Darshano Luggi Rieser – 2

Darshano Luggi Rieser in Valle del Sarca
di Alessandro Gogna
(pubblicato su Lo zaino n. 15, autunno 2021, scaricabile da qui)
(continua da https://gognablog.sherpa-gate.com/darshano-luggi-rieser-1/)

Luggi “Darshano” Rieser, con Hartl Enthofer, Hannes Schmalz e Maria Lhotta apre sulla Cima alle Coste Zylinder Weg (300 m, VI+), una via tradizionale su una placconata compatta, un capolavoro di coraggio e tecnica terminato il 21 novembre 1981. Destinazione Paradiso la incrocerà alla prima sosta. La prima ripetizione è di Marco Pegoretti e Gianna Vegoscocco. Diego Filippi: “Grande e bella via tradizionale. La linea è logica ma difficile da intuire. La soddisfazione in questa salita sta proprio nel trovare, metro dopo metro, la naturale sequenza dei tratti deboli che permettono lo progressione. Durante le ripetizioni sono stati aggiunti, lungo il tiro chiave, dei chiodi a pressione, rovinando così questo piccolo capolavoro alpinistico”.

Il 17 aprile 1982 Ludwig Rieser e Erika Rikki Sulzenbacher terminano sulla parete sud-est della Cima alle Coste il loro capolavoro Sodoma e Gomorra, 600 m, VI, VII, cui va aggiunta la salita iniziale sull’Antiscudo per la non difficile via già seguita all’epoca della Zylinderweg. Darshano ci scrive d’aver piantato in tutta la via 5 chiodi di sosta (uno rimasto) e di aver usato solo un friend e 4 nut. Compiono l’impresa in un pomeriggio, tutta la mattina è impiegata alla ricerca di una corda, dopo il furto della loro. È il primo VII dichiarato in Valle della Sarca. La via sarà temutissima per difficoltà, qualità della roccia, proteggibilità. La prima e unica ripetizione è di Marco Pegoretti ed Edoardo Covi, 11 giugno 1989.

Darshano e il suo ottimo amico di questi giorni, Hannes Schmalzl, artista autore della vignetta “ZylCartoon”. Foto: archivio Darshano Luggi Rieser.

Storia dell’apertura di Zylinderweg
di Darshano Luggi Rieser (traduzione di Walter Polidori)

«Hannes, cui ero molto amico in quel momento, la sua fidanzata Maria ed io, eravamo sulla via per Arco, e la prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di prendere in giro i nostri amici Marti e Othmar, inesperti di Arco, che erano con noi: quando siamo passati attraverso il canyon prima della Val Gardena, improvvisamente ci siamo fermati in un parcheggio sotto una trascurabile, insignificante piccola parete e siamo scesi dalla macchina come se fossimo già arrivati alla meta del nostro viaggio. Abbiamo allungato le nostre membra e indicato delle rocce friabili assolutamente non interessanti, parlando con entusiasmo di queste grandi pareti (anche se in realtà si trattava di piccole pareti). Abbiamo iniziato a prendere il nostro materiale da arrampicata dal bagagliaio della vettura e a metterci le nostre scarpe da arrampicata. Affermazioni come “sicuramente vi piacerà la Stenico” suonarono attraverso l’aria, e con entusiasmo abbiamo indicato a Hartl e Othmar, che non erano mai stati ad Arco prima e che quindi non sapevano che non eravamo ancora arrivati lì, un diedro strapiombante più in alto, che avrebbe potuto essere raggiunto solo combattendo terribilmente con un fitto sottobosco. I loro volti diventarono lunghi, e ancora più lunghi, e Othmar lasciò cadere rassegnato la testa verso il basso sul volante, disperatamente deluso. Hartl chiese con un’espressione visibile di rabbia: “Così ora queste sono le vostre alte pareti di Arco?”… In quel momento non potevamo trattenerci più e scoppiammo in una forte risata. Quando poi abbiamo ributtato il nostro materiale da arrampicata in macchina per continuare il nostro viaggio, si sono resi conto del brutto scherzo che gli avevamo fatto… Guidando verso Arco siamo passati sotto le impressionanti pareti est del Monte Casale e del Monte Brento, alte fino a mille metri, e in particolare abbiamo visto lo scudo di roccia di Cima alle Coste. Abbiamo sgranato i nostri occhi e abbiamo deciso di aprire una via su quelle lastre di roccia fantastica. Per quanto ne sapevo, esisteva un percorso di Messner, Holzer e Steinkötter nel grande diedro, ma ho pensato che il ripido scudo liscio fosse ancora inviolato. Abbiamo percorso in free solo gran parte della parete che fa da piedistallo alla parete superiore (l’antiscudo, una combinazione della via Carlo Magno e un nuovo delicato traverso esposto), che ci ha portato alla base dello scudo con le placconate dei nostri sogni che riflettevano magnificamente i raggi del sole. Io ho arrampicato col mio nuovo frac color oro splendente e il mio cilindro color oro scintillante, Maria con il mio precedente casco a cilindro, Hannes con uno scherzoso vestito rosa; solo Hartl, che era diventato sindaco a casa, è salito con vestiti che si addicono alle persone di alto rango. Othmar, i cui nervi erano stati scossi poco prima dal delicato traverso non protetto, fece cenno di no e smise di arrampicare. Così siamo andati avanti per alcuni meravigliosi tiri, e la fantastica arrampicata più e più volte ci ha ispirato a cantare con entusiasmo l’lnno alla Gioia alle soste. Sorprendentemente ci siamo imbattuti in alcuni spit sottili qua e là, che però sono finiti quando la roccia è diventata più ripida e liscia, in corrispondenza di un rigonfiamento. Hannes, arrampicando con Maria, attraversò a sinistra bypassando la zona con un semicerchio, piantò un chiodo in una piccola fessura come protezione intermedia, e raggiunse la parte superiore del rigonfiamento (variante Think-Pink). lo, assicurato dall’attento Hartl, ho preferito andare su dritto per una linea diretta e danzando su piccole croste e irregolarità, ho portato me stesso più avanti su salti di roccia e, senza mettere alcuna protezione intermedia, sono salito lentamente e deliberatamente, in alto, sempre più in alto. Quarantacinque metri dopo ho fatto sosta. Le principali difficoltà erano dietro di noi. Arrivati all’uscita del nostro percorso Maria e io di nuovo abbiamo cantato ad alta voce l’lnno alla Gioia di fronte ad un grande paesaggio, in onore della parete, in onore dei nostri cappelli a cilindro, in onore della splendida scalata… Solo più tardi sono venuto a sapere che i pochi spit che avevamo incontrato appartenevano al grande specialista di prime salite Giuliano Stenghel, che stava lavorando su questa via. Gliel’avevamo portata via da sotto il naso! Spiacenti Giuli!».

La prima ascensione di Zylinderweg è stata un veloce “veni, vidi, vici”. E l’inizio di una meravigliosa amicizia tra Hartl e Darshano. E quando Darshano, cantando “L’Inno alla Gioia” alle soste, lasciando vagare lo sguardo intorno ha visto un grande pilastro di roccia a destra, non ha resistito nel tornare e scalarlo, con la bella bionda Rikky. Ne è uscita una nuova via di arrampicata di 700 metri, Sodoma e Gomorra, che nei libri recentemente pubblicati sulla Valle del Sarca viene indicata come la prima via alpinistica di VII grado della zona. Finora si conosce una sola ripetizione (Marco Pegoretti ed Edoardo Covi). Foto: Harl Enthofer.

L’apertura di Sodoma e Gomorra
di Darshano Luggi Rieser

Ma davvero sto scalando qui? Non è da matti cercare ancora un modo di andare avanti su questo terreno barbarico. Cosa ci ho perso qua, se in ogni modo non voglio chiodare né appendermi in artificiale per imbrogliare questo strapiombo senza appigli (figuriamoci mettere anche un solo spit)?

Se comunque sono pronto a scendere a doppie se non è proprio possibile salire in libera? Tanto più con una corda da 11 mm presa a prestito, pesante e lunga quasi 100 metri.

L’hexentric messo 20 m sotto, l’unica protezione in questo tiro, è già uscito di sede e, appeso al rinvio, ha già raggiunto Rikki che mi assicura.

Lei non si sta divertendo molto. Perché nel frattempo io, così „alleggerito“, sono in punta di dita su una placca delicata 40 m sopra di lei. In caso di caduta andrei a sbatterle addosso. Cerco di calmarla, le faccio notare che la mia caduta non la strapperebbe dalla parete, perché quella lama di roccia tagliente che ho giusto sotto trancerebbe la corda. Ma anche questo sembra non sollevarla molto.

Ma non ho tempo di pensarci, ora. Meglio concentrarsi sui prossimi 5 metri. Ho da traversare sulle dita una minuscola cornice, per raggiungere una fessura da dita un po‘ più in alto a sinistra. Quella forse mi permetterà di mettere qualcosa.

Quindi, con quella fessura (ammesso di avere forza e nervi a sufficienza) dovrebbe essere possibile „fregare“ la pancia che ho al di sopra. Fregare? Sì, proprio così!

E magari posso anche fregare il doppio tetto che c’è sopra? Dunque dovrei insistere ancora? Magari non è una follia. E comunque sarebbe un gran bel colpo riuscire a salire questa parete in una botta sola! Diciamo una “ground-up”.

Quando, poco dopo, anche tirando la corda come un pazzo, non riesco ad andare oltre, per fortuna arrivo a un tetto con giusto una fessura sotto nella quale riesco a incastrare blocchetti e nut per una sosta.

Sale Rikki e osservo tutti i suoi movimenti eleganti per raggiungermi, allungamenti, spinte, spaccate…

Riparto. Incastro le dita nella fessura dopo e presto raggiungo una placca con una crepa nella quale infilo due nut sottili. Ora il passo-chiave. Vado deciso, ma già al secondo movimento mi si rompe un appoggio che va a colpire la testa di Rikki. Scendo in arrampicata all’ultimo gradino decente, mentre il sangue comincia a scorrerle sul collo. Si fa una fasciatura di emergenza con la maglia, stringendo i denti coraggiosamente. Meno male che è ancora in grado di assicurarmi sul passo-chiave, che è un bel VII grado. Se mi fossi fatto male, sarebbe stato un vero disastro. Un’occhiata giù per le centinaia di metri di vuoto mi convince che devo salire questa microscopica fessura, e alla prima.

On sight!

Un ristabilimento, tre mosse statiche e due dinamiche mi portano alla fine della placca e di nuovo su un terreno più appigliato. Però adesso diventa tutto assai friabile, sempre di più devo rinunciare a usare appigli e appoggi grossi, del tutto infidi. Mi devo accontentare della roba più piccola. La roba più grossa la butto giù, stando attento a non colpire Rikki. La corda mi tira l’imbrago in modo insopportabile e mi richiede altri sforzi in più (le mie corde mi sono state rubate da poco, così avevamo chiesto al soccorso alpino questa corda, di almeno 93 m). Tra l’altro è anche tardi, adesso: non c’è tempo di lamentarsi della corda.

In fin dei conti abbiamo attaccato questa salita di 700 metri alle 12.30, è solo aprile e il buio arriva presto. Il solo vantaggio di una corda così lunga è che posso fare tiri mostruosi fino a 70 m!

Dopo altre due lunghezze, con le quali non guadagniamo molto in altezza per i continui traversi necessari, inizia a far buio. I paesi sotto hanno acceso le luci della sera, si vede die fari delle auto sulla strada, mentre tutto attorno a noi si tinge di nero. Una lunghezza la facciamo completamente al buio: la ricompensa è il trovare una fenditura verticale disposta su una cengetta dal fondo erboso proprio sotto alla vetta. Ci infiliamo, ci incastriamo in piedi, come sardine. Qui dentro saremo riparati dal vento freddo, ma senza sacco da bivacco, vestiti caldi, cena e colazione. Al buio mai sarebbe possibile, neppure oggi, trovare la discesa da questa montagna!.

