Il CAI ha tradito le montagne?

Che sia proprio la Confederazione delle Associazioni Venatorie Italiane (CONFAVI) a indirizzare al Club Alpino Italiano queste non certo nuove critiche è davvero curioso. Questa analisi, che spesso sconfina nell’invettiva, impietosa verso le innegabili nuove realtà del CAI o di parte di esso e irriguardosa nei confronti di chi vive o vorrebbe vivere un ambiente in totale sintonia ecoprofonda, merita comunque attenzione. Che CONFAVI abbia condiviso il prevedibile anche se interessante punto di vista del cacciatore, veterinario e montanaro Gian Carlo Bosio è fatto degno di nota a dispetto dell’innegabile constatazione che giri l’acqua al proprio mulino: il nostro augurio è che il lettore si imponga quella serenità di giudizio che faccia a meno delle fin troppo scontate critiche al mittente.

Il CAI ha tradito le montagne?
(è ora di ribellarsi al colonialismo urbano)
 di Simone Ricci
(pubblicato su cacciapassione.com il 29 agosto 2025)

L’associazione CONFAVI (Confederazione delle Associazioni Venatorie Italiane) ha condiviso tramite i propri social una riflessione interessante e profonda di Gian Carlo Bosio, medico, veterinario, montanaro, cacciatore e allevatore. Una riflessione che ha come protagonista assoluto, ma in negativo, il CAI.

La montagna di ieri e di oggi
Queste le parole di Bosio: “Una volta il Club Alpino Italiano era la casa degli uomini e delle donne di montagna. Era la voce dei pastori, dei valligiani, delle guide alpine che sapevano leggere i sentieri come un libro aperto e conoscevano ogni sasso, ogni valico, ogni silenzio. Le prime guide alpine erano pastori. I primi alpinisti dormivano nei fienili dei malgari, condividevano pane nero e polenta. La montagna era dura, ma vera. Oggi il CAI non la riconosce più. Peggio: la disprezza. Il Club Alpino Italiano, nato per custodire, conoscere e amare la montagna, oggi si è trasformato nell’ennesima succursale del pensiero ideologico, ambientalista da salotto. Da anni ormai si accoda alle mode del rewilding, sostenendo il ritorno massiccio del lupo nelle vallate alpine, come se i pastori fossero un problema e i predatori una risorsa turistica. Da anni mette in discussione la presenza di croci sulle vette, in nome di un laicismo che puzza di revisionismo culturale”.

Benessere urbano
“E da anni tace – o peggio approva – nei progetti che vogliono trasformare le montagne in parchi tematici per il benessere urbano, ignorando del tutto le comunità che ci vivono, ci lavorano e le amano da secoli. Chi decide per le montagne? Non chi le abita. Il problema è tutto qui: il CAI non rappresenta più chi vive la montagna, ma chi la consuma. È diventato un’associazione borghese, urbana, accademica. Le sue posizioni sono scritte nei corridoi dei palazzi, non nelle baite. Laddove un tempo si promuoveva l’arte dell’arrampicata come esperienza spirituale e fisica, oggi si promuove la montagna come palestra sostenibile, luogo di meditazione urbana o, peggio, parco giochi per bioescursionisti del weekend. E intanto i pastori si arrangiano. Le mandrie sbranate non commuovono nessuno, se non i diretti interessati. Le croci sulle vette vengono vandalizzate o cancellate per non offendere, come se la fede che ha accompagnato generazioni di montanari fosse qualcosa da nascondere. Le sezioni locali del CAI vengono messe a tacere o spinte ad allinearsi a una linea dettata da chi la montagna la guarda solo da un finestrino del treno per Bolzano”.

Una nuova associazione
“È ora di dire basta. Serve una scossa. Serve che le sezioni alpine del CAI, quelle vere, quelle radicate nelle valli, con i piedi nel fango e il cuore sulle creste, alzino la testa. Basta compromessi. Chi non si riconosce più in questa deriva eco-ideologica deve scegliere: cambiare la linea del CAI dall’interno o uscirne e fondare qualcosa di nuovo. Serve un’associazione montanara, non animal-ambientalista. Serve un club che stia dalla parte di chi vive le montagne, non di chi le progetta. Serve un movimento che riconosca i pastori, i boscaioli, le guide, i malghesi come i veri custodi dell’ambiente alpino – non il lupo, non il cervo, non il forestale col drone. La montagna non è un museo da osservare in silenzio: è un luogo vivo, abitato, fatto di fatica, di cultura, di fede, di identità. E finché il CAI continuerà a tradire tutto questo, sarà parte del problema”.

Il CAI ha tradito le montagne? ultima modifica: 2025-09-08T05:27:00+02:00 da GognaBlog

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95 pensieri su “Il CAI ha tradito le montagne?”

  1. In conclusione, lasciamo che il CAI faccia il CAI, che di “cazzi e mazzi” da spelare ne abbiamo che bastano e avanzano…

  2. C’è poi un equivoco generale, che avvolge molti (chissà perché in gran gran parte detrattori del CAI…) e non solo sul tema ambientale. Ovvero si guarda al CAI come se fosse un “autorita’ dotata di potere decisionale, quanto meno in termi di veto. il CAI è il club di quelli che amano andare in montagna, non è una Federazione sportiva (che disciplina l’attività di sua compmetenza) né è un ente territoriale (comune, regione, comunità montana), ne è assimilato a enti di difesa dell’ambiente tipo parche ecc. Qui di il CAI non può decidere un fico secco di niente (e concordo che sia così). Per cui eventuali dichiarazioni o prese di posizioni hanno una validità puramente morale e nulla più, anche nei temi come da commento 61. L’erroredi molti è pensare che il CAI sia dotato di.poteri di intervento e costoro spesso sono delusi se il CAI tace. Per esempio sul tema caccia si-caccia no, il CAI non può decidete nulla e quindi e del tutto inutile che assuma delle posizioni ideologiche che resterebbero lettera mirata per definizione

  3. Se, come sostiene il 61, la tutela dell’ambiente delle montagne va intesa finalizzata allo scopo principale del CAI, che e salite in vetta alle montagne, ci sono alcuni risvolti del grande tema “tutela ambientale” che rientrano nell’art 1 dello statuto del CAI e altri no. Fra i “no” direi proprio che rientra la caccia. Sia chiaro a titolo personale sono a sostegno delle specie viventi in montagna, arrivo per fino a sostenere che se la presenza umana le mette a repentaglio tocca a noi umani autoimporci di NON andare più in montagna pur di lasciare in pace animali e piante. Ma questa è un.m8a posizione personale. Il CAI non dovrebbe farsi coinvolgere sul tema caccia, perché tanti o pochi animali, poco.imcide (anzi niente) sul nostro salite sulle vette. vi sono altri temi che invece riguardano la parte finale dell’art 1, tipo strade, impianti, eccesso di antropizzazione ecc (quanti itinerari di scialpinismo sono stati inglobati in caroselli sciistici: questo è un tipico tema da presa di posizione del CAI). In sostanza il CAI NON è un’associazione ambientalista e il suo coinvolgimento in alcuni risvolti del tema ambientale deve avvenire cime da commento 61. Non di più

  4. Sono un ‘cittadino’ di quasi 70 anni, vado in montagna e la amo; e trovo interessanti i temi toccati da Bosio, anche se non condivido il suo pensiero.
    Non ho una risposta alla domanda se il CAI abbia o no “tradito le montagne”; vediamo.
    Animali selvatici. 
    Bosio mi sembra ingiusto: il CAI non li considera “una risorsa turistica”, ma un elemento importante della montagna; sostiene che per i capi (non “le mandrie”) sbranati dai lupi andrebbero pagati indennizzi meglio di come si fa oggi e che i pochi orsi pericolosi andrebbero abbattuti.
    “cittadini” o “montanari”? 
    Bosio “spara” sui cittadini a colpi di “tendenze ambientaliste da salotto”, “derive eco ideologiche” e “CAI associazione animal – ambientalista” e chiama a raccolta le “sezioni Alpine” del CAI, “quelle vere”, dove esso sarebbe nato (un evidente falso storico, del quale è difficile che Bosio non si renda conto); ma una nuova associazione “montanara” sarebbe inutile ed irrilevante.
    Utile sarebbe invece che il CAI riflettesse sugli argomenti di Bosio (tranne da cacciatore nostalgico) e ricordasse sempre che in montagna si deve poter vivere. Per dire: lo sci da discesa, con le sue tristezze e i suoi giorni contati, dá e darà da mangiare ancora a tante famiglie che vivono in montagna. Ma si può chiedere che ai concessionari di impianti di risalita si imponga di smantellarli a loro spese a fine concessione.
    Il CAI protegga dunque l’ambiente montano anche al di là degli interessi di alpinisti più o meno estremi, statuto o non statuto.
    Stia pure (perché no?) anche dalla parte di chi vive in montagna, non solo dalla parte degli “sportivi” più o meno “performers”.
    Il CAI oggi è di fatto una lobby, che può esercitare influenza.
    Non sarebbe male se riservasse per statuto ai soci residenti nelle aree Alpine maggior potere di indirizzo

  5. @Crovella: riporto qui per comodità il fondo del commento #61:

    Tornando al CAI: il suo obbiettivo e’ quello di salvaguardare l’ambiente alpino non da un punto di vista economico, ma come terreno dove si possano vivere i valori (condivisibili o meno) che sono alla base dello scalar montagne. Lo scopo del CAI in origine era quello di salire le vette, e quindi cio’ che interessa al CAI dovrebbe essre quello di salvaguardare l’ambiente montano a questo scopo, evitando di antropizzarlo, e dove sia possibile vivere emozioni e sensazioni che derivino da un contatto diretto con l’ ambiente naturale incontaminato. Ed in questa ottica, e’ interesse operare in modo tale che la montagna conservi (o riprenda) la sua connotazione di ambiente naturale protetto, e che gli abitanti non umani che ne facevano parte siano inclusi nel progetto.

