Emilio Comici – 1

Le prime ascensioni di Emilio Comici nelle Alpi Giulie

Leonardo Emilio Comici nacque a Trieste da Antonio e da Regina Cartago il 21 febbraio 1901: subito dopo gli studi medi, nel 1916, entrò a lavorare come impiegato nei magazzini generali del porto.

Comici si dedicò a vari sport, riuscendo ad eccellere in tutti. La passione per la montagna arrivò quando iniziò a frequentare l’associazione polisportiva “XXX Ottobre”. Con loro scoprì la speleologia e si dedicò all’esplorazione delle grotte del Carso. All’inizio si dovevano accontentare di esplorare cavità ridotte, poco profonde, perché i materiali erano costosi, in special modo le scale, allora indispensabili per le calate. Ma, dopo un’autotassazione, iniziarono a fabbricarsi da soli le scalette e il livello tecnico decollò.

Comici al mare con quattro amiche.

Esplorarono una profonda voragine nei pressi di Raspo, ma a -300 m si fermarono per mancanza di materiale. Subentrò il gruppo speleologico dell’Alpina delle Giulie che però, a -420 m fu bloccato dalle acque di un improvviso nubifragio. La situazione apparve subito disperata. Malgrado le condizioni proibitive, Comici decise di calarsi, riuscendo a scendere per un lungo tratto, ma fu fermato da un’invalicabile cascata e dalla mancanza d’aria. Riuscì appena a tornare in superficie, stremato. Più tardi, calmata la violenza della corrente, Cesare Prez e Severino Culot si calarono a loro volta e raggiunsero i grottisti dell'”Alpina”. Furono tutti tratti in salvo.

A Prez e a Culot fu assegnata la medaglia al valor civile della Fondazione Carnegie; per Comici, primo a tentare l’azione di soccorso, rischiando la vita, neanche una parola. Sul “diario”, ove non annotava mai sentimenti ma solo fatti, scrisse: «... 11 maggio: Prez e Culot ricevono la medaglia d’argento al valor civile per i fatti di Rospo, (delusione)».

Nel 1926 Comici raggiunse, in una grotta dell’Altopiano del Cansiglio, la profondità record di -500 m. Ma dopo quell’exploit la sua passione per la speleologia andò via via affievolendosi in favore di un travolgente amore per l’attività alpinistica.

Trieste, fine anni Dieci del XX secolo. Secondo da sinistra nella prima fila in alto è Emilio Comici.

Negli anni 1927-28 Comici iniziò a guardare la Val Rosandra, selvaggia valle a monte di Trieste, con occhi diversi. Nelle verticali pareti della zona colse la possibilità di crearvi una palestra d’arrampicata, una scuola dove migliorare tecnica e prestazioni prima di cimentarsi con sfide più difficili. Sull’esempio austriaco e tedesco, fu quindi uno dei primi a comprendere l’importanza della palestra e dell’allenamento.

Nel 1929 fondò, con altri arrampicatori del GARS (Gruppo Arrampicatori Sciatori) della società Alpina delle Giulie, sezione del CAI di Trieste, la prima scuola di arrampicata in Italia che, alla sua morte, prese il suo stesso nome.

Nel 1927, con Gino Razza, salì all’Innominata per la Gola Nord. Itinerario di buona difficoltà e particolarmente pericoloso per la roccia marcia in uscita. Un IV con passaggio di V. Comici lasciò uno scritto, dedicato a questa salita, dove esplicava già le sue tendenze nei confronti della montagna, della sua bellezza, della scalata, espresse con entusiasmo trabocchevole. Ma che dimostrava anche la sua inesperienza e le sue carenze tecniche: è significativo l’episodio del sacco che gli sfugge di mano e che il suo secondo, senza essere assicurato ad uno spuntone o ad un chiodo, afferra a volo sporgendosi in fuori.

Emilio Comici con l’amatissima sorella Lucia, morta a 14 anni

Per non parlare del fatto – dichiarato nella relazione della sua “prima” alla Nord della Cima di Riofreddo (1928) – che egli attaccava in calzoncini corti queste vie nuove giudicate aleatorie, e difficilissime, oltre che molto lunghe, e quindi con probabile bivacco in vista.

Allora le difficoltà pratiche di comunicazione ostacolavano la diffusione orale delle notizie. Così, a parte rare eccezioni, i “grandi problemi” esistevano come tali solo in ambito locale. E la loro soluzione non veniva certo divulgata come avviene oggi, e nemmeno come sarà dopo i primissimi anni Trenta. Figurarsi poi una salita nelle Giulie, sempre – e ancora adesso – un po’ al margine dell’interesse generale; allora queste notizie si esaurivano nella cerchia ristretta degli alpinisti friulani, triestini e sloveni.

Emilio Comici con la madre Regina e la sorella Lucia

Nelle Giulie, dopo il 1925, si era venuto a delineare uno di questi importanti “problemi”: la parete nord della Cima di Riofreddo. Un muro di calcare giallo- grigio, alto 700 metri, che incombe direttamente sul rifugio Pellarini. E’ solcato al centro da un lungo camino che sfocia, ad un centinaio di metri dalla vetta, in una scura rientranza, detta “Vano Nero”.

Comici attaccò nel 1926 e s’innalzò per circa un terzo della fenditura prima di ritirarsi davanti a difficoltà superiori alle sue forze.

Emilio Comici in divisa , beato tra le “sue” donne (la madre a destra, la sorella Lucia e…)

Passati due anni, ai triestini subentrò Celso Gilberti, astro nascente dell’alpinismo friulano, insieme a Riccardo Spinotti. I due oltrepassarono il limite di Comici, scalarono l’intero camino, arrivarono al “Vano Nero”, vera chiave dell’ascensione. Ma lì furono bloccati da un violentissimo temporale e si ritirarono. Per la discesa fu loro necessario bivaccare sotto la pioggia e la grandine. Raggiunto il nevaio dell’attacco, il povero Spinotti si accasciò e morì di sfinimento. Un’altra cordata, slovena, sfiorò anch’essa la tragedia. L’8 agosto 1928 finalmente ritornò Comici, con Giordano Bruno Fabjan. I due, superata la lunga fenditura, al “Vano Nero” trovarono la chiave di passaggio, una paretina verticale, scura, con radi appigli rivolti all’ingiù. Raggiunsero così la “Cengia degli Dei” e la vetta.

Questo conferì a Comici una grande fiducia in se stesso e nei propri mezzi.

Fiducia che lo aiