Cent’anni di bivacchi

La montagna non si reinventa. Se vogliamo difenderla davvero, bisogna smettere di cercare dove aggiungere e iniziare a capire dove togliere. Riprendiamo un articolo di Carlo Ratti, favorevole alle costruzioni in montagna perché “essenziali”, e l’immediata risposta di Nicola Pech.

Cent’anni di bivacchi
(architetture essenziali per la montagna lenta)
di Carlo Ratti
(pubblicato su La Repubblica dell’11 novembre 2025, aggiornato)

Nel 1925, a dorso di mulo, salivano in quota i pezzi del primo bivacco alpino moderno: l’Adolfo Hess all’Estellette in Val Veny. Oggi quel piccolo rifugio, simbolo della tradizione alpina italiana, compie cent’anni. Ed è anche l’anno in cui la montagna sarà al centro del dibattito nazionale, grazie alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Mi permetto quindi di avanzare una riflessione e di lanciare una sfida. La prima: come costruire in montagna oggi? La seconda: potrebbe il nostro Paese diventare un modello globale per l’architettura alpina?

Il bivacco Adolfo Hess

Ci stavo riflettendo in questi giorni, dopo che, insieme al Salone del Mobile di Milano, abbiamo presentato un progetto di bivacco: un piccolo spazio di emergenza che si incastona nella montagna come una roccia. L’idea: presentarlo in anteprima durante le Olimpiadi, aprirlo al pubblico durante la Settimana del Design e infine trasportarlo sulle Alpi, per farlo vivere nel lungo periodo. Un modello di circolarità, basato sul riuso: molte strutture temporanee delle Olimpiadi potrebbero avere una seconda vita in quota. L’idea, inoltre, ha un precedente di successo in Casa Canada di Torino 2006, poi diventata rifugio Melano a Frossasco (in alta Val Noce sotto la popolare Sbarua, NdR).

I riscontri di critica e pubblico sono stati molto positivi. Però, un amico — uno di quei montanari un po’ mugugnoni — ha buttato lì: «L’è trop bell». E poi: «Vedrai che attirerà influencer sui sentieri alpini e si faranno male». Lì per lì il commento mi ha fatto sorridere. Poi, però, ho pensato che andasse preso sul serio. Con una riflessione che parta proprio dai primi bivacchi di cento anni fa.

Questi ultimi dovevano essere leggeri, modulari e facilmente trasportabili, in un’epoca in cui non c’erano ancora gli elicotteri. Gusci d’acciaio standardizzati e capaci di resistere alle intemperie, con all’interno letti a castello e pochi arredi essenziali. Un’architettura spartana: punto d’appoggio per vie troppo lunghe e rifugio in caso di maltempo o incidenti.

Era il simbolo di un modo antico di andare in montagna, come i pantaloni alla zuava e gli scarponi con le Vibram avvitate sulla tomaia. Quel modo che racconta Paolo Cognetti — mio compagno di salite sul Monte Rosa da ragazzini — ne Le otto montagne, attraverso la figura burbera del padre (che non ha nulla a che vedere con il padre di Paolo, per niente burbero!). Una montagna severa, caratterizzata dalla lentezza dell’approccio e dall’appartenenza a un club d’elezione — e d’élite.

Ma lentezza ed elezione non sono la cifra del viaggiare contemporaneo. Le montagne soffrono di una sindrome simile all’overtourism delle nostre città. Se tutti gli appassionati di scalate in Europa volessero conquistare la vetta del Bianco almeno una volta nella vita, servirebbero non un rifugio Gonella, ma diverse decine. Questo non vale solo per le Alpi: ho vissuto in prima persona i campi base sovraffollati dell’Himalaya, le chiassose carovane che assediano il Mount Cook in Nuova Zelanda, o il pellegrinaggio infinito intorno al Fitz Roy in Cile.

Il bivacco Adolfo Hess

Poi c’è la questione velocità. L’acclimatamento artificiale con il gas xenon consente ormai di conquistare un Ottomila in una settimana, mentre un’attrezzatura tecnica sempre più performante, domani magari aumentata da esoscheletri, aumenta le performance. Quando da adolescente salii per la prima volta alla capanna Margherita in giornata mi sembrava di aver violato un codice non scritto — come un saluto troppo frettoloso a una cara e vecchia zia. Che dire allora di chi oggi emula la Monte Rosa Skymarathon, sgambettando da Alagna alla vetta e tornando indietro per il tè di metà pomeriggio? Magari al solo fine di pubblicare un selfie sui social media, e rischiando di mettere a repentaglio la propria vita e quella di eventuali soccorritori del CAI?

Quali potrebbero essere allora le soluzioni? Non credo che la risposta del mio amico – costruire brutte strutture alpine e rendere le nostre montagne meno attraenti – sia quella giusta. Sarebbe come contrastare l’overtourism a Venezia piazzando un ecomostro in piazza San Marco. Senza contare che molti architetti poco attenti hanno già sfregiato molte aree alpine negli ultimi decenni. Credo invece che la bellezza possa essere la migliore difesa della montagna.

La montagna ci insegna a vivere con poco e a gestire al meglio le risorse naturali. Nuove architetture leggere, certificate dal punto di vista dell’impatto, sono il modello di quello che dovremo costruire domani in tutto il mondo per adattarci a un clima e a un pianeta che cambiano, come abbiamo fatto vedere quest’anno 2025 alla Biennale di Architettura di Venezia (“Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettivo”, fino al 23 novembre).

La personalizzazione digitale, poi, può aiutarci a costruire meglio in quota. Non “astronavi” atterrate da chissà dove, con fondazioni in acciaio o calcestruzzo che feriscono la montagna, ma architetture che si integrano con discrezione. Grazie ai rilievi tridimensionali e alla fabbricazione computerizzata possiamo adattare ogni struttura alle condizioni specifiche del sito, riducendo sprechi, semplificando il montaggio e rendendo più facile lo smontaggio a fine vita.

Insomma, potremmo usare il 2026 per discutere di questi temi e sperimentare nuovi modi di progettare in montagna, dalle Alpi agli Appennini. Le Olimpiadi possono diventare il laboratorio in cui l’Italia diventa modello di come costruire in montagna tra bellezza e sostenibilità. Parafrasando Dostoevskij, forse non solo la bellezza, ma anche le montagne salveranno il mondo. Se saremo in grado di ascoltarle.

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“Chi parla di innovazione formale spesso tradisce il fatto di non aver guardato abbastanza (Nicola Pech)”.

La montagna chiede distanza, silenzio, vuoto
di Nicola Pech
(pubblicato su huffingtonpost.it il 12 novembre 2025)

C’è una cosa che sfugge, quando parliamo di “nuovi bivacchi”, di bellezza come presidio, di montagne che dovrebbero salvarci: è la tentazione, tutta contemporanea, di credere che sia il fare (il costruire) a poter rimettere ordine là dove è l’immaginario a essersi smarrito. La proposta arriva dall’archistar Carlo Ratti, con l’aria di chi sta indicando un nuovo orizzonte. Nell’articolo pubblicato su Repubblica, Ratti, chiamato a progettare un nuovo bivacco che dovrebbe sostituire il centenario Adolfo Hess (Val Veny, AO), lo presenta come laboratorio per una nuova architettura alpina. Il progetto dovrebbe essere presentato in anteprima durante le Olimpiadi, aperto al pubblico durante la Settimana del Design a Milano e infine trasportato sulle Alpi.

Una forma di circolarità delle opere olimpiche, scrive Ratti: strutture temporanee che trovano “nuova vita” sulle montagne. La sfida dichiarata: fare della montagna un esempio globale di sostenibilità e bellezza proprio quando la montagna sarà al centro del dibattito nazionale, grazie alle Olimpiadi di Milano-Cortina.

È un racconto già sentito: l’oggetto modulare, leggero, esposto in città come attrazione al Salone del Mobile e poi trasportato in quota, trasformato da installazione in rifugio. Tutto è immerso nel linguaggio della sostenibilità, della circolarità, della bellezza consapevole. Ma le parole, quando diventano slogan, risuonano vuote.

Prima domanda: cosa c’entrano le Olimpiadi con la montagna, se non come terreno da utilizzare e poi lasciare in sospeso, come scena dopo lo spettacolo? Milano-Cortina è un evento che di sostenibile non ha nulla: grandi opere, cantieri, strade, funivie e impianti da sci. La cosiddetta legacy è sempre una targa da apporre dopo i danni, il gesto consolatorio che dovrebbe farci dimenticare la ferita. Che eredità può lasciare un evento che consuma più di quanto restituisce? L’idea che la montagna possa essere “rilanciata” da una kermesse globale non è una visione: è una farsa.

Poi c’è questa storia della nuova architettura alpina. Sembra che si cerchi ogni volta un modello originale, un gesto contemporaneo, un segno nuovo. Ma la montagna, più di ogni altro luogo, non è terreno di invenzione. Qui il progetto si studia nei pendii, nelle malghe antiche, nei muri a secco, nelle linee tracciate dal vento e dalle stagioni. Non c’è nulla di nuovo da aggiungere, se non un lavoro umile di ascolto: si guarda la storia, si guarda il paesaggio, si accetta la continuità. Chi parla di innovazione formale spesso tradisce il fatto di non aver guardato abbastanza.

E infine, la questione dei bivacchi. Un tempo erano punti di partenza per salite lunghe e complesse, ripari essenziali in caso di maltempo, luoghi di silenzio e necessità. Ora sono diventati mete. Si va al bivacco per arrivare al bivacco. Per la foto, per la notte diversa, per dire “ci sono stato”. Spesso affollato, spesso ridotto a oggetto di consumo.

E allora, davanti a questo uso sempre più superficiale della montagna, cosa si propone? Costruire nuovi bivacchi. Più belli, più leggeri, più integrati. È un paradosso perfetto: si alimenta il problema mentre si dice di volerlo risolvere. Non serve. Non abbiamo bisogno di nuovi bivacchi.

La montagna non chiede oggetti. Chiede distanza. Chiede silenzio. Chiede vuoto. Se vogliamo difenderla davvero, bisogna smettere di cercare dove aggiungere e iniziare a capire dove togliere.