PS: nel 1989, sette anni dopo la mia prima ascensione con la bionda Rikki, fatta in corsa contro il tempo lungo quel muro un po’ lugubre, durante il grigio pomeriggio del 17 aprile 1982, Marco Pegoretti ed Edoardo Covi si sono aggiudicati la seconda ascensione. Bravi, ragazzi!

La tuba, il cilindro, sembra essere il marchio di fabbrica di Darshano. Ma c’è molto di più: è anche sinonimo di giocosità, estetica, eleganza, fantasia e narrazione. Proprio come le bolle di sapone, che Darshano portava con sé nei suoi anni con i “Vertical Beatles”. Foto: Hp Jesus Schrattenthaler.

Intervista a Darshano Rieser
di Walter Polidori
(aprile 2021)

Quando e come è nata la tua passione per l’arrampicata?
Rispetto ad oggi, dove molti ragazzi e ragazze iniziano ad arrampicare già a 5 o 6 anni, per diventare abbastanza forti e abili da poter appartenere ai “grandi protagonisti” del mondo dell’arrampicata, una volta cresciuti, ero un “late calling”, sono stato chiamato in ritardo. È stato solo quando avevo 18 anni che ho iniziato ad arrampicare e ad andare con il deltaplano. Ma, in qualche modo, ho avuto la grazia della “crescita veloce”. Allora l’arrampicata era rimasta bloccata e aveva bisogno di essere liberata (salite eroiche, conquiste caratterizzate da prime ascensioni effettuate con un atteggiamento esageratamente serio e molto ostinato, con uno stile di arrampicata in parte artificiale, invece dell’arrampicata libera orientata al facile). Nel periodo del mio anno di nascita sono nati diversi ragazzi nordtirolesi (e un po’ più tardi una ragazza veneziana…) che sono diventati anch’essi alpinisti. Abbiamo avuto la fortuna di incontrarci e di godere insieme meravigliose arrampicate. Era – lo disse un giornalista di montagna alcuni anni fa – come se tutti i membri dei “Vertical Beatles” si fossero ritrovati: Heinz Mariacher con i suoi occhiali rotondi di nichel, nei panni di John Lennon, Darshano come l’infinitamente creativo Paul McCartney, Reinhard Schiestl, il genio silenzioso dell’arrampicata, nei panni di Ringo Starr, Peter Brandstätter nei panni del talento segreto George Harrison e Luisa lovane, la meraviglia femminile dell’arrampicata, nei panni di Yoko Ono. Solamente che la nostra passione non era “rock and rhyme”, ma piuttosto “rock and climb!”.

L’upgrade di frac e tuba è: un frac dorato e una tuba dorata! Da questa foto sono usciti cartelloni e poster, e Darshano ha sentito da molti alpinisti che questo li ha davvero ispirati (a quanto pare erano pazzi quanto lui). Nella foto Darshano, prima rotpunkt di White Crack, Colodri, nel 1982. Foto: Paul Koller.

Che importanza ha avuto per te il passaggio da Luggi Rieser a Swami Prem Darshano? Cosa ha significato per te?
Soprattutto Heinz Mariacher, con il quale non ho solo fatto arrampicate innovative, ma anche avventure in deltaplano da fare rizzare i capelli, aveva una apertura mentale come la mia. Ci siamo ispirati a vicenda, incredibilmente.

C’era profondità e intensità nel nostro modo di fare, una sovrabbondanza di energia che, nel mondo esterno, poteva essere espressa solo con azioni esplosive “sulla roccia” e “nel vento”, e, nel mondo interno, con lo “sprofondare sempre più nel silenzio e nel perdersi in esso”. Per quanto riguarda il mondo interiore, Heinz ha sperimentato le tecniche di “intrufolarsi nel buio”, “dormire sugli alberi” e “sentire le mani nei sogni”, mentre io sperimentavo la “quiete degli occhi neri aperti”, la “meditazione ZaZen” e il metodo della “scomparsa nel nulla”. I maestri di Heinz, per così dire, erano Don Juan e Don Genaro di Castaneda, i miei maestri erano Erich Fromm, Osho e “il silenzio” stesso. Sono andato in India alla ricerca del passaggio di confine interno (Osho-Rajneesh- Ashram e Ramana Maharshi-Ashram), e in Nepal, alla ricerca del passaggio di confine esterno (Annapurna – parete nord-ovest, Himalaya 8000 expedition, con Reinhold Messner, Hans Kammerlander, Reinhard Schiestl e Reinhard Patscheider).

Ma per tornare alla domanda, la transizione in realtà non è da un nome a un altro, la vera transizione è il riconoscimento che la sensazione di “io”, di “sé”, di “separazione” è un’illusione. La vera transizione è il riconoscimento che c’è unità. E questo riconoscimento non accade a me, né a nessun altro, perché questo “io” sarebbe di nuovo separato. Succede semplicemente. E con questo, tutte le ideologie fondamentaliste cadono a pezzi. La frase di Jean-Paul Sartre “L’enfer, c’est les autres” (l’inferno, sono gli altri), è solo una metà. L’altra metà è: “et les autres, c’est moi!” (e gli altri, sono io). È troppo difficile da capire, in realtà può essere solo sperimentato.

Odyssée è un altro fiore nel giardino dell’amicizia di Darshano-Wolfi”. È la prima salita alpinistica al mondo, su calcare, di grado IX, senza spit o passaggi artificiali. E ha un aneddoto divertente: prima che Darshano osasse eseguire il run out del tiro chiave del diedro, sul bordo sinistro in alto ha sprecato molta potenza per martellare un ultimo chiodo, ma quando questo chiodo è stato piantato e il moschettone agganciato, aveva cosi tanta fretta di fare il runout il più velocemente possibile, per risparmiare l’ultima energia rimasta, che si è dimenticato di agganciare la corda al moschettone nel chiodo … “A proposito: una volta provate questa posizione di bilanciamento!”. Foto: Wolfgang Müller.

Le tue arrampicate col frac sono entrate nella storia, perché hai iniziato a vestirti con frac e tuba? Si tratta di un gesto di “ribellione” nei confronti dell’alpinismo eroico, oppure ci sono altre motivazioni?
È una ribellione, è una questione di estetica, è una questione di giocosità. Basta visualizzare Darshano, seduto su un piccolo bordo nel mezzo di una parete nord verticale, i piedi penzoloni giù nell’abisso, la tuba sulla sua testa, le labbra increspate fischiano una melodia allegra e soffiano bolle di sapone colorate nell’aria, occhi scintillanti le guardano danzare nel vento e il silenzio beato entra nel suo cuore… Qualcos’altro da dire?

La tuba racconta storie, porta fantasie, sogni e spensieratezza. Nei primi anni, con Heinz Mariacher, Reinhard Schiestl & Co, mi piaceva portare con me le mie bolle di sapone, quando arrampicavo.

Ora, a 65 anni, ancora arrampico e faccio belle prime ascensioni. Lo adoro, per creare “opere d’arte”, come le 21 nuove vie nelle Alpi dello Zillertal, sulla parete nord del Spiegelwand, o le quattro nuove vie di granito vicino alla Plauenerhütte, con “ART PROJECT tempo-spazio-io”, o le otto nuove vie sulla parete sud-ovest del Taufen, con il progetto “DOUBLE-QUARTET”, in combinazione con le canzoni di André Heller e i miei testi, la mia poesia. Mi piacciono cose del genere.

E anche oggi, ogni volta che apro una nuova via, indosso la mia tuba. Esprime il mio modo di arrampicare come arte, semplicità e magia giocosa.

Seduto al sole del mattino, Darshano è “pronto per partire per la spiritualità”. Il Mala (ghirlanda indiana) al collo, tutto vestito di rosso. L’energia dell’amicizia di Darshano con Wolfgang Müller è culminata con diverse prime ascensioni al Wilder Kaiser Gebirge, percorsi meravigliosi come Sinfonie in Rot (Sinfonia in rosso), Neue Dimension des Herzens (Nuova dimensione del cuore), Mythomania o Odyssée (prima apertura alpinistica di grado IX senza spit o passaggi in artificiale). “Arrampicata libera, vita libera, essere liberi”. Foto: Wolfgang Muller.

Nel periodo di punta della tua attività in montagna, ti sei reso conto di essere uno dei pochi esponenti al vertice dell’alpinismo mondiale?
Sì e no.

“No”, perché era così autentico che abbiamo fatto quello che abbiamo fatto. E come l’abbiamo fatto. Per noi è stato assolutamente naturale salire ad alta velocità, su e giù, verso l’ignoto, spensierati, rilassati. E un secondo “No”, perché non eravamo professionisti, eravamo solo cosiddetti scalatori del fine settimana, e non ci importava cosa avrebbero pensato gli altri, se ci avessero guardati fare quello che abbiamo fatto, come l’abbiamo fatto, e come eravamo vestiti quando lo abbiamo fatto. Non ci importava quali usanze fossero consolidate, se la storia alpinistica potesse condannarci in qualche modo, oppure lodarci. Stavamo solo facendo le nostre cose.

E “Sì”, perché sapevamo che questa o quella sfida alpinistica erano già state tentate più volte, invano, da noti alpinisti, e noi ce l’avevamo fatta, anche i cosiddetti “ultimi problemi”. E un secondo “Sì”, perché siamo venuti a sapere cosa sussurravano di noi altri alpinisti e abbiamo sentito quanto siamo diventati “famigerati” noi e le nostre vie, nel tempo.

Sono stato ancora più consapevole di aver avuto il mio ruolo nella storia dell’alpinismo, quando è stato chiaro che la mia lista di circa 300 prime ascensioni comprendeva anche quelle vie alpinistiche che, su calcare, senza spit e senza passaggi artificiali, per la prima volta in tutto il mondo, hanno stabilito i nuovi livelli di difficoltà oltre il VI grado, vale a dire VII, VIII, IX e X grado:

• VII grado di difficoltà; Elfenbein-Pfeiler (*), VII-, Pilastro d’Avorio, Marmolada, 1979 con Heinz Zak e Sphynx (*), Wilder Kaiser Gebirge, VII, 1979 con Reinhard Schiestl;

• VIII grado di difficoltà; Mephisto, VIII-, Sass dla Crusc, parete ovest, 1979, con Reinhard Schiestl;

• IX grado di difficoltà; Odyssée, IX-, Fleischbank parete est, 1984, con Wolfgang Müller;

• X grado di difficoltà; Steps across the border – Senkrecht ins Tao, X-, parete sud, Marmolada, 1995, con Ingo Knapp e in parte Hp J. Schrattenthaler.

Dopo queste realizzazioni, è stato difficile per me ignorare il mio posto nella storia alpinistica.

(*) Qualcuno potrebbe dire: ma il Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc e la e Pumprisse al Fleischbank non sono stati aperti prima? Sì, ma su queste due vie gli apritori hanno dovuto prima superare dei passaggi in arrampicata artificiale per raggiungere i tiri chiave superati in arrampicata libera.

A Darshano “non piace solo arrampicare e volare, ballare e cantare, comporre e scrivere, creare musica e arte, amare e fondersi nell’amore, avere figli e famiglia, meditare ed essere rilassato senza l’ego. Lui ama anche lavorare sodo e con dedizione“. Foto: Hp Jesus Schrattenthaler.

