Metadiario – 117 – Aldebaran (AG 1983-005)
Avevo intenzione di risolvere le questioni emerse nel luglio dolomitico con Anne-Lise: dovevo farlo, anche se in pieno agosto dunque in piena vacanza.
In casa mia, in via Volta, la situazione non era più sostenibile: giustamente Nella mi stava invitando a lasciare casa, non voleva dare ulteriore spazio a questa vicenda per lei avvilente. Nello stesso tempo, gli atteggiamenti ambigui di Anne-Lise, le sue continue telefonate, il suo sfuggire a qualunque tipo di chiarificazione mi rendevano sempre più inquieto, soprattutto sempre più incerto sul da farsi. Ernestino Fabbri mi aveva messo a disposizione il suo appartamento di Rho, nei pressi di Milano, con modica spesa di affitto. Il mio trasloco era previsto per i primi di settembre 1983: a parte il fatto che mai avrei potuto trasferire la mia già allora corposa biblioteca in quel trilocale, il cordone ombelicale con via Volta era più robusto che mai, in quelle condizioni di ignoranza totale del mio destino affettivo.
Decisi perciò di raggiungere Anne-Lise a Courmayeur e nel frattempo sarei stato ospite della famiglia Rosti. La prima cosa che feci fu di andare a casa di Ivan Negro, che allora mi pare fosse già aspirante guida, per vedere di avere un franco scambio di vedute con lui. Mi comportai come il classico milanese “bauscia” che va a viso aperto di fronte al nemico torinese “falso e cortese”. Ci fu una bella dose di imbarazzo, all’inizio, anche perché la mia visita era del tutto inaspettata. Poi però mi accorsi che gradualmente l’atmosfera diventava migliore: probabilmente anche per lui questo “chiarimento” era necessario. Molta della mia decisione in quel gesto la dovevo alla sicurezza di non essere certo l’unico a soffrire di quella situazione.
Il confronto dunque fu franco e leale: sostanzialmente arrivammo alla conclusione che, se nessuno dei due voleva mollare l’osso, l’unica era aspettare che le cose maturassero nella psiche della donna contesa.
Perfino Anne-Lise non si alterò più di tanto quando seppe del nostro incontro. A volte le forzature possono essere necessarie, specie quando l’indecisione dei protagonisti supera il livello di guardia.
Il 13 agosto con Anne-Lise e con Laura Ferrero prendemmo la prima funivia del rifugio Torino e ci recammo alla base del Pic Adolphe, in tempo per assistere al recupero di un infortunato, con elicottero e relativa squadra di soccorso. La giornata non era incominciata bene, però proseguì meglio. Scalammo con regolarità la via Bettembourg, certo non facile, un itinerario allora assai alla moda.
Non eravamo più in Dolomiti, eravamo a Courmayeur, dove tutte le sue mosse erano controllate: dunque Anne-Lise si sentiva in dovere di rintuzzare ogni mio tentativo di scalare con lei da sola, riuscendo ogni volta a far aggregare un’altra persona, per rispetto di un certo tipo di forma. Non ero cieco a queste tattiche, ma facevo buon viso a cattivo gioco.
Il giorno dopo altro giro di giostra al Petit Clocher du Tacul, questa volta con l’amica Olimpia Iorio: tentammo una via imprecisata, forse la Bodin-Denjoy. E non ricordo perché fu solo un tentativo. Il 17 agosto andammo a Chamonix e quindi all’Aiguille des Pélerins: altro tentativo, questa volta la via Frendo, ancora con Anne-Lise e Olimpia. E ancora una volta non ricordo il motivo del perché tornammo indietro senza la salita. Evidentemente avevo proprio la testa altrove…

Riuscii a far passare la linea di spostarci in Calanques. Così partimmo in cinque sul mio furgone arancio, diretti al campeggio di Cassis. La squadra era composta da Giovanni Rosti da me, in qualità di maschietti, e da Laura Ferrero con Anne-Lise e Carola. Quest’ultima era di Milano ed era una new entry nel giro di Courmayeur. A Giovanni era piaciuta subito, ma evidentemente anche a Carola lui non era indifferente. Di notte perciò una tenda era per loro, Laura era da sola e Anne-Lise con me in furgone. Questo non impediva a Giovanni di fare anche un po’ lo scemo con Laura, aggiungendo perciò tensione agli altri nervosismi vari (le telefonate di Anne-Lise, ecc.). Aggiungiamo anche il terrore dei furti, sia in auto che in tenda, e abbiamo il quadro completo.
Il 20 agosto andammo tutti in quel posto meraviglioso che è En Vau: peccato ci fosse un bel po’ più di gente che non in primavera o autunno! Comunque, a dispetto del numero, c’era abbastanza silenzio. La cosa contrastava appunto e con il numero delle persone e con la sensazione di poter rimanere da un momento all’altro con il solo costume da bagno. Giravano certi tipi che dire loschi era poco… Incuranti del caldo, con Giovanni salimmo sia Pancarte che Conan mentre le ragazze erano sdraiate al sole. Con il giro dell’ombra, nel pomeriggio affrontammo tutti e cinque assieme la Directe de Gauche de la Diagonale alla Petite Aiguille; con Anne-Lise, indistruttibile, ci facemmo anche la Passerelle de Droite, e infine, con Giovanni ripresosi dalla calura, mi buttai sulla Supersyrene.

Il 21 sera ci fu una gita al porto di Marsiglia. Posteggiammo per andare a cena da qualche parte e ci allontanammo. Mi venne però in mente che avevo lasciato all’interno i rullini fotografici, per cui da solo tornai indietro. In tempo per vedere due figuri, non so se marocchini o locali, allontanarsi rapidamente dalla serratura della porta scorrevole che stavano per scassinare. Non li inseguii, corsi indietro dalla compagnia e li convinsi a cercare di andare a mangiare con più tranquillità altrove.
Il 22 agosto ritornammo ad En Vau e nel pomeriggio, in quattro senza Carola, salimmo quel piccolo capolavoro che è la via Gamma, cinque lunghezze spettacolari che ovviamente provammo a salire in libera (anche se nessuno di noi era sicuro di farcela, visto l’autore della via, il mitico François Guillot: il passo più duro era dato 6c). E infatti, sia Giovanni che io, non riuscimmo, a dispetto di qualche tentativo ripetuto. Non insistemmo anche perché ci sembrava assurdo sottoporre le due fanciulle a una attesa eccessiva in sosta (sia pur in quel momento all’ombra).
La sera a cena però Anne-Lise, forse più nervosa del solito, si lasciò sfuggire una velata osservazione sulla nostra scarsa volontà, meglio sul nostro inesistente impegno… Giovanni ed io non volevamo crederci, ma era proprio così: eravamo rimproverati per non aver insistito a sufficienza su quel passaggio…
La cosa era davvero strana, non erano certo quelli i pensieri dominanti nella mente di Anne-Lise! Mai fatte osservazioni di quel tipo! Dunque, cosa stava succedendo? Cosa era successo al telefono con Courmayeur solo un’ora prima?
In seguito, ai nostri deboli tentativi di smorzare la tensione buttando in ridere la cosa, lei si mise a insistere e a ribadire quella che ormai era un’aperta dichiarazione di guerra.
La tensione si tagliava con il coltello, gli attriti Laura-Carola non aiutavano: Giovanni ed io decidemmo di troncare la discussione e la notte passò con tutti in cagnesco con tutti.

Il 23 agosto cambiammo aria e andammo al Pic de Bartagne, a St. Baume (dunque nell’entroterra provenzale). Facemmo tutti e cinque la salita del Jardin Sospendou: era nuvoloso, perciò il caldo appena sopportabile. Si tratta di una bella salita, abbastanza impegnativa. Fummo tutti molto contenti di esserci andati e, quando in serata raggiungemmo la vetta, gli umori erano migliorati assai rispetto alla mattina.