Cent’anni di bivacchi ultima modifica: 2026-01-02T05:02:00+01:00 da GognaBlog

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163 pensieri su “Cent’anni di bivacchi”

  1. En passant sottolineo che i gestori dei tutti i rifugi del CAI sono semplici “gestori” (cioè affittuari a fini di proprio business) e non sono i proprietari pro-tempore dei fabbricati, come molti di loro ERRONEAMENTE si considerano. I proprietari dei fabbricati restano le Sezioni/Sottosezioni, ovvero i soci delle delle stesse cui i fabbricati appartengo. Se questo non ci piove. Per cui è legittimo che tali soci, in qualità di proprietari, possano “ficcare il naso” nelle faccende dei rifugi, ovviamente muovendosi nelle opportune sedi (Commissione rifugi della Sezione, sua assemblee dei soci ecc ecc) e possano anche determinare scelte che non solo condizionano la “proprietà dei muri” (=lavori straordinari ecc), ma anche i criteri di gestione. A parte il fatto che per il Bivacco in questione NON c’è un gestore, per cui ora stiamo trattando un caso a tavolino, anche l’affermazione citata (gestori ecc) conferma la profonda ignoranza di chi l’ha pronunciata. Stupisce a maggior ragione che sia una GA. CONT

  2. Vi invito nuovamente (anziché rompere le pelotas senza fondamento) a leggere l’interessante libro di Luca Gibello. Tale libro propone l’analisi dell’intera evoluzione dei bivacchi, da quelli di 100 anni fa fino agli attuali. Sul bivacco in questione, il libro sottolinea che contiene delle novità concettuali (oltre che tecniche) per cui la storia dei bivacchi si divide fra un “prima” e un “dopo” la ricostruzione del Gervasutti. Infine segnalo che NON conoscete proprio nulla del personaggio Gervasutti, quando affermate che si rivolta nella tomba per la bruttezza del bivacco: Gervasutti era un tipo curioso di natura e molto attirato dalle novità, per cui sarebbe presumibilmente molto interessato a questa costruzione. La vs presunzione che Gervasutti si rivolti nella tomba è un pregiudizio che dimostra una volta di più la vs ignoranza dei vari temi della montagna, intesa in senso lato. CONT

  3. Non cogliete il punto, la figura degli scemi la fate voi. Se non ci sono stati “alt” né dall’interno del CAI Torino né all’esterno, cioè da parte delle autorità preposte a rilasciare i permessi. ripeto: se ritenere che siano stati violate delle norme di legge (e/o di procedure interne del CAI), dovete agire nelle opportune sedi. Se invece si tratta di semplice contrapposizione di gusti estetici, la cosa non rileva. Fate bene ad avere i vs gusti, ma dopo 13 anni (e 4-5 o forse perfino 6 tornate sul Gogna Blog), gli scemi vi rilevate voi, tra l’altro particolarmente ignoranti di tutti i meccanismi connessi (comprese le procedure decisionali del CAI e i criteri in base ai quali vengono internamente autorizzate le nuove costruzioni in quota). Il caso del rifugio Santner è completamente diverso e mescolarlo dimostra la vs ignoranza e stupidità: là c’è stato un acquisto indebito di terreno demaniale (pagato troppo poco) che è addirittura arrivato a livello di Corte dei Conti per l’ipotesi di danno erariale. Quindi l’intera procedura è viziata alla fonte. La mia contrarietà è connessa alla finalità di business di quella ristrutturazione, molto impattante. Il bivacco Gervasutti è poù piccolo e chi vuole piantar cosino lo usa solo strumentalmente. Inoltre tutti vi concentrate solo sulla forma esteriore, che voi considerate brutta, ma nessuno si interessa delle novità tecniche che il fabbricato contiene. 

  4. Ma Crovella, con i tuoi commenti a quest’articolo non ti rendi conto che fai solo la figura dello scemo?
    Micidiale quello della PROPRIETA’, che pure ti attribuisci. Sia vero o no.
    E’ proprio quello che tutti i gestori dei rifugi Cai detestano nei soci che si sentono padroni di casa che pretendono trattamenti di favore, mentre il gestore si fa un culo come una casa. Situazione frequente, perché gli idioti sono frequenti altrettanto.
    Non devi farti furbo perché lo sei già. Fatti però delle domande.
    Sul gognablog si è corso allo scandalo perché al Passo Santner è stato eretto un rifugio ritenuto brutto ed esagerato e non mi sei sembrato di certo a favore.Se considerare orribile e inopportuno il bivacco Gervasutti offende chi l’ha progettato, vagliato e costruito, mi spiace, ma credo che se la siano andata a cercare.
    Infine, non è la prima volta che lo dico qui, si intitolano oggetti a persone che non ci sono più solo perché non possono dire la loro. Ricordo quelli dei salesiani che volevano civilizzare le ande peruviane costruendo un rifugio al campo base dell’Alpamayo intitolandolo a Renato Casarotto.
    Brutte storie!

  5. @ 94
    Carlo, perdona la mia ingenuità. Io credevo che, fra le altre cose, i dirigenti del CAI dovessero adoperarsi per la difesa delle montagne, come da Statuto.
    Invece imparo che vi sono casi in cui succede esattamente il contrario. 
    Per di più, c’è perfino qualcuno – tu – che sbeffeggia chi osi protestare qui per gli scempi: “Avreste dovuto rivolgervi a un avvocato. Non l’avete fatto? E allora al CAI fanno bene: vanno avanti come ruspe che spianano un bosco per le piste da sci. Beninteso, sono in regola con tutti i nullaosta!”.
    Ho capito bene?

  6. Forse al 100° PENSIERO quasi tutti avremo capito che leggi e regolamenti, non avendo a suo tempo previsto che il FARE di ieri e di oggi avrebbe potuto causare “DANNI AMBIENTALI”, oggi ed ancor più domani, si dovrà prendere atto che ci sono tutti i supporti giuridico-legali perché i paladini del fare possano perpetuare l’INGIUSTIFICABILE. Purtuttavia…. NON RASSEGNAMOCI

  7. Cmq, chi ritiene che ci sia stato un vizio di procedura, può sempre impugnare (a 13 anni dalla ristrutturazione! Sareste ridicoli…) presso il CAI Centrale. Invece di frignare a posteriori, potevate muoversi a ridosso o meglio ancora mentre la pratica era in corso e, nel caso il vs ricorso avesse avuto ragione (impossibile perché mancano i presupposti oggettivi di tale ipotesi), potevate fermare lì la ristrutturazione. Ma vi sareste presi una bella sberla sul muso, perché mancano completamente i requisiti per l’accoglimento del ricorso interno.
    Altrettanto dicasi per chi ritiene che siano stati commessi errori (o, peggio, reati tipo corruzione in cambio dei permessi…) nelle procedure verso le autorità esterne deputate a effettuare i controlli e rilasciare le dichiarazioni. Andate da un avvocato e fatevi spiegare, ma sono assolutamente certo che neppure su quel fronte cavereste un ragno dal buco. 
    E nessuno, dico nessuno, fra le figure (sia interne al CAI che esterne) deputate a effettuare i controlli e le verifiche prima di concedere le autorizzazioni, ha mai obiettato che la forma esteriore fosse “brutta”. Siamo al paradosso che chi (ripeto sia internamente al CAI che all’esterno) aveva il compito ISTITUZIONALE di CONTROLLARE e poi di RILASCIARE autorizzazioni e permessi, non ha MAI avuto nulla di obiettare sull’estetica della “forma”, mentre chi obietta sull’estetica, NON ha nessun ruolo burocratico-giuridico che lo legittimi a tal fine. Non è che siete fuori dal mondo?

  8. Il mio 91 è riferito all’89
     
    (89: la tua ignoranza delle prassi procedurali del CAI è davvero sconfinata: prima di parlare in merito, acculturati, sennò fai solo la figura del fesso)

  9. Sei tu che vieni travolto dalla tue stesse deiezioni. Ho precisato mille volte che la Sezione ha operato attraverso i controlli commissionati dal Presidente Sezionale, prima che costui apponesse, in modo fefinitivo, la sua firma. Con la firma del Presidente , la Sezione “fa suo” il progetto di una sua qualsiasi Sottosezione: verso l’esterno tale progetto viene legittimato con la firma del legale rappresentante dell’ente che ha la personalità giuridica (appunto la Sezione). Vedi quanto sei ignorante? Non sai nulla di nulla e pretendi di parlare! Le regole procedurali del CAI sono fatte così, non solo a Torino, ma in TUTTE le Sezioni che hanno delle Sottosezioni: per una qualsiasi iniziativa di una Sottosezione, non è necessario che siano interpellati tutti i soci della Sezione, perché (dopo che hanno deliberato i soci della Sottosezione), in nome della Sezione opera il Presidente, che non appone la firma “a muzzo”, ma fa muovere tutti i suoi collaboratori per i dovuti controlli. La firma viene messa solo quando i riscontri sono tutti positivi.  Se il Presidente di Sezione non firma, il progetto della Sottosezione si ferma lì. Nel momento in cui viene apposta la firma del Presidente, il piano di lavoro diventa della Sezione, è come se fosse deliberato dall’assembea dei soci della Sezione e quindi le carte che vanno in giro riportano: “Sezione di XX – Sottosezione YY”. Quindi non aver interpellato tutti i soci della Sezione di Torino NON è un errore procedurale, ma è la prassi, perché la procedura è organizzata in questo modo. Ma tanto è un falso problema: alle assemblee sezionali, statisticamente partecipa al massimo il 10% del totale dei soci sezionali, per cui, nel caso, una copiosa presenza di sucaini avrebbe determinato un risultato favorevole nella votazione. Ma il punto è un altro: le procedure del CAI  NON prevedono il voto favorevole di tutti i soci della Sezione e infatti nessuno contestato l’ipotetica illegittimità della procedura interna (e neppure di quella esterna, presso le autorità competenti a rilasciare i permessi e le varie autorizzazioni). Cmq, stai tranquillo che se le procedure del CAI richiedessero  obbligatoriamente una delibera assembleare a livello di intera Sezione, il Presidente non si sarebbe minimamente sognato di firmare senza tale delibera. Nessuno mette firma a cazzo. Dalle firme possono derivare considerevoli responsabilità giuridiche che poi gravano sulla testa della persona fisica che ha messo la firma e tutti evitano errori di procedura. Mica sono scemi.

  10. peraltro a tuo dire, visto che tutta la stampa internazionale non porta altro che complimenti alla Meloni). 

    E ci credo, sono dei sudditi.

  11. La legittima proprietaria è la sottosezione che non ha personalità giuridica, quindi è la sezione di appartenenza, però il diritto di voto ce l’hanno i soci della sottosezione, che comunque siccome si sono fatti il culo c’hanno ragione e non bisogna criticarli perché sennò si offendono…
     
    Questa non è cognizione, è deiezione.

  12. @85 Pensa per te che mescoli bivacchi con PFAS e governicchio (peraltro a tuo dire, visto che tutta la stampa internazionale non porta altro che complimenti alla Meloni). Questo cos’è, se non buttare palla in tribuna? Io ho risposto a fondo e con cognizione di causa sulla fondatezza della legittimità dei proprietari (fatto salvo il rispetto delle leggi, accertato dagli uffici competenti) di rifare il bivacco come hanno ritenuto meglio secondo i loro criteri e i loro gusti.

  13. Il CAI ha, tra gli scopi statutari, la conoscenza delle montagne, specie quelle italiane, e la protezione dell’ambiente montano.
    Conoscenza? È stata soppressa la pubblicazione della Guida dei Monti d’Italia. Ce la invidiavano tutti. 
    Protezione dell’ambiente montano? Sono stati installati il Bivacco Gervasutti e tanti altri, obbrobriosi come architettura, inutilità, degrado ambientale. 

  14. Per rendere merito alle fatiche di chi argomenta con dovizia che la FORMA vale più della SOSTANZA propongo quanto segue: Preso atto che il Club Alpino Italiano e nel particolare le sue Sezioni è proprietario della più grande catena di manufatti ricettivi in quota e che tutte dette strutture sono state edificate nel pieno rispetto delle leggi e dei regolamenti vigenti alla data, al fine di dare coerenza statutaria e temporale alle stesse, modificare parzialmente l’Art. 1 dello Statuto Sociale sopprimendo le parole LA DIFESA DEL LORO AMBIENTE NATURALE ?????????…. forse eviteremo così tutti gli sforzi dialettico-giuridici per giustificare l’INGIUSTIFICABILE
    Dario Mura, a titolo strettamente personale…non sia mai…

  15. No, se c’è una cosa che rifiuto è di farmi furbo, vizio italiano per eccellenza.
     
    Noto con piacere che qualunque domanda od obbiezione a cui non puoi rispondere con le tue solite, trite e mistificatorie tirate ti porta a buttar la palla in tribuna.
    Definendo così appieno la validità e la profondità delle tue convinzioni

  16. Chissà come mai ma le “litanie” e le “castronerie” addirittura definite come “offensive” sono sempre e solo le opinioni di chi critica lo status quo, il CAI, le decisioni prese o, peggio del peggio, le modalità con cui sono state prese.
    Dalle olimpiadi ai bivacchi fino alle proteste per gli PFAS o per i divieti in montagna.
     
