Divieti in montagna? No, grazie!

Divieti in montagna? No, grazie!
di Fabrizio Vago (da www.ilmountainrider.com, 7 ottobre 2014)

L’inverno si avvicina, chissà se sarà un vero inverno e se sulle montagne italiane arriverà la neve? Se succederà, insieme a quella cosa bianca che scenderà giù leggera dal cielo e che tanto fa sognare scialpinisti, freerider e ciaspolatori, fioccheranno di sicuro anche i divieti che riporteranno molti appassionati con i piedi per terra. Ragazzi non facciamoci meraviglia, d’altronde siamo in Italia, il paese delle ordinanze e dei divieti e delle persone per bene. Si sa benissimo che qui da noi chi esce dai percorsi battuti è considerato dalla gente “normale” e dalle istituzioni quasi come un criminale, un cerca rogne, un poco di buono insomma.

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Tutto questo paradossalmente quando il mercato dello sci freeride è in pieno boom nonostante la crisi e quando pressoché ogni stazione turistica invernale che si rispetti si fa bella illustrando nei propri depliant e nei propri siti sciatori colorati e con sci fat ai piedi che si divertono scendendo sconfinati pendii di neve fresca baciati dal sole!

Non è un po’ come il gioco del bastone e la carota? Pensateci un po’.

Certo proibire dicendo di no al fuoripista è la cosa più facile ed immediata che salta in mente perché chi ci amministra può sempre lavarsi le mani da ogni responsabilità. Giusto? Ma a che prezzo?

Alcuni danni di questo “assistenzialismo garantito” tanto di moda nella società d’oggi in Italia ma non solo, sono sotto l’occhio di tutti altri invece sono più subdoli e meno evidenti ma non per questo meno importanti. Tengo a precisare che tutto ciò va oltre l’ambito della montagna invernale in senso stretto ma può essere applicato anche ad altri aspetti della vita di ogni giorno.

Divieti in montagna: la mia opinione
Quella dei divieti in montagna, quale ambiente potenzialmente pericoloso per l’uomo e mai scevro da pericoli, è un argomento che mi sta a cuore particolarmente perché tocca la mia libertà di scegliere consapevolmente assumendomi la responsabilità di ogni mia azione.

La montagna, ed in particolare la montagna invernale, si sa è un luogo duro e severo che richiede preparazione, esperienza e prudenza ma dove non è sempre possibile prevedere tutto in nome di un ostentata e alquanto utopistica idea di sicurezza totale. Un luogo dove l’uomo è soggetto alle regole della natura e non a regole scritte da altri uomini. Lassù vince l’aleatorietà, l’avventura, ma soprattutto vince la libertà. Come contropartita è richiesta l’accettazione di un rischio anche minimo che sarà sempre presente e mai eliminabile del tutto e che ognuno dovrà saper gestire al meglio, a tutela della propria incolumità, tramite scelte consapevoli e responsabili. Queste sono le regole del gioco. Punto e basta!

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Chi in nome della sicurezza ha la pretesa di far diventare la montagna un luna park sotto il proprio controllo affidandosi a norme, regolamenti e divieti sbaglia di grosso. Questo tipo di comportamento contribuisce a creare solo confusione, superficialità di giudizi e false credenze rischiando di distogliere l’attenzione dell’utente dalle cose veramente importanti.

Facciamo un esempio pratico: il caso tipico è l’emissione di un ordinanza di divieto di fuoripista in una determinata zona con pericolo di valanghe grado 4 (forte) per un periodo circoscritto. L’utenza può dare per scontato che quando l’ordinanza sarà revocata il pericolo non esisterà più, quando gli addetti ai lavori sanno benissimo che anche in presenza di pericolo grado 2 non si è mai completamente al sicuro. Allo stesso modo una persona non particolarmente esperta potrà essere indotta a pensare che fuori dalle zone proibite il pericolo non sussista. Sembra una sciocchezza ma ho sentito bene con le mie orecchie certi discorsi a riguardo assai poco confortanti.

A questo punto qualche benpensante potrebbe obiettare che nessuno ordina di ficcarsi nei pericoli mettendo anche a repentaglio la vita dei soccorritori. A questa osservazione rispondo, coerentemente alla linea intrapresa finora, adducendo che le persone che fanno parte del soccorso alpino sono in primo luogo appassionati e assidui frequentatori della montagna che sanno comprendere più di altri le motivazioni e la passione di colui che viene soccorso. E poi chi ha stabilito che la squadra di soccorso debba sempre partire in qualunque condizione? Come vedete si ritorna sempre al punto di partenza: quello di fare delle scelte consapevoli assumendosi le responsabilità delle proprie azioni senza pretendere miracoli da nessuno e senza volere trovare a tutti i costi un colpevole che paghi per i nostri sbagli. Assecondando questa linea sono convinto che nei casi di dubbio circa le condizioni della neve, del meteo e della montagna in generale ci sarebbe forse qualche rinuncia spontanea in più e comunque certe scelte verrebbero prese con minor leggerezza.

Per facilitare delle decisioni consapevoli e responsabili e limitare al massimo il numero degli incidenti bisognerebbe prendere la strada della formazione, della conoscenza e della cultura coinvolgendo soprattutto coloro che sono i veri professionisti della montagna ovvero le Guide Alpine. Come? Attraverso seminari nelle scuole, eventi ad hoc organizzati dalle stesse stazioni turistiche invernali e altre attività che possano in qualche modo portare una maggiore chiarezza e consapevolezza nei media su ciò che comporta praticare certe attività in montagna.

Se proprio vogliamo mettere dei cartelli, al posto dei divieti che prevedono coercizioni della propria libertà e multe nel caso di inosservanza, opterei piuttosto per delle semplici segnalazioni che ognuno potrà considerare o meno in base alla propria coscienza, preparazione ed esperienza.

In conclusione carte e regolamenti non sono serviti e non serviranno nemmeno in futuro a prevenire gli incidenti perché la capacità di gestire il rischio in montagna spetterà in primo luogo sempre e solo a chi la frequenta.

Questo è il mio pensiero mentre sto già sognando l’inverno che verrà.

Fabrizio Vago
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Divieti in montagna? No, grazie! ultima modifica: 2014-12-24T07:30:59+01:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Divieti in montagna? No, grazie!”

  1. 2
    jacopo says:

    semplicemente…Vivere è un’attività non scevra dal pericolo

  2. 1

    Per esperienza diretta riconosco due atteggiamenti principali i quali determinano la spinta negli amministratori a vietare anziché formare:
    1) è ben radicata ormai nella cultura attuale italiana, il tentare di guadagnare qualcosa da qualunque evenienza fortuita o meno. Spiego meglio… quante volte capita purtroppo, di venire a conoscenza o di vivere magari in prima persona, che a seguito di qualche piccolo e stupido incidente d’auto, il quale come danno ai mezzi è irrisorio, che il furbacchione di turno provi a simulare (e solitamente gli va bene) qualche colpo di frusta, schock vari ecc,.o che la perizia da parte del meccanico sia esagerata?
    Spesso pubbliche amministrazioni si son viste citare per incidenti avvenuti per cause fortuite e quindi credo sia umano e giustificabile un atteggiamento di prevenzione che in questi casi, non essendo vagliabili uno ad uno, porta alla chiusura con divieto di frequenza.
    2) la formazione non può essere una condizione obbligata e quindi ognuno dev’essere in grado di valutare le proprie conoscenze e di conseguenza capacità (in questo caso di auto-soccorso in caso d’incidente). Una formazione ha un costo relativo a mezzi impiegati e personale formativo interessato, quindi a meno che (come a volte è accaduto ed accade) la pubblica amministrazione non concorra nella spesa, ogni partecipante ad un corso formativo paga una parte del corso solitamente in proporzione.
    Un esempio per tutti che non comprende tutte le motivazioni per cui le persone non si formano e preferiscono rischiare malgrado vi siano tutte le possibilità per limitare i danni (limitare, perché comunque alcun corso formativo può esimerti dal correre dei rischi essendo, specie in ambiente, soggetti a cause fortuite al di fuori di qualsiasi controllo) ma che può essere abbastanza chiaro per percepire la contro-cultura dilagante su questi temi:
    Corso di auto-soccorso per travolti da valanga, organizzato circa 4 anni fa da un’amministrazione pubblica e quindi in concorso di spesa con le Guide formatori e ben pubblicizzato. Costo totale per due uscite in ambiente (gita scialpinistiche o ciaspole) 10,00 euro a persona. Direi che visto il costo di una birra media, bastava berne due in meno ed il costo si sosteneva senza problemi.
    Partecipanti al corso: DUE!
    Non serve credo commentare i perché o i per come…
    E non sto qui a elencare commenti di ogni tipo, alcuni da far rizzare i peli sul braccio, per giustificare la non partecipazione a corsi similari.
    Quindi di conseguenza, due atteggiamenti (non sono i soli ma credo possano essere descrittivi della situazione) che determinano un atteggiamento preventivo da parte delle amministrazioni a tutela di esse stesse e di chi ne fa parte.
    Se non è il soggetto ad aver cura di sè stesso ad a cambiare i metri culturali, nessuno può farlo per lui…
    Citando una famosa frase di un personaggio storico:
    “Non esistono i Libertadores, i popoli devono liberarsi da soli” Ernesto Guevara
    Ed in questo caso credo possa andare a pennello visto che nessuno può importi di formarti e prepararti ma devi farlo da solo, ciò che accade tutt’intorno non sono che le conseguenze di un nostro atteggiamento di base sbagliato.

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