    A me sembra che confermi ciò che scrivo al #88.
    Ad esempio, quale parte di “salvaguardare l’ambiente montano […], evitando di antropizzarlo” sarebbe secondo te  in contrasto col prendere posizione su (o, meglio, contro) infrastrutture come edifici, strade, funivie, come scrivo al #88?
    E in che modo, ad esempio, la pratica della caccia, che cito sempre al #88, sarebbe secondo te esclusa da “operare in modo tale che la montagna conservi (o riprenda) la sua connotazione di ambiente naturale protetto, e che gli abitanti non umani che ne facevano parte siano inclusi nel progetto.”?
    E’ più che ovvio che il CAI non è tenuto a prendere posizione sulle Olimpiadi invernali in sé (se è questo che intendi eccepire), però è certamente tenuto a prendere posizione sulle infrastrutture che vengono realizzate nell’ambiente montano, anche e non solo in occasione delle Olimpiadi, altrimenti di che salvaguardia stiamo parlando?

  6. Rileggiti il commento 61 (verso il fondo dello stesso) e vedrai che il concetto di “tutela dell’ambiente delle montagne” (quello dell’art 1 dello statuto del CAI) non è la stessa cosa (generica) della finalità di una qualsiasi altra associazione ambientalista. Le tue obiezioni non c’entrano nulla, come al solito scambi roma per toma al fine di alimentare polemiche che di per sé non esisterebbero neppure

  7. Scrive Crovella:

    il CAI non ha l’obbligo di prendere posizione sulle varie questioni, che siano la croci di vetta, la caccia o le Olimpiadi. N9n ha l’obbligo, ma ha la facoltà, se i vertici lo ritiengono opportuno, di prendere delle posizioni, che cmq restano in gran parte alla stregua di pareri morali.

    Veramente l’articolo 1 dello statuto (che credo Crovella conosca a memoria) dice che fra gli iscopi del CAI c’è “la difesa del loro [delle montagne] ambiente naturale”.
    Quindi il CAI ha certamente l’obbligo di prendere posizione sulle questioni che chiamano in causa la difesa dell’ambiente naturale delle montagne, come, ad esempio, la caccia o la costruzione di nuove infrastrutture, siano esse grandi  (edifici, strade, funivie, ecc. per eventi come le Olimpiadi, ma non solo) o piccole (croci e altre installazioni di vetta).

  8. Perché a vanvera? A parte che io non parlo mai a vanvera, ma quella frase lì (o cmq una molto molto simile) è l’assioma di fondo del modello didattico del CAI: è scritta nei testi sacri del modello didattico, per cui è uno dei valori del CAI (discorso diverso se si sostiene che alcuni corsi NON seguono quella finalità, ma allora la responsabilità è degli organizzatori di tali specifici corsi, non del CAI, che dà le direttive generali).
     
    In ogni caso, se il CAI si dovesse smagrire, perdendo quelli che io chiamo i “falsi soci” (cioè quelli che NON sono coinvolti dalla spirito e fai valori del CAI, ma si iscrivono solo per sfruttare option tipo coperture assicurative, sconti in rifugio, giornalieri scontati ecc ecc ecc), io sono solo felice. Ho scritto milioni di volte anche in questo blog, che a naso il numero dei “veri soci” del CAI balla intorno ai 150.000 soci (la massimo si avvicinano ai 200.000) a livello nazionale, contro i 350.000 circa oggi registrati ufficialmente. I “falsi soci” (con sfumature di intensità molto diverse all’interno di questo sottoinsieme) sono quindi circa 150.000-200.000 e , se ne liberassimo, io sarei solo contento. il problema è che ci sono troppi interessi economici che si frappongono alla contrazione dei soci CAI: problema annoso su cui ora non ho voglia di addentrarmi.
     
    Cmq, in generale, come è noto io sono sostenitore di “più montagna per pochi”, a prescindere da soci CAI o non soci CAI, per cui se riduciamo il numero di gente in montagna io sono contento.

  9. disintermediazioneo intermediazione?
    Secondo me se scrivi questo:
    “sue finalità, insegnare ad approcciare le montagne con prudenza e consapevolezza”
    Parli a vanvera.

  10. I corsi CAI saranno anche strapieni, ma dipende dal fatto che i posti a disposizione sono limitati, per questioni oggettive collegate al regime di volontariato. Se ci fossero più posti nei corsi CAI, meglio sarebbe per la montagna, perché, ripeto, difficilmente dai corsi CAI escono dei cannibali. Il grosso del problema dei cannibali (sintetizziamo il tutto in questo concetto) invece deriva proprio dal fatto che sono troppo pochi quelli ci frequentatori dei corsi CAI. Certo che se,provocatoriamente, ci astenessimo tutti in modo assoluto dall’andar in montagna (con o senza CAI) per 10 anni o giù di lì, le montagne ringrazierebbero, perché (al netto del generale problema del riscaldamento globale, che è un’altra criticità) l’alleggerimento, per un arco temporale così ampio, del peso antropico sulle montagne e dello specifico inquinamento marginale (benzina ecc) farebbe solo bene all’ambiente e alle montagne in particolare. Ma allora dedicatevi: mi si fischia dietro (peraltro senza minimamente condizionarmi) perché ho detto che, per scelta lucida, io ho deciso di dimezzare le mie uscite annue in montagna (oppure, in altra sede, perché ho segnalato che non amo viaggiare e quindi mi sposto poco… che è la stessa cosa) e poi, dall’altra, vaneggiate la totale assenza di persone sulle montagne… Io ci potrei anche stare, ma, oltre a me, chi vi segue in questa idea cos’ “strana”? Il CAI in questo specifico punto non ha nessuna responsabilità: il CAI deve, rispondendo alle sue finalità, insegnare ad approcciare le montagne con prudenza e consapevolezza, e non incitare la gente a NON andare in montagna.

  11. Mi pare vagamente di aver capito che, per non consumare, dobbiamo spararci un colpo in testa. Ho capito bene?
    P.S. Cominci qualcuno dei predicatori a dare l’esempio. Sarà piú convincente. 

  12. Gli argomenti di Crovella mi paiono quelli di quella suora che rimproverata dalla badessa perché aveva guardato un uomo nudo si giustificava dicendo che comunque lo aveva piccolo.
    άνϑρωπος sei e ci rimani anche con la tessera del cai in tasca: la benzina la consumi, i sentieri li consumi, la roccia la consumi, li microplastiche le sparpagli.

  13. “Che sia proprio la Confederazione delle Associazioni Venatorie Italiane (CONFAVI) a indirizzare al Club Alpino Italiano queste non certo nuove critiche è davvero curioso.”
    Il mio giudizio è sereno: queste critiche, provenienti da cacciatori, non sono soltanto curiose.
    Sono surreali, ipocrite. 

  14. Quindi il CAI ha una piccola responsabilità nell’amento del peso antropico sulle montagne, a maggior ragione poi se facciamo riferimento agli allievi di corsi e scuole del CAI

    I corsi CAI sono strapieni. Questa tua affermazione non è reale.

  15. La disintermediazione del CAI, fenomeno di cui – vedi commento 48 dell’articolo sulla Marmolada –  ho tracciato (almeno con riferimento allo scialpinismo) i connotati che – mutati mutandis – valgono per tutte le discipline, nuove e vecchie, dell’andar in montagna, la disintermediazione del CAI, dicevo, rende di fatto irrisorio il flusso di “nuovi” frequentatori della montagna al seguito della partecipazione a corsi del CAI. Certo, ci sono, ma costituiscono una % limitatissima dei nuovi frequentatori, perché oggi si è iniziati alla montagna da ben altri meccanismi: il fratello, il vicino di casa, il collega o, peggio che mai, l’effetto social, con tutti le sue conseguenze aberranti. Quindi il CAI ha una piccola responsabilità nell’amento del peso antropico sulle montagne, a maggior ragione poi se facciamo riferimento agli allievi di corsi e scuole del CAI. Magari fossero più numerosi quelli che vengono formati dal CAI, perché ricevono una adeguata impostazione, non solo in termini di nozioni tecniche e didattiche, ma soprattutto nella abitudini comportamentali. E’ difficile che dai corsi CAI escano i famosi cannibali: per mia esperienza diretta lo escluso, qualcuno sostiene che non è così al 100% in tutta Italia e può anche darsi, per carità, in quel caso è “colpa” degli organizzatori di quegli specifici corsi e non del modello didattico del CAI, che (con tutti i suoi difetti) resta il miglior esempio esistente di “educazione alla montagna”.

  16. Buonasera, sicuramente è un testo profondo e ragionato. In parte personalmente lo condivido, ma: un discorso che comincia con “una volta” apre sempre una serie di trabocchetti per il ragionamento in cui è facile cadere. In particolare, il CAI è cambiato? Ma i montanari è la montagna? Bisognerebbe chiederlo a loro, il fatto che l’autore la pensi in un determinato modo, se non condiviso comunque SEMPRE degno di rispetto, non vuol dire che tutti i “montanari”, qualsiasi cosa questo significhi, la pensiamo nello stesso modo. Non vivo la montagna se non temporaneamente purtroppo per cui non posso e non voglio dare nessun giudizio, certo ciò che cerco e ciò che vorrei trovare in montagna rispecchia le mie passate esperienze soprattutto infantili. Credo lo stesso per l’autore. Infine vorrei fare notare, senza prendere le difese del CAI con cui come tutti non condivido ogni scelta, che li stesso non è nato come casa per i montanari, ben diverso era l’ intento dei fondatori.

  17. l’autore rappresenta una categoria di persone, se vogliamo definirle tali, che provano piacere ad uccidere animali per divertimento. 
    Questi “signori” vivono in una realtà parallela distorta, e non possono fare lezioni a nessuno, su nessun argomento.

  18. Qualcuno del CAI potrebbe porsi la domanda;

    76) giusta domanda.
    Secondo me ha un’enorme responsabilità,  una riflessione andrebbe fatta.

  19. Qualcuno del CAI potrebbe porsi la domanda; quale responsabilità ha una associazione, un club, che con i suoi corsi ogni anno fa da volano all’incremento della frequentazione della montagna iniziando ad essa centinaia di persone, alla consumazione del territorio?

  20. L’affermazione che il CAI sia nato per rappresentare le genti di montagna è una macroscopica corbelleria, probabilmente buttata lì ad arte per alimentare polemica: infatti, come ben noto anche al più miope degli osservatori, il CAI è stato fondato con tutt’altri scopi, da aristocratici e borghesi ben lontani dall’idea di rappresentare i “montanari” ma piuttosto più focalizzati sul frequentare, da elite intellettuale e cittadina, la montagna come luogo ideale in cui vedere realizzate aspirazioni romantiche di avventura e di legame con la natura. Personalmente ritengo che, per i fondatori del Club Alpino Italiano, le genti di montagna fossero una pittoresca presenza “di servizio” e fossero ben lungi dal pensare di rappresentarli…

  21. Riguardo all’affermazione piuttosto naif che il CAI avrebbe tradito le montagne perché promuove un pensiero ambientalista e di rispetto anche della fauna selvatica e non solo delle attività antropiche, tradizionali certamente ma più che altro improntate allo sfruttamento delle risorse naturali, c’è poco da dire: è il punto di vista, sostenuto da interessi di parte, di molti cacciatori e portatori di interessi che vedono nella tutela ambientale un ostacolo alle proprie attività ludiche o imprenditoriali.
    Invece è del tutto surreale l’immagine che si vorrebbe far passare di un CAI accondiscendente nei confronti della trasformazione delle montagne in parchi tematici: è profondamente mistificatoria della realtà ed è impossibile affermarlo senza sapere di mentire, basta guardare gli innumerevoli episodi che hanno visto il CAI porsi come fermo oppositore di qualsiasi sfruttamento industriale della montagna. Purtroppo, i primi a essere d’accordo con la creazione di nuovi impianti di risalita, bacini per l’innevamento artificiale, bike-park e quant’altro sono per primi gli stessi “montanari” (o chi si eleggono per amministrarli), certo non i cittadini…

  22. Il fatto è che con questo scritto siamo di fronte ad una offensiva non solo antiambientalista, ma anche antisociale, che vuole contrapporre chi in montagna ci va per passione venendo dalle città a chi in montagna ci vive, che mal tollera chi sale in montagna dalle città ma, in modo incoerente, è ben lieto di godere del denaro che dalle città affluisce copioso in montagna.
    Una persona di grande intelletto una volta ha detto che anche in montagna, come in guerra, per una persona “in prima linea” occorrono dieci persone “nelle retrovie”: per ogni montanaro che svolge la propria attività in montagna occorrono dieci persone che vivano in pianura, che producano – beni materiali, servizi e generi di prima necessità poi trasportati nelle vallate – e respirino lo smog (magari ammalandosi, dal momento che la pianura padana è uno dei luoghi più inquinati d’Europa) per fornire prodotti e, nel tempo libero, portare denaro in montagna.
    Certo è irritante assistere periodicamente a queste “levate di scudi” che vorrebbero contrapporre in modo conflittuale gente di pianura a gente di montagna: questi duri e puri “da caminetto” (che pari sono agli ambientalisti “da salotto”), che vedono i pianigiani come “invasori delle sacre montagne”, si pongono come portavoce di un popolo che in realtà certo non disdegna gli enormi flussi economici che i pianigiani portano in valle e che hanno contribuito a creare un solido benessere! Per questi “pasdaran della purezza delle altitudini”, forse l’ideale sarebbe che dalla pianura si mandassero i soldi con dei furgoni portavalori senza frequentare la montagna, una disgustosa ipocrisia da neoricchi pucciosi…

  23. Un errore molto diffuso, ben oltre questo blog, è quello di considerare il CAI alla stregua di una Federazione sportiva, attribuendogli compiti e doveri di controllo e intervento in tutto quello che accade in montagna. Non è cosi e infatti il CAI non ha l’obbligo di prendere posizione sulle varie questioni, che siano la croci di vetta, la caccia o le Olimpiadi. N9n ha l’obbligo, ma ha la facoltà, se i vertici lo ritiengono opportuno, di prendere delle posizioni, che cmq restano in gran parte alla stregua di pareri morali. Quindi moltissime delle critiche che piovono a 360 gradi sul CAI (“perché non fa così, perché non dice cosa’”) sono privo di fondamento fin dall’origine. Annotazioni collaterali; 1) si dice che il CAI stia diventando una RSA di vecchi rinco e arteriosclerotici: e a voi che vi frega? Tanto mica è per voi obbligatorio che vi iscriviate al CAI per poter andar in montagna a titolo individuale. Per cui fate le vs uscite e lasciate che i vecchi rinco vivano i loro momenti di sollazzo cantando e bevendo; 2) si dice spesso che il CAI, pieno di vecchi, non attiri i giovani: falsissimo. Qui a Torino stanno per partite i corsi autunnali di arrampicata di ben 3 scuole (del CAI) cittadine e le info che si “sentono” dicono che le iscrizioni sono tutte overbooking (come peraltro wvvenuto anche negli anni scorsi). Fra qualche mese, verso fine novembre-inizio dicembre, capiterà lo stesso per le iscrizioni ai corsi di scialpinismo. L’anno scorso, nella scuola cui appartengo, c’erano 100 (cento!) posti disponibili e sono andati via in due minuti (le iscrizioni sono online). Alle scuole cittadine (delle varie discipline) vanno aggiunte le numerose scuole dell’hinterland e la miriade di corsi, corsetti e gite sociali. L’offerta e sterminata, ma la domanda pare ancora di più. Nei corsi delle Scuole la stragrande maggioranza degli allievi non oltrepassa i 30-35 anni, quindi sono giovani. Se il CAI fosse solo un luogo di vecchi brodosi  i giovani se ne starebbero bene alla larga e invece (per fortuna!) ne siamo pieni!

  24. Che i cacciatori abbiano da criticare il cai fa un po’ sorridere anche se in effetti non hanno tutti i torti sui vari argomenti trattati. comunque i paesini Montani si stanno spopolando, tranne quelli di grande richiamo turistico che hanno il problema opposto, ovvero l’overtourism.
    Ma non è certo liberalizzando la caccia o dare l’accesso alle carrabili Ai cacciatori che si risolve questo problema 
     

  25. Se dentro non ci saranno le ossa, ma veranno sparse come cenere al vento che soffia sulle creste, ci si può stare…

  26. L’evoluzione delle modalità di consumo delle esperienze outdoor,  reso possibile dall’affacciarsi sul mercato dell’offerta di figure professionali diverse, renderà obsoleto il CAI, con tutto il suo apparato.
    Veri professionisti della montagna, ad esempio le guide alpine, offrono pacchetti formativi sempre più concorrenziali e senza sbrodolamemti valoriali.
    L’acronimo resterà ma cambierà il significato: Cenotafio Anziani Incalliti.
     

  27. P.s. per lo scritto di Gian Carlo Bosio non commento , però sono quelli che stanno facendo sì che per legge le Strade forestali per i cacciatori saranno LIBERE e altre puttanate ancora vedi uno dei migliori ministri dell’agricoltura che abbiamo mai Avuto da sempre.

  28. Dopo l’intervento @62 non potevo esprimere un mio pensiero , vi ricordate quel bel (per me) disegno in tanti rifugi dove c’era scritto “chi ama la montagna li lascia i sui fiori “l’aveva disegnato e voluto Bepi Peruffo . Faceva parte del CAI ed era un uomo gentile e di una semplicità unica che trasmetteva amore per i monti , era un forte alpinista e non se la tirava , anzi era più propenso ad ascoltare i giovani come me ( sono iscritto al CAI dal 1979)e devo dire che in un contesto odierno con un CAI sempre più burocrate e politicamente schierato con i poteri forti ( vedi la figuraccia con le Croci di Vetta, in cui una dirigenza non ha saputo avere una sua dignità.., ed altre ancora..)proprio per il suo ricordo e anche di altri che mi hanno educato alla Montagna in un certo modo (Giacomo Albiero , Pierino Radin , Luciano Sartor ..)solo per dire che sono le persone che fanno differenza in ogni ambito, solo per loro non sono ancora fuggito dal CAI . Bisognerebbe fare tanta marcia indietro e purificarsi del modo contemporaneo e recente nella frequentazione dei Monti che svilisce tutto quello che di per sé ha nella sua unicità. 

  29. e in più il CAI, quanto meno quello romano, ha reso obbligatorio il green pass anche per le escursioni all’aperto. Ovvero più restrittivo del parlamento dell’epoca! Ovvero l’obbligo di una sorta di tessera del fascio da parte di un’associazione sedicente antifascista. Ovvero come leccare il c.o al potere, sempre. 

  30. @ 62
    Alberto, bentornato! Mi mancavano le tue opinioni.
    P.S. Ignora gli imbecilli che offendono.

  31. Forse è chi vive IN montagna che consuma la stessa anche solo per viverci. Vivere la montagna può essere fatto in vari modi e spero he l’ autore dell’ articolo non voglia privare dell’esperienza anche chi va solo una domenica all anno con tutto il rispetto per la natura. Se chi vive IN montagna pensa che il lupo non debba stare in montagna nonostante ci sia stato per millenni prima dell’uomo allora deve rivedere il suo vivere la montagna.

  32. Le parole sagge ed equilibrate, corrispondenti al vero, di Marco Bernardi non sono merce frequente nel GognaBlog quando si trattano certi argomenti. 
    Grazie. 

  33. Il CAI avrebbe tradito la montagna???
    No,  chi ha tradito la montagna e tutti gli altri ambienti naturali, che non sono da meno,  è l’UOMO. L’uomo che sa solo arroccarsi sulle proprie posizioni per puro opportunismo, che trova difetto e responsabilità in quello che fanno sempre e solo gli altri. L’uomo che non sa fare autocritica, che racconta la propria verità ma non la verità.
    L’uomo con le sua vanità e arroganza, con la sua sete di potere e con il suo non accontentarsi mai. L’uomo che pensa di essere immortale, invece è un misero cerino in mezzo alla bufera.
    Certo che da parte di uno che spara agli animali per sport, che trova divertente ammazzare un essere vivente, è proprio una bella dimostrazione di amore per gli animali e la natura. Magari una volta ammazzati li fa imbalsamare e li appende sul muro di salotto di casa propria per poterli ammirare, compiacersi e dirsi come sono stato ganzo, come sono stato forte, quanto ce l’ho lungo, quanto ce l’ho duro.

  34. Intanto il CAI non mi pare sia mai stato quello che qui si descrive. Il CAI e’ nato da una elite che aveva tempo e soldi per andarsene a scalare le montagne. I valori di cui l’associazione si e’ fatta portatrice non c’entrano nulla con quella di chi viveva in montagna, gente che al massimo era interessata a coloro che volevano scalar montagne solo come possibili clienti. Questa visione che considera il CAI come associazione garante della “cultura” alpina e’ totalmente fuori luogo. Occorre anche capire che quel modo di vivere delle genti alpine non esiste proprio ma proprio piu’. Le genti che vivono in montagna vivono per la stragrande maggioranza con il turismo, e una parte minore che si occupa di agricoltura e allevamento lo puo’ fare in larga parte solo con gli aiuti comunitari e da un mercato addomesticato… Senza gli aiuti che sostengono questa forma di economia, gli alpeggi sarebbere in gran parte abbandonati (come gia’ accade): vi sono molti esempi di allevamenti partiti con gli aiuti comunitari ed immediatamente chiusi appena questi si sono esauriti. La storia dei lupi e degli orsi fa un po’ ridere, i danni sono ridicoli e ampiamente indennizzati. Tornando al CAI: il suo obbiettivo e’ quello di salvaguardare l’ambiente alpino non da un punto di vista economico, ma come terreno dove si possano vivere i valori (condivisibili o meno) che sono alla base dello scalar montagne. Lo scopo del CAI in origine era quello di salire le vette, e quindi cio’ che interessa al CAI dovrebbe essre quello di salvaguardare l’ambiente montano a questo scopo, evitando di antropizzarlo, e dove sia possibile vivere emozioni e sensazioni che derivino da un contatto diretto con l’ ambiente naturale incontaminato. Ed in questa ottica, e’ interesse operare in modo tale che la montagna conservi (o riprenda) la sua connotazione di ambiente naturale protetto, e che gli abitanti non umani che ne facevano parte siano inclusi nel progetto.

  35. Buongiorno,
    In merito all’articolo ‘il  Cai ha tradito le montagne, volevo soffermarmi, su quanto affermato dall’autore dell’articolo e cioe’
    ” un movimento che riconosca i pastori, i boscaioli, le guide, i malghesi come i veri custodi dell’ambiente alpino – non il lupo, non il cervo, non il forestale col drone”.
    Ovviamente come tutte le opinioni, e’ una delle possibili visioni che si possano avere sullla montagna, compresa la mia ovviamente.
    La montagna non e’ di nessuno, quindi per me la cosa importantissima e’ la convivenza tra le diverse specie umane o no e cioe’ quindi lupi,stambecchi, foreste e uomo ovviamente.
    Il pensiero dominante ,non solo in montagna ,che l’uomo debba avere l’ultima parola sulla terra che abitiamo e’ solo un fatto culturale, che ha portato al riscaldamento globale e ad altre criticita’ ambientali.
    Bisogna trovare un equilibrio nella natura,come sapevano benissimo i nativi americani, cacciatori, non allevatori.
    Inoltre la montagna e’ il fine non uno strumento.
     
    Grazie.
    Luca Rossi
     

  36. Criticatelo pure, il CAI, ma sappiate che (discorso fatto milioni di volte) “cambiarlo dall’interno” è pura utopia, per come è fatto il CAI (“palla di pongo”). In 56 anni di mia associazione ne ho visti a frotte di di novelli Don Chisciotte che, partendo per l’Assemblea annuale dei Delegati, gonfiavano il petto, esclamando “adesso io gli spacco il culo a quei vecchi barbogi del CAI” e poi sono stati triturati e del tutto disintegrati dalla palla di pongo del CAI. Non ne ho visto uno riuscire nei suoi intenti. Quindi l’ipotesi di cambiare il CAI dall’interno, anche se teoricamente è sul tavolo, è solo un ectoplasma, un guanto vuoto, del tutto priva di concretizzaizone.
    Se si è già fuori dal CAI (o perché usciti o perché mai entrati), ma che senso ha “criticarlo”? Io non faccio parte dell’associazione Scacchistita Torinese e quindi non mi sogno minimamente né di ficcare il naso nelle loro questioni né tanto meno di “criticarla”. C’è un vulnus di fondo nelle critiche al CAI da parte di esterni (cioè “non soci”), ovvero che il CAI sia un’istituzione pubblica con una finalità a favore della collettività, mentre così non è, non è mai stato e mai sarà. Il CAI è un associazione che raggruppi un certo numero (cioè NON la totalità) di appassionati di montagna e non è né il sindacato degli appassionati di montagna né il sindacato delle montagne. il CAI raggruppa quelli che hanno piacere di stare insieme sotto l’egida del CAI, condividendone lo spirito. Se, ad osservatori esterni (cioè NON soci) tale spirito NON piace, ma che vi frega? Lo spirito della nostra associazione deve piacere agli associati e non a chi non è socio.
    Per il passato, non era teoricamente impossibile approcciare le montagne del tutto fuori dal CAI, ma la vischiosità organizzativa era tale che all’atto pratico questa situazione creava. almeno, io parlo sulla base del CAI dell’area torinese (più ampia rispetto ai confini strettamente comunali) e, avendola vissuta in rima persona fin dal 1969, ho sperimentato di persona che di fatto era così. oggi invece è meno di 50 anni fa, nel senso che sono molto aumentati quelli che vengono introdotti alla montagna da fratelli, vicini di casa, colleghi e magari nessuno di questi si è mai iscritto al CAI. per me la disintermediazione del CAI è un problema oggettivo, perché io sono arciconvinto che il dilagare dei famosi cannibali nel sia la conseguenza. Infatti è molto difficile che uno che si iscriva al CAI, ne frequenti le scuole (imparando così l’approccio alla montagna) e resti iscritto a lungo, è molto difficile che sia un cannibale. Piuttosto sarà un caiano e immagino che ai “ribelli” questo faccio imbufalire, ma se anziché una marea di cannibali avessimo meno cannibali e più caiani (caiani e non solo caini, ho già specificato cosa intendo per i due termini), tutto andrebbe meglio per la montagna

  37. “Il CAI è fatto così, con pregi e difetti… Ma il concetto di fondo è il seguente: chi non si trova bene nel CAI, può benissimo starne alla larga”
    Crovella, ammesso che il CAI sia così come sia quello che è, questo non significa che debba essere così e tantomeno che non sia lecito e anche giusto criticarlo. D’accordo essere conservatori duri e puri senza compromessi però…
     
    “rispetto al passato, quando era praticamente impossibile andare in montagna senza esser socio”
    Questa mi pare un’affermazione quanto mai illusoria: non è mai stato essere soci per andare in montagna e oserei dire che la stragrande maggioranza di frequentatori non è mai stata socia CAI

  38. Molte affermazioni sono decisamente false e fuorvianti. Pare che i problemi di chi abita e vive in montagna derivino dalle “politiche” del CAI: penso alla penuria di acqua, ai continui rigurgiti dei tentativi di sfruttamento sciistico in penuria di neve, all’overtourism dilagante.
    Il CAI tenta di arginare i problemi e di stare al fianco delle Amministrazioni per consigliare e cercare di indirizzare le scelte. Non in senso ciecamente protezionistico, ma con un pensiero costantemente rivolto alla salvaguardia di un bene comune, comune agli abitanti della montagna e a chi la frequenta in generale.
    Nelle località turistiche montane si registrano migliaia di presenze al giorno: sono tutti soci CAI? Quale vantaggio reale per l’economia delle comunità deriva da questo assalto?
    Quali azioni possono mettere in campo gli Enti Parco e le Amministrazioni in generale per dare risposte alle necessità degli abitanti e a quelle degli appassionati di montagna?
    Gli abitanti delle montagne dovrebbero interrogarsi su questi temi, senza i lacci ideologici e i preconcetti che rendono solo più difficili le soluzioni.

  39. Non c’entra molto con il tema della discussione, ma comunque:
    @46: Qui in Renania, dove vivo, è pratica corrente infilare sotto la macchina un telaio di legno che sostiene una rete metallica a maglie abbastanza fitte (ma non tanto fitte da permettere alla martora di camminarci sopra). Apparentemente funziona, anche se ovviamente le prove al negativo hanno poco significato.
     