    Se poi le critiche solo si avvicinano al governicchio degli impotenti e degli incapaci, tremebondi servi sedicenti sovranisti, allora apriti cielo!
     
    Comunque, tornando a bomba e parlando chiaramente: criticare l’opportunità e/o la realizzazione di un manufatto non è e un’offesa.
    Chi la ritiene tale, prima di parlare dovrebbe farsi un bidé per schiarirsi le idee.

  17. Non hai capito. Forse sei troppo giovane di Blog e non hai lunga memoria storica. Sarà la 4-5 volta o forse anche di più (negli anni) che si innescano queste castronerie sul bivacco Gervasutti. Sono espressioni di gusti diversi dai nostri e alla fin fine sempre dallo stesso gruppetto. Dette la prima volta non so 5 anni fa, dette la seconda volta 4 anni fa (sempre nello stesso tenore e sempre dalle stesse persone), dette 3 anni fa…. poi 2 anni fa, poi 1 anno fa… ovvio che alla fine NON è più il diritto di esprimere le proprie opinioni ma diventa una specie di persecuzione e ciò fa perdere la pazienza. Tra l’altro sempre blaterando  in un regime di ignoranza (nel senso latino del termine), senza conoscere nulla delle procedure decisionali del CAI, anzi senza neppure conoscere il CAI (es che differenza c’è fra Sezioni e sottosezioni), sparando Le cazzate più megagalattiche, tipo come mai il CAI non ha fatto un referendum prima di ristrutturare il bivacco…. Ecco le critiche, incentrate sui gusti, spesso provengono da una platea di idioti colossali che non sanno niente del tema su cui si scagliano. Tutto ciò e’ fortemente offensivo per i miei consoci che, mettendosi in gioco, hanno legittimamente portato a termine il progetto come a loro piaceva di più, anche in termini di forma esteriore. Se e’ solo una questione di contrapposizione di gusti, c’è una profonda differenza fra la legittimità dei proprietari a concretizzare i propri gusti nel prodotto finito (fatto salvo il rispetto delle leggi) e l’infondatezza giuridica di chi non e’ proprietario. Questi ultimi hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni, ma questo diritto deve autolimitarsi: non è possibile che ogni tot mesi si debbano sentire le stesse castronerie e più o meno pronunciate dalle stesse persone!Almeno da un anno all’altro, fate vedere che avete imparato qualcosa. Invece sono sicuro che, alla prossima tornata, direte le stesse castronerie, senza aver imparato nulla. 

  18. Benassi & Balsamo. Ma come siete conservatori 😜 dai ….quel belinone in quota con i colori dei vecchi maglioni da sci a me fa persino un po’ allegria. Un dito irriverente nell’occhio, e dico nell’occhio per non dire altro. Apritevi alla contaminazione. Un po’ di mescolanza tra pezzi antichi e pezzi moderni e’ in linea con il gusto contemporaneo, anche nell’abbigliamento, guarda le foto più recenti di famosi alpinisti del tempo delle fiabe dal fluente ricciolo 😀 Siete peggio di me, noto reazionario di sinistra. Un caro saluto e auguri per un anno di belle soddisfazioni. 

  19. Crovè, proprio tu, che su qualunque tema ripeti compulsivamente sempre gli stessi concetti, parli di “reiterazione che ha stufato” ?
    Esilarante…
     
    @Pasini
    Sul “via tutto, duri, puri e selettivi“: io, idealmente, vorrei solo che chi sale faccia ciò che vuole fare lasciando l’ambiente come l’ha trovato.
    E se ha bisogno di un punto d’appoggio, allora se lo porti: tendina, materiale e tutto l’ambaradan.
    Se ci riesce.
    E se non ci riesce, allora scelga un altro obiettivo: di alternative in montagna ce ne sono infinite.
    È proprio indispensabile la presenza di bivacchi fissi in quota?
     
    Questo, sul piano ideale.
    Più realisticamente, mi accontenterei che non se ne costruissero di nuovi.
    Così come niente nuove ferrate, niente nuovi impianti, eccetera.
     
    Per questo, la fatiscenza del vecchio Gervasutti mi è sembrata un’occasione persa: si poteva approfittarne per restituire quel luogo a sé stesso, senza una struttura che — per me — è superflua oltre che brutta.
    E la trovo brutta perché esteticamente fuori contesto, un oggetto pacchiano del tutto alieno all’ambiente in cui è collocato. A questo punto, perché non metterci di fianco anche un bel panchinone gigante. Stonerebbe? 🙂

  20. Altrimenti diventiamo solo custodi del museo. 

    Pasini e ti sembra una brutta missione?!? A me no!
    Molto meglio custodi che pubblicitari di un lavatrice marca Gervasutti.

  21. Sui bivacchi nelle Alpi, 100 anni di emozioni in scatola, c’è un bel libro di Luca Gibello con introduzione dell’antropologa Irene Borgna edito dal Cai nel 2025. Ricostruisce la storia di questi manufatti in Italia a partire dal 1925 anche dal punto di vista tecnico/costruttivo e dal punto di vista estetico/formale. Mi pare che oggi ci siano varie posizioni che girano nell’ambiente. Ai due estremi: via tutto, duri, puri e selettivi da un lato,  costruiamone ancora per rendere “accessibile” a tutti la montagna, dall’altro. In mezzo la posizione di chi dice: niente nuove costruzioni ma facciamo manutenzione ordinaria o straordinaria per quelli che ci sono. E qui a sua volta abbiamo un’ulteriore differenziazione: rispettiamo in toto il disegno originario, ancorché modesto, magari solo con qualche innovazione nei materiali ma non nelle forme da un lato, sperimentiamo soluzioni nuove sia nelle forme che nelle soluzioni tecniche dall’altro. Non me ne intendo di questioni strutturali e architettoniche però come fruitore a me personalmente qualche sperimentazione non turba più di tanto. Certo bisogna stare attenti perché se si lascia troppa mano libera ad architetti e costruttori possono venir fuori davvero cose inopportune e “brutte” (che del resto c’erano anche in passato perché non tutti i bivacchi erano poi così validi sia formalmente che tecnicamente). Poi ci sono ovviamente architetti bravi e meno bravi anche nell’innovazione: non tutti sono Renzo Piano che ti fa il Beaubourg in centro Parigi con tubi a vista. Qui un po’ come per altri manufatti in natura, entra in gioco la cultura e il gusto del committente e l’attività di autorizzazione e controllo degli enti preposti. Poi c’è il gusto personale assolutamente legittimo. Però a volte un po’ di audacia magari non guasta anche in questo campo. Altrimenti diventiamo solo custodi del museo. 

  22. Ogni tot mesi tornate fuori con sta storia e avete davvero stufato. Se è una questione di gusti, ognuno ha i suoi e… “non est disputandum”. Noi abbiamo i nostri gisti (dopo dibattito interno) e, siccome siamo i legittimi proprietari del fabbricato, li abbiamo legittimamente concretizzati  ottenendo tutti i permessi richiesti. Se i vs gusti sono opposti, fate bene a esprimerli, ma UNA VOLTA e non a ripetizione dopo tot mesi. È questa reiterazione che ha stufato.
     
    Se invece è una questione che insinuare l’esistenza di ns presunta violazione dell’interesse generale (cioè della collettività, penalizzata perché l’obbrobrio danneggia l’ambiente), allora inutile continuare a smarronarci: se davvero interessati a eradicare il fabbricato, dovete agire sul terreno legale (amministrativo).

  23. Crovella, stai “strillando come un’aquila” (cit.) sul nulla.
     
    A me, personalmente, il nuovo bivacco Gervasutti esteticamente fa cagare. Posso dirlo? E’ ancora possibile esprimere la propria opinione?
    (A parte che io i bivacchi fissi li farei riportare tutti a valle – a spese dei proprietari naturalmente. E il nuovo Gervasutti sarebbe in cima alla lista. Ma questo è un altro discorso).
     
    Se per questo i tuoi “consoci che si sono dati da fare” si offendono, ebbene, se ne “faranno una ragione” (cit.).
    Ma dubito che si offendano per così poco, soprattutto se nel progetto ci hanno creduto.
     
    Dopotutto, se c’è chi afferma che il Gervasutti per lui fa cagare, non fa altro che “dire pane al pane e vino al vino” (cit.).
    Dunque perché offendersi per qualcosa detto con schiettezza? Non mi starai mica diventando woke o politicamente corretto, neh? 🙂

  24. “Alla lunga sta litania ha veramente scassato le balle: per gentilezza smettetela, perché dimostrate solo la vs stupidità.”
    Carlo, ammetterai che le litanie nel forum sono soltanto tue, con tanti commenti che si ripetono nei concetti per settimane, mesi, anni. Però conosco già la tua giustificazione: sei costretto a farlo perché noi non capiamo… 
    In quanto alle accuse di stupidità, le offese si ritorcono all’indietro, specie quando risultano del tutto gratuite. Se non riesci neppure ad accettare critiche sacrosante sul Bivacco Gervasutti, beh… sono problemi tuoi, non nostri.
     
    Mi dispiace solo che la figura di Giusto Gervasutti sia associata a un obbrobrio architettonico.

  25. Legittimi propretari di una lavatrice. 
    Di certo NON del luogo dove purtroppo è stata messa, e nemmeno della libertà di esprimere  pensieri, giudizi e dissenso. 

  26. Cmq la Skywalk sarà iperblinbdata sul piano delle autorizzazioni, per cui se proprio voglio impegnarmi in una azione legale, non vado certo a sbattere contro quel muro. E quindi li lascio in pace e non scrivo ogni due per tre che fa schifo.

  27. @70 NON mi piace ma non vado a rompere i coglioni ai legittimi proprietari. Quello che è inaccettabile (non solo da parte tua) è che rompiate le palle avete la prova provata che ci sono stati degli errori o, peggio,. delle mazzette da parte nostra per farci rilasciare la autorizzazioni? NO, e allora smettetela di rompere i coglioni. Tra l’altro non è la prima volta che questa faccenda del Bivacco Gervasutti viene fuori, ma torna sistematicamente a galla e mi pare che nessuno di voi stigmatizzi con pari intensità  e soprattutto ripetitività la SkyWalk o anche solo il bivacchetto del menga per due persone e senza posto per dormire nel Vallone del Gran San Bernardo… (quello sì che è una vera stronzata senza alcun senso alpinistico). 
    Alla lunga sta litania ha veramente scassato le balle: per gentilezza smettetela, perché dimostrate solo la vs stupidità.

  28. Tra l’altro non solo OFFENDETE i miei consoci che si sono dati da fare, ma anche le persone che hanno effettuato i numerosi e approfonditi controlli. 

