Capanna Carrel. L’ultimo passo prima del Cervino

Un luogo affascinante e ostile a 3830 metri, con balconi di metallo a picco sul vuoto. Una meta riservata agli alpinisti.

Capanna Carrel. L’ultimo passo prima del Cervino
di Lorenzo Cremonesi
(pubblicato su corriere.it il 30 agosto 2019)

Prima della capanna ci fu la tenda di cotone grezzo e poi una grotta chiusa con muri a secco che la trasformò in bivacco di fortuna. L’importante era che si potesse trovare un ricovero per le notti in parete e contro le bufere sui 4000 metri, che potevano durare anche giorni e giorni. Tutti i tentativi di salita al Cervino furono caratterizzati dalla consapevolezza che occorreva essere attrezzati per restare a lungo in quota e un ricovero protetto era vitale. Non è strano che Jean-Antoine Carrel, storico “principe” delle guide di Valtournenche, sin dalle prime esplorazioni dalla parte italiana alla metà dell’Ottocento organizzasse le sue spedizioni con numerosi portatori per trasportare e piantare le tende sopra il Colle del Leone ma cercasse affannosamente anfratti abbastanza grandi affinché si potesse costruire un ricovero fisso. Anche Edward Whymper, appena ventenne, descriveva nei diari la sua tenda quattro posti pesante dieci chili e mezzo che si sarebbe portato in tutti gli 8 tentativi di salita che precedettero il suo tragico successo nell’estate 1865.

La Capanna Carrel, a 3830 metri, lungo la cresta sud-ovest del Cervino.

Dove batte il cuore
Solo pochi cenni per ricordare che parlare della Capanna Carrel sulla cresta sud-ovest della «Gran Becca» significa andare al cuore dell’epica dell’alpinismo classico. Un luogo affascinante e ostile insieme, un nido d’aquila per esperti, dove occorre avere picca e ramponi, conoscere l’uso della corda, tenere il piede fermo ed essere consapevoli che la neve resa soffice dal bel sole di una giornata estiva può rapidamente trasformarsi in ghiaccio duro alla prima nuvola e le cadute di pietre sono accidenti assolutamente normali. È stato calcolato che dal 1865 siano morti in media ogni anno sulle pareti del Cervino tra le 12 e 15 persone, compresi i tanti che provarono a salire alla Carrel in scarpe da tennis e pantaloncini corti. Anche di recente ci sono stati casi di escursionisti ben attrezzati che hanno dovuto restare parecchi giorni chiusi nel rifugio a causa del repentino mutare del tempo. Mentre a Cervinia si prendeva il sole in costume nei prati, solo a tre o quattro chilometri in linea d’aria, e 2000 metri più in alto, i turbinii della bufera tenevano il termometro a meno dieci.

La capanna Carrel negli Anni ’50, prima della ristrutturazione

Ma la bellezza della salita resta unica e fa rapidamente dimenticare anche lo scempio dei palazzi di Cervinia e gli sfregi a cielo aperto degli impianti di sci sui prati dell’antica conca glaciale contenuta dal colle del Theodulo ai contrafforti occidentali del Monte Rosa. Il primo tratto è una passeggiata per tutti. Dai 2000 metri di Cervinia si sale in un paio d’ore per pratoni vasti ai 2800 del rifugio Duca degli Abruzzi. Volendo si può anche prendere la jeep, visto che la sterrata è ben tracciata. Diversi sentieri molto facili e ben segnati da qui si addentrano nella conca verso la stazione della funivia a Plan Maison e offrono continui scorci sulla sud del Cervino delimitata dal biancore dell’accidentato ghiacciaio ai suoi piedi che, come tutti i bacini glaciali delle Alpi, è però in netta ritirata penalizzato dal riscaldamento globale. Dal rifugio è tutta un’altra storia. La traccia s’impenna, i prati diventano ripidi sino a morire alla lingua di rocce e sfasciumi morenici che scende a picco dalla Testa del Leone. Qui il primo memento che si sta entrando in territorio difficile sono alcune croci in ricordo di altrettante vittime di incidenti e soprattutto quella in memoria di Carrel, deceduto per spossatezza a 61 anni nel 1890. «Per noi resta una figura simbolica. Riuscì a portare in salvo cliente e portatore, prima di esalare l’ultimo respiro si assicurò che fossero fuori dai pericoli», ricordano all’ufficio delle guide di Cervinia. Infatti dalla sua croce in poi occorre continuamente usare le mani per procedere. Non è ancora una vera arrampicata, ma è già ampiamente alta montagna. A seconda delle annate, i numerosi canali di neve possono essere più o meno infidi. In un anfratto si trova un primo antico ricovero, sembra più che altro una minuscola stalla, era stato eretto dai portatori oltre 150 anni fa per facilitare le attese e il deposito delle attrezzature. Sopra i 3580 metri del Colle del Leone una serie di grosse corde fisse facilita la progressione per diedri rocciosi. Dal basso si vede già la capanna e sopra s’individua l’area della “Grotta della Cravatta”, dove fu costruito nel 1866 il primo vero bivacco a 4120 metri per volere del Club Alpino Italiano. Era un ambiente buio, stretto con tre stanze larghe poco meno di tre metri quadrati ciascuna, ma soprattutto umide, con le pareti ghiacciate dalla parte della montagna. Due anni dopo fu eretta una capanna sul versante svizzero.

Vibrazioni e cigolii
L’arrivo alla Carrel è emozionante. Rifatta nel 1969, i suoi balconi di metallo sono a picco sul vuoto di entrambi i lati. Quando soffia il vento l’intera struttura vibra e cigola come fosse un vecchio aereo al decollo. Non c’è rifugista, manca l’acqua, che si ottiene facendo sciogliere la neve sul fornello a gas. Si mangia ciò che si porta nello zaino. Non di rado colpisce il mal di montagna. Ognuno è chiamato a pulire dove sporca, se non si pulisce tutti ne fanno le spese. I posti per dormire sono una quarantina. All’occorrenza gli ultimi arrivati, specie se in discesa dalla cresta italiana, sono costretti a dormire sul pavimento o stesi sui tavoli. Non manca chi, esasperato dalla confusione, preferisce mettere il sacco a pelo sul terrazzo. Ma il riposo è fondamentale, anche solo poche ore facilitano il successo verso i 4478 metri della vetta. La via è obbligata da qui. O si va in cima o si torna indietro. Sono poche le capanne che hanno un solo itinerario. Ma in questo caso già arrivare al rifugio è un obiettivo di tutto rispetto. E la discesa non sarà affatto meno complessa dalla salita.

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Capanna Carrel. L’ultimo passo prima del Cervino ultima modifica: 2020-06-13T05:20:15+02:00 da GognaBlog

12 pensieri su “Capanna Carrel. L’ultimo passo prima del Cervino”

  1. 12

    Io sono tra i pichi rimasti che era presente il giorno dell’innaugurazione. 19..20 luglio 1969. Con cerare marta a ni 15..Cagalli Erminio 17 Anni e il sottoscritto 18 anni da Ravello di Parabiago eravamo la cordata senza guida più giovane presente.

  2. 11
    Dario says:

    Marcello, non era mia intenzione mettere in cattiva luce o sminuire il duro lavoro della Guida Alpina, ne conosco alcune anche tra gli amici. Ricordavo alcuni accadimenti su una grande montagna, che come tu ben sai attira un po’di tutto. L’alpinismo è diventato uno “sport” di massa e questo per chi come me, non ne ha fatto un lavoro è molto più facile indulgere nel vedere solo i lati negativi, di questa espansione che ha portato con sé un certo imbarbarimento etico e ambientale, ma ti assicuro ho il massimo rispetto per il tuo lavoro. 
     
     
     
     

  3. 10
    Enri says:

    La Capanna Luigi Amedeo era quella sulla spianata appena sopra l’attuale Capanna Carrel. Ora rimontata davanti all’ufficio guide di Cervinia. Se non erro e’ stata smontata dopo i crolli del 2003.

  4. 9
    Carlo says:

    Io sono salito almeno 3 volte negli anni 60 ma allora si diceva Capanna Amedeo. Quando ha cambiato nome?

  5. 8

    Dario, “quello non è  alpinismo” è giustamente una tua lecita considerazione, ma posso garantirti che quando fai la guida, se ti ponessi sempre questa domanda, il più delle volte dovresti restare a casa. Certo che sono contento di accompagnare alpinisti convinti e torno a casa soddisfatto, quando mi succede, ma tutte le volte che mi tocca pascolare la famigliola americana che ha sentito parlare delle vie ferrate o il ciccione che vuole salire la cima famosa, trascorro delle vere giornate di duro lavoro. Quello che capita alla maggior parte delle persone che lavorano per vivere, molto più spesso di quanto accada alle guide alpine. Certo è che quando, come tutti, devi crescere i figli, pagare il mutuo e le bollette, un po’ di poesia se ne va da sola. Durante la quarantena mi vedevo con dei colleghi per scalare o andare con le pelli nei dintorni di casa e li la poesia c’era eccome. La montagna deserta, gli amici, le mille possibilità e i tempi dilatati da una situazione anomala, ci hanno fatto recuperare dei valori che lavorando come guide spesso si devono accantonare (non sempre). Ogni medaglia ha un suo lato buono e quello del fare la guida, l’ho già scritto qui tante volte, lo cogli solo se vivi di guida alpina. Sennò sei sempre il solito approfittatore irrispettoso dell’altrui “alpinismo” che per soldi farebbe qualsiasi cosa. Non è proprio così. 

  6. 7
    Paolo Gallese says:

    Ho avuto l’opportunità di arrivarci nel luglio 95. Eravamo solo noi 4 amici e 4 francesi, molto affabili. L’inizio di un temporale, che durò pochissimo, ci prese all’uscita dell’ultima paretina, la Cheminè, prima di salire in capanna.
    Dormimmo comodi e mangiammo l’impossibile, consapevoli che non saremmo andati più su. Immersi in un tempo atmosferico altalenante, trascorre mo alla capanna tutto il giorno e cucina mo pasta per i francesi che, più bravi di noi, in cima ci arrivarono.
    Ho un ricordo vivido: i cumulonembi che vedevo guardando dalla terrazza lunga, in un tramonto grigio. L’isolamento. 
    Non ci sono più tornato. 