Quanto ha contato, nella realizzazione delle tue salite, l’allenamento per l’arrampicata?
All’inizio non c’era nessun allenamento, ma dopo aver letto tanti vecchi libri sull’alpinismo, come quelli scritti da Karl Lukan, ad esempio Wilde Gesellen vom Sturmwind umweht (Ragazzi selvaggi spazzati dal vento di tempesta),

o quelli di Gaston Rébuffàt, ad esempio Tra la terra e cielo, e soprattutto i libri di Hermann Buhl, come 8000 drüber und drunter (tradotto in italiano con E’ buio sul ghiacciaio, NdR), ho iniziato a provare ad allenare le mie dita in diversi modi. Sono stato ispirato dall’idea di Hermann Buhl, di premere palle di neve in inverno e palle da tennis in estate, ho fatto traversi su pilastri di ponti o muri di cimitero come Reinhold Messner e – come fanno i bambini – ho scalato scherzosamente blocchi di granito sul lato delle strade (non era conosciuto il bouldering in Europa a quei tempi).

A proposito di bouldering: da piccolo, all’età di due anni, giocavo sul balcone con mia sorella Moni. Siamo rimasti incustoditi perché mia madre pensava che la ringhiera fosse abbastanza alta e quindi credeva che fossimo al sicuro. Nessuno pensava che un piccolo nano come me avrebbe mai potuto salire sulla ringhiera del balcone. Ma l’ho fatto. Oggi si chiama bouldering! E volevo scendere dall’altra parte… Caddi di due piani, su un muro da giardino, sette metri più in basso. Mia madre era seduta sul water in bagno, quando la mia sorellina di tre anni Moni, andò da lei di corsa, urlando: “mamma, mamma, Luggi caduto balcone, Moni non colpa, Moni brava bambina!”. Sulla strada per l’ospedale di Innsbruck, a bordo di un vecchio Maggiolino Volkswagen, su una brutta strada innevata e ghiacciata, mia madre, seduta sul sedile posteriore, mi aveva fatto sdraiare sulle sue ginocchia; era in preda al panico, perché la mia testa stava diventando sempre più gonfia, il colore del mio viso diventava rosso e blu a poco a poco, e io ero inconscio. Era chiaro che anche allora ero un bambino troppo testardo per la morte, ma dovetti stare a letto per settimane, con una gamba steccata rigidamente e appesa per il tallone, verso l’alto, verso il cielo, dove il mio angelo custode mi confortava, ma anche mi stuzzicava sul fatto che potevo fare boulder abbastanza bene, ma che dovevo ancora imparare ad arrampicare senza cadere!

Tornando alla domanda, quando stavo con qualcuno dei miei compagni dei “Vertical Beatles”, il nostro “allenamento” per l’arrampicata era l’arrampicata stessa. Ma non solo in salita, come al solito, ma anche in discesa, in traverso, solo, in inverno, con tempo piovoso, al chiaro di luna, ogni volta!

Successivamente, quando sono comparsi i miei nuovi amici Jesus Schrattenthaler, Ingo Knapp, Wolfgang Müller, ecc., ho iniziato a fare anche “allenamento a secco”, ma sbagliando completamente per anni: allenamento di resistenza con le dita prima, allenamento di forza massima in seguito. Solo dal famoso Reini Scherer abbiamo poi finalmente imparato che deve essere il contrario e, soprattutto, che l’allenamento di forza massima deve essere molto più breve e molto più intenso. Tuttavia, il mio vantaggio non è mai stato quello di essere il più forte, ma di riuscire a salire anche molto vicino al mio limite quando non ero protetto, e di avere un’intuizione piuttosto buona.

Secondo Darshano: “La discesa in corda doppia può essere considerata un monumento di estetica, arte e simmetria. E, si potrebbe ammetterlo o no, il cilindro indossato è il puntino sulla “i”. Anche il ghiacciaio, poche centinaia di metri più in basso, sembra aumentare l’impressione di tutto questo, con la sua geometria, e dà il suo contributo all’immagine“. Foto: Hp Jesus Schrattenthaler.

Ci sono stati degli alpinisti che, per te, hanno rappresentato un esempio da raggiungere per obiettivi ed etica?
Nei momenti in cui ho ripetuto molte delle grandi vie alpinistiche, come la Philipp-Flamm al Civetta, la via dei Fachiri alla Cima Scotoni (quarta ripetizione), la Schiefer Riss al Sagzahn-Pfeiler (quinta salita), e così via, ho considerato quattro free-climber come molto speciali: Enzo Cozzolino, Hias Rebitsch, Hans Vinatzer e Reinhold Messner.

Ma quando ho iniziato ad aprire le vie per conto mio mi sono rivelato ancora più purista. In tutti i decenni passati a scalare e fare prime ascensioni, non ho mai aperto una via alpinistica con un passaggio artificiale, ho sempre rifiutato gli spit (anche alle soste), non avevo neppure uno singolo spit con me, come ultima riserva per mettermi al sicuro in caso di emergenza. Il fatto che non usi gli spit e che disapprovi l’arrampicata artificiale, non è solo una ponderazione dei “pro e contro” dell’avventura e del plaisir: è anche che io sono proprio così, io sono come sono o, piuttosto, io non sono, quindi non c’è nessuno che ha bisogno di decidere, nessuno che ha bisogno di giustificare, nessuno che ha bisogno di essere migliore, nessuno che ha bisogno di essere diverso. Il riconoscimento che l’io è illusorio allevia tutto. Permette addirittura di ammirare Enzo, Hias, Hans e Reinhold, senza bisogno di seguirli. Le cose stanno giusto accadendo mentre stanno accadendo. Non è meraviglioso?

Parlami della tua personale etica nei confronti dell’apertura di una via.
C’è una grande varietà di stili di apertura di vie, nel mondo dell’arrampicata. Tutti sono legittimi, se usati nel posto giusto. lo, o meglio, quello che è quello che è me, apre percorsi con un mix di curiosità, impulso creativo, spinta avventurosa e uno strano tipo di forza per il perfezionismo e l’ottimizzazione. Non sono proprio io a farlo, sono solo un testimone. Semplicemente succede. Comincio dal basso, senza controllare in anticipo calandomi lungo la parete, sapendo solo cosa mi dicono gli occhi, o il binocolo, o le fotografie su una possibile linea da realizzare. Mani e piedi arrampicano, la mente si diverte a trovare piazzamenti per nut e friend. Il corpo si muove e danza, le labbra sorridono quando gli occhi scoprono la possibilità di infilare una clessidra. C’è una relazione magica tra dita e roccia, l’artigiano che c’è in me ride quando un dado può essere posizionato in modo sofisticato, o un piccolo strapiombo sopra la mia tuba mi attira, salutandomi e dicendomi: “eccomi, vieni e usa le mie prese!”