     
    Se si offendono è un problema loro. Hanno poco da offendersi con la bruttura che hanno realizzato. Qui di offeso c’è il luogo e la storia. Ma del luogo e della storia non gli frega nulla a nessuno, tanto meno a certi personaggi delle sezioni cai che pensano solo a tramandare il loro nome.

  29. @ 61
    Carlo, tutte le tue argomentazioni potrebbero applicarsi perfettamente a qualsiasi obbrobrio, a qualsivoglia devastazione. 
    Potrebbero essere applicate anche al tuo comportamento, perché pure tu non ti sei mosso per vie legali. Ciò significa, per esempio, che hai accettato lo Skyway. Dico bene? 
     

  30. Si tratta di un esperimento, un prototipo, con aspetti diversi, la parte estetica e il suo livello di gradimento tra i montagnardi e’ solo uno di questi. Andrà valutato nel corso del tempo nelle sue diverse componenti. Mi pare che ne siano stati piazzati solo due altri fuori dell’Italia. La proprietà immagino abbia agito con consapevolezza dei rischi inevitabili con una rottura così forte degli schemi. Devo dire che ha avuto un certo coraggio. Era più pacifico e semplice piazzarci una replica di modelli ai quali il pubblico è più abituato. Meno impatto sui media ma forse meno grane. 

  31. Quella del portare a valle magari sulla piazza di Courmayeur era ovviamente una battuta. 

  32. Ma perché la proprietà dovrebbe riportare a valle il bivacco? Come ho spiegato stamattina, o vi presentate con una sentenza che obbliga la proprietà in tal senso o le opinioni personali non possono condizionare il legittimo diritto dei proprietà, dopo aver acquisito le autorizzazioni richieste dalla legge
    Tra l’altro non solo OFFENDETE i miei consoci che si sono dati da fare, ma anche le persone che hanno effettuato i numerosi e approfonditi controlli. Non mi riferisco solo agli uffici tecnici delle varie amministrazioni (cmq: ma come potrebbe avvenire che Regione VdA conceda un finanziamento a fondo perduto se non ha verificato la congruità e la legittimità del progetto? Ma cosa credete: che regalino i soldi?). Piuttosto mi riferisco in particolare a tutte le persone che hanno operato i controlli all’interno del CAI Torino, che è una delle Sezioni più importanti d’Italia. specie sul tema dei rifugi: gestisce, da tempo immemore, 31 rifugi e 7 bivacchi (sono compresi i fabbricati che, a un sottostante livello organizzativo, sono intestati alle Sottosezioni). La ns Commissione Rifugi è una delle più esperte e capaci in assoluto, data la mole di problemi che è abituata a gestire. Ma cosa pensate? Che quando chiunque presenta un progetto al Presidente sezionale, costui mette al volo la firma e chi s’è visto, s’è visto? A Torino mica lavoriamo con i piedi! Il Presidente sezionale fa fare tutti i controlli e le verifiche del caso (coinvolgendo chi di dovere e in particolare la Commissione Rifugi), perché quando il Presidente sezionale mette la sua firma al progetto, lui diventa il responsabile giuridico dell’iniziativa: se ci sono magagne, anche future, l’eventuale avviso di garanzia arriva a lui! Sia per questo motivo che per una questione di principio (a Torino ci piace lavorare “bene”, a prescindere), sono stati fatti tutti i controlli in ambito sezionale, cioè prima di “uscire” all’esterno. A firma del Presidente acquisita, è stato necessario presentarsi ai vari uffici delle istituzioni amministrative e richiedere le rispettive autorizzazioni. Il controllo dell’eventuale danno all’interesse cosiddetto comune (cioè dell’interesse della collettività) avviene a questo secondo livello, ma con i controlli profondi interni i miei consoci si sono presentati agli uffici tecnico-amministrativi avendo già tutte le carte in perfetta regola.
    Allora a questo punto, se non disponete di una sentenza o di un atto equivalente che sancisca che siamo in violazione di legge,  dovete SMETTERLA di insinuare che il fabbricato arrechi un danno alla collettività, perché è solo una vs opinione, ma NON è una “verità” comprovata da apposito atto.

  33. Il problema dei costi di manutenzione e delle abilità necessarie, così come quello dello smaltimento dei materiali ammalorati e’ serio e si può risolvere solo in parte con il volontariato. Poi ovviamente le soluzioni che vengono sperimentate possono essere più o meno convincenti. In questo senso ad esempio portare a valle il nuovo Gervasutti non sarebbe un gran problema economico per la proprietà, ci ricaverebbe anche dei soldi, basta che non lo venda  come bar discoteca. 

  34. Eh già Roberto anche perché cazzuola e martello da spacco sempre meno gente le sanno usare con maestria, figuriamoci a quella quota.

  35. Per pura informazione mi permetto di ricordare che il bivacco Gervasutti è stato ideato dagli architetti Gentilcore e Testa all’interno del progetto Leap (Living Ecological Alpine Pod) che si propone di realizzare bivacchi modulari ed ecosostenibili, assemblati a valle e poi elitrasportati con risparmio dei costi di costruzione. Bisognerebbe forse allargare il discorso a questo progetto che ha aspetti controversi e che mi sembra sia comunque rimasto per ora ad una fase sperimentale con poche realizzazioni concrete. 

  36. Cent’anni di bivacchi.., sarebbe  solo una questione di tempo, ci penserebbe la natura a rimediare riportando tutto a valle ma chi ripagherebbe i nostri successori delle privazioni a loro causate ? Noi stiamo accelerando, aggravandolo,  quel processo.
    Mentendo, con tutte le più nobili motivazioni etico-economico-sociali-estetico… INFESTIAMO l’ultimo territorio, quasi incontaminato, trasmissibile alle future generazioni. Alla faccia di benpensanti divenuti tali per costrizione anagrafica, per consenso politico, per ambizione professionale e chi più ne ha più ne metta, invito a coalizzarci idealmente  per iniziare, dall’alto, una salvifica pulizia. Solo l’essere incontaminata fa della montagna un bene inestimabile e, come tale, da mantenere. Un bene senza prezzo, di tutti, e quindi NON VENDIBILE.
    Dario Mura, classe 1942, ho  scitto qui le mie considerazioni, ove la libertà di espressione è sacra… poiché già aspramente censurato, per averle espresse, nell’anno internazionale della montagna, dalla più grande associazione alpinistica nazionale. 

  37. @59 Se fosse così /viene deturpato l’ambiente a danno della collettività), ci avrebbero pensato gli uffici preposti e NON avrebbero concesso i vari permessi. E invece sono state superate tutte le verifiche richieste dalla legge.
     
    Al netto dei permessi già ottenuti, se tu ritieni che la presenza di un “obbrobrio” danneggi la collettività (deturpando un ambiente che consideri di tutti),  puoi agire di conseguenza: il sistema giuridico ti mette a disposizione tutti gli strumenti a tal fine. A mia sensazione, al strada è quella di un ricorso al TAR, ma attenzione non basta che tu dica “l’obbrobrio danneggia l’ambiente quindi ordinatelo di abbatterlo”, perché ti ridono in faccia. Devi chiedere l’accoglimento del tuo ricorso in base a precisi riferimenti giuridici. Tipo “Chiedo l’abrogazione dei permessi XYZ, rilasciati in data ecc ecc dagli uffici LMG, perché ritengo che siano in violazione della Legge K, art M, paragrafo N, codicillo W e di conseguenza, senza più permessi alidi, non resta che l’abbattimento del fabbricato”.
    Dubito che tu riesca a trovare riferimenti giuridici atti a tal fine, appunto perché le autorità preposte, a suo tempo, hanno valutato il tutto molto a fondo e, dove necessario, hanno chiesto chiarimenti e approfondimenti, finché hanno verificato che il progetto NON era più assolutamente in contrasto con alcune norma.
     
    Di conseguenza: o ti ripresenti con un atto del TAR che, abrogando i precedenti permessi, dichiara l’abbattimento (?!?) del fabbricato, oppure devi smetterla, perché stai solo blaterando a vanvera e, così facendo, come ho ripetuto migliaia di volte, sei particolarmente OFFENSIVO verso i miei consoci che hanno agito, nel pieno rispetto delle regole. muovendosi in direzione del risultato finale che loro hanno giudicato il “migliore” o almeno il più gradito ai  legittimi proprietari

  38. A me fa venire alla mente una cassetta postale stile yankee col maglione di lana girocollo oppure un mezzo pezzo di aereo di linea schiantato…tipo Alive -Ande questo per le parti in vista; il futurismo e tecnologia dov stanno? Ah si dentro!

  39. Il Bivacco Gervasutti è sí di proprietà privata, però le montagne NON lo sono.
    Se vi si edifica un obbrobrio con pretese futuristiche (in effetti, si presenta come un “tubo”!), questo deturpa un ambiente naturale che è di tutti. Va smantellato.

  40. Per cui: gentilmente SMETTETELA una volta per tutte (non solo in questo contesto, ma anche in futuro) con ‘ste ingerenze illegittime nelle scelte legittime degli unici legittimi proprietari del fabbricato. Con le vostre stupide affermazioni, NON offendete me, che (preferendo una scelta più tradizionale, non mi sono impegnato per la realizzazione di questo specifico progetto), ma offendete i miei consoci che si sono impegnati per un obiettivo in cui hanno creduto, procedendo con tutte le dovute deleghe e SUPERANDO TUTTE LE VERIFICHE PREVISTE DALLA LEGGE.
     
    Nessuna autorità ci ha vietato il progetto (meno che mai per questioni “estetiche”!) e, dopo il rilascio di tutte le autorizzazioni del caso, NON dobbiamo render conto a nessuno di cosa abbiamo deciso a casa NOSTRA, con l’avvallo di tutte le autorità preposte ai controlli, cui abbiamo doviziosamente reso conto a suo tempo.

  41. Il punto cardine è: quel fabbricato è di NOSTRA proprietà e non di VOSTRA proprietà (o di comproprietà comune a tutti). Se per caso entrate in quel bivacco, NON siete in una struttura “pubblica”, ma siete NOSTRI OSPITI, perché quella è CASA NOSTRA. Per cui ci dovete entrare in punta di piedi e la raccomandazione vale anche in senso metaforico, cioè riferita alle (STUPIDE) affermazioni che rilasciate. L’educazione vi dovrebbe imporre di non essere maleducati, come invece vi dimostrate, tirando fuori sistematicamente, ogni “tot” mesi, la faccenda del Bivacco Gervasutti. Dicendo “è un obbrobrio, fa cagare ecc” siete molto OFFENSIVI verso chi, legittimamente incaricato dai proprietari (= i soci della Sottosezione SUCAI Torino), ha agito come MEGLIO ha ritenuto. Se alla maggioranza dei legittimi proprietari la forma finale del fabbricato “piace”, non è cosa che vi riguardi.
     