  40. A prescindere dal tema specifico dell’articolo, ripropongo una mia considerazione generale che vale su ogni risvolto dell’andar in montagna. Il CAI è fatto così, con pregi e difetti. Sia i pregi che i difetti sono più figli delle valutazioni soggettive che dati di fatto oggettivi: intendo dire che, del CAI, un aspetto che per un altro è un difetto per me magari è un pregio o viceversa. Ma il concetto di fondo è il seguente: chi non si trova bene nel CAI, può benissimo starne alla larga: rispetto al passato, quando era praticamente impossibile andare in montagna senza esser socio (anche solo formalmente) del CAI, negli ultimi decenni è subentrato un fenomeno di disintermediazione del CAI, per cui oggi si può andare in montagna anche senza esser socio del CAI. Quelli che io chiamo i “falsi soci” del CAI, ovvero quelli che sono soci e pagano la quota annua, ma NON condividono e non “sentono” propri i valori fondanti del CAI, io li considero un vero e proprio danno per l’associazione. Quelli che io chiamo i falsi soci sono la differenza numerica fra i “caini” (= associati al CAI) e i “caiani” (= i soci che condividono genuinamente i valori e i sentimenti del CAI). I falsi soci sono sono un danno per il CAI: a differenza dei dirigenti CAI (specie centrali, ma anche sezionali), che sono inevitabilmente chiamati a far crescere il numero totale dei soci (cioè dei caini), io sono un semplice socio CAI e quindi posso permettermi di dire le cose papale papale. Chi non ama il CAI, ha solo da starsene alla larga.

  41. Se da un lato rigetto parole simili dall’altro le comprendo. Sono parole inesatte che trasudano nostalgia, la stessa che spinge le persone a camminare sui sentieri e privarsi di qualche comodità. Si parla di retaggio culturale, di mestieri antichi, delle (false) promesse di una montagna aspra e salvifica, come se l’obiettivo fosse una decrescita dove il dolore e la privazione portino alla redenzione, finalità poi non così distante da quella degli stessi ambientalisti che Bosio tanto critica, bisognerebbe però anche ricordargli che i montanari non sono Francescani.Forse dovremmo davvero cospargerci il capo di cenere, non tanto perché il CAI promuova la tutela del paesaggio, della biodiversità, degli endemismi, ma perché lo faccia attraverso l’alpinismo e l’escursionismo, che altri non sono se non un modo diverso di frequentare la montagna, non di risiedervi e di viverla. Oggi le comunità sono trascurate, soffrono l’assenza di servizi (salute, istruzione, infrastrutture) e di lavoro stabile e remunerato, tutti elementi che conferiscono linfa vitale. Dobbiamo però ricordare che il CAI non concorre in questo, non è il suo scopo, il suo scopo è appunto promuovere l’alpinismo e, contestualmente, una frequentazione consapevole, così che l’impatto sia esiguo, ma se davvero riteniamo che saranno le croci e l’attività venatoria a salvare le comunità montane allora significa non aver compreso proprio nulla del problema. Per fortuna la caccia sta passando di moda, troppo spesso vedo cacciatori sparare in prossimità di abitazioni, cacciare di frodo, causare vittime (e non mi riferisco agli animali). Questa visione romantica del cacciatore che contribuisce a regolare la biodiversità non fa altro che offuscare la vera immagine di una pratica esercitata anche da individui esaltati dall’atto di fare fuoco e togliere una vita (a volte senza nemmeno prevedere di macellarla e mangiarla “come la natura esigerebbe”). Come mi disse uno psicologo “siamo oltre la biologia, siamo una specie culturale” eppure questa disciplina mi sembra una delle più basse forme di cultura e non mi spiego come si possa rilasciare le licenze a persone simili che, non contente, pretendono di stabilire quale sia l’ordine naturale delle cose.

  42. “La fauna montana AGH da sempre l’hanno gestita i cacciatori con la loro fatica.”
    Certo, certo Riccardo: estinguendo praticamente dovunque stambecchi, camosci e aquile.
    Oltre al “predatore fesso”, il lupo, che ha estinto per primo essendo il più nocivo e quindi all’orso…
    Sisi, lasciamo fare ai cacciatori che conoscono la natura e la sanno gestire.
    Lasciamo fare ai contadini, che conoscono il bosco e sanno come farne campi fruttiferi. E di certo avranno cura del terreno, dell’acqua e dell’aria usando fertilizzanti che non inquinano, senza reflui.
    Lasciamo fare alle grandi aziende costruttrici, che hanno cura del territorio e sanno costruire bene, case, ponti e strade durature fatte per l’interesse di chi ci abita.
    Lasciamo fare al Governo che ha a cuore l’interesse generale.
     
    Difficile sentire un’assieme di puttanate più concentrato di quello di Riccardo!

  43. Ecco! Al 46 è miracolosamente apparso il commento a perfetto esempio di quanto avevo appena scritto.
    Con l’aggiunta convinta che il Cai per la montagna è insostituibile e la gente cammina, grazie allo stesso, in sicurezza. Per il resto è perfetto. Grazie Quattrociocchi. 
    E per gentilezza ci dica cos’è l’ASE.
    In genovese significa asino ma forse lei intendeva qualcos’altro,  spero.

  44. La martora è ghiotta del rivestimento dei cavi elettrici utilizzati nelle auto Volkswagen, Subaru e Ford, ma non su tutti i modelli. Le altre marche le attacca raramente. Si introduce nel cofano motore passando per i parafanghi o altre aperture e rosicchia indisturbata nottetempo. 
    I danni che fa vanno da qualche centinaio di € al dover rottamare l’auto perché i costi di riparazione ne supererebbero il valore, anche se nuova. Esiste uno spray (che sicuramente contribuisce all’aumento del buco dell’ozono) ma non funziona sempre. Alcuni cospargono il motore di pelo di cane. Insomma il problema c’è ed è serio.
    Da amante della natura una mia amica ha dovuto rottamare un’auto praticamente nuova pagata a caro prezzo. Non ne era felice.
     
    Il Cai non ha mai avuto a che fare storicamente con i montanari.  È un club di cittadini, spesso oggigiorno coi paraocchi (gli esempi nel blog sono praticamente infiniti) che una volta erano alto borghesi ma poi si è voluto aprire ai plebei per vendergli la polenta nei rifugi. I padri fondatori preferivano l’aragosta servita con i guanti bianchi.
    Mai sentito del ministro Quintino che fosse ghiotto di polenta e osej.
     

  45. @riccardo
    non diciamo sciocchezze: la natura per MILIARDI di anni (3,8 secondo le stime) si è fatta i fattacci suoi senza che l’uomo vi interagisse in maniera invasiva. Solo nell’ultimo secolo e mezzo l’uomo ha cominciato ad essere troppo invadente, e le vallate alpine se la godevano infinitamente di più prima! MA DI MOLTO!
    Che i radical chic non capiscano un acca ci sta, il cittadino benpensante può anche avere una visione troppo edulcorata e poetica, se ne può discutere.
    Ma su una cosa sono arcicerto: i cacciatori sono il MALE, sono un tumore al cervello, una leucemia per la natura. 
    Per lo più repressi, malati di mente, pericolosi. Hanno in mente solo una cosa: sparare.
    Cercando di rivederla con puttanate indegne come “siamo gli unici guardiani della natura” “senza di noi il sistema sarebbe in pericolo”
    o, per citare te:
    “La fauna montana l’hanno sempre gestita i cacciatori con la loro fatica”
    ma che cacchio dici? ti sei fatto di crack?
    hai un delirio di onnipotenza?
    In montagna si cammina a piedi. E col cervello. 
    E SENZA ARMI

  46. Chi ama la montagna non la divide: una riflessione sul ruolo del CAI oggiSettembre 2025
    Le accuse di CONFAVI che il CAI si sia “allontanato dalla vera montagna” e sia diventato “urbano, accademico, ideologico” sono fuorvianti. Sorprende che Gognablog abbia dato risalto a questo attacco imbarazzante e marginale senza una lettura critica: il giornalista è assente intenzionalmente o per distrazione?
    La nostalgia per una montagna arcaica è affascinante ma ingannevole. Per secoli, la montagna era un ambiente ostile per gli abitanti delle valli; le prime esplorazioni vennero da borghesi e aristocratici. Oggi, milioni di persone camminano in sicurezza grazie al CAI, che ha costruito un ponte tra tradizione e modernità, accessibilità e tutela.
    Il CAI non difende il lupo per ideologia, ma per equilibri ecologici complessi, e promuove dialogo con pastori e comunità locali. Al contrario, CONFAVI sostiene una caccia non sostenibile, contribuendo alla rarefazione di specie uniche.
    Chi ama la montagna davvero non la usa come strumento di divisione ideologica, ma la custodisce, come fa – imperfetto, ma insostituibile – il CAI.

  47. Signor AGH, in tante righe a sua disposizione non è riuscito a dirne una che si distacca dal pensiero unico del momento. Portato avanti dai nuovi salvatori del pianeta e suoi accessori. Cercando con i propri sensi di colpa di accedere anche alla salvaguardia delle galassie più vicine. Se la prende con i “giornaletti” di caccia. E di riflesso con i cacciatori. Vuole estinguerli perché vengano a salvare la montagna gli animalisti come si dichiara lui. Launa resa confidente e convivente con voi che transitate in mezzo a cervi e camosci, dando una pacca qua e una carezza là, è l’inizio della fine per ogni specie. E i casini fatti nei vostri parchi, con fauna in attesa dei vostri biscotti, è lo spettacolo più degradante a cui si possa assistere. Questo in nome della vostra arrogante supposizione di convivere con gli animali belli. I brutti possono crepare che non fanno like. Guardi AGH che fino che la montagna, che frequento da 70 anni e frequento tutt’ora senza viverci, l’hanno abitata e gestita i suoi nemici cacciatori e tutti gli altri, che dovrebbero passarle il testimone per farvi vivere il weekend da full animal immersion, la montagna ripeto ha sempre vissuto in pace e buona salute. E proprio da quando siete arrivati voi, che cercate coniugi compagni o mariti negli animali, che sta andando alla malora. E i voti li portate voi alle associazioni animaliste che ingrassano in quanto oggi salvano l’ape domani il lupo dopodomani l’orso e se c’è  tempo domenica salveranno l’aquila. Ma non vi basta più. Adesso però avete in mira la montagna che volete biciclettare e spogliare della sua essenza. Forse ci riuscirete. Perché ogni cosa in questo mondo di salvatori a pancia siete riusciti a buttarla in politica. Facendo fare carriera a personaggi che in primis sfruttano lei e quelli che pensano animale. La fauna montana AGH da sempre l’hanno gestita i cacciatori con la loro fatica.  Non certo lei con le sue idee. L’ambiente invece i pastori i boscaioli ecc. Il vostro lupo, un predatore fesso che muore se da solo ma forte solo in gruppo come i delinquenti di oggi, è frutto della vostra lupite che vuole esaltarlo. Mentre veri predatori, tipo volpi faine martore ecc, fanno tutto bene e da soli. Ma certo non bucano il video. E quindi chi se li fila. Se il lupo deve rivolgersi solo alla fauna domestica, ai cani i gatti ecc, non ha motivo di esistere. Perché non regola nulla. E questo spiega perché quelli che lei disprezza l’anno estinto.  Che predi se ci riesce i selvatici. E tutti lo sopporteranno. Se il Cai ha ceduto alle lusinghe per sopravvivere al vostro modo di volere la montagna allora prende l’aspetto del lupo di cui sopra. Che torni con gli scarponi ai piedi. E lasci che le bici rimangano a valle. In montagna si cammina a piedi. E col cervello. 

  48. Il CAI da sempre è un sodalizio che pesca tra le file del ceto medio impiegatizio ed è spiaggiato  sulla cultura main stream: non si può pretendere altro.
     

  49. L’invettiva si basa sull’equivoco che il CAI sia la voce dei montanari. In realtà, non lo è mai stato per statuto e origini storiche.

  50. Momentaneamente Crovella è impegnato a riscrivere la Costituzione con la mano destra, il trattato di Saint Germain con la sinistra, una mail a un cliente con il piede destro mentre telefona al ministro della pesca facilitata al luccio del Sesia e tiene il tempo su Ticket to ride dei Beatles col piede sinistro.
    Ha anche una scopa nel culo, così se si sposta lascia tutto pulito.

  51. Crovella è assente.
    Corre voce che sia andato alla locale sezione di Fratelli d’Italia per presentare le dimissioni. Poi, memore di quanto letto qui, si iscriverà alla Lega Nord – Sez. Boia Chi Molla. 
    Carlo, diventerai salviniano?

  52. dimenticavo: i “custodi delle montagne” prendono soldi dalle città (3-500 euro a capo per i bovini, 2-300 per gli ovini all’anno per il “benessere animale), oltre a una serie di agevolazioni pazzesche per agricoltura, espresse in crediti fiscali, piani inail per trattori nuovi a fondo perduto, regimi forfettari, Irpef quasi inesistente, contributi PAC, contributi Next generation, e non so cos’altro… . Il giorno che finisce questa mangiatoia, quella sera stessa le valli si spopolano che neanche una bomba nucleare sarebbe così efficace!
     
     
    ma… chiedo per un amico. Crovella? Non è che si è sentito male? Qualcuno può chiedere in giro? Marcello, ne sai niente?

  53. Incredibile miopia… L’associazione “montanara” non può prescindere dall’ambiente in cui agisce, dovrebbe essere chiaro anche a un bambino delle elementari. E’ un rigurgito di antropocentrismo inaccettabile in epoca moderna. Dopo i deliri dei Ruralpini di un post recente, mi stupisce ancora che Gogna pubblichi questa roba di deprimente retroguardia (non a caso pubblicata su un giornaletto di caccia). Semmai è l’esatto contrario di quanto sostiene Bosio: serve più ambientalismo e animalismo, non di meno! Qui da me in Trentino, per anni la SAT, costola del Cai, è stato encomiabile baluardo a difesa dell’ambiente. Negli ultimi anni invece si è vista una deriva deprimente verso il business, verso gli intrallazzi con la politica, che foraggia pesantemente l’associazione, le firme sui progetti provincialio di “valorizzazione” del Lagorai con le malghe trasformate in ristoranti. E’ ora di finirla non col “no a tutto” come qualche anima bella rimproverava gli ambientalisti, ma al “sì a tutto” che ormai impera anche in montagna, ultimo habitat naturale che subisce l’assalto del business che, dopo aver consumato i fondovalle, rivolge le sue morbose attenzioni alle alte quote. L’uomo deve fermarsi, fare un passo indietro. Chi vive nelle valli turistiche è giù benestante o straricco, basta così: nessuno rischia di dover emigrare in Belgio nelle miniere di carbone. Cosa lasceremo alle nuove generazioni? Montagne di inutile ferraglia perché non nevica più? L’assalto alla montagna va fermato. Serve meno caccia (meglio ancora zero), meno infrastrutture, meno rifugi che periodicamente raddoppiano o triplicano le cubature, meno consumo di risorse naturali, meno allevamenti ovunque.
    In montagna voglio vedere la fauna autoctona, predatori inclusi! Non voglio vedere vacche dappertutto che pascolano fino a 3000 metri!

  54. Il sig. Bosio scrive, alla fine del sermone: “Chi non si riconosce più in questa deriva eco-ideologica deve scegliere: cambiare la linea del CAI dall’interno o uscirne e fondare qualcosa di nuovo,  un’associazione montanara, non animal-ambientalista. Serve un club che stia dalla parte di chi vive le montagne, non di chi le progetta.”.
    Mi sembra di sentire puzza di Lega Nord, di Confagricoltura, di Federcaccia e di tutti quelli che corrono a raccattare consensi, finanziamenti a fondo perduto per allevatori/agricoltori e voti dei cacciatori . Mi ricorda quando la Lega seduceva ex sindacalisti e lavoratori scontenti per portarli nel Sindacato padano.
    Si è aperta la caccia all’ abbattimento della dirigenza del Cai da parte dei nuovi balilla ….

  55. Non sono più socio CAI da parecchi anni e posso non condividere alcune (o molte) posizioni del sodalizio, ma, come ha già scritto qualcuno, queste mi paiono farneticazioni di uno che si attacca sovente al fiasco 😁

  56. La montagna non è un museo da osservare in silenzio: è un luogo vivo, abitato, fatto di fatica, di cultura, di fede, di identità. E finché il CAI continuerà a tradire tutto questo, sarà parte del problema…
    Questa è la frase che più mi fa sorridere e riassume la “tristezza” di questo rigurgito acido. Perché il resto del territorio italiano è forse luogo morto, disabitato, pieno di scansafatiche, senza cultura, senza fede e senza identità?
    Ce lo spieghi meglio Sig. Bosio, però questa volta quando prenderà in mano la penna, posi il fucile, e magari anche il fiasco.

  57. Qui dovrebbe spiegare cosa c’entra il CAI, crede che siano i soci a vandalizzare le croci di vetta?
    Le sezioni locali del CAI vengono messe a tacere o spinte ad allinearsi a una linea dettata da chi la montagna la guarda solo da un finestrino del treno per Bolzano…
    Messe a tacere da chi? Ce lo spieghi per favore!
    La montagna non è un museo da osservare in silenzio: è un luogo vivo, abitato, fatto di fatica, di cultura, di fede, di identità. E finché il CAI continuerà a tradire tutto questo, sarà parte del problema…
    (segue)

  58. Da anni mette in discussione la presenza di croci sulle vette, in nome di un laicismo che puzza di revisionismo culturale…
    Anche qui, fuori i nomi!
    Le croci sulle vette vengono vandalizzate o cancellate per non offendere, come se la fede che ha accompagnato generazioni di montanari fosse qualcosa da nascondere…
    Qui dovrebbe spiegare cosa c’entra il CAI, crede che siano i soci a vandalizzare le croci di vetta?
    (segue)

  59. Vabbè, altro articolo che attesta la trasformazione del blog in ufficio stampa della Lega Nord.
    Un cumulo di oggettive idiozie e giudizi soggettivi spacciati per verità.
    Allucinante.
     
     

  60. Una volta il Club Alpino Italiano era la casa degli uomini e delle donne di montagna…
    Una volta quando? nel 1910? nel 1945? nel 1970? Scrivere una volta, mi pare un po’ troppo generico.
    Da anni ormai si accoda alle mode del rewilding, sostenendo il ritorno massiccio del lupo nelle vallate alpine, come se i pastori fossero un problema e i predatori una risorsa turistica… 
    Qui se deve fare un’accusa deve dare anche i nomi, o citare un testo del CAI che affermi questo.
    (segue)

  61. L’argomento “siccome è il vicepresidente del CAI non è attendibile” e , per di più, è interessato ha una profondità di motivazioni ed una forza argomentativa  del tutto pari a quella dell’Autore del commento stesso.Troppo impegnativo contestare i contenuti.

  62. Be’,  direi che i vari commenti non pro-CAI sono più attendibili di quello del vice Presidente che risulta chiaramente interessato.
    Andiamo avanti, che è meglio.

  63. Ho letto con attenzione  l’articolo e non posso nascondere la mia sorpresa. Lo trovo ingeneroso e, in alcuni passaggi, profondamente fuorviante.
    Il Club Alpino Italiano non ha mai concepito la montagna come un museo da osservare in silenzio, né come un parco giochi da sfruttare commercialmente. Al contrario: da sempre affermiamo che la montagna è un luogo vivo, abitato, fatto di cultura, di fatica, di fede e di identità. Un ambiente che va custodito e trasmesso alle future generazioni, nel rispetto di chi lo vive ogni giorno.
    È per questo che il CAI, con convinzione, ha avviato e sostiene progetti concreti come “Villaggi Montani”, che mettono al centro gli abitanti prima dei turisti, e il “Sentiero Italia CAI”, che si snoda nelle aree marginali proprio per rivitalizzarle e restituire dignità ai territori e alle comunità che rischiano di scomparire.
    Il CAI è sensibile al valore delle persone che abitano la montagna: pastori, boscaioli, guide, malgari. Sono loro i primi custodi dell’ambiente alpino, e a loro va riconosciuto un ruolo fondamentale.
    La nostra visione di futuro parte proprio da qui: una montagna viva, sobria, sostenibile, dove la presenza umana sia in equilibrio con l’ambiente. Per questo, respingiamo con fermezza l’idea che il CAI abbia “tradito le montagne”: se mai, le montagne sono il nostro orizzonte quotidiano, la ragione stessa del nostro impegno.
    Con amicizia e rispetto, ma anche con la responsabilità che deriva dal mio ruolo, mi preme ribadire che il CAI non è parte del problema. Il CAI lavora, ogni giorno, per essere parte della soluzione.