Movimento, gioia e sfrontatezza! Ovviamente a volte è anche freddo e tempestoso, frustrante e stancante. Ma c’è una forza irrefrenabile, una potenza folle che mi spinge verso l’alto. Ultimamente, l’impulso di creare opere d’arte contigue, collegando le nuove vie in modo coerente, è per me travolgente. E sebbene le prime ascensioni, a causa della mia età, non siano più molto difficili, appartengono a quelle più appaganti. Questa è la meraviglia dell’arrampicata su roccia. Puoi adattarla a ogni periodo della vita e tuttavia sarà sempre un’immensa emozione.

“Il frac nella foto non sembra più adatto ad alcuna opera di Giuseppe Verdi o Richard Wagner, anche se la sua condizione sembra gridare per i testi di Lohengrin (opera romantica tedesca scritta e composta da Richard Wagner): “non me lo chiederai mai/non preoccuparti di sapere/da dove ho viaggiato/qual è il mio nome/o qual è la mia origine!”. Foto: Wolfgang Müller.

Vista la tua bravura in arrampicata, ai massimi livelli, come hai vissuto il rapporto con i tuoi compagni di cordata? L’amicizia che valore ha avuto nelle tue salite? Qual è il compagno di cordata con cui ti sei trovato più a tuo agio?
Mi piacciono gli esseri umani. C’è amore per qualunque cosa. E c’è una grande disponibilità in me a farmi coinvolgere in qualsiasi situazione, ad accontentarmi, ad arrendermi a ciò che è, a ciò che deve essere fatto in questo momento, per chi è con me nella vita. Non solo, ma ovviamente soprattutto, per la mia amata Birgit e i miei figli.

Un compagno di cordata, figuriamoci un compagno di cordata per una prima ascensione, è la persona del momento. Questa persona non ha solo letteralmente la tua vita nelle sue mani, con questa persona stai ballando un’avventura, basata sulla sopravvivenza e la realizzazione dei sogni. “A cling together, swing together!”. Se non si è amici è un peccato!

La mia amicizia con i partner nell’apertura delle vie, anche se non sempre è stata del tutto compresa dagli altri, è stata sempre al cento per cento, ancora oggi! Tuttavia, c’erano spesso delle affinità leggermente diverse con le varie persone. Heinz Mariacher, ad esempio, è stato un’anima gemella assoluta nello sperimentare il deltaplano, il mondo interiore e l’arrampicata. Hp Jesus Schrattenthaler è l’amico della vita dal primo all’ultimo giorno, proprio come Wolfgang Wolfi Müller. Tschak è un amico che è il mio partner più importante di oggi nell’apertura di vie. L’amicizia con Reinhold Messner è silenziosa e l’amicizia con Gerhard Hörhager assopita, così come quella con Heinz Zak, mentre il legame con Peter Habeler è per lo più spontaneo, proprio come quello con Paul Koller, Uwe Eder, Anderl Aschenwald, così come con Hans Kammerlander e Beat Kammerlander… Tuttavia, non ho mai avuto un compagno di arrampicata con cui mi sentissi davvero a disagio. Anzi. Si sono comportati tutti in modo disponibile, sono stati molto affidabili, responsabili, a modo loro adorabili, e soprattutto con una buona vena umoristica, il che è molto, molto importante!

Ritratto 2021 – Foto: Hp Jesus Schrattenthaler.

La tua via Steps across the border – Senkrecht ins Tao (spesso chiamata a torto Terra incognita) in Marmolada è un capolavoro di arrampicata libera, con protezioni ridotte al minimo. Cosa ti ha dato la forza di proseguire con questo progetto futuristico per ben 12 anni?
Riguardo Steps across the border – Senkrecht ins Tao (*), quando io e Ingo l’abbiamo iniziata nel 1983/84, ci siamo imbattuti in un passaggio leggermente strapiombante con pochissimi appigli, che non siamo riusciti a salire in libera, quindi abbiamo rinunciato, anche se avremmo potuto farlo artificialmente. Anni dopo ci siamo tornati, più forti, più abili, in grado di padroneggiare questo passaggio a vista (prima lunghezza di X-). Poi purtroppo Ingo si è rotto un tallone in una caduta a pendolo di 15 metri, quindi abbiamo dovuto rimandare la chiusura all’anno successivo, per dare al suo corpo la possibilità di guarire il tallone. Ma quando siamo tornati l’estate successiva, non c’erano più le nostre corde, i nostri friend e tutto ciò che avevamo lasciato in parete. Nonostante la comunità dell’arrampicata, e in particolare quella che si dedicava all’apertura di vie, fosse a conoscenza del nostro progetto e dell’incidente di Ingo, Renzo Vettori è salito fino al punto più alto raggiunto da noi nella via, truccando con arrampicata artificiale il tiro chiave (che avevamo già scalato in rotpunkt). Da lì ha continuato leggermente a sinistra, dove il terreno diventa un po’ più facile, terminando la via e dandole il nome Filo d’Arianna. Adesso avremmo dovuto gettare tutto? Assolutamente no! Dal nostro precedente punto più alto abbiamo svoltato a destra, dove il terreno è ancora più liscio e verticale. Rifiutando ancora di usare gli spit, abbiamo superato il secondo passaggio chiave della via, un altro tiro di X-, e l’abbiamo terminata. In questo modo abbiamo riguadagnato totalmente la nostra linea e l’abbiamo chiamata Steps across the border – Senkrecht ins Tao. Abbiamo ridotto i tiri di Renzo Vettori a quello che sono, una variante d’uscita.

Steps across the border – Senkrecht ins Tao (X-) è una linea senza spit tra le linee con spit Specchio di Sara, IX-, a sinistra, e un progetto incompiuto a destra. Ciò dimostra che, ciò che è vero per Lynn Hill riguardo la liberazione del Nose, vale anche per l’alpinismo senza spit: “It goes, boys! va bene ragazzi!”.

(*) Il nome Terra incognita era solo un nome provvisorio, che Ingo ed io abbiamo usato in una nota sul libro del rifugio Falier, mentre l’apertura era ancora in corso. Da lì ha trovato strada nel giornalismo alpinistico, dove si copia tanto da una fonte ad un’altra, senza fare un vero lavoro di ricerca, così che questo nome provvisorio Terra incognita è ancora difficile da cancellare. Ma il nome corretto del percorso è il doppio nome: Steps across the border – Senkrecht ins Tao.

Amici per la vita: Wolfi (dietro) e Darshano. Dopo l’apertura di Neue Dimension des Herzens, VII+, o Sinfonie in Rot, VIII-, entrambe sulla parete est del Fleischbank-Pfeiler, Wilder Kaiser. Osservando da vicino l’immagine, si nota che il dado eccentrico ha molti buchi. Heinz Mariacher e Darshano lo avevano modificato. Gli eccentrici potrebbero non essere più così solidi, ma in cambio sono molto più leggeri! Foto: archivio Darshano Luggi Rieser.

Secondo la tua visione, quale dovrebbe essere l’evoluzione dell’alpinismo in genere, e dell’arrampicata in particolare?
La situazione è: con spit e cliff, quasi tutto è possibile. Se, per esempio, guardi una foto della parete sud della Marmolada con tutte le linee di tutte le vie che esistono oggi, capirai. È come la rete di un ragno, messa su un muro. Quasi non c’è più spazio per le prossime generazioni di top climber, per realizzare i loro sogni di apertura, per portare il loro livello su una porzione libera della parete sud. Ovunque volessero creare una nuova linea, ovunque iniziassero dal basso, presto sarebbero invischiati in percorsi già esistenti, che dovrebbero evitare in modo innaturale, o attraversare o sovrapporsi ad essi. Questo è il risultato di spit e uso di cliff senza limiti. La domanda è: vogliamo mantenere aree libere per un futuro dove si passerà l’attuale limite, per ulteriori innovazioni nell’arrampicata alpinistica, per grandi avventure solitarie, per talenti eccezionali dell’alpinismo? O accettiamo tutto per muoverci lentamente verso un consumo user-friendly, un mercato dell’avventura adattata al plaisir? Entrambi sono legittimati. Qui “questo” là “quello”. Ma cosa succede se rimane solo “quello” disponibile? Quindi la soluzione è: arrampicata plaisir ovunque il consumo sia inevitabile: in siti di arrampicata, tipiche aree di arrampicata sportiva, rocce di bassa valle con vie di più tiri, palestre di arrampicata, insomma dove non c’è bisogno di alcuna etica nell’apertura delle vie. Lì va tutto bene: discesa in corda doppia, spit, cliff, trapano, ogni strumento e ogni tecnica vanno bene! Invece prime ascensioni etiche, ovunque si svolga l’alpinismo al top: lassù “sulle montagne” (lontano dalle valli, lontano dalla civiltà, lontano dalle funivie e dalle piste da sci), sulle “grandi pareti” del mondo, gli 8.000, e su quelle “pareti classiche”, dove c’è sempre stata una innovazione nello sviluppo dell’alpinismo, da parte di generazioni diverse. Sì, lì c’è bisogno di etica: niente spit (o almeno solo per le soste o cose del genere), niente passaggi su cliff, niente discesa in corda doppia per il check-out o la preparazione, e nessuna invenzione di droni che sono in grado di trovare posizionamenti nei tiri successivi in apertura, e di sistemare friend e nut in anticipo…

Il granito, se strapiombante, è complicato! Soprattutto nel caso di una via alpinistica. La parete nord-ovest della Dreikönigsspitze, nella Zillertal, ha una fascia strapiombante. Darshano e i suoi amici Jesus e Anderl hanno creato due vie attraverso la zona strapiombante. Nessuno spit, nessun passaggio artificiale, nessuna reale fessura disponibile. Trio Royale, IX-, e Weihrauch, Chlorit & Myrrhe (Incenso, clorite e mirra), IX-. Foto: Hp Jesus Schrattenthaler.

Ritieni che i grandi risultati nelle salite in montagna siano ormai appannaggio dei soli professionisti, quelli che vivono di montagna?
Il livello raggiunto dall’arrampicata è già così alto, che anche per i professionisti che si allenano, si preparano, influenzano i loro “follower” con i loro blog, fanno servizi fotografici e si commercializzano ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, è difficile fare lo straordinario, per raggiungere traguardi alpinistici eccezionali.

Figuriamoci per un laico, per un arrampicatore amatoriale, un alpinista del fine settimana. Dovrebbe essere dotato in modo sovrumano. Ricordo, a titolo di esempio: Tommy Caldwell e la sua Dawn Wall, Freerider in free solo di Alex Honnold, Adam Ondra che apre Silence a Flatanger, Nirmal Purja e tutti i 14- ottomila in sette mesi, i fratelli Huber che liberano El Capitan, ecc., tutti professionisti.

Tuttavia, quando Hansjörg Auer ha salito in libera il Pesce, non era ancora un professionista! Ciò dimostra che se si raggiunge un certo stato di grazia, tutto è possibile! Un altro esempio del genere: quando il vincitore assoluto della Coppa del mondo di arrampicata dell’anno 2008, lo scalatore d’élite olandese Jorg Verhoeven e il suo compagno, il campione nazionale austriaco Marc Amann, sono riusciti a fare la prima ripetizione di Irrfahrt der Jugend (Strano viaggio della giovinezza) sulla parete est del Lärmstange, nel 2011, quasi trenta anni dopo la mia apertura, si sono sbalorditi: non avevano mai scalato qualcosa di alpinistico brutale come questo. Jorg mi ha detto: più volte, quando pensavo “non è possibile per me andare avanti”, mi sono detto “se Darshano l’ha scalata già trenta anni fa, devo essere in grado di farlo anche io! Questo era l’unico modo, per andare avanti ancora e ancora e finirla!”. Jorg e Marc hanno impiegato otto ore, proprio come io e Paul Koller nell’apertura, nel 1982. Eravamo solo scalatori del fine settimana! In altre parole: un risultato straordinario è sempre possibile quando qualcuno ha un talento straordinario, quando il cuore e l’anima sono infiammati dalla passione, quando fluttuano liberamente trasportati dalle ali della trance e quando tutti i confini vengono eliminati dall’immersione nell’assenza dell’io…

Che si tratti di laico o professionista, maschio o femmina, bianco o nero, come cantano Paul McCartney e Stevie Wonder:

Ebony and ivory live together in perfect harmony
Side by side on my piano keyboard, oh Lord, why don’t we?
Ebano e avorio, convivono in perfetta armonia,
fianco a fianco sulla tastiera del mio pianoforte, oh Signore,
perché no?

O come direbbe Paul McDarshano:
Prese ed energia delle dita, convivono in perfetta armonia friend e nut evitano di ferire la roccia con gli spit, perché no?

Come scrive Darshano: “Quelli erano i giorni in cui potevi mettere una foto come questa sul tuo passaporto. Oggigiorno bisogna sembrare seri, niente sorriso, niente fisionomia! Ma in quei tempi d’oro, potevi identificare Darshano anche senza il suo cilindro, semplicemente dalla sua espressione che dice: guardami, ti vedo!”. Foto: Hp Jesus Schrattenthaler.

Se dovessi scrivere ai giovani che iniziano a fare alpinismo, che consigli ti sentiresti di dare?
I principianti che sono interessati solo agli sport dell’arrampicata, al divertimento, allo stare insieme facendo boulder e al gioco con movimenti speciali, che vedono questa attività come una sorta di sport e autointrattenimento, non hanno bisogno di consigli (almeno non da parte mia).

Riguardo ai principianti che vorrebbero diventare alpinisti, che vorrebbero tuffarsi nel mondo delle pareti, delle vie classiche e delle avventure in montagna, non per aprire nuovi itinerari, ma per sentire il loro corpo, la loro psiche, il loro coraggio, la loro paura, per sperimentare qualcosa di completamente diverso dal “mondo dell’ufficio”, anche loro non hanno bisogno di alcun consiglio. Hanno solo bisogno di leggere un po’ di storia dell’alpinismo e letteratura di montagna, storie di arrampicata, aneddoti sulla salita di big-wall e su spedizioni, per completare il loro “andare in montagna” e avere una visione del tutto, dell’intero mondo alpinistico, l’intera immagine della montagna.

Ma per i principianti, che desiderano diventare alpinisti di alto livello, che vorrebbero aprire nuove vie non appena si considereranno abbastanza bravi, che vorrebbero essere creativi, innovativi, rivoluzionari, vorrei solo porre una domanda riguardante le prime salite che hanno in mente: Se o Come? (Whether or How?) Vuoi fare la prima salita a tutti i costi? O ci pensi due volte, e quali ausili vorresti usare per l’apertura?

In modo che, alla fine, la domanda dopo aver eseguito una apertura non sarà SE hai avuto successo, ma COME lo hai avuto. Hai vinto piegando e spezzando, oppure ti sei anche dato una giusta possibilità di fallire? Sii molto chiaro riguardo il tuo stile! Esso non rivela solo in quale società vivi, quanto è grande la pressione che ti spinge ad avere successo, quanto è grande la pressione verso te stesso, se ti piega o se resisti, se ti controlla o se sei libero. Lo stile, la tua etica, esprime ciò che sei, chi sei tu. Siate felici!

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Darshano Luggi Rieser – 2 ultima modifica: 2022-05-07T05:02:00+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Darshano Luggi Rieser – 2”

  1. 7
    albert says:

    5) le migliori montagne o  vie  sono quelle con clessidre, maniglie, tacche e   accessori naturali ..tutti al posto”giusto”e al “momento giusto”( giusto variabile in base alle proprie capacità)

  2. 6
    albert says:

    Ben scelto il cilindro , sembra un dettaglio eppure   un copricapo serve a creare differenziazioni e a mandare messaggi da che mondo  è mondo.Fatti recenti di cronaca circa adunata Alpini a Rimini,  riferiscono di molestie a ragazze in via di formalizzazione con vere e proprie denunce.Una prima risposta di difesa allude a cappelli  fac simile acquistabili da chiunque sul bancarelle che  coprono infiltrati trasgressivi mai stati nei ranghi, una esigua minoranza da scoprire ed isolare, (speriamo!)

  3. 5
    Fabio Bertoncelli says:

    John Ruskin: “Le montagne sono le grandi cattedrali della terra, con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle”.
     
    Teo: “Le montagne sono come le pareti di casa vostra, da trapanare con tanti tasselli per appenderci pensili”.
    … … …
    Con ogni evidenza siamo di fronte a due differenti concezioni del mondo…

  4. 4
    Teo says:

    Che belle le vie a fix in alta quota! Ancora meglio se ben protette, solari e con la discesa in doppia. Dio benedica i trapanatori.

  5. 3
    antoniomereu says:

    Anche se sceso in doppia da un altro pianeta con le parole terrestri se la cava bene ,arriverà il messaggio ai trapanatori d’alta  quota? 

  6. 2

    Le botte in testa cambiano le persone! Il padre di una mia amica era uno stronzo antipatico e da quando cadde dalle scale divenne simpatico e generoso. Darshano e la sua caduta dal poggiolo da piccolo la dicono lunga.
    Le botte in testa possono anche però peggiorare la situazione. Rovinarti per sempre o ucciderti. È questione di culo. 
    Ma in parte lo si può aiutare, favorendolo o no, un attimo prima dell’impatto. 

  7. 1
    luca mozzati says:

    Se o come. E’ tutto lì

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