    L’estetica NON vi piace? Attaccatevi al tram e fischiate in curva!
    Perché quel fabbricato NON è casa VOSTRA, ma è casa NOSTRA e quindi ce la siamo fatta come è piaciuta a noi (in realtà al seguito di dibattito e votazione fra noi comproprietari e poi successive verifiche delle autorità preposte). CONT

  42. @54-55: quand’anche fosse così (= “lasciare il segno nella storia”), la cosa NON è illegittima. Viceversa è illegittimo che i NON proprietari delle strutture (come tutti quelli che, fra voi, PARLANO A VANVERA) ficchino il naso nelle legittime scelte dei legittimi proprietari. L’unico limite all’azione dei legittimi proprietari (di qualsiasi “cosa”) è il rispetto delle norme (sia interne alla procedure CAI che verifiche degli uffici terzi preposti), norme che NON riguardano criteri “estetici” cioè se il fabbricato finito viene “bello” oppure no). O, anche se ci fossero norme che riguardano risvolti estetici (quanto meno in termini di armonia con l’ambiente), siccome noi abbiamo superato tutti i controlli delle autorità preposte (sia interne al CAI Torino che esterne: uffici tecnici e uffici burocratici-amministrativi), nessuno può dirci nulla al riguardo. Se ol progetto avesse contenuto elementi che violavano norme incentrate su questioni “estetiche”, ci avrebbero fermato, state tranquilli. Se non ci hanno fermato, significa che la forma finale di questo fabbricato NON viola nessuna norma. CONT

  43. Il bell’ intervento di Luca Gibello sottolinea un punto che per essere ovvio non e’ meno vero, e cioe’ che anche i bivacchi d’ antan erano di per se’  “del tutto avulsi dal contesto”. Avevano pero’ un impatto molto minore, cosa che ce li fa sembrare accettabili se non “belli” , perche’ si tratta(va) di strutture rigidamente funzionali e minimaliste, concepite per offrire sistemazioni accettabili (per un tempo ridotto) pur se con dimensioni minime e materiali che consentissero la messa in opera con i mezzi allora disponibili, e con costi ridotti all’ osso.
    Mi azzardo a immaginare che anche dei bivacchi moderni, se progettati in base agli stessi criteri, risulterebbero “accettabili” e financo “belli” alla maggior parte di noi. Ma per quanto riguarda cose come il Gervasutti, il post di Fabio Bertoncelli tira finalmente il gatto fuori dal sacco,: sembrano fatti in un certo modo non in base ad una seria valutazione delle necessita’ degli alpinisti da un lato, e delle difficolta’ e costi di messa in opera dall’ altro, ma unicamente per dare lustro al nome dei progettisti.

  44. Anche la Piramide del Louvre contrasta col suo contesto in modo nettissimo, brutale. 
    Evidentemente il progettista voleva lasciare un segno di sé nella storia. Insomma, non la solita architettura ma qualcosa di futuristico. Nel bene o nel male, c’è riuscito. 

  45. Ringrazio Carlo Crovella per aver ripetutamente citato il libro del sottoscritto, che tenta di tracciare l’affascinante vicenda della posa dei bivacchi nei primi cento anni della loro storia. Il vivace dibattito sviluppatosi su questo blog dimostra come le posizioni siano talvolta radicalizzate, e come l’architettura contemporanea (comunque, come dice l’aggettivo, appartenente al proprio tempo; nessuno di noi va più in montagna con gli scarponi chiodati e l’alpenstock) desti spesso scalpore. Non entro nel merito del giudizio di valore circa la liceità estetica di un manufatto (non ne usciremmo più, e tutte le opinioni sono legittime), ma mi permetto umilmente di rilevare che, circa l’inserimento ambientale, anche i primi bivacchi, concepiti dai nostri avi del CAAI (che oggi festeggiano il secolo di vita, e molti sono ancora in loco a renderci i loro servigi), sono assai astratti: ovvero radicali semibotti del tutto avulse dal contesto, sebbene le dimensioni minime le facciano sembrare mimetiche.
    Un cordiale saluto a tutte/i, buon 2026 e buona montagna! 

  46. ha ritenuto che potesse andar bene

    Che ci sia sempre qualcuno che ha il dono del TROIAIO non ci sono dubbi. Almeno si potrebbe avere l’umiltà di farle a casa propria certe opere d’arte…Manco questa!!

  47. La valutazione di “orrore” è assolutamente soggettiva ed è evidente che chi, a suo tempo, ha “deciso”, perché aveva il legittimo potere di decidere (tanto a livello di Sottosezione e/o di Sezione, quanto a livello esterno al CAI, cioè enti e uffici terzi – sia tecnici e che economico-finanziari) ha ritenuto che potesse andar bene. O, nell’ipotesi più stiracchiata, nessuno è riuscito a trovare un appiglio per poter negare le autorizzazioni e alla fine l’hanno dovuta avallare. Dici anche tu che di orrori la montagna è piena: allora perché ritornate sistematicamente su questo bivacco? Secondo me il motivo di questa alzata di scudi (motivo del tutto sbagliato, sia chiaro) è che la platea dei fruitori della montagna ritiene che ci sia stato come un atto di lesa maestà, perpetrato da un piccolo gruppetto a danno dei tanti. Ma se fosse così, non sarebbero arrivate le autorizzazione: siccome NON è così, non c’è stato il “golpe”: dovete arrivare a metabolizzare questo principio, sennò non capirete mai il punto saliente della questione. Per cui: esteticamente non vi piace? E… fatevene una ragione, ve l’ho già detto. 

  48. Il cemento del Guido non è andato in discarica inerti a Mandello, ma solo qualche metro più a valle. Come succede sempre quando in montagna deve essere smaltito qualcosa, la prima valle disponibile viene buona, perché:
    l’elicottero costa poco quando bisogna portare a monte, ma ha un costo  proibitivo quando bisogna portare a valle. Perché poi ci sia questa differenza di prezzo ancora non l’ho capito!!!

  49. Carlo, puoi scrivere mille commenti, ma il Bivacco Gervasutti resterà sempre quel che è: un ORRORE. Ovviamente ciò vale perfino nel caso in cui non manchi alcun timbro burocratico.
    Il buon senso, il rispetto dell’ambiente naturale, il rispetto della maestosità della montagna, il senso del bello: quell’orrore contrasta con tutto.
    Beninteso: non è l’unico caso. 

  50. E’ venuto bello? E’ venuto brutto? E chi lo sa… ognuno ha la sua idea. Ma non si può intervenire nelle decisione dei legittimi proprietari, altrimenti domani veniamo a chiedervi conto di perché hai messo in bagno proprio quelle piastrelle lì (che noi consideriamo orripilanti).
    Ricordo infine che il progetto è transitato attraverso una serie infinita di controlli, sia interni la CAI Torino che poi esterni (VdA), per cui se esistessero delle norme tali per cui l’aspetto formale non corrispondeva alle richieste di legge, di sicuro lo avrebbero fermato. Invece non è successo per cui ostacoli in quel senso non c’erano.
    Alla fine: anche se ad alcuni non piace l’output finale, la procedura è stata tutta regolare sennò l’avrebbero fermata. A questo punto, fatevene una ragione (come me la sono fatta io), ma vi prego di smettetela di offendere chi, fra i legittimi proprietari, si è impegnato a fondo per questo progetto. Ripeto: NON aoofendete me, perché io NON m9i sono impegnayto,. ma offendete delle persone che hanno fatto tutte le cose regolari e non erano tenute a chiedere l’opinione nè di tutti i frequentatori della montagna e neppure dei i soci CAI, al di là di quelli legittimati (che appunto si sono espressi).

  51. Poi, la mia affermazione non esiste una divieto di costruire una casa brutta è provocatoria, ma per dire che l’estetica è una scelta di competenza dei legittimi proprietari, non di “tutti”. Io non trovo che il bivacco si esteticamente “brutto”, Piuttosto trovo che NON sia “armonico” con l’ambiente, ma i due concetti sono completamente diversi. Io di mentalità cono un conservatore, in tutto, e anche nella forma dei bivacchi: per cui a titolo personale avrei preferito ricostruirlo sì totalmente, ma sempre a forma di casetta. Com’era prima, insomma. I progettisti hanno anche argomentato le motivazioni tecniche della loro idea innovativa (fra cui la principale è che la forma allungata in fuori, rispetto alla casetta per traverso, espone meno spazio alla caduta di seracchi-valanghe-frane, principali cause dei danni ai manufatti precedenti). Ma io non credo che sia stato questo l’elemento in base al quale la maggioranza dei legittimi proprietari (i soci della sottosezione) hanno votato a favore di quel progetto. A sensazione, credo che sia piaciuta molto l’idea di fare qualcosa di “innovativo”. Dopo di che, ripeto, ci sono stai livelli e livelli di controlli e autorizzazioni ed evidentemente l’idea ha cmq convinto tutti quelli che dovevano decidere in merito. CONT

  52. Per come è strutturato il CAI, a cascata in tutta Italia, le Sezioni hanno personalità giuridica, mentre nessuna sottosezione ce l’ha. L’ho scritto chiaramente, cose c’è che non si capisce? Ciò non toglie che le sottosezioni possano avere proprietà di fabbricati: bivacchi, capanne, anche veri rifugi. Ogni sottosezione manutiene e provvede ai fabbricati di sua proprietà (alcuni fabbricati sono direttamente di proprietà delle Sezioni). Quindi il processo decisionale è quello già descritto e infatti a suo tempo seguito: delibera dei soli soci della Sottosezione e poi verifica del Presidente sezionale. La firma giuridicamente valida è SOLO quella del Presidenze sezionale, il quale, prima di apporla, compie tutte le verifiche del caso, sotto ogni profilo (tecnico, finanziario, normativo). Il Presidente sezionale può avvalersi della commissione rifugi (che la CAI Torino gestisce complessivamente 31 rifugi e 7 bivacchi, compresi quelli di “proprietà” delle Sottosezioni-ovvero a queste intestate). Ma non sono i soci dell’intero CAI Torino a deliberare sui fabbricati delle singole sottosezioni: solo i soci di ogni sottosezione (il CAI è organizzato così). L’avvallo del CAI Torino avviene a livello “superiore”, cioè Comitato di Presidenza (magari il Presidente, per sicurezza procedurale, porta la questione in Consiglio della Sezione, ma anche in questo caso la decisione coinvolge i soli consiglieri – in genere 11-13, e NON la totalità dei soci CAI Torino). Se fosse stata necessaria una delibera della Sezione, stai tranquillo che il Presidente, prima di firmare, avrebbe inserito la voce nell’OdG dell’assemblea sezionale (im genere una all’anno). Se non è stato fatto così, significa che per le norme del CAI non è necessario.

  53. C’è qualcosa che non mi é chiaro.
    Una sottosezione non ha personalità giuridica, però è proprietaria di un bivacco…e come fa?
    Ma se la sottosezione non ha personalità giuridica, non la hanno nemmeno i soci, che quindi non sono proprietari in quanto soci della sottosezione, ma, semmai, come soci di un’entità superiore che effettivamente sia proprietaria (la sezione? Il CAI centrale?); questa semmai avrebbe avuto il diritto/dovere di giudizio o censura.
    Domando perché non so, non per polemica.
     
    Comunque esistono eccome (per fortuna) leggi e vincoli a riguardo di costruzioni “brutte” e non credo che uno possa costruire quello che vuole e come vuole, a prescindere dal culo che si possa essere fatto. In particolare non su sua proprietà ma in un’area demaniale, particolarmente protetta come l’alta montagna. Ed esistono enti che possono imporre la rimozione e il ripristino di dette aree (vedi il cemento del Guido in cima alla Grignetta)

  54. Bivacchi fissi = doping
     
    P.S.
    Sul nuovo bivacco Gervasutti, siamo al livello delle c.d. panchine giganti: desiderabili come ricevere un pugno in un occhio 🙂
    Opinione personale, naturalmente.