Altro motivo di questo miglioramento è stato l’aver preso la decisione, assieme a Giovanni, di tornare appena possibile ad En Vau per riprovare la via Gamma. Naturalmente lui ed io da soli… lasciando le tre nel loro brodo.
Il 25 agosto, per tutta la camminata verso En Vau, non facemmo che ribadirci a vicenda la nostra incazzatura, con la conseguente estrema decisione: a costo di buttar via la pelle delle dita dovevamo passare da quei due metri unti e bisunti. Perciò ognuno di noi giurò silenziosamente di non far ritorno prima della vittoria ottenuta: che doveva essere doppia, cioè sia mia che sua, non sarebbe bastato il successo di uno solo.
Il passaggio in questione era una breve traversata, perciò non era importante chi dei due andasse da primo. Facemmo a pari e dispari e toccò a me. Ero così carico di rabbia che passai alla prima, quasi con facilità…! E lo stesso fece Giovanni, dunque proseguimmo trionfalmente verso la fine della via, cantando e dicendo le peggiori cose delle donne in generale…
Beh, stupidi lo eravamo… e tanto!
Il nostro ritorno al furgone e alle tende fu un mezzo tripudio. Invece di fare i gradassi apertamente e comunicare il nostro successo, scegliemmo la tattica di ringraziare Anne-Lise della sua presa di posizione, perché in effetti ci aveva dimostrato la nostra “ignavia” e ci aveva permesso il “riscatto”. Era evidentemente una presa per il culo, ma siccome fu molto ben recitata suonò attendibile…
Insomma, una vacanza con colpi di scena: e anche l’ultima giornata, quella del 26 agosto, fu carina, quando ancora ad En Vau facemmo tre viette sulla placca della Falaise de Gauche: le prime due le feci con Laura, la terza con Giovanni.
Non ci rimaneva che tornare a Courmayeur.
Settembre era arrivato, io dovevo pensare al trasloco ed ero molto triste. A peggiorare la situazione era la particolare ubicazione della casa di Rho. Al quinto piano, quindi assai luminosa, era immersa nel silenzio. Ma questi due pregi non bastavano a rendermela accettabile. Quella era una periferia assurda, facevo fatica a pensare di essermi ridotto lì in solitudine, uno zombie. Mangiavo male e dormivo male, mi mancavano i miei libri, con un amore incerto e contorto a Torino e un amore finito a Milano.
Da tanti anni sostengo che un individuo ha tante probabilità di incidenti in più quanto più basso è in quel momento il suo livello di serenità. E francamente oggi mi chiedo come ho fatto a sopravvivere…
Come se non bastasse, il primo weekend di settembre andai con Anne-Lise nel Vallone di Noaschetta, un luogo decisamente solitario, tipicamente piemontese. C’incamminammo nel vallone e, lasciati un po’ di viveri e i sacchipiuma nascosti vicino a un baitello del Parco nazionale, proseguimmo con la sola roba da scalata verso il Monte Castello. Sulla parete nord Andrea Giorda e Mario Ogliengo nel 1982 avevano aperto Aldebaran, una serie di diedri stupendi per 450 m di via, con difficoltà di 6a+ e A2. Sapevamo che la via non era attrezzata e che c’era solo qualche chiodo in posto, non sapevamo neppure se era già stata ripetuta o no. Arrivammo all’attacco, che coincide con quelli dello Spigolo est (Roberto Bonis e Ugo Manera, 16 maggio 1982) e dello Spigolo Rosso (Gian Carlo Grassi, Jean-Michel Cambon e Martino Lang, 21 maggio 1982). Seguite per tre lunghezze di corda queste due vie (che si separano solo oltre), non era così presto quando ci trovammo alla base dell’evidente linea di diedri fessurati della via Aldebaran. Non eravamo partiti da Torino all’ora che avrei voluto e miracoli nessuno ne può fare.
