece di limitarsi a incrociare le dita e non indossare la propria. E si potrebbe giudicare male anche ciò che predicava per l’arrampicata: è notorio come abbia rimproverato John Allen quando questi usò la magnesite per salire in libera l’iconica Great Wall sul Clogwyn d’ur Arddu. Persino Ken si rise addosso, prima di montare una vivace difesa. A volte la sua passione per il dibattito si riversava in qualcosa di un po’ più oscuro, un po’ più personale, ma quando finiva così penso che se ne pentisse.

Ken Wilson assicura Alessandro Gogna su Goliath’s Groove, Stanage Edge, 19 maggio 2001.

Ha preso molto sul serio le parti più giornalistiche del lavoro, organizzando indagini mirate. Aveva un interesse particolare per i truffatori. Si è affrettato a smascherare i fantasisti che sostenevano percorsi che non avevano fatto. Ha fornito una copertura eccellente e concisa della tragedia al Cairngorm del 1971, un punto di svolta nel lungo dibattito sul ruolo dell’avventura nell’educazione. La sua indagine sulla presunta prima salita del Cerro Torre del 1959 è stata altrettanto significativa. Anche dopo aver smesso di editare Mountain, è rimasto una cassa di risonanza e consigliere per chi come Rolo Garibotti ha avuto il coraggio di continuare a insistere sulle indagini.

Dopo Mountain è passato naturalmente all’editoria, un ruolo più produttivo. Ha potuto dare pieno sfogo al suo entusiasmo. Gli piacevano i dettagli, molto più di quanto qualsiasi editore mainstream considererebbe sano o redditizio. Quando Hodder & Stoughton hanno acquistato la sua prima azienda, Diadem, ha gestito quattro anni quel mondo aziendale prima che una fusione lo costringesse a uscire. In pochi giorni ha avviato Baton Wicks. I suoi libri erano sostenuti dagli stessi principi in base ai quali Mountain aveva avuto successo: scopo, ambizione e passione. Hard Rock è il miglior esempio, un eclettico buffet di saggi e foto sull’arrampicata britannica in un momento particolare che in qualche modo riesce a dare una panoramica ampia, come un dipinto di Bruegel. Ha ripetuto il modello con successo con Cold Climbs, ancora oggi una bibbia per molti alpinisti invernali, Classic Rock ed Extreme Rock.

Era assai nervoso con gli scrittori più “letterati”. La raccolta di Drummond è stato il suo unico vero tentativo di portare qualcosa di così complesso alla stampa, sebbene abbia usato Jim Perrin con grande effetto come editor di Mirrors in the Cliff, il suo secondo compendio e per le nuove edizioni di Harold William Bill Tilman ed Eric Shipton. La sua grande forza risiedeva nella sua capacità organizzativa, nella sua portata, nel suo entusiasmo e nella sua chiara immaginazione visiva. Ha fatto libri perché durassero, libri costruiti con entusiasmo, libri che hanno premiato una grande attenzione e i lettori hanno risposto calorosamente. Ken era simpatico, così come i suoi libri. La sindrome demenziale che lentamente lo privò di se stesso era dolorosa da guardare, anche da lontano. Deve essere stato straziante per chi gli era vicino, non ultima sua moglie Gloria. Era una tale presenza, una figura così imponente, irta e laboriosa, che anche se questa al momento della sua morte se n’era andata in gran parte, la sensazione di tristezza è davvero profonda.

Mi mancano davvero quelle telefonate.

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A ricordo di Ken Wilson ultima modifica: 2020-12-22T05:48:46+01:00 da GognaBlog

3 pensieri su “A ricordo di Ken Wilson”

  1. 3
    Francesco Siorpaes says:

    Mi stupisce il fatto che, in questo bel ricordo di Ken Wilson, non si accenni minimamente alla famosa controversia sulla presunta ascesa di Maestri al Cerro Torre. Si tratta certamente di una delle indagini per cui è più noto come giornalista, non solo in Italia.

  2. 2
    Ugo Manera says:

    Ho conosciuto Ken Wilson al festival di Trento del 1975. Io ero con Gian Piero Motti che mi presentò, con un sorriso, questo vulcanico personaggio. Tra Gian Piero e Ken vi era un rapporto di amicizia, di stima reciproca e di collaborazione. Fui colpito dalla sua esuberanza e dalla parlantina inarrestabile, alimentata dalle poche ma centrate battute di Gian Piero. 

  3. 1
    Matteo says:

    Bellissimo il ricordo di Alessandro.
    Ma alla fine anche Ken si lasciava convincere ad arrampicare sugli spit!

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