  55. Per combinazione, il mio 42 risponde anche al 41, chiarendo che io NON ho partecipato al processo deliberativo del bivacco, perché, dopo la prima tornata di consultazioni, ho lasciato spazio, giustamente, a chi “credeva” nel progetto. Non ho neppure remato contro, ma non ho dato praticamente una mano: è giusto che si facesse il mazzo chi credeva nel progetto e così è avvenuto. Anche se neppure a me piace il prodotto finale, mi ergo però a difesa della dignità dei mie conosci che si sono impegnati, investendo il loro tempo libero, assumendosi responsabilità anche gravose e risolvendo grane a getto continuo, il tutto per due anni di fila. Ripeto: è legittimo dire che, come opinione personale, l’attuale bivacco non piace, ma tutto finisce lì, invece tornate a tirar fuori la grana come se fosse un “danno” a carico di tutti o quanto meno di tutti i soci del CAI, una specie di “golpe” di pochi che hanno agito a danno di tutti i frequentatori della montagna o quanto meno a danno di tutti i soci CAI. Questo continuo ritornare sul punto è profondamente sbagliato ed è molto offensivo per chi si è fatto il mazzo per due anni di fila (io NON mi sono fatto alcun mazzo e quindi NON è offensivo per me, ma difendo i miei consoci che hanno agito in nome di un “ideale”, che evidentemente voi non comprendete). Infine: i meandri operativi del mondo del CAI sono molto articolati e complessi, ma proprio per questo impongono procedure lunghe e ripetitive che garantiscono, alla fin fine, la completa regolarità di ciò che si fa. Chi non conosce alla perfezione i meandri operativi  del CAI, dovrebbe per prudenza mantenere il silenzio, perché dice solo castronerie, in quanto si esprime su un terreno che per sua stessa ammissione non conosce e anzi si rifiuta di conoscere.

  56. @40 Io mi sono impegnato solo nella fase iniziale della valutazione, quella in cui è stata interpellata la base legittimata a esprimersi su due punti: 1) se ristrutturare o meno (lasciando il precedente manufatto inagibile, come era da un po’ di anni); 2) se appoggiare o meno il proigetto presentato (che poi salvo migliorie è sostanzialmente quelloe che vedete sul terreno). Sul punto 1 ho votato sì, sul punto 2 ho espresso le perplessità 8ero per una soluzione più tradizionale, nella forma e nelle componenti interne), ma mi sono accorto di appartenere alla minoranza. anzi nella minoranza eravamo in pochissimi. A quel punto mi sono defilato dalla questione, non competeva più a me. per cui non conosco le argomentazioni esposte nelle opportune sedi sia interne al CAI Torino (Presidenza) sia esterne (VdA): tuttavia segnalo che, chiesti fiversi approfondimenti, tutte le autorizzazioni del caso sono state rilasciate, per cui “capire” come mai è stata sposata una scelta molto particolare è impresa improba. Dico una cosa provocatoria: non esiste una legge che imponga il divieto di costruire case brutte. le norme amministrative disciplinano parametri quali altezze, sicurezza, ecc, ma non l’estetica. Se a maggioranza gli aventi diritto hanno preferito così, occorre farsene una ragione. Sull’altro tema, quello generale, dove ti ho già spiegato che è materia impossibile da normare, leggi il libro di Gibello.

  57. ….visto che mi sembra di aver capito che Carlo Crovella sia stato parte attiva nelle discussioni sul Gervasutti….
    Ora mi spiego tante cose!!!
     
    E io che pensavo a qualche architettolo sabaudo in cappottino di chachemire tre quarti con la passione per alpinismo e polenta… Ora capisco.

  58. #35: Non che sia importante, ma non stavo certo auspicando un qualcbe intervento legislativo o anche solo di regolamento interno – che Dio ce ne scampi e liberi, per le ragioni appunto esposte. Mi chiedevo solo se sarebbe possibile arrivare ad una qualche forma di consenso razionale, quanto meno tra le persone che  contribuiscono a questa discussione, circa cosa renda un bivacco orrendo e “fuori posto” o invece in sintonia con l’ ambiente. E dal lato opposto, visto che mi sembra di aver capito che Carlo Crovella sia stato parte attiva nelle discussioni sul Gervasutti svoltesi nelle sedi responsabili, sarei molto curioso di conoscere quali argomenti siano stati impiegati per sostenere che il Gervasutti dovesse essere ricostruito proprio cosi’.

  59. Crovella, io ho parlato di referendum ma non l’ho di certo auspicato. Rileggi bene.
    Io all’interno del Cai non voglio avere nessun ruolo. Non sono un burocrate pataccato perché vado in montagna. Cosa che prende tempo e non ne lascia molto altro per occuparmi di affari noiosi, pena il ritrovarsi burocrati pataccati come tu ci insegni benissimo.
    Dico solo che il bivacco Gervasutti fa cagare. E sfido chiunque a dire l’opposto. 
    Preciso che ho anche certe competenze tecniche in materia di edilizia, quindi non venitemi a menare il belino con storie isterico-urbane.
    È così bassa la mia competenza in burocrazia caiana che quando leggo sucai, penso istintivamente al passato remoto del verbo “fare pompini”, pensa un po’. 

  60. Quindi se una cosa risponde a una legge, tu sei d’accordo?
    Non contempli leggi sbagliate o inadatte?
    Circa il Gervasutti non mi riferivo al suo inserimento armonico nel posto in cui si trova,  ma alla sua bruttezza in assoluto. Farebbe cagare anche se fosse in cima al bosco verticale di Milano. Cioè,  supererebbe in bruttezza una cosa che è già orribile. 
    Diciamo che chi ha approvato il progetto ha dei gusti cafoni, ecco. Va meglio?

  61. @34 Mescoli pere con patate (peraltro come tuo solito). Tra l’altro: se eri già al corrente di tutti i dettagli procedurali, perché continui a insistere nell’errore? Rinfacciare che il CAI non ha interpellato tutti i suoi soci (?!?), con iniziative in stile referendum ecc, è una castroneria megagalattica. Dimostri che non sei minimamente al corrente delle procedure interne del CAI, ma neppure delle norme generali di legge.  Se a suo tempo (cioè mentre si sviluppava il progetto) eri contrario, potevi rivolgerti al TAR, ma in quanto cittadino italiano e NON socio CAI, e avanzare un’azione tipo esposto/ricorso. Ovviamente l’accettazione del ricorso da parte del TAR sarebbe stata basata solo sull’esistenza di adeguati presupposti giuridici (es violazione di legge o di procedure), ma siccome sono state ottenute tutte le autorizzazioni di competenza, significa che tutto era regolare e quindi non credo che saresti riuscito a farti accogliere il ricorso dal TAR. In ogni caso, a tempo debito nessuno si è mosso nelle sedi opportune o interne al CAI (ammesso di essere fra gli aventi diritto- e tu NON lo sei, perché NON sei socio della Sottosezione SUCAI Torino, legittima proprietaria del fabbricato) o esterne al CAI, per eventuali contrasti normativi, per cui continuare a frignare ora sulla presunta “bruttezza” del bivacco è da immaturi. Piuttosto utilizza il tuo tempo per leggere il citato libro di Gibello, libro che, al di là dello spazio dedicato al Bivacco Gervasutti, ti consentirà di raggiungere una maggior cognizione di causa sul generale tema “bivacchi”.

  62. Il nuovo Bivacco Gervasutti avrà pure tutti i permessi, ma è un obbrobrio.

  63. Non credo sia possibile quello che stai chiedendo. Il perché è che i bivacchi non solo SOLO del CAI, ma sempre più spesso di proprietà privata (es i parenti della persona scomparsa). Quindi un’eventuale normativa in merito NON è da elaborare in seno al CAI (questa volta CAI Centrale), ma dovrebbe essere elaborata a livello nazionale, presumo con una Legge dello Stato. Ma con tutte le beghe e le rogne che abbiamo, dalla politica estera a quella interna a quella economico-finanziaria, vi aspettate che il Governo/Parlamento si occupino di disciplinare i criteri di armonia dei bivacchi? Inoltre tutti urlano contro il Gervasutti, ma se leggete il citato libro di Gibello, di esempi di bivacchi “strani” (e quindi decisamente disarmonici con l’ambiente) ne vengono citato a tonnellate. Ce ne sono perfino di quelli che, per tenere la struttura separata dal suolo, hanno delle zampe di appoggio, tipo astronave che si posa sulla Luna (?!?). Inoltre, se inizi a disciplinare i bivacchi, allora perché non anche i rifugi? Il Gonella, il Goute, la MonteRosaHutte… scintillanti per le vetrate e dalle forme moderne, sono “veramente” in armonia con l’ambiente? E alla fine, passo dopo passo,  vai a questionare persino sul colore delle mutande indossate dai progettisti… E’ un discorso molto scivoloso, senza possibilità di sviluppo. Cmq, a scanso di equivoci preciso che, per il Gervasutti, sono state richieste tutte le autorizzazioni previste dalla legge, sia interne al CAI che esterne (uffici tecnici ed economico-finanziari, sennò… addio finanziamenti della VdA!). Per cui se le autorizzazioni sono state rilasciate, significa che i promotori hanno superato ogni tipo di controllo. Pertanto non esistono obblighi di legge  circa l’ “armonia” delle strutture con l’ambiente, altrimenti non sarebbero state ottenute le autorizzazioni di competenza.
    PS: circa la “chiusura” del bivacco, risvolto di cui non sono al corrente (non mi occupo del bivacco), per chiarire non c’è miglior modo che telefonare alla Segreteria di Via Barbaroux: 011.546031 (pomeriggio).

  64. Crivella ti sei adoperato a modo tuo per dirci quello che, almeno io, già sapevamo.
    Resta l esprimere un giudizio personale che prescinde da tutta la tua filippica.
    In pratica è successo come quando una società di impianti decide di ammodernare o ingrandire un loro impianto. Decide e agisce di conseguenza con il parere degli azionisti/proprietari. 
    Poi si scatena il solito finimondo tra quelli che gridano che la montagna è stata profanata e che i montanari la rovinano per business, ecc.ecc.
    Ma non vi sembra la stessa cosa? A me si.

  65. Incidentalmente: sulla pagina del CAI Torino, il Bivacco Gervasutti risulta “chiuso”. E’ successo qualcosa? Sono necessari lavori? L’idea di un bivacco chiuso mi sembra un po’ una contraddizione in termini.
    Tornando in argomento: chiarita in modo definitivo ed esauriente, grazie al lungo messaggio di Carlo Crovella, la questione di chi abbia avuto la responsabilita’ e l’autorita’ di decidere cosa, rimane peraltro il fatto che a molti qui (me compreso, per quel che vale) il tipo di bivacco moderno rappresentato dal nuovo Gervasutti non piace affatto, sia in se’ e sia sopratutto in relazione all’ ambiente.
    Da cui: sarebbe magari possibile formulare dei principi di massima da rispettare per far si’ che un bivacco, nuovo o ricostruito, sia/rimanga in sintonia con l’ ambiente (@14)?