In ogni caso attaccai a testa bassa l’arrampicata, sempre elegante ma anche bella sostenuta. Arrivai alla fine dei diedri, in corrispondenza di un forcellino sullo Spigolo est (quindi sulla via Bonis-Manera) con le ultimissime luci di quella che era stata una bella, anche se molto “fresca”, giornata settembrina. Sole non ne avevamo avuto in tutto il giorno, ma ora faceva proprio freddo. Sopra il forcellino la via Bonis-Manera continuava a occhio con altri due-tre tiri, non così difficili ma nemmeno da prendere sottogamba, specie al buio, senza luna e senza lampada frontale. Feci in tempo a vedere però che, con una breve corda doppia di una quindicina di metri fatta sul versante nord dello Spigolo est si poteva raggiungere un facile canale detritico che, correndo parallelo allo spigolo, portava in vetta anche lui.
Anne-Lise ci mise il suo tempo, al buio, per raggiungermi. Non le diedi neppure il tempo di fiatare, la feci slegare e mi buttai in corda doppia sulla sosta. Solo dopo che mi ebbe raggiunto in basso, e recuperata la corda, le spiegai qual era il piano. Salimmo al buio il canale e sulla larga vetta del Monte Castello ci raggiunse la luce della luna appena sorta. Con quel debole chiarore riuscimmo a individuare la via di discesa per tornare al vallone.
Inutile dire che non fu una passeggiata e che arrivammo al baitello del Parco, stanchi e affamati, tipo a mezzanotte.
La mattina dopo ci risvegliò un bel sole: dopo colazione ce ne guardammo bene dal tornare in alto e perciò scendemmo con l’intenzione, poi realizzata, di salire l’Integrale alla Placca del Cacao, sulla Piramide. Un festival di arrampicata su placca liscia, dopo le belle fessure di ieri…
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Forse la fortuna fa il suo lavoro …?
Sulla serenità necessaria all’alpinismo, ma anche all’arrampicata, il discorso è lungo e complesso. Personalmente sono arrivato verso i 45 anni a riuscire a spegnere completamente l’interruttore delle eventuali preoccupazioni non appena inizio a scalare o a sciare. Ho lavorato sulla mia vita tutta per arrivarci, nel senso che ho necessariamente voluto tenere un un atteggiamento, diciamo zen, nei confronti di ogni accadimento sentimentale, familiare, lavorativo, nutrizionale e di svago. Per questo mi sono state utili molte energie che ho sottratto volentieri dal dovermi uniformare a un sistema stritolatore nel quale raramente mi sono ritrovato. Alcune scelte sono state necessariamente spietate ma credo ne sia valsa la pena. Nel frattempo ho cercato di trasmettere questo ai miei figli pensando costantemente che la perfezione non esiste ed è una vera tomba dell’entusiasmo per la vita.
Nonostante molti pensino di avere tutto sotto controllo (gli esempi qui nel blog non mancano), siamo come foglie disordinatamente spinte dal vento (metafora patagonica ispirata dal fatto di trovarmi proprio qui) e il solo riuscire a non spiaccicarci contro un qualsiasi ostacolo è un un enorme risultato. Intanto il vento continua a spingere e nessuno si può fermare.
Sempre interessanti queste storie, anche perché conosco di persona quasi tutti i partecipanti.
Molti di loro mi si erano cancellati dalla memoria, come Laura Ferrero, e qui li ritrovo piacevolmente.
Questi spaccati dei primi anni ottanta con protagonisti amici comuni, in questo caso Giovanni, su rocce che ho amato e amo, mi lasciano la certezza di aver vissuto i miei anni migliori in un contesto irripetibile.
Quando eravate sulla Bettembourg io ero sulla Chandelle e ricordo il recupero sul Trident.
Hai ragione quando scrivi “Da tanti anni sostengo che un individuo ha tante probabilità di incidenti in più quanto più basso è in quel momento il suo livello di serenità. E francamente oggi mi chiedo come ho fatto a sopravvivere…”
Bello Alessandro
Resto affascinato da questa vicenda sentimentale (che riappare e scompare) e dalla tua serenità nel raccontarla, Alessandro. È di per sé un possibile romanzo. Hai pensato di scriverlo?
Mi scuso in anticipo se sono inopportuno.