Carlo Carena detto “il Carlaccio”

Carlo Carena detto “il Carlaccio”
di Ugo Manera

Carlo Carena è stato un personaggio molto particolare del mondo alpinistico torinese a cavallo degli anni ’60 e ‘70. Amico e compagno di cordata, abbiamo effettuato insieme molte scalate e gite sci alpinistiche. Più vecchio di me di 17 anni, era un tipo esuberante in ogni senso, piuttosto appariscente e rumoroso sfoggiava un linguaggio che, dopo aver riflettuto e consultato dizionari vari, definirei: “scurrile boccaccesco” farcito di temi sessuali e fecali. Per il suo irrefrenabile linguaggio, nel nostro ambiente venne appellato con il soprannome di: Il Carlaccio, o meglio L’ Carlaciu, preferendo egli stesso esprimersi prevalentemente in dialetto. Il suo linguaggio, pur così “spinto”, non risultava però volgare e di conseguenza fastidioso ma, condito da una strana eleganza, era soprattutto divertente e portava irresistibilmente alla risata.

Carlo Carena ha avuto una vita movimentata e avventurosa che egli amava raccontare e i suoi racconti ti rimanevano impressi. A distanza di molti anni io del Carlaccio mi ricordo quasi tutto: le sue filastrocche, le sue battute, le sue avventure. Ho fatto ridere generazioni di alpinisti raccontando di lui. Varie volte mi è venuta voglia di scrivere tutto ciò ma mi sono sempre trattenuto, frenato dal linguaggio che avrei dovuto usare e che mi appariva quasi impubblicabile.

Carlo Carena (a sinistra) e Ugo Manera in vetta al Campanil Basso (Dolomiti di Brenta). Anni ’60.

Recentemente però ho letto il divertente libro: Per Sole Donne, della brava e simpaticissima attrice Veronica Pivetti e mi sono convinto che si può pubblicare tutto, anche la storia del Carlaccio. Solitamente lui si esprimeva in torinese, che è il dialetto che anch’io uso volentieri, ma non sono capace di scriverlo, chiedo perciò venia per le imprecisioni del mio linguaggio.

Il 25 aprile 1958 mi trovavo a Cogne con un gruppo di soci GEAT (la sottosezione del CAI Torino con la quale ho iniziato la mia carriera alpinistica). Stava finendo la stagione scialpinistica e avevamo in programma una gita piuttosto impegnativa: la Tersiva. Era il primo anno che mettevo gli sci ai piedi e la mia tecnica di discesa era molto approssimativa ma in salita andavo a razzo, spinto da un entusiasmo sconfinato. Per la lunga gita partimmo in quattro tra i quali Lionello Leonessa che in quel momento era l’alpinista più rappresentativo della GEAT. Leonessa era una persona estremamente piacevole; gentile e pacato nell’esprimersi ed aveva un curriculum alpinistico notevole. Era istruttore della scuola di alpinismo Giusto Gervasutti e, nell’attività di scalatore, era un ricercatore appassionato, tracciò numerose nuove vie che spesso raccontava con prosa avvincente sul Bollettino GEAT. La più importante delle sue vie è la storica “Leonessa Tron” al Becco di Valsoera: la prima sul versante ovest di quella magnifica montagna. Leonessa cadde nel 1959 sulla Sud del Castore.

Era la mia prima stagione alpinistica e sapevo poco o nulla dell’alpinismo torinese e dei suoi protagonisti, sapevo che esisteva una scuola di alpinismo ma poco più, ero però molto curioso e durante la gita non persi l’occasione di sommergere Leonessa di domande. Egli ci raccontò che alla scuola era capitato un personaggio molto particolare dal nome di Carlo Carena. Non più giovane (aveva allora 36 anni), era un misto tra rumoroso, espansivo e ingombrante e, ciò che aveva colpito particolarmente Leonessa, misurato sempre nelle espressioni, era il linguaggio del Carena: estremamente colorito e disinvolto. Fu la prima volta che sentii nominare Carlo Carena.

Negli anni a seguire appresi sempre di più su Carlo Carena, anche perché non era certo un personaggio che passava inosservato. Seppi che per il suo linguaggio ed il suo modo di esprimersi veniva appellato con il soprannome di “Carlaciu” e che, durante il periodo passato alla “Gerva”, aveva salito, come secondo di cordata, diverse pareti nord e canali con Gianni Miglio, istruttore della scuola ed amante delle vie glaciali.

Carlaccio al bivacco Jacchia, 1971, prima della cresta di Tronchey

Lo incontrai personalmente, mi pare di ricordare, in ambito GEAT, aveva stretto amicizia con alcuni soci della Sottosezione e, al giovedì sera, cominciò a frequentare la sede CAI Torino di via Barbaroux n° 1. Carlo aveva una voce tonante e in Sede si fermava solitamente nell’ingresso perché nella sala grande si sarebbe sentito solo lui. Non era alto ma massiccio, aveva una vigoria eccezionale, dovevi fare attenzione alle strette di mano, involontariamente rischiava di stritolartela.

Mi risultò subito simpatico, trovai il suo linguaggio senza freni divertente e, nella sua scurrilità boccaccesca non sgradevole per volgarità. Egli amava raccontare di sé, delle sue vicende di vita, delle sue avventure. Aveva un suo inno personale che ricordo ancora bene e sciorinava una infinità di battute, spesso in rima, ascoltando le quali ben pochi riuscivano ad esimersi dal ridere. Il soprannome di Carlaciu non lo infastidiva affatto, anzi sembrava farsene vanto.

Negli anni ’60 e inizio anni ’70 effettuai molte scalate col Carlaciu e nelle numerosissime ore trascorse insieme, oltre che ripetermi infinite volte le sue rime e battute, mi raccontò molte vicende della sua vita e, cosa che stupisce anche me stesso, quasi tutti quei racconti me li ricordo ancora, e se li faccio scorrere nella mente mi sembra di risentire la voce tonante del rumoroso amico.

Comincio a raccontare di lui con il suo avvicinamento al mondo dell’alpinismo. Egli amava la fatica e, usando una sua espressione, ogni attività che “faceva sudare”; praticava il ciclismo privilegiando le salite perché in salita si suda di più. Aveva una casa di famiglia a Polpresa, frazione di Viu (Lanzo) e di lì partiva per lunghe e faticose camminate durante le quali spesso smarriva il sentiero perché era totalmente privo di senso dell’orientamento. Un giorno qualcuno lo portò a fare una facile scalata e scoprì che anche a scalare montagne si suda, decise perciò che avrebbe praticato l’alpinismo. Si iscrisse alla scuola di alpinismo Giusto Gervasutti e il primo anno di corso fu per lui di grande soddisfazione, dotato di forza eccezionale e privo di ogni sorta di paura, salendo da “secondo” (è la regola del primo corso), si comportò molto bene. Al termine risultò il migliore del corso e ricevette in premio un casco da scalata (erano i primi che si vedevano da noi).

Un altro fattore contribuì a rendere ottima quella stagione per Carlo: venne invitato nella cordata di Gianni Miglio per salite di stampo glaciale. Due sue qualità contribuirono a questo passo: una era indubbiamente la sua forza e resistenza; l’altra era di grande rarità in quegli anni: mentre si collocava tra i privilegiati chi possedeva una motocicletta o una Cinquecento, Carlo di auto ne aveva ben tre ed era solito praticare (cosa non gradita da tutti) una guida piuttosto sportiva. Egli era titolare di una fiorente azienda di tessitura metallica per laminati plastici fondata dal padre ed aveva ampie possibilità finanziarie. Con lui il problema dei viaggi verso le montagne, anche lontane, non esisteva.

Ancora Manera (a sinistra) e Carlaccio, anni ’60

Al secondo corso le cose cambiarono; agli allievi era richiesto di scalare da “primo” e per tale prestazione Carlo non era proprio tagliato. Messo davanti egli non riusciva mai a capire ove orientarsi per salire. Sconsolato, diceva:
P’r mi le pere a sun tùte istese (per me le pietre sono tutte uguali).

Nel dibattito di fine corso tra istruttori, per la promozione degli allievi, qualcheduno disse: – Carena non possiamo promuoverlo, se va da “primo” sale come un sacco di patate. Qualche altro rincarò la dose: – Pi che ‘n sac ‘d patate a smia ‘n sac ‘d merda.
E venne bocciato.

I particolari di quel dibattito arrivarono a Carlo, egli si convinse che l’ultima affermazione fosse dovuta ai fratelli Fornelli e ciò diede origine al futuro motivo conduttore del suo alpinismo: salire la cresta sud dell’Aiguille Noire de Peutérey. Lino Fornelli, per motivi vari, non era mai riuscito a compiere quella salita e Carlo affermò a tutti: – Se sono un sacco di merda vi farò vedere che io salirò la Sud della Noire.

Per anni inseguì quella salita e tale argomento diventò motivo infinito di battute e sfottò.
Incontrandoci alla GEAT fu inevitabile combinare qualche salita insieme. Io ero costantemente alla ricerca di soci disposti ad assecondare i miei progetti, Carlo era disponibile a seguirmi ovunque ed inoltre con lui non c’erano problemi di spostamento verso qualsiasi luogo di montagna si fosse scelto. La nostra prima scalata insieme è del 5 luglio 1964: il Pic de Coup de Sabre per la via Franco nel Massif des Écrins. Eravamo due cordate ma il 50% della spedizione rinunciò subito per il tempo molto minaccioso; Carlo, per nulla spaventato, mi seguì e giungemmo in vetta nell’infuriare del temporale, tra il lampeggiar dei fulmini.

In quello stesso anno effettuai altre sei salite con il Carlaciu: dalla Rocca Castello alle Petites Jorasses al Campanile Basso nelle Dolomiti. Capii molte cose di lui: come secondo di cordata era affidabile se non gli lasciavi molta libertà di azione, giudicava il valore del primo di cordata da come questi era in grado di tenergli le corde tese (come quelle di un violino) mentre egli saliva; non gradiva le traversate orizzontali perché in queste non poteva avere davanti la corda ben tesa.

Anni dopo effettuò una rocambolesca salita al Becco di Valsoera per la difficile via Cavalieri-Mellano-Perego con Silvio Vittoni: in seguito Carlo si lamentò del suo primo perché non sapeva tenere le corde abbastanza tese per il secondo. Come poteva Silvio, piccolo e leggero com’è, sostenere il non indifferente peso del Carlaccio, come da questi preteso?

Carlo Carena sulla Nord dell’Aiguille du Chardonnet

Come ho già accennato in precedenza, Carlo amava raccontare le vicende della sua avventurosa vita soffermandosi sui fatti più movimentati o divertenti. In quel 1964, tra viaggi e scalate, abbiamo trascorso molte ore insieme, ore scandite spesso dai suoi racconti che non erano mai banali e sono rimasti fissati nella mia memoria. Prima di giungere al suo alpinismo voglio raccontare un po’ delle sue “Vicende Vissute”. La sua fu una vita indubbiamente avventurosa, potrebbe essere tema interessante per uno sceneggiatore che volesse ricavarne un film.

Carlo era ragioniere, diploma ottenuto passando attraverso 6 istituti, espulso da almeno cinque: non era uno studente disciplinato! Ricordo un caso che mi raccontò; successe mi pare al San Giuseppe di Rivoli. Dopo averne combinata una grossa, credo fare a botte con qualcuno, venne convocato il padre e, nell’attesa, fu isolato in un’aula deserta; lo accompagnò verso la “reclusione” un professore. Come il professore voltò le spalle per uscire Carlo gli diede una pedata nel sedere ed il poveretto attraversò la soglia rotolando e urlando per lo spavento. Chiuso a chiave in attesa del padre, il nostro eroe diede anche fuoco a un banco. Naturalmente fu espulso e il padre pagò i danni.

Il padre però insistette nel volerlo almeno diplomato in quanto vedeva il lui il continuatore della sua attività di imprenditore e Carlo, malgrado tutto, riuscì infine a conseguire il diploma.

Il padre era stato bersagliere ed era impegnatissimo nelle organizzazioni dei reduci di quell’arma, era inoltre in stretti rapporti con un politico che ebbe una rilevante notorietà: il democristiano Carlo Donat Cattin. Grazie ai successi come imprenditore, e anche all’appoggio ricevuto dal politico amico, ottenne una importante onorificenza (forse Commendatore).

A questo punto faccio un balzo in avanti per descrivere come Carlo ci raccontò dell’onorificenza del Padre. Stavamo salendo verso il rifugio Ferreri alla Gura (testata della Val Grande di Lanzo) per tentare qualche cosa sulla Parete di Mezzenile, eravamo in quattro, oltre a me e Carena vi era Alberto Re ed un quarto di cui non mi ricordo. Carlo, che non stava mai zitto, cominciò a raccontarci, con espressioni fiorite, dell’onorificenza del padre. Ad un certo punto del racconto uscì con questa frase: – … con la commenda ottenuta da mio padre, mia madre acquisì il diritto di essere chiamata “Donna”, denominazione necessaria perché, sapete, a mia mamma son cresciuti un po’ di baffi e il titolo di donna era utile per evitare confusioni.

Alberto, che non conosceva ancora bene il Carlaccio e non era allenato alle sue battute, scoppiò in una risata incontenibile, perse l’equilibrio e cadde dal sentiero finendo in un intricato groviglio di cespugli, dovemmo aiutarlo a venirne fuori.

Quando stava approssimandosi l’età del servizio militare Carlo anticipò la chiamata andando volontario nei bersaglieri, l’arma orgoglio del genitore. Il padre, felice, gli regalò 100 lire da spendere come voleva. Egli investì la bella somma in un casino (“Flamba” in gergo torinese). Noleggiò una signorina per una intera notte e mi raccontò: – Verso il mattino, dopo 5 prestazioni, pensai: cun sent lire mi ciulu fina la Regi’a dl Belgio… (con cento lire io scopo persino la regina del Belgio) e riuscii a fare anche la sesta.

Manera e Carlaccio (di profilo a destra) su una delle tante cime salite

Era tempo di guerra e Carlo, dopo il periodo di addestramento, venne inviato al fronte in meridione (mi pare in Puglia). Lì però per l’Asse le cose stavano precipitando, Carlo si ritrovò subito prigioniero degli Alleati e venne confinato in un campo di prigionia. Con lui vi era anche “il mio amico Primo”, come lo ho sempre sentito definire da Carlo. Era costui un altro forzuto sempre pronto a menare le mani. Carlo mi raccontò che Primo era più vigoroso di lui ma meno scaltro nel combattimento a mani nude per cui l’altro gli riconosceva la leadership della coppia. Il campo di prigionia era autogestito dagli stessi prigionieri ed a capo della gestione vi era un colosso violento proveniente dall’Europa dell’Est. Il mangiare per i detenuti era scarso così Carlo e Primo, per garantirsi porzioni più abbondanti, decisero di appropriarsi della gestione interna del campo. Caricarono di botte il tipo dell’Est e si appropriarono dell’incarico.

Intanto giunse l’Armistizio dell’8 settembre del 1943 e quel che rimaneva dell’esercito italiano passò da nemico a collaboratore degli Alleati. La nuova situazione non piaceva a Carlo che decise di scapparsene via, di attraversare le linee e ritornarsene in Piemonte a Polpresa: – Lì almeno, a casa di mio padre, posso mangiare bistecche e pastasciutta fin che ne ho voglia – disse.

Si appropriò di una rivoltella e relative munizioni e, con il suo amico Primo, una notte lasciarono la loro unità e si avviarono verso nord.

Arrivati alla linea del fronte cercarono di transitarvi di notte ma vennero intercettati da sentinelle tedesche che intimarono loro l’alt. Primo era intenzionato a sparare ma Carlo lo fermò. Si liberarono delle armi ed avanzarono verso i tedeschi a mani alzate.

Carlaccio sulla Pioda di Sciora

Vennero condotti al comando tedesco ove Carlo si prodigò a spiegare, cercando di essere convincente, che loro due erano sfuggiti agli Alleati perché non disposti a collaborare ed erano pronti a fare dichiarazioni pubbliche in tal senso. Convinti di essere stai creduti, vennero rinchiusi sotto sorveglianza. Passò qualche tempo, furono ancora interrogati e qualche giorno dopo vennero fatti salire su un carro ferroviario già colmo di persone. Era un carro merci mal ridotto e le persone che vi erano stipate apparivano dei disperati ridotti male. Qualche dubbio sorse immediatamente nei nostri, non sembrava quello un treno diretto verso la Lombardia e il Piemonte. A Firenze vi fu una lunga sosta in un binario morto, attraverso le fessure delle pareti dello sconquassato vagone Carlo scorse un ferroviere in servizio, riuscì ad attirare la sua attenzione e gli chiese se il treno era diretto verso Torino. Il ferroviere rispose: – Poveri ragazzi! Questo treno è diretto al Brennero, non si ferma più fin oltre il confine.

Allora nessuno sapeva dei campi di concentramento tedeschi, ma finire in Germania non era certo un buon segno. Carlo cominciò ad escogitare come andarsene dal treno prima di essere ridotti in malo modo come i rassegnati compagni di viaggio. Il vagone appariva molto mal ridotto, certamente danneggiato da qualche attacco aereo. Il soffitto era stato evidentemente riparato di recente perché alcune tavole erano di legno nuovo. Carlo pensò che le riparazioni di fortuna non fossero state completate con le lamine di acciaio di rinforzo. Attaccati al soffitto vi erano robusti ganci per fissare i carichi. Carlo e Primo decisero di provare a sfondare il soffitto del vagone nei punti ove appariva riparato di recente. Appendendosi ai ganci, a turno, cominciarono a dare grandi pedate contro le tavole di recente applicazione. Dopo numerosi tentativi le tavole cedettero e si creò un buco nel soffitto del vagone. Carlo e Primo si issarono sul tetto, uno solo dei compagni di sventura li seguì, gli altri erano troppo debilitati. Questo era di lingua inglese, probabilmente prigioniero dei tedeschi. Quando il treno rallentò per una curva i tre si buttarono nella scarpata. Lo sfortunato inglese finì su un palo verticale, morì sul colpo impalato, senza emettere lamenti che avrebbero potuto allertare i soldati di scorta sul treno.

Carlaccio (a sinistra) e Manera in vetta al Crozzon di Brenta, anni ’60

Carlo e Primo illesi, rimasero acquattati e nascosti per un po’ poi diedero inizio alla loro lunga fuga verso Torino. Fu un lungo ed avventuroso viaggio, si spostavano prevalentemente di notte e, grazie all’aiuto ricevuto dai contadini nelle cascine e da tanti altri, riuscirono a raggiungere Torino e le loro famiglie.

Primo trovò la famiglia distrutta, i fascisti e tedeschi avevano ucciso dei suoi familiari; fuggì in montagna e si unì ai partigiani. Fu spietato nella sua vendetta, uccise molti dei fascisti e tedeschi che gli passarono per le mani. Alla fine della guerra, in preda ad allucinazioni e rimorsi, impazzì e venne richiuso in manicomio. Carlo andava spesso a trovarlo e mi raccontò che solo con lui riusciva ad avere qualche momento di calma e lucidità.

Carlo invece si rifugiò a Polpresa e rimase nascosto per il resto della guerra, Mi raccontò: – Io mi conoscevo bene, sapevo che se avessi cominciato a sparare non avrei più smesso, perciò rimasi nascosto e non imbracciai più armi.

Torino, la sede del CAI Torino in via Barbaroux, 1

Finita la guerra Carena riprese l’attività con il padre. Avevano una casa anche a Chieri e una sera, proprio a Chieri, andò al cinema con la sorella, lei portava un cappello piuttosto appariscente. Dietro di loro presero posto tre bulletti che cominciarono a fare pesanti battute sul cappello della sorella di Carlo. Egli non disse nulla e non rispose alle provocazioni. All’uscita però si fermò, mandò avanti la sorella e attese l’uscita dei tre. Quando li vide si avvicinò all’ultimo e lo chiamò; quando questi si voltò verso di lui Carlo, fedele al suo principio che la miglior difesa è l’offesa, gli mollò un cazzotto tale che lo spedì svenuto sul marciapiede. Al secondo strappò mezzo orecchio e il terzo, mi diceva il Carlaccio: – Sta ancora scappando adesso.

Il quel momento passava di lì una Jeep americana con una pattuglia della MP (Militar Police). Saltò giù un militare di colore che corse verso Carlo gridando ed agitando le braccia: – Tu formidabile boxeur… Devi tirare di box…

Carena fu lusingato da quell’apprezzamento e decise di provare a fare pugilato. Cominciò a frequentare una palestra riscuotendo il sostegno e l’ammirazione della parte femminile dei dipendenti del padre. Presto gli organizzarono un primo incontro, questo il racconto che mi fece:
– Mi hanno messo contro un “buatas” grand e gros… cun dui turtiglé l’é finì ko (fantoccio grande e grosso… con due cazzotti è finito ko).

Sorpresi positivamente dal fulmineo successo, i conduttori della palestra gli organizzarono un incontro con il campione piemontese della categoria; la sua descrizione dell’incontro:
– Mi girava attorno continuamente, io tiravo tanti pugni ma non riuscivo a colpirlo, gli dicevo: ti distruggerei a schiaffi e calci, lui rispondeva: non si può, è la “noble art”, ed intanto incassavo pugni da tutte le direzioni. Finii l’incontro in piedi ma mi convinsi che la box non era per me. Potevo avere successo nelle risse ma non nella box. Così ebbe fine la mia carriera di boxeur.

Sul lavoro sorsero divergenze con il padre nela gestione dell’azienda. Durante una vivace discussione nell’ufficio della ditta il padre, spaventato dalla veemenza con la quale si esprimeva Carlo, fece un passo indietro spaventato, inciampò in una sedia e cadde a terra rompendosi una gamba.

Carlo decise che doveva dimostrare di sapersela cavare da solo, abbandonò tutto e partì per l’Argentina. Trovò lavoro in una fabbrica ma presto sorsero problemi. A causa di qualche complimento rivolto a una ragazza venne a diverbio con un tipo piuttosto irascibile che si dichiarava fidanzato della stessa. Una sera all’uscita dal lavoro si trovò davanti il tale accompagnato da altri tre. Sempre fedele al suo principio che ho già citato, non attese gli sviluppi ma saltò addosso ai potenziali aggressori. Il giorno seguente Carlo si presentò al lavoro regolarmente con qualche ammaccatura ma tre dei suoi antagonisti erano finiti all’ospedale. Da quel momento venne chiamato: “Il Tano (italiano) Bruto”.

Carlaccio sulla via Allain al Pic sans Nom

Carena lasciò il lavoro in fabbrica e si mise in proprio, si comprò l’attrezzatura e si diede alla produzione di caramelle che vendeva direttamente. Fatti un po’ di soldi decise di ritornare in Italia. Con il viaggio già prenotato, si presentò nell’ufficio del funzionario che doveva preparargli i documenti necessari per lasciare l’Argentina. Il funzionario si rifiutò di consegnare i documenti perché sospettava delle irregolarità. Infuriato dall’atteggiamento del burocrate Carlo ad un tratto balzò sul malcapitato, lo sollevò da terra e lo trascinò presso la finestra dicendogli:
– Se non mi dai i documenti io finisco in prigione ma tu finisci sul marciapiede lì sotto!
Ebbe immediatamente i documenti ed intraprese il viaggio di ritorno in Italia.

Sanati i contrasti con il genitore si dedicò sempre di più alla conduzione dell’azienda e qualche anno dopo diede inizio alla sua avventura alpinistica.

Fatta un po’ di storia della sua vita precedente arriviamo al Carlaciu alpinista ed alle origini del suo soprannome. Come ho già accennato egli usava un linguaggio piuttosto spinto e fiorito; sciorinava una infinità di battute e rime che io non ho mai capito se inventate da lui o raccolte in giro. Nello sparare le sue “carlacciate” amava anche un po’ recitare, soprattutto se c’era qualcheduno che, come diceva lui in gergo ciclistico, gli “tirava la volata”. Specialisti nel tirargli la volata erano: Ezio Lavagno, altro socio GEAT, e la signora Bonis, madre della guida di Bardonecchia Roberto Bonis, donna molto intelligente e spiritosa. Colgo subito l’occasione per raccontare un divertente aneddoto.

Ci trovammo un giorno per una gita sciistica in Valle d’Ayas in compagnia molto numerosa, dopo un paio d’ore di salita ci fermammo a fare colazione. Carlo era in forma a chiacchierare e la Bonis lo punzecchiò per fargli raccontare qualche sua storia “fiorita”. Ci raccontò della prima volta che era uscito con una sua fidanzata: – Lei pa perdù ‘d temp: sent lei dije, fuma n’ scambi, ti t’ lasi tuchè na pupa, mi t’lasu tuchè na bala (non ho perso tempo: senti, le ho detto, facciamo uno scambio, tu ti lasci toccare una tetta ed io ti lascio toccare una palla).

Carlaccio al Monte Bianco

La Bonis non lasciò cadere la battuta: – Povero Carlaciu, con me avresti fatto un magro affare perché le tue palle sono sicuramente più grosse delle mie tette.

Risate generali e una fiera manifestazione di protesta: nel gruppo erano capitate due ragazze amiche di Cesare Serrao, appartenenti alla Giovane Montagna, gruppo di ispirazione parrocchiale. Indignate da un simile linguaggio, voltarono gli sci verso valle e abbandonarono la compagnia rinunciando a completare la gita con individui così sguaiati.

Carlo aveva una sua citazione “aulica” per omaggiare un personaggio o un fatto degno. La citava spesso ed è rimasta nella mia memoria, ogni tanto ne faccio uso anch’io: – Fronde di Quercia, Spade Brillanti, Noccioline di Chivasso.

Aveva poi eletto a suo “inno ufficiale” una filastrocca che non so se di sua composizione o se ricavata da qualche altra parte:
La merda squacchera
Là sulla spiaggia
i e sinc o set ca cagu
Sensa ‘n tuchet ‘d carta
Per pulidese ‘l cul
La merda squacchera
La fa i filaccheri
Manda gli sbricioli
Di qua e di la
Ma prima di morire
Voglio scorreggiare
Per solleticare
‘L pertùs ‘dl cùl.

Se nell’arrampicata non era un virtuoso a sfruttare i piccoli appigli, per ricavare qualche rima, sempre sui soliti temi, era pronto ad afferrare ogni minimo spunto. Imperversava un film buonista: Marcellino Pane e Vino. Carlo ne fece subito una sua rima:
Marcellino/Pane e vino/Cazzaniga/Pane e figa

In vetta all’Aguille de Sialouze (Écrins). Carlaccio è il primo a sinistra

Allora si frequentava spesso la segreteria del CAI Torino in via Barbaroux. C’ era stata per un po’ di tempo una segretaria molto simpatica e disponibile a scherzi e battute che si chiamava Margherita; Carlo non mancò di dedicarle un “sonetto”:
Margherita Margherita
Lasa pur che mi tlu bita
Che mi tlu bita per dabun
P’r testimoni i mei dui cujun.

Ma ritorniamo all’alpinismo, ho già detto che quando lo avevi in cordata era meglio non perderlo di vista, a tale proposito racconterò di due casi.