  66. In conclusione: è legittimo esprimere il proprio parere ideologico ed estetico sull’attuale struttura e sulla sua corrispondenza armonica o meno con l’ambiente dell’alta montagna. Ma il tutto deve restare a tale livello, cioè di puro parere personale, senza rivendicare la mancata consultazione ex ante, perché è un contesto giuridico del tutto fuori luogo. Inoltre queste continue critiche sull’operato di chi, a suo tempo, si è fatto un mazzo tanto alla fin fine risultano offensive verso quelle persone che, per un impegno “ideale”, hanno sacrificato il proprio tempo libero per due anni di fila (a scapito di uscite alpinistiche/scialpinistiche personali) e facendo tutto nel pieno rispetto delle procedure e delle regole.

  67. Pertanto ci sono stati svariati livelli di “approvazioni” (Sottosezione, Sezione, commissioni competenti dei vari enti ecc), mentre l’unico comparto che non aveva alcun diritto di esprimersi è l’insieme dei soci del CAI (?!?): coerentemente NON è stato interpellato. Infine invito tutti a leggere il recente  e interessantissimo libro “I bivacchi delle Alpi”, di Luca Gibello. L’autore segnala che il Bivacco Gervasutti incarna due importanti novità concettuali: la possibilità che il bivacco si estenda “oltre” lo spazio fisico che ne costituisce la base e poi l’apertura al panorama con la vetrata competa. Che piaccia o meno il tubo, da un punto di vista evolutivo, il Bivacco Gervasutti è uno spartiacque primario: ha determinato un “prima” e un “dopo”. Dal mio personale punto di vista, pur non piacendomi la forma (ed altre piccole soluzioni interne), sottolineo che NON si tratta di un bivacco “in più” (cioè dove prima NON c’era un fabbricato), ma del rifacimento di una precedente struttura ormai inagibile. Che il bivacco abbia una valenza come punto di appoggio alpinistico è fuori di dubbio: senza arrivare a coinvolgere la Est delle Jorasses, ma la Cresta des Hirondelles e soprattutto le arrampicate sulle Petites Jorasses necessitano di una base per gli alpinisti. CONT

  68. Sia chiara una cosa: a titolo personale neppure a me è mai piaciuto il “tubo”, per i motivi per cui non piace a chi, fra di voi, lo critica. A suo tempo espressi il mio parere “non positivo”, ma ho preso atto di appartenere alla minoranza degli aventi diritto a esprimersi e quindi mi sono ben guardato da mettere i bastoni fra le ruote, perché la procedura si è sempre svolta, step by step, nella correttezza formale, burocratica e giuridica. Ricordo che, ottenuto il placet del CAI Torino, il Comitato si è poi dovuto “dare un mazzo tanto” per recuperare le coperture finanziarie, coinvolgendo sia sponsor privati che, soprattutto, istituzioni pubbliche preposte a tali compiti. Fra queste in particolare Regione VdA: nelle istruttorie per la concessione dei finanziamenti, non credo proprio che non siano stato valutate e quindi approvate tutte le caratteristiche del progetto. Tralascio poi specificare nel dettaglio l’infinito “mazzo” che sucaini si sono fatti per la realizzazione effettiva dei lavori in un luogo non semplice, con tutte le difficoltà del caso. Essendo tutti volontari, per due anni consecutivi hanno “sacrificato” giornate di montagna in prima persona per dedicarle al progetto del Bivacco e quindi sono solo da ammirare. CONT

  69. Segnalo ciò perché è profondamente sbagliato affermare che il CAI (generico o ancor di più se ci si riferisce al CAI Centrale) ha effettuato un lavoro senza “consultare” tutti i suoi soci (immagino si intendano tutti i soci nazionale: 350.000!). Il legittimo proprietario dell’edificio, ripeto la sottosezione SUCAI Torino, ha legittimamente agito rispettando ogni procedura: delibere a livello di Sottosezione e poi approvazione a livello di Consiglio Direttivo del CAI Torino (o forse a livello di Comitato di Presidenza del CAI Torino, ora non ricordo, ma non cambia). La Sottosezione SUCAI Torino, come TUTTE le Sottosezioni del CAI, non ha personalità giuridica, perché rientra nella personalità giuridica della Sezione cui appartiene, e quindi era necessario l’avvallo del CAI Torino. Ma un manufatto di proprietà di una Sottosezione è proprietà SOLO dei soci di quella Sottosezione, ovvero dei soci ufficialmente iscritti nel preciso elenco di tale Sottosezione presso la Segreterai della Sezione madre: pertanto sarebbe stato errato chiedere il parere degli altri soci del CAI Torino (o perchè di altre Sottosezioni o perché generici della Sezione), figuriamoci chiedere il parere di tutti i soci del CAI nazionale! Si tratta di una pretesa completamente infondata e dimostra che non si conosce minimamente la materia nel suo complesso. CONT

  70. A puro titolo di precisazione (PERCHE’ E’ NECESSARIO FARE CHIAREZZA UNA VOLTA PER TUTTE), segnalo che la Capanna Gervasutti (tale era la definizione originaria) è sempre stata di esclusiva proprietà della Sottosezione SUCAI del CAI Torino. Giusto per evitare equivoci, ricordo che la Sottosezione SUCAI Torino è entità istituzionale DIVERSA rispetto alla Scuola di scialpinismo SUCAI Torino, nata (1951) all’interno della Sottosezione, ma poi resasi autonoma (come è giusto che sia una Scuola del CAI), pur avendo conservato il nome originario.
    La prima capanna Gervasutti, del 1949, è stata sostituita da un secondo manufatto (quello che abbiamo conosciuto tutti noi) nel 1961. Alla fine anche questo era “esausto”, per cui inagibile. Nel 2011-13 i soci della Sottosezione SUCAI Torino (e quindi NON la Scuola!), Sottosezione che- ricordo- è l’unica e legittima proprietaria del fabbricato, hanno scelto, con modalità assolutamente democratiche, se e come rifarla. In particolare la Sottosezione SUCAI ha costituito, con legittime delibere ad hoc, un Comitato Ristrutturazione Bivacco Gervasutti. A comporre detto Comitato è stata chiamata una squadra di soci della Sottosezione (legittimamente eletti come richiesto dai regolamenti): grande rispetto che tutti costoro che, nei due anni dell’impegno, hanno investito tempo libero in regime di volontariato, cariandosi anche di risolvere beghe non da poco. CONT.

  71. Dopo un secolo (e in qualche caso di capanne anche più) è evidente si sia arrivati ad uno o piu bivi-acchi lo dimostrano le due articolazioni contrapposte degli interventi scelti dalla redazione…
    Dare illegittimo sfogo a modernismi stile 007,Hanna Barbera con i Jetson etc oppure conservare e manutenere se non togliere ora che i tempi decisamente cambiati?
     Il colore rosso penso sia l ultimo dei problemi…anzi nel mio piccolo iniziale percorso nella montagna ha pure servito a salvarmi la pelle nelle circostanze citate…
    Ciao ancora buone per il ’26

  72. Marcello certo che no! Il cai non ha fatto nessun referendum.  Ma quando hanno presentato il progetto nessuno di noi me compreso ha mosso un osservazione. 

  73. 19@ …nebbia,neve,semplice oscurità’ mai capitato?

    Certo, ma non conosco bivacchi che non siano accessibili da un sentiero, quindi il problema non si pone. Poi per logica con il buio e la nebbia il rosso non lo vedi in ogni caso, finché non sei a 10 metri.
    Il nuovo bivacco Fanton è grigio come le rocce e le ghiaie che lo circondano. Eppure i merenderos ci arrivano, con qualsiasi tempo, anche con la neve.

  74. Esatto! Chi lo fa è bravissimo (e io mi metto tra quelli) a esprimere giudizi.
    Non mi sembra che il Cai abbia fatto un referendum tra i soci per sapere se erano, oppure no, d’accordo a mettere lassù quell’obbrobrio.
    Si capisce fin troppo bene che c’era la mano di un architetto immanicato che non vedeva l’ora di mettersi in mostra. E c’è pure riuscito benissimo.
    A me quel tubo, pure decorato, fa cagare! E lo dico, perché sono bravissimo a dare giudizi (su qualsiasi cosa) a cose fatte.
    Chissà sennò quando andrebbero dati…

  75. La funzione del bivacco come opportunità di ricovero d’emergenza o come punto di appoggio credo che non sia nemmeno da discutere. Tuttavia personalmente non credo che allo stato attuale le nostre Alpi richiedano la costruzione di nuove strutture, quanto invece la risistemazione di quanto in effetti in decadimento. Purtroppo negli ultimi anni per opportunità molto chiare…( soldi da spendere) sono nate strutture perfettamente inutili inserite in contesti meno che escursionistici. Se poi vogliamo parlare della vecchia “Topaia” Gervasutti sostituita da questa discutibile struttura dovevamo discuterne a monte e non a valle dopo che è stata realizzata. Opera questa che chi ha memoria dell’argomento era stata a suo tempo presentata come fiore all’occhiello del C.A.I ben prima della sua costruzione. Siamo tutti bravi a posteriori a prendere posizioni critiche e/o intransigenti. 
     
     
     

  76. 15@ …”di sparire dentro come lacrime alle gocce d acqua nelle canalette del calcare e infilarsi in tante doline carsiche”…
    17@…ti piace vincere facile!
    10@ …giu’ la maschera degli Archistars e giù le mani dal business celato.
    18@ ragazza seminuda : voce del verbo bi-vacca😇.
    19@ …nebbia,neve,semplice oscurità’ mai capitato?
     

  77. Come guida propongo notti in bivacco e/o in postazioni della prima guerra mondiale. Lo scopo è quello di far conoscere la scomodità, oltre ad altre mille cose. Il senso di un bivacco cambia a seconda dei frequentatori e comunque non ne aggiungerei altri. Farei solo due cose:
    1) sposterei il Gervasutti alle Jorasses in una discarica oppure in un’esposizione di “merda d’artista”, che più o meno si equivalgono.
    2) vieterei l’accesso a tutti i bivacchi ai possessori di cani! Stessa cosa la farei in falesia. In queste ultime vieterei l’accesso ai possessori di cani anche se non portano il cane, sia ben chiaro.
    L’anno scorso ho suggerito a un’amica sarda, arrampicatrice sportiva, di farsi una sgambata al Gervasutti dalla val Ferret. Tornata raggiante mi ha detto: il pc con l’accesso a internet deve servire alla consultazione di siti porno. Non ha visto alternative, visto che la zona è coperta ottimamente dal segnale telefonico e davanti al monitor c’era un tipo dall’aria equivoca.

  78. @11. I bivacchi si trovano tutti sui sentieri o comunque lungo un percorso che sicuramente è inserito nelle mille app che tutti o quasi i frequentatori odierni della montagna utilizzano. Quelli che non le utilizzano (il sottoscritto ad esempio) non necessitano di avere bivacchi colori giallo fluo per essere identificati. Pertanto dipingerli di rosso per essere visibili poteva essere utile fino al secolo scorso, non oggi. Tra l’altro hanno perso anche la funzione di emergenza. Potrei citare un caso recente, ma l’ho già fatto in altro post, comunque riassumendo, escursionisti che avevano sbagliato sentiero si sono trovati a 5 minuti di facile sentiero da un bivacco colore rosso sgargiante e essendo stanchini hanno chiamato i soccorsi. Che sono andati a prenderli. Allora a cosa servono questi bivacchi rossi? Per identificare il puntino rosso del bivacco dalla cima, non per altro. 

  79. Davvero divertente! Mi son distratta un attimo e si parla di ragazze mezze nude?

    Io nei bivacchi non ne ho mai incontrate!

  80. Sono convinto che bivacchi con ragazze mezze nude farebbero la felicità di ogni caiano dai più rigidi principi di alpinismo eroico e di sofferenza. 
    Sfido chiunque a documentare il contrario.

  81. “È tempo di sparire. “
     
    E’ vero.
    Ma solo perché ormai insensibile alle ragazze mezze nude, cazzo!
    🙂

  82. —— BLADE CLIMBER ——
    Io ho dormito in bivacchi che voi giovani umani non potreste immaginare: alla vecchia Capanna Gervasutti, dove la pioggia scendeva copiosa dal tetto a bagnare i letti a castello, e nel glorioso Bivacco Hess, tra i primi del CAAI, dove lessi la firma di Guido Machetto e Miller Rava, che il giorno successivo – 24 luglio 1972 – se ne partirono per aprire la loro via sull’Aiguille des Glaciers. E ho curiosato nel Bivacco di Fréboudze, quando ancora non era stato relegato e umiliato dentro un museo. 
    Ma tutti quei bivacchi finiranno perduti nel tempo, tra rifugi a cinque stelle con la Jacuzzi e ragazze mezze nude da lap dance.
    È tempo di sparire. 

  83. I Bivacchi non sono solo ricoveri d’emergenza ma anche punti di appoggio per determinate salite lontane e complesse,  vedi ad esempio il bivacco Eccles per il versante sud del monte Bianco. Per mimetizzati non intendo dire che non devono essere visibili ma in sintonia con l’ambiente che li circonda. 

  84. Ho la fortuna di frequentare molto spesso una bella montagna, abbastanza alta, 2793 metri. Pochissimi bivacchi e nessun rifugio custodito. Itinerari a volte molto lunghi con dislivelli importanti. Molti animali selvatici, in alto e dietro casa La presenza dell’ uomo è limitata a pochi giorni all’anno. Il mio paradiso. Ma giustamente non tutti amano la natura selvaggia e preferiscono avere comodità anche in montagna. Per questo esistono tanti luoghi idonei, Cortina, Dobbiaco, Courmayeur… Credo quindi che la cosa migliore sia continuare a costruire bivacchi, rifugi, strade e impianti là dove oramai la montagna è irrimediabilmente sfruttata in tal senso e lasciare immacolate le altre montagne rimaste ancora integre. In questo modo tutti sono felici, chi va a sciare in elicottero e paga una cena in rifugio come se fosse uno stellato di città e quelli come me che dopo decine e decine di anni in montagna ama la solitudine e la natura il più possibile incontaminata.
    Quindi non la montagna ma le montagne, una piena di brava gente mischiata a cafoni nella confusione più totale, l’altra lasciata al silenzio e alle poche anime che amano il contesto senza strade, impianti, rifugi e tutto il resto.

  85. Attenzione che, quasi sempre, i bivacchi “inutili” sono quelli “nuovi” (cioè posati negli ultimi decenni), quindi con tutte le soluzioni e le forme più moderne. Da un punto di vita funzionale sono il top, ma questi bivacchi moderni sono spesso inutili perché si trovano in posti senza nessun senso di punto d’appoggio alpinistico/escursionistico. Il nobile obiettivo di ricordare una persona scomparsa non è un’attenuante, perché ci sono già troppi oggetti umani in montagna e quindi dobbiamo “togliere”, non “aggiungere”. Meno che mai dove non c’è una ratio di vero punto d’appoggio: dopo 250 anni di alpinismo, i posti con tali prerogative sono stati utilizzati quasi tutti, ecco perché i “nuovi” bivacchi sono spesso “senza senso” e quindi inutili. Piuttosto ha senso ristrutturare (o addirittura sostituire completamente con un manufatto nuovo) un vecchio bivacco cadente e inutilizzabile per incuria e poi co-intitolarlo.

  86. #5: D’accordo su (quasi) tutto, ma credo che parlare di bivacchi “minetizzati” sia del tutto fuori luogo. Una delle (se non LA) funzione primaria dei bivacchi essendo quella di fornire un ricovero di emergenza, ne consegue che DEVONO essere visibilissimi, anche al buio e/o in condizioni meteo avverse. Deve insomma essere sempre possibile arrivarci senza particolari difficolta’ di orientamenti. Un tempi erano spesso dipinti in rosso o arancione, e non era solo anti-corrosione.5

  87. Meglio la “stucchevole retorica” che essere imbrigliata a luna park che certi personaggi pretendono per il proprio tornaconto.

  88. Non serve crearne di nuovi, ma ristrutturare o sostituire quelli esistenti, magari anche con strutture moderne e accoglienti.

    Se per strutture moderne e coglienti s’intendono quelle tipo il nuovo Gervasutti, beh, per quanto mi riguarda, non ci vedo nulla ne di moderno ne di accogliente, ma solo un cazzotto nello stomaco e uno in faccia. Come ho già avuto occasione di dire, a queste strutture gli andrebbe data la medaglia d’oro del primato della bruttura e per essere del tutto disinserite dall’ ambiente che le circonda.

  89. I bivacchi nelle Alpi sono poco utilizzati e si trovano spesso in cattivo o pessimo stato manutentivo. Non serve crearne di nuovi, ma ristrutturare o sostituire quelli esistenti, magari anche con strutture moderne e accoglienti.
    Una cosa sicuramente da togliere in montagna, oltre ai bivacchi inutilizzati, generalmente piuttosto brutti anche se vecchi di 100 anni, è questa pesante e stucchevole retorica di chi scrive: “La montagna non chiede oggetti. Chiede distanza. Chiede silenzio. Chiede vuoto. Se vogliamo difenderla davvero, bisogna smettere di cercare dove aggiungere e iniziare a capire dove togliere”. Ma basta!

  90. Enri…”basta (basterebbe) lasciarla come si trova” 
    magari, solo che che in questo paese la parola MANUTENZIONE è solo nel vocabolario, e quindi ogni progettista deve lasciare il proprio segno! Un esempio in Trentino, il bivacco “alla madonnina” in Vigolana, diventato ormai la meta, e spesso fatto proprio da certi escursionisti. Per la cronaca a 20minuti  con bel tempo, vi è il rifugio Casarotta! Fino al  2015 era praticamente deserto ed effettivamente utilizzato per le emergenze.Ora basta  accedere sui social.
    Ma forse è così il trend…tra l’altro sponsorizzato dalla pubblica amministrazione in questo caso trentina

  91. Caro Giorgio, comprendo quello che dici, certamente ci sono cose ben peggiori che un bivacco ma, a mio avviso, fa tutto parte della stessa mentalità e cioè avvicinare la montagna alla gente e non il contrario. Non è certo un nuovo bivacco Hess a compromettere l’ambiente circostante ma la mentalità dell’aggiungere e non non del togliere. Riprendiamo il caso della Capanna Carrell, per cui si è dato seguito ad una nuova costruzione a mio avviso molto discutibile. Nell’estate del 2025, senza capanna, disponibile, non poca gente alle due di notte partiva dall’Oriondè, per fare una signora salita. Ma tant’è si è deciso di costruirne una nuova….era davvero necessario?
    Quanto all’andare in montagna, non ho detto che la montagna è solo per i giovani, per chi si allena: è per tutti. Per tutti coloro che, nell’impegno a migliorarsi, anche a 80 anni, uniscono l’esperienza della fatica al vivere l’ambiente. Per questo credo che andare in montagna sia di soddisfazione anche nel dover ridimensionare i propri obiettivi. Parli con uno che, ancora obiettivamente piuttosto giovane, ha dovuto fare, per guai fisici,  rinunce enormi rispetto a quello che facevo anni fa. Ancora oggi mi brucia da matti tutto questo ma, con la stessa passione, cerco di fare quello che posso e ogni giorno aggiungere un passo, un metro anche se il risultato finale rischia di essere ridicolo se confrontato con il passato. E non mi interessa usare mezzi artificiali, qualsiasi essi siano, per raggiungere una vetta quando anni fa magari la salivo di corsa o quasi. Comunque ognuno è libero di vivere la montagna come vuole, a trenta o a settanta anni, basta (basterebbe) lasciarla come la si trova.

  92. Completamente d’accordo con Daidola. Ci sono bivacchi che fanno parte dell’ambiente in cui sono perfettamente inseriti e permettono,  a chi non ha, ho non ha più,  la forza di poter fare tutto in velocità e in autosufficienza, di vivere comunque certi luoghi. Certo non ne vanno costruiti di nuovi solo per l’egoismo di lasciare un proprio segno, il proprio nome. Devono essere semplici, essenziali, inseriti e mimetizzati nell’ambiente che li circonda e non assomigliare a delle astronavi.

  93. Ai vecchi come me (e ce ne saranno sempre di più…) i bivacchi possono essere molto utili per raggiungere molte cime e sopratutto per fare certe traversate.  A una certa età non basta infatti allenarsi duramente, caro “Enri”! Anzi talvolta allenarsi troppo ha effetti negativi.  Mi dirai che  sarebbe meglio che i vecchi lenti e stanchi stessero a casa a fare i soprammobili, che capissero che per loro è finita, che la montagna è per i giovani. Forse hai ragione ma, augurandoti di superare gli ottanta, sappi che per chi ha fatto certe cose in montagna non è così semplice e piacevole rinunciare. Quindi io penso che sia errato sparare a zero sui bivacchi, c’è ben altro da demonizzare come costruzioni (edifici, strade, impianti di risalita, ecc…) in montagna! Evitiamo innanzitutto i progetti dei bivacchi  degli architetti moderni, brutti da vedere, poco funzionali e poco duraturi, ritorniamo a bivacchi semplici e frugali, quelli che non mi pare offendano la montagna più di tanto e  che non sono facili da raggiungere. Insegniamo piuttosto ai frequentatori ad amarli,  a tenerli puliti, a considerarli parte della montagna che vanno a visitare. Sarà difficile ma non è impossibile. Evitiamo soprattutto di volerli considerare alla stessa stregua delle orribili struttture olimpiche. A differenza di queste ultime i veri bivacchi, ossia quelli distanti e difficili da raggiungere non hanno affatto bisogno degli architetti di grido per essere progettati e per svolgere egregiamente la loro funzione. Bastano progettisti seri che conoscano la montagna. Che però non potrebbero fruire dei finanziamenti “olimpici”: ecco il vero problema…

  94. Ho già scritto fin troppo sull’invasione indebita di bivacchi “inutili” e privi di ratio alpinistica. E’ tutto agli atti. Bisogna iniziare a togliere dalle montagne tutto il “sovrappiù antropico” e non ad aggiungerne di nuovo.

  95. Penso con orrore alla cattiva architettura che ha devastato la val d’Aosta per esempio o la val di Fassa. L’imitazione dei motivi tradizionali, dalle lose sul tetto ai ballatoi sulle facciate,  non assolve la speculazione edilizia che ha compromesso l’armonia naturale della montagna. Non si tratta di rifiutare l’innovazione architettonica, ma di evitare ogni costruzione che non sia necessaria.

  96. Non abbiamo bisogno di nuovi bivacchi. Anzi alcuni andrebbero tolti. E lo spirito di chi va da Alagna alla Margherita non andrebbe demonizzato perchè, oltre ad alcuni imbecilli che si credono Cazzanelli e non lo sono, altri hanno capito che, allenandosi duramente, invece di dormire in bivacco, si può andare diretti. Mi spiegate a cosa serve il bivacco Camardella? 

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