  64. In effetti ultimamente si nota una certa deriva animalista ambientalista e verde, quasi come se il CAI con i suoi 350.000 iscritti dovesse accodarsi a Legambiente, Bandiere blu, Brambilla e simili. Non tanto il CAI ufficiale, che rimane spesso in silenzio, ma diversi dirigenti periferici, con manie di protagonismo e spesso anche attivisti politici come evidenziato dai loro profili social, sono sui giornali ogni altro giorno con dichiarazioni e opinioni personali che, presentandosi come “presidente o consigliere CAI di..” passano per prese di posizione ufficiali CAI.
     
     
     
     
     
     
     

  65. Che ridere! Purtroppo molti montanari campano con contributi della pianura, con clienti della pianura e con modelli di business della pianura, anzi ultimamente della grande finanza. Proni al capitalismo da rapina tirano fuori la retorica del buon pastore, della fatica e della fede, ma chi ha scritto sta roba, un ultranazionalista croato? Ahahahah, altro che ideologia, qua c’è un campionario da armadio dei ricordi. Che se un tempo il CAI si è trovato a coincidere con quel campionario, vabbè è evoluto, meglio.

  66. Il Cai che “difende” le montagne?
    Questa si che è bella🤣🤣🤣🤺

  67. Condivido la disperata invettiva di Bosio, però non tutti i montanari sono quelli che lui dipinge. Andate a Madonna di Campiglio e pensate che è il risultato di scelte fatte dagli abitanti (montanari), così come per tutte le altre località di montagna oggi trasformate in luna park. Tra un montanaro diventato imprenditore (e ce ne sono tantissimi) e che vende la montagna per il massimo suo profitto e un cittadino in buona fede (difficilmente rappresentato dal CAI) chi ama la montagna sa benissimo da che parte stare. 

  68. da quattro anni, dopo 45 anni di iscrizione, ho abbandonato il CAI che non mi rappresenta più

  69. Mi pare un insieme di vecchi luoghi comuni, mi sembra di sentire quelli che quassù ad ogni osservazione ti rispondono abbiamo sempre fatto così. Le montagne sono dei montanari? Non direi, forse una volta. I servizi, anche se scarsi, i contributi europei per la monticazione, i contributi per la copertura digitale, i ristori per i danni all’agricoltura causati dai cambiamenti climatici (i danni da predazione da lupo al netto delle truffe sono irrisori), i contributi a fondo perduto per gli impianti di risalita ed innevamento artificiale, e molto altro ancora sono pagati con i soldi di quelli là che stanno in pianura, non certo con le tasse dei montanari. Chi scrive si dichiara allevatore, dovrebbe sapere che in questi giorni scenderanno un sacco di pecore lasciate per mesi in quota, raggiunte dal pastore una volta a settimana, lasciate senza cura anche se ferite, utili solo per i contributi. Scendono e salgono direttamente sul camion che le porterà al macello.

  70. La montagna va preservata, in tutte le sue componenti……animali, vegetali, geologiche e ambientali/ paesaggistiche, come ambiente selvaggio e a volte ostile…..ogni giorno leggiamo di persone impreparate che si avventurano in ambiente con la drammatica conseguenza di trovarsi ad avere necessità di soccorso che purtroppo non è sempre tempestivamente possibile. Non siamo più abituati agli ambienti naturali…..ne siamo ormai, per la gran parte, estranei. Dobbiamo acquisire consapevolezza che l’ Ambiente alpino richiede conoscenza e preparazione anche nei suoi accessi apparentemente più semplici. Tutto cio premesso ritengo giusto che il CAI intervenga con autorevolezza su tutte le questioni riguardanti l’ ambiente alpino ivi compresa la gestione della fauna. Imparate cosa è la montagna e apprezzatene le qualità senza rovinarla preservandola x le future generazioni……
     

  71. Io ritengo che esista una leggerissima differenza tra un’ascensione di alpinisti sulla parete N della Dent Blanche (vedi per esempio quella di Roberto Bianco e amici nel 1980) e le cave di marmo nelle Alpi Apuane, perfino se visto dalla parte dell’ambiente. 
     
     

  72. Nessuna guerra, caso mai un’operazione speciale! Il Club Alpino Italiano ha fatto il suo tempo, ne dovremo essere sempre riconoscenti per quello che è riuscito a fare in funzione di una certa tutela nei confronti della Montagna che comunque ha sempre sfruttato … il CAI è una interessantissima enciclopedia di storia legata al territorio montano da chiudere in una libreria al riparo dal sole in luogo fresco ed asciutto. C’è bisogno di aria nuova! Non c’è più spazio per compromessi in funzione del tutti inte! E purtroppo la Capitale non è più Torino. Dolomiti Bellunesi Stato! Dajee!

  73. Ambienti ostili (all’uomo) possono essere preservati solamente adattandocisi, come avvenuto per millenni. Oppure standone lontano. Qualsiasi altra forma di integrazione umana ne determina o la scomparsa o la degenerazione.
    Se invece si ritiene che l’uomo debba abitare e sfruttare ogni angolo del pianeta incluse le montagne, tutto dovrebbe essere consentito perché -visto dalla parte dell’ambiente- non trovo differenza alcuna fra  resort di lusso in  quota, idroelettrico, cacciatori  custodi dell’ambiente, piste da bob, gite alpinistiche,  spedizioni himalayane, cave di marmo e gl’infiniti argomenti di cui si discute in questo blog.

  74. Assolutamente non d’accordo. Ci saranno pure cose da cambiare all’interno del CAI, ma fargli la guerra significa smantellare un ente importante in materia di salvaguardia della montagna, perdendo una voce influente e autorevole. Ai tavoli di discussione poi chi ci va? Tizio e Caio o associazioni di pochi iscritti? 

  75. Vorrei scrivere una cosa a margine di questo intervento.
    Se la memoria non mi inganna, un giorno Folco Quilici raccontò di quando ebbe modo di reincontrare un capo villaggio polinesiano dopo anni che non si vedevano. Quilici disse al capo villaggio un qualcosa del tipo “certo, una volta quando le piroghe le spingevate a remi era molto più bello!”. “Verissimo”, ripose il capo villaggio, “ma oggi, che abbiamo i motori fuoribordo, se mio figlio ha un malore lo posso portare immediatamente all’ospedale”.
    Ora io credo che certa voglia di preservazione dell’ambiente “com’era una volta” sia dettata da un retropensiero che vede nella montagna una sorta di giardino a uso e consumo di chi sta in città. A tutti noi piace fare gli avvicinamenti in ambienti selvaggi e incontaminati, ma è anche vero che dopo le calate in doppia e il materiale riposto nel portabagagli, accendiamo l’auto e torniamo nella nostra comfort-zone fatta di portici che ci riparano dall’acqua e asfalto che protegge le nostre sospensioni. Abbiate pazienza: le terre selvagge sono belle per i turisti che finite le vacanze poi tornano alle comodità; un po’ meno belle sono per chi le deve vivere tutto l’anno.E ricordiamoci che anche l’essere umano fa parte dell’ecosistema, ma non si può pretendere che chi abita questa natura la viva come i figuranti dei presepi viventi a uso e consumo del cittadino che ha voglia di esotismo.

  76. Per farla breve e smetterla con le sciocchezze (in primis le mie) bisognerebbe fare uno studio serio (e non ideologico) su cosa voglia dire “vivere in equilibrio con l’ambiente”, basato su parametri scientifici e non su romantiche figure che non sono mai esistite.
    Ricordando che l’uomo può anche morire, anzi: sicuramente muore e fa parte del vivere in equilibrio con l’ambiente morire per sfamare un lupo (o dei vermi).

  77. Non condivido affatto quanto scritto nell’articolo:  Se si vuole difendere la montagna bisogna ricordarsi che cosa è la montagna. La montagna sono i suoi animali, i suoi ecosistemi, la sua flora.. difendere il punto di vista di chi la abita è importante se chi la abita la vuole difendere, non se la vuole sfruttare a discapito della comunità. Difendere la montagna ha un enorme valore economico per la comunità: si pensi ai costi della sanità causati dall’inquinamento, dallo stress. Si pensi ai costi economici dei disastri ambientali causati da disboscamento e cementificazione…difendere la montagna vuol dire difendere il bene, (anche dal punto di vista economico) della comunità. È importante anche se difficile, perché chi vuole sfruttarla per il proprio tornaconto individuale ha più forza,  più voce in capitolo, più potere decisionale. Ben venga che il CAI continui a difendere le montagne da chiunque le voglia rovinare e deturpare, appoggiando chi invece vuole vivere e lavorare in montagna mantenendone la bellezza, la cultura, il fragile ecosistema.

  78. #10 Riky: condivido integralmente il tuo pensiero.
    Ieri, scendendo da un sentiero in Val Pellice  con le corda sulle spalle e l’imbrago sferragliante, ho incrociato un VERO ultimo montanaro con le sue capre; e ho provato un senso di profonda vergogna per l’inopportunità del mio invadere il suo ambiente, per di più compiendo una futilissima attività come l’arrampicata.
    Una volta scomparsi loro, sarà scomparso tutto il senso del vivere la montagna.
     