Il 13 marzo del 1966 effettuammo la prima invernale della via Castiglioni alla Ovest della Torre Castello. Eravamo in quattro divisi in due cordate: Peppino Castelli con Paolo Rattazzini, io con il Carlaccio; ad un certo punto della via dovetti fermarmi ad attendere che Peppino partisse per trovare posto alla sosta molto esigua, mentre ero fermo in posizione precaria sentii martellare sotto di me.
– Carlo cosa stai facendo? – urlai preoccupato.
– Sto schiodando la sosta – mi rispose.
Gli urlai una valanga di insulti intimandogli di stare fermo e continuare ad assicurarmi. Vedendo che le corde non scorrevano si era convinto che io fossi in sosta e, senza aspettare che ricuperassi le corde aveva cominciato a togliere uno dei due chiodi di sosta.

L’autore in vetta al Pic sans Nom

Un’altra volta, nel dicembre 1968, avevamo in programma l’apertura di una nuova via al Bec di Mea (sarà poi la via dei Cunei). Dovevamo essere in sei: Carena, Gian Carlo Grassi, io, Gian Piero Motti, Alberto Re e Ilio Pivano. Al mattino presto andai in auto a prendere Alberto che allora abitava nei pressi di corso Traiano. Proprio in corso Traiano vi era un cadavere disteso sull’asfalto, era stato investito da poco. Re aveva avuto dei problemi nella notte e non poteva venire, io raggiunsi gli altri e proseguimmo per la Val Grande. Lungo la nuova via io ero legato con Carena e Pivano. Quasi in cima dovetti affrontare uno strapiombo impegnativo. Quando toccò al Carlaccio non riusciva a salire, per due volte si fece ricalare alla sosta, dopo un po’ notai che le corde erano lasche:
– Cosa stai facendo Carlo? – urlai.
– Non riesco a salire su di lì, mi slego e passo a sinistra.
Incazzato come una belva lo caricai di insulti e gli urlai:
– Senti! Me ne frego della tua pelle ma oggi di morti ne ho già visto uno e non voglio vedere anche il tuo cadavere. Rilegati e sali.

Mi ubbidì e con un po’ di aiuto mi raggiunse. La giornata finì comunque in allegria nella “piola” di Cesarin a Breno.

Carlo era sempre più fissato sulla Sud della Noire ma nessuno di noi era disposto a portarlo su una via così lunga. Il tema era oggetto di infinite sceneggiate, soprattutto negli incontri del giovedì sera al CAI. Ezio Lavagno, mimando i gesti, gli diceva:
– Tu vai sulla Sud della Noire ed io vado sotto la Quinta Torre con la “mùda ‘d nusera ‘n bras a ciapete al vol” (con il vestito di noce/cassa da morto in braccio a prenderti al volo.
Carlo ribatteva:
– Me ne sbatto le palle, se mi trovo in difficoltà tappezzo tutta la Quinta Torre di biglietti da 10000 lire e vedi che da Courmayeur corrono a prendermi.

Carlo aveva un vero culto per il denaro, credeva che con esso si potesse risolvere ogni problema. La scena si ripeteva spesso, una sera ebbe un epilogo più movimentato: i due, entrambi piuttosto forzuti, si palleggiavano il povero Ennio Cristiano chiaramente non della loro stazza che, perso l’equilibrio, finì contro il vetro della porta di ingresso decorato con l’aquila del CAI. Il vetro andò in frantumi e Carlo Carena pagò i danni arrecati al glorioso stemma.

L’autore con alle spalle il Pic du Coup de Sabre (a sinistra) e il Pic sans Nom

Visto che non trovava riscontro tra gli amici decise infine di ricorrere alla guida. Tramite Alberto Marchionni contattò Giorgio Bertone. Giorgio era stato per due anni istruttore della scuola Gervasutti prima di diventare guida alpina ed aveva mantenuto legami di amicizia con Alberto.

Carlo si trovò benissimo con Bertone che non solo gli fece salire la Sud della Noire ma successivamente anche la Est del Capucin per la via Bonatti e la Ratti-Vitali sulla Ovest della Noire.

Un episodio tipico del Carlaccio avvenne in occasione della Sud della Noire. Pur avendo a disposizione la migliore guida del momento, Carlo non trascurò di portarsi nel portafoglio 500.000 lire (vedi sceneggiata della Quinta Torre). Dopo la riuscita salita, al termine della complicata discesa, si accorse di aver perduto il portafoglio. Giorgio gli disse di stare fermo e risalì a cercarlo. Fortuna volle che lo ritrovò e Carlo, fedele al suo codice d’onore, gli contò immediatamente 50.000 lire il 10% della somma contenuta nel portafoglio.

Le disavventure dovute al portafoglio erano però destinate a ripetersi. Una volta portai Carlo a fare il Rocciavrè con gli sci da Forno di Coazze. Fu entusiasta di quella gita e siccome per lui le gite era tutte uguali, purché ci fosse tanto da sudare e una bella discesa, ritornò altre dieci volte a rifarla da solo. L’ultima volta, quando giunse alla macchina dopo la discesa, si accorse di aver perso il portafoglio che era come sempre ben fornito. Immediatamente ritornò sui suoi passi senza avvisare nessuno. Non lo trovò, venne buio e si fermò nelle grange della Balma.

A casa la moglie, non vedendolo rientrare, si rivolse a qualche amico alpinista. Scattò l’allarme e il soccorso alpino, sotto la guida di Mauro Marucco, si mosse immediatamente alla ricerca del disperso. Lo ritrovarono che dormiva nelle grange.

Carlo ritornò caparbiamente molte volte alla ricerca del portafoglio ma non lo ritrovò più.

Varie volte la mia pazienza andò in fumo durante qualche salita con il Carlaccio. Dopo incazzature, insulti e minacce di non scalare mai più con lui, l’atmosfera ritornava sempre calma e allegra. Ricordo bene una salita durante la quale persi decisamente le staffe.