  7. 6
    Dario says:

    Mi ricordo la Capanna Carrel, che per chi non lo sapesse, non è un rifugio gestito, nei primi anni 90 quando dormirci era  complicato dalla muffa, l’umidità intrisa nei materassi per chi ci arrivava, si dormiva per terra, fino al piccolo cucinino per far sciogliere l’acqua e scaldarsi una colazione alle 4 tutti nel caos  a prepararsi per raggiungere la prima corda della sveglia, dove una discussione con le guide con cliente che pretendevano di partire per primi, non mancava così da aver mezz’ora di siluri che al buio nemmeno si vedevano, sassi smossi dai clienti. Devo dire che al tempo le guide del Cervino non vedevano di buon occhio gli Alpinisti autonomi loro ci lavorano chiaramente, ma ho visto gente trascinata di peso verso la vetta e questo non è alpinismo. Dopo tanti anni spero che la struttura sia migliorata. La salita rimane sempre da prendere seriamente, si può passare dal sole, ad avere un centimetro di verglas che puoi solo metterti a fare doppie, una volta ho fatto la prima doppia direttamente dalla Capanna era tutto vetrato in pochi minuti. Esperienza che non si dimentica e la soddisfazione di essere autonomi, perché è l’unico modo che conosco per andare in montagna. È giusto che chi vive di montagna possa farlo, ma il business non dovrebbe mai andare oltre un certo limite. Adesso è tutto regolamentato e non credo tornerei su questa bellissima montagna. 
     
     
     
     

  8. 5
    Enri says:

    Sono stato varie volte alla Carrell da ragazzo, la prima in realta’ non ci arrivai visto che in pieno agosto trovai il diedro della cheminee completamente incorazzato nel ghiaccio…. ci prese paura e ce ne tornammo indietro.
    Ci sono stato poi per andare in cima, devo dire mi e’ sempre capitato di arrivarci senza molta gente, nell’estate del 2014 eravamo da soli, dopo che il classico temporale pomeridiano ci diede due sberle sulla corda della nuova cheminee… momenti in cui meledici quando hai deciso di non partire di mattina presto. Quella volta arrivanno fra i fulmini in capanna, la porta bloccata da un metro di neve…era agosto. Dopo un sano lavoro di picozza riuscimmo ad entrare, e mettere la pentola di neve sul fuoco. Capanna deserta. Sempre stato un luogo in cui se si vuole si assapora ancora la montagna vera. Da evitare nei we estivi di bel tempo. Per quanto alla nuova organizzazione, gia’ l’anno passato ho espresso il mio disaccordo, seppur ne capisca le ragioni. Ma io rimango del ” chi prima arriva meglio alloggia”. Comunque oggi nessuno puo’ vietare di dormire all’addiaccio ovunque si voglia.
    In ultimo, se le corde venissero tolte, il sapore dell’alpinismo per salire alla Capanna crescerebbe ulteriormente.

  9. 4
    paolo tombini says:

    dalla stagione passata, il rifugio è ottimamente gestito e organizzato dalle guide del Cervino, é quindi assolutamente obbligatoria la prenotazione, e le scene di bivacco selvaggio sono ormai un ricordo. 

  10. 3
    Luca says:

    Per salire in scarpe da trail running o ti chiami Kilian Jornet Burgada o è meglio che rimani a Cervinia a prendere il sole ☀ 

  11. 2
    Prof. Aristogitone says:

    Sempre detestati i rifugi.

  12. 1
    Roberto Bozzo says:

    Nell’estate del ’99 avevo pensato di salire fino sul Cervino e un pomeriggio di agosto con un socio arrivai alla Carrel. Nonostante il bel tempo eravamo in pochi, alcuni stavano ancora scendendo dalla vetta, altri arrivavano e prendevano posto e niente faceva supporre che da lì a poco la Carrel  si sarebbe riempita fino all’inverosimile. In poche ore tutti gli spazi furono occupati, tutti cercavano uno spazio dove potersi sdraiare, dai corridoi ai tavoli della cucina. La cosa buffa fu’ che in parecchi si sistemarono nella soffitta passando con qualche acrobazia attraverso una botola. Pare che di sopra facesse molto caldo e quindi chiedevano a gran voce e con parole e toni non troppo gentili, che di sotto si tenesse aperta la porta, ma chi dormiva sul pavimento vicino alla porta non ci pensava nemmeno ad aprire e dormire al freddo. Prima fu’ solo un battibecco poi dalla botola cominciarono ad arrivare brutte parole e  grosse minacce, accompagnate da ripetuti colpi sul tavolato della soffitta…Chi era ben sistemato nelle cuccette fingeva di parteggiare per questo o quello e a parte il sonno perso ce la ridevamo come matti immersi in una bolgia totale. Più tardi finalmente il silenzio, alle 5 la sveglia e alle 8.30 la vetta.

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