     

  79. Ho il dubbio che chi scrive non conosca il CAI e tenda per moda o per gusto proprio ad identificare tutti i frequentatori della montagna come soci del CAI. Personalmente e sono socio da 50 anni del CAI non ho proprio nulla contro la caccia esercitata nel rispetto delle regole. L’invettiva general generica dell’articolo mi sembra, in  contrapposizione a quanto scrive l’estensore dell’articolo, frutto di scorie ideologiche. Centinaia di soci CAI si prodigano costantemente e gratuitamente alla conservazione, manutenzione e pulizia degli ambienti montani. Il rispetto per gli allevatori e i montanari rientra nelle corde di tantissimi soci; dire tutti, direi una banalità, come lo sarebbe se dicessi che tutti i cacciatori sono stinchi di santo. Rispettare la montagna non è rispettare la propria parte di interesse ma è rispettare l’ambiente, rispettare chi per cui la montagna è vita (uomini e animali ). Mi permetto anche di contraddire la visione per cui la trasformazione degli ambienti in parco giochi e il colonialismo urbano sia una volontà del  CAI. Sarebbe utile aprire gli occhi e capire che invece di mirare ( non so per quale ragione) una associazione come il Club Alpino Italiano, si guardino le decisioni di molte amministrazioni che puntano per propri interessi ad incentivare la frequentazione incontrollata dagli ambienti alpini.  Il CAI rimane, con tutti i limiti che può avere una associazione di volontari, un baluardo di formazione ed informazione. Occorre saperla vivere e conoscere. 
     
     

  80. Io sono vecchio, frequento la montagna da quasi 80 anni, Appennini e Alpi, e in quanto scrive il sig. Bosio è altrettanto vecchio. Appartiene ad una cultura che porterà, se continuerà a prevalere, a cambiamenti ambientali drammatici. Il mondo e la natura si adatterà, ma la specie umana? Voler continuare a considerarci padroni della natura e prendere da essa quel che ci pare ci porterà ad avere tra le mani solo un mucchio di cenere.  Ma come si fa rimproverare il CAI di eco ambientalismo borghese e cittadino, quando sentiamo sempre più spesso di malgari che devono scendere a valle in anticipo perché al monte manca l’acqua! E i rifugi sempre più spesso in difficoltà per lo stesso motivo. Siamo stati padroni del mondo sconsiderati e abbiamo preso e continuiamo a prendere quello che è dei nostri figli e nipoti, a cui non resterà quasi nulla. E il problema sarebbe l’ambientalismo del CAI!

  81. polemica sterile e forviante, a mio avviso.
    I “montanari” sono di fatto imprenditori che cercano di sfruttare il territorio per (in ordine) sopravvivere, mangiare, arricchirsi. 
    Nessun giudizio, è così. Per loro la montagna è una risorsa da sfruttare, siano essi contadini, pastori, cavatori, guide o in generale imprenditori del turismo.
    Ci tengono solo nella misura in cui la gestiscono per garantirsi un profitto per gli anni a venire. Alcuni evitando lo sfruttamento eccessivo. Altri fottendosene altamente per potersi comprare una machina più bella (o anche solo sopravvivere).
    Ma di fatto fottendosene. E chi non se ne fotte lo fa non perché ci tenga al paesaggio, alla biodiversità, all’ecosistema etc etc.
    Giustamente non gli interessa. Ma ha capito che un po’ di sano e scontato green washing è uno strumento marketing che aiuta il business.
    Non c’è in queste righe nessun giudizio, è una fotografia.
    Poi ci sono i frequentatori della montagna che arrivano dalle pianure, dalle città. Sono tutti “imparati”, sono esteti, alcuni consumisti, altri idealisti. Molti sono dei cretini patentati! Quelli che devono cercare qualcosa di più profondo, ma anche quelli che vogliono farsi un selfie o rimanere in forma frequentando dei posti che gli piacciono.
    Le due posizioni sono inconciliabili. I primi sono “biechi” imprenditori come tutti gli imprenditori di qualunque settore, e badano solo al profitto. Non c’è niente di romantico nell’avere una mandria agli alti pascoli. Solo problemi e incertezze. E alla lunga odio per quello stile di vita in fin dei conti arido e bello solo in una foto, ma nella quotidianità vera, anno dopo anno: una merda, diciamocelo!
    Dall’atro lato il turista urbano, più o meno sensibile, più o meno preparato, più o meno arrogante. Porta economia e soldo fresco nelle valli ma pretende e rompe le palle, deve dire sempre la sua e, dimentico di aver compromesso l’ecosistema di pianura (in quanto bieco imprenditore di industria “classica”), vuole spiegare al montanaro come si comporti male e che la sua gestione non è ecosostenibile. Poi abita sulle rive del Lambro o il Sarno ma non se ne accorge.
    Il pastore ha fatto la prima via alpinista non per amore della montagna, ma verosimilmente per recuperare una capra, sparare a un cervo. Magari si è spinto da una sella alla cima per curiosità. Ma il contadino non fa nulla di inutile. Come qualunque imprenditore!
    Il cittadino si, nel tempo libero fa solo cose inutili. Cerca sfide di ogni genere, dal calcio al tennis all’alpinismo.
    Le due posizioni sono inconciliabili, e il CAI rappresenta solo una di queste e la gente in CERTE montagne è troppa, montanari e turisti. Lasciamoli li a fottersi il territorio, tanto tra poco scompariranno tutt’e due.

  82. Buongiorno 
    La società è cambiata, gli usi sono cambiati, le sensibilità sono cambiate, l articolo si arrocca su di una posizione integrale, che non condivido, chi ha tradito la montagna sono coloro che pretendono di essere per discendenza( valligiani o come li volete definire) che pensano e vogliono fare cose orrende (vedasi certi esempi tipo rifugi modello santner…). O rifiugi con le ostriche vedasi alta badia…e poi se qualcosa non funziona è il CAI! Che sbaglia?? Il mondo cambia sveglia!? Non pensate ai lupi a quattro zampe ma quelli a due…

  83. Condivido, avendone fatto io stesso parte, il pensiero di Bosio sul Cai.
    Il CAI e’ cambiato, in peggio, e’ diventato un ente utile solo per fare soldi con i corsi e le gite e, al di là, di basilari nozioni di comportamento insegna ben poco. Tanto animalismo, quello si, ricordo invece, tanti anni orsono, quando nel Club convivevano anche i cacciatori costretti oggi a nascondersi cacciati da animalari da salotto.
    Al sig. Matteo vorrei dire solo che il Club e’ nato da cittadini, ma al suo interno convivevano varie anime che oggi gli ecologisti della carta stampata hanno fatto fuggire e che i montanari, magari, allevatori di montagna sono quelli che conoscono realmente il loro ambiente, non i cittadini per quanto caizzati siano.

  84. In effetti, spesso il CAI, di cui facebo parte, brilla per la sua assenza. Più volte ad esempio, ho segnalato passaggi in quota che sarebbe opportuno segnalare meglio a chi transita e proteggere, ma inutilmente. E questo è  solo un esempio.

  85. Il commento di Bruno Telleschi è pura ignoranza. Esempio: tra le Vette Feltrine, dove vivo, sul Cimonega in particolare, le prime vie alpinistiche sono state aperte proprio da pastori, (II-III grado non di più) e potrei andare avanti per pagine intere ad elencare al signor Bruno come le Dolomiti Bellunesi siano fitte di storie simili. Chi non vive in montagna almeno abbia la decenza di informarsi, io ci vivo da anni e concordo con Bosio. 

  86.  
    Nelle parole di Gian Carlo Bosio leggo più l’arroganza degli indigeni e meno l’ospitalità dei montanari, più l’ignoranza e meno la conoscenza. Infatti è ovviamente falso che il Cai sia nato per rappresentare i montanari, semmai al contrario voleva educare i cittadini alla scoperta della montagna. Del resto è pure falso che i pastori e i contadini conoscessero le vette. Al contrario temevano la montagna e preferivano evitarla.

  87. Io non so se sia vero che serve un’associazione montanara, non animal-ambientalista e se ne potrebbe anche discutere.
    Di certo però chi pensa che 
    “Una volta il Club Alpino Italiano era la casa degli uomini e delle donne di montagna…È diventato un’associazione borghese, urbana, accademica. “
    parte malissimo, con un misto di ignoranza e falsità. Il CAI è nato come associazione elitaria, cittadina, alto borghese che gli uomini di montagna li vedeva come pittoresco sfondo, al massimo da usare. E che le donne non le considerava per nulla (non le borghesi, figurarsi le contadine!)
     
    Comunque l’idea che i contadini o i malgari conoscano il bosco o i cacciatori gli animali e la montagna a me fa ridere.
    Per un contadino o un malgaro il bosco è il nemico, il posto che limita i suoi campi e i suoi pascoli. Da limitare, da tenere lontano e distruggere.
    Per un cacciatore un animale è un bersaglio…e non è così raro che in mancanza di meglio sparino a cani e gatti!
     

  88. Mi dispiace che si ritorni sulla polemica delle croci di vetta. Il sig. Ricci dovrebbe guardare la video registrazione della conferenza dove ebbe luogo l’intervento di Albino Ferrari che assolutamente non ha mai detto di eliminare le croci di vetta, ma di non aggiungerne altre..
    Per quanto riguarda la difesa delle aree montane, ci sono migliaia di soci che si occupano di manutenzione dei sentieri. È questo forse tradire la montagna?
    Overtourism: quanti dei frequentatori della montagna sono soci CAI ?
    Il lavoro meritorio dei pastori che portano il bestiame ai pascoli in quota dovrebbe essere tutelato dallo Stato in quanto può essere assimilato a un servizio pubblico. Di certo non abbattendo i selvatici. O noi o loro non porta a nulla.
    Quanto scritto dal sig Ricci mi pare più un invito a caccia libera 

  89. Non voglio entrare nel merito delle accuse rivolte al CAI, ma, per la mia esperienza di frequentazione dell’Appennino centrale, potrebbero essere tranquillamente destinate ai vari Enti Parco che troppo spesso, per non dire quasi sempre, sono lontani dalle realtà del territorio, di quelli che vi abitano. e di quelli che lo frequentano. Ed è qui che, a volte, il CAI si fa complice con assenze e silenzi.

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