Da sinistra, Piero Danusso, Carlo Carena e Antonio Balmamion in vetta alle Torri del Vajolet

Agosto 1970, ero di ritorno in Valle d’Aosta dopo aver salito la parete est del Monte Rosa. Il mio compagno di quella salita, Piero Delmastro, non era più disponibile e dovevo perciò trovare qualche altro socio. A Courmayeur trovai un clima di smobilitazione; mentre ero sul Rosa erano caduti Paolo Armando e Andrea Cenerini nel tentativo di aprire una nuova via sulla tetra parete nord del Greuvetta. Nessuno degli amici lì ancora presenti aveva voglia di scalare in quel momento. L’unico tra quelli che incontrai disposto a scalare era Carlo Carena, era lì con la speranza di trovare un “primo” che lo portasse da qualche parte. Nel Bianco non c’erano buone condizioni causa recenti nevicate, decisi perciò di spostarmi negli Écrins. Quell’anno ero interessato alle vie di Pierre Allain, scalatore de me sempre apprezzato per la sua concezione tecnica della scalata. Nel mese di luglio avevo salito la sua via sulla parete sud della Meije, la “Allain ’35”, traendone grande soddisfazione. Decisi di tentare, con il Carlaccio, un’altra delle sue vie: la cresta ovest del Pic Sans Nom. Era una salita poco nota di cui non avevo nessuna notizia se non che vi era, verso la fine, una lunga traversata orizzontale difficile e poco proteggibile. Quel giorno Carlo ne combinò di tutti i colori: arrampicando con poca attenzione su una quinta di roccia instabile la fece crollare rimanendo appeso alle corde, fortunatamente senza danni. Più avanti in un tratto verticale con strapiombi avevo infisso diversi chiodi, Carlo non riuscì a toglierli tutti, dovetti calarmi io per ricuperarli. Giunti al traverso, a dire il vero abbastanza impressionante, mi disse che lui di lì non se la sentiva di passare se non gli piazzavo una corda fissa. Io, che avevo già esaurito tutte le riserve di pazienza, sbottai:
– Senti Carlo, oggi mi hai rotto abbastanza, ora scendiamo ma ti assicuro che non arrampicheremo mai più insieme.

Incazzatissimo piazzai una doppia e mi calai. Mentre scendevo però domandai a me stesso: – Io debbo rinunciare a una bella salita per colpa di un “cagone”? Certamente no!” – mi risposi.

Carlaccio da secondo sulla Sud del Salbitschijen.

Quando mi raggiunse lasciai appese le corde della doppia e gli dissi:
– Senti Carlo, io non rinuncio a questa salita per colpa tua, ormai è tardi, bivacchiamo qui e domani, vivo o morto ti porto in cima.

Eravamo in un posto molto scomodo, io mi sistemai al meglio, Carlo invece trafficò a lungo, tirò fuori dallo zaino un cuscino gonfiabile, quando l’ebbe gonfiato cercò di sedersi sopra ma gli sfuggi di mano e cadde giù. Si rannicchiò meglio che poté e mi disse sconsolato:
– Basta io sono troppo vecchio, non verrò più a fare salite così difficili, per sudare andrò di nuovo in bicicletta.

Il giorno seguente completammo la salita, incredibilmente Carlo fece il traverso senza tribolare troppo. In vetta io mi slegai e, fatte su le corde, gli dissi:
– La discesa non è difficile, seguimi e datti da fare che io non ti aspetto.

E mi avviai. Ogni tanto mi urlava che non sapeva più dove passare, allora lo aspettavo e lui si lamentava:
– Non so come fate voi a capire dove occorre passare, le rocce son tutte uguali ed io non so mai da che parte andare.

Giunti a valle, sul sentiero pianeggiante che porta ad Ailefroide, io camminavo veloce davanti e a un tratto me lo vedo spuntare a fianco. Mi disse tutto convinto:
– Senti Ugo tutte le cose che ho detto sono cazzate, me ne sbatto le palle se c’è da trovare lungo, io continuerò a fare salite difficili.

Di episodi divertenti con il Carlaccio come protagonista ne ricordo ancora tanti, ma raccontarli tutti diventerebbe troppo lungo. Almeno uno però voglio ancora raccontarlo.

Eravamo nel 1972 o 1973, non ricordo più bene, Grassi, Motti e io eravamo Accademici del CAI di fresca nomina. Un giovedì sera, dopo il consueto incontro in via Barbaroux, decidemmo di festeggiare il nostro Fronde di Quercia, Spade Brillanti, Noccioline di Chivasso. Puntammo in numerosa e rumorosa compagnia al ristorante/bar del Monte dei Cappuccini.

 Allora il ristorante era gestito da un personaggio molto disponibile e simpatico: Gigi, con il quale eravamo entrati in confidenza. Formammo una tavolata piuttosto allegra. Dopo un po’ di chiacchiere, battute e sfottò vari, iniziammo i brindisi.

Anche Grassi, che di solito in quelle situazioni era piuttosto silenzioso, appariva allegro e su di giri. Egli non era abituato a bere ma Motti ed io, un po’ da carogne, lo incitavamo ai brindisi riempiendo continuamente il suo bicchiere. Quando ci alzammo era completamente brillo. Carlo lo prese sotto braccio dicendogli:
A lan fate Cumendatur, ven cun mì che ‘t portu a ciulè (ti hanno fatto commendatore, vieni con me che ti porto a scopare).

Carlaccio sulla via Allain al Pic sans Nom

Il povero Gian Carlo, totalmente confuso per il troppo vino bevuto, si lasciò caricare in macchina. Seguiti da altri del gruppo scesero nel vicino corso Massimo d’Azeglio, da sempre luogo di lavoro delle “signorine della notte”.

Io li avevo abbandonati per tornarmene a casa ma poi mi venne raccontata la scena: Carlo, trascinando Gian Carlo mezzo intontito, andò a contrattare con le “signorine”. Con voce tonante apostrofava:
– Cara ragazza, il mio amico è stato fatto “Commendatore”, davi farlo scopare bene, pago io profumatamente.

La sceneggiata durò poco però, Gian Carlo stava male e la serata si concluse al pronto soccorso delle Molinette ove gli praticarono una iniezione per fargli passare la sbornia involontaria.

Carlaccio sulla Nord dell’Aiguille du Chardonnet

La mia attività alpinistica era orientata sempre di più verso salite molto impegnative, fuori dalla portata del Carlaccio; avevo inoltre troppi progetti e poco tempo per realizzarli. Scalavamo ancora insieme nelle falesie ma molto meno in alta montagna. Non trovando più primi disponibili si fece accompagnare qualche volta da Gian Carlo Grassi che intanto era diventato guida alpina e, coraggiosamente, affrontò anche salite da primo di cordata come la Leonessa al Becco di Valsoera. Con le tante salite compiute, anche se prevalentemente da secondo di cordata, accumulò il punteggio necessario per l’ammissione all’allora esistente Gruppo Alta Montagna dell’UGET. Fu per lui una bella soddisfazione che lo ripagava, ad anni di distanza, della bocciatura alla scuola Gervasutti.

Nell’ economia internazionale era scoppiato il boom del Venezuela in America del Sud. Si erano scoperti in quel paese enormi giacimenti di petrolio. L’improvvisa ricchezza spingeva l’imprenditoria in espansione ad acquisire tecnologie in Europa. Una delegazione, interessata alla tessitura metallica, visitò la Ditta Carena che in quella tecnica era leader. I venezuelani rimasero ben impressionati tanto che, qualche tempo dopo, fecero un’offerta per l’acquisto e il trasferimento in Venezuela di tutti i macchinari. Proposero a Carlo, dietro lauto compenso, di andare ad avviare la nuova fabbrica nel paese sud-americano.

Carlo mi raccontò che in fabbrica erano sorti nuovi problemi: il fisco si faceva sempre più aggressivo nel pretendere il pagamento di tutte le tasse e i suoi dipendenti erano determinati ed eleggere un Consiglio di Fabbrica per creare all’interno una rappresentanza sindacale. Il Carlaccio, sempre molto determinato nelle sue decisioni, vendette la ditta ai venezuelani e si trasferì in quel paese. Conosceva la lingua e gli era rimasta un po’ di nostalgia del periodo trascorso in Argentina.

Con il trasferimento in Sud America i nostri rapporti si interruppero. Seppi che molti anni dopo fece ritorno in Italia ma non abbiamo più avuto occasione di incontrarci.

Carlo Carena detto Carlaciu è stato un amico che ricordo sempre volentieri, lo dimostra il fatto che le sue avventure, le battute, i turpiloqui sono rimasti fissati quasi intatti nella mia memoria. Gli sono debitore di qualche incazzatura, ma di infinite ore allegre trascorse insieme.

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Carlo Carena detto “il Carlaccio” ultima modifica: 2021-02-19T05:26:55+01:00 da GognaBlog

21 pensieri su “Carlo Carena detto “il Carlaccio””

  1. 21
    Marco Saroglia says:

    Carlaciu, mitica figura. Mi sono chiesto spesso che fine avesse fatto, chissà. Ricordo un aneddoto. Eravamo in qualche rifugio, forse in Valle Stretta (?) e Carlaciu, stimolato da Elio De Gaudenzi, raccontava la cena della sera precedente, a casa: la bistecca era troppo dura e le sue lamentele con la moglie non trovavano soddisfazione. Allora ” …..i lai campà la bistcca da la fnestra (ho gettato la bistecca dalla finestra)   “E poi?” “… a iera gnente daut da mangé e sun ‘ndait ‘ntla court a gaveila dan bouca al can” (non c’era altro da mangiare, così sono andato in cortile a toglierla di bocca al cane)

  2. 20
    bianca Maria Maccagno says:

    Sono d’accordo con Renzo

  3. 19
    Fabio Bertoncelli says:

    —— ADDENDA  SUL  CARLACCIO ——
    Nell’articolo pubblicato il 25 febbraio, Gian Piero Motti scrive di “un certo Carlaccio, amico stilnovista” e del  “passaggio della chiappa che trema” (Carlaccio dixit).

  4. 18
    ENNIO CRISTIANO says:

    Ho rivissuto le serate del giovedì e le gite con Carlo. Grazie  Ugo

  5. 17
    renzo says:

    de gustibus…

  6. 16
    Paolo Rattazzini says:

     
    Ho letto con attenzione l’articolo e mi ci sono ritrovato.
    Certo ne è passata di acqua sotto ai ponti.
    Ti rendi conto, stiamo parlando di 60 anni fa e con il “Carlaciu” (la bellissima moglie Miranda lo chiamava Carluccio) le avventure non sono certo mancate.
    La sua compagnia nelle nostre scorribande alpinistiche di quei tempi era una nota di allegria che non dimenticherò anche perché avevamo qualcosa in comune:
    Come Lui, ero l’eterno “Secondo” eccetto quando mi toccava, e cioè quando mi legavo con gli allievi della Gerva. Solo allora dovevo sfoggiare le mie doti.
    Da capocordata con Carlo ci scappò anche una prima sul Valsoera in compagnia dei fratelli Castelli. Non era particolarmente difficile ma adatta all’insegnamento in quota e divenne appunto la “Via della Scuola”
    Mi ricordo chiaramente  di quella traversata sulle guglie del Salbitchijen La foto del racconto che lo ritrae impegnato in parete, sicuramente la scattai io stesso.
    Veramente bei ricordi e la spensieratezza della gioventù
    Paolo Rattazzini

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  7. 15
    albert says:

    Se sopravvive ancora da qualche parte, spero si faccia vivo.Merita che tenga dei corsi o performances di racconti (one man show) ed una rubrica speciale in qualche rivista…o blog, ma un pensiero inquietante spunta sempre..a chiunque  passi in rassegna le sue foto di gioventu’ sui monti..

  8. 14
    Ezio Comba says:

    Nel 1948 ero in villeggiatura alla Polpresa e Carlo Carena non era ancora Carlaciu ma Carluccio figlio del commendator Carena a cui venivano perdonate tutte le sue interperanze. Alla domenica sera ora di rientrare in città mio padre con la Topolino e lui in bici indovinate chi arrivava prima.Grazie Ugo e ciao a tutti.

  9. 13
    Alberto Marchionni says:

    Grazie Ugo e complimenti per la tua memoria. Se posso aggiungere qualcosa ai tuoi racconti, forse una nota un po’ triste, ti dirò che il Carlaccio venne a trovarmi al suo rientro dal Venezuela, in bicicletta a Carmagnola dove abitavo a quell’epoca (probabilmente non aveva perduto il piacere di “sudare”). Non era però la stessa persona che avevo conosciuto degli anni che hai così ben descritto.
    Profondamente deluso da quell’esperienza in America Latina non tanto per quello che aveva trovato ma per la consapevolezza di avere sbagliato qualcosa, lui che più o meno, nella vita le aveva azzeccate tutte, anche nei momenti più critici. E allora ho capito che dietro quella immagine che di sé aveva costruito con noi, c’era un altro Carlaccio, sicuramente molto intelligente e razionale, al contrario di quello che voleva far credere, che forse per una volta si era lasciato trasportare, in modo irreversibile, da un istinto che per lui molto spesso era una qualità ma, talvolta. anche una dannazione. Ringrazio anche Giorgio Daidola che mi ha riportato a quella gita nel Vallese, magistralmente diretta dal compianto Marco Pocchiola. Ricordo benissimo la sua graziosa fidanzata di quell’epoca…..
     
     
     

  10. 12
    Fabio Bertoncelli says:

    Insomma, l’abominevole Carlaccio delle nevi.
    P.S. Sto scherzando.

  11. 11
    Elio bonfanti says:

    Non mi stancherò mai di ascoltare queste storie. Sarebbe bello poterle leggere per non dimenticare.
    Personaggi così non ne fanno più!! Grazie Ugo
     

  12. 10
    Lino Fornelli - says:

    Bello e divertente il racconto do Manera: ho conosciuto molto bene Carlaciu e quello che dice Ugo è tutto vero. A differenza di Ugo però io ho arrampicato molto poco con Carlaciu: in montagna non lo trovavo molto divertente; vorrei solo raccontare di quella volta che scendendo da Crissolo in auto (sua) dopo aver fatto qualcosa da quelle parti, infastidito dalla presenza di un pullman davanti che procedeva, secondo lui troppo lentamente decise di sorpassarlo a destra in una curva a U, sull’erba, finendo sulla strada  proprio davanti al grosso automezzo. Ricordo ancora la faccia dell’autista del pullman, tra l’incredulo e lo spaventato, visto un attimo attraverso il finestrino! ma Carlaciu indifferente continuò la sua corsa (perchè proprio di corsa si trattava) sin verso Cavour dove guidando con la testa sotto il volante alla caccia di una vespa che minacciava di aggredirlo ai polpacci per poco (molto poco) non ci schiantavamo contro un camion fermo al semaforo! Da quella volta decisi di non andre più in asuto con Carlaciu!

  13. 9
    Roberto Bianco says:

    Carlaccio era forte , animalesco , rumoroso ma inevitabilmente simpatico per la sua spontaneità . Una curiosità era che quando , magari prima di un traverso o di un passaggio impegnativo ,  incominciava a ” bandare ” smetteva di parlare in piemontese e si esprimeva in esortante italiano con la famosa frase : ” Occhio al compagno  !!  Mi raccomando occhio al compagno !! “. Un personaggio formidabile . Caro Ugo grazie per la tua lucida ed impeccabile memoria di cui tutti noi siamo felici di usufruire per ricordare …

  14. 8
    Gianfranco Valagussa, il nonno says:

    Bel racconto, bella gente! Penso che in ogni compagnia di alpinisti ci siano personaggi meravigliosi e fuori dalle rime. E’ l’altro alpinismo, quello sincero e vero. Bisognerebbe scriverne sempre anche per togliere rappresentanza ai soliti bacchettoni moralisti e conservartori.

  15. 7
    albert says:

    Un  Carlaccio non dovrebbe mai mancare in ogni comitiva.Per non prendersi troppo sul serio ( filoni alpinismo: romantico, eroico, tragico, ipertecnico, agonistico , estremo , himalayano..filosofico, estetico  e..picaresco!)
    Un  compagno di gita in zona ghiacciaio Adamello, con crepacci e sottostante rumore sordo  di acqua scrosciante, ebbe una attacco di  movimento intestinale.In Piolet traction si abbasso’i bragon affacciato (acculato)al baratro  , ci allontano’ dalla vista e la sgancio’ nel wc naturale. Poi confido’ “non guardavo in basso altrimenti mi sarebbe venuto uno stringimento quando l’altro istinto tendeva ad un allargamento del  muscolo finale.!”Un compagno medico gli forni’il termine anatomico esatto.Poi facemmo ipotesi su acqua finita in qualche  sorgente con fontanella a valle…o torrente o vasca di raccolta per rifugio sottostante.

  16. 6
    Giorgio Daidola says:

    Grazie Ugo per questo racconto vivo e avvincente del Carlaccio. Io l’ho conosciuto negli incontri Geat del giovedi sera in via Barbaroux dove si combinavano le gite per la domenica. Era impossibile non accorgersi della sua rumorosa presenza, fin quando stavi salendo le scale. Me lo ricordo soprattutto in una gita scialpinistica primaverile organizzata dalla Geat: la meravigliosa traversata dalla Turtmanntal alla Val de Zinal, dormendo ai rifugi Cabane de Tourtemagne e Cabane de Zinal. Col le classiche salite a Brunegghorn 3838 m e al Bishorn 4251 m. Io ero con Donatella, la mia morosa di quei tempi felici e nella piccola Cabane de Tourtemagne tutta di legno, con dormitorio a balconata, Carlaccio dominò la scena giorno e notte, punzecchiato da Alberto Marchionni che lo conosceva bene. Donatella, ragazza per bene, non aveva mai incontrato una furia della natura del genere. Però capì subito che che dietro quella scorza animalesca c’era un buono, che non avrebbe storto un capello a chi, dal suo punto di vista, si comportava bene. La notte successiva alla Tracuit, che era custodita, mangiò e bevve come un lupo. Il giorno successivo nella classica salita al Bishorn arrivò in punta fra gli ultimi, accolto dalle urla dall’alto dell’amico Marchionni che gli diceva che era  un vecchiaccio finito e una “mezza sega”. Il Carlaccio arrivò su stravolto, sudatissimo, con il cranio che brillava al sole. Non reagì, fu l’unico momento in cui non dominò la scena. Partì poco dopo per il Venezuela, la piccola Venezia, che allora era un paese ricco e felice, e non seppi più nulla di lui, fino ad oggi. Presumevo che per l’età forse morto: purtroppo più si va vanti negli anni e più si perdono nel nulla gli incontri del passato. Un nulla che accomuna la morte alla vita.

  17. 5
    Ugo Manera says:

    Per Crovella. Io e Carena avevamo anticipato i tempi formando la cordata: liberal- comunista. Io votavo PCI e lui votava Malagodi perché diceva che la torta era una sola, lui ne aveva una bella fetta e non intendeva dividerla con altri e, secondo lui il PLI era il partito che meglio difendeva la sua fetta di torta. E’ morto ad 80 anni dopo il suo ritorno in Italia

  18. 4
    Matteo says:

     “A venta fé d’salite!” , per citare l’autore

  19. 3
    Carlo Crovella says:

    Ho incontrato Carlaciu esclusivamente in città, quasi sempre ai Cappuccini, qualche volta in sede (Via Barbarouyx). Diciamo che, quando c’era (e c’era spesso), non si poteva non notarlo: faceva un casino micidiale. Non ci siamo mai conosciuti direttamente, anche per la sensibile differenza di età. Ma spesso girava in ambito CAI Torino l’affermazione “fa nen ‘l Carlaciu!”… L’aneddoto del Rocciavrè, quando lui ha dormito in baita, era noto a tutti i soci torinesi, anche al di là del giro Gerva, e in genere lo si collegava all’affermazione soprastante.
     
    Mi viene in mente un altro aneddoto, di cui sono al corrente per interposta persona. Un mio caro amico, per un certo tempo istruttore Gerva, lo conosceva direttamente perché lo vedeva abitualmente alla scuola e, in anni molto successivi, lo citava spesso con “ammirazione” per le sue uscite colorite e triviali, non solo sul piano verbale. Carlaciu era diventato un terreno di comunicazione fra me e il mio amico e, per estensione, all’interno del nostro gruppetto di arrampicata. Il mio amico ripeteva spesso che Carlaciu, poco prima di partire per il Venezuela, salutò i suoi amici alpinisti dicendo “Me ne vado dall’Italia perché ci sono troppi comunisti!”. Riporto affermazioni che non ho sentito in prima persona, ma che venivano raccontate con tono molto ironico e che (a naso)  si inseriscono perfettamente nei connotati del personaggio, ben descritto da Ugo. Il che dimostra che la montagna travalica qualsiasi visione politica: spesso i compagni di cordata, anche abituali, appartengono a schieramenti molto diversi. Chissà che fine ha fatto, il buon Carlaciu. Ciao!

  20. 2
    Roberto Aruga says:

    Impossibile dimenticare il Carlaciu. Ebbi occasione di incontrarlo casualmente in vari rifugi, ma sarebbe bastato incontrarlo una sola volta per non dimenticarlo. Più che giusto ricordarlo. Un saluto a Ugo Manera a distanza di tanti anni.

  21. 1

    Bel racconto di vita vissuta, libera e animalesca il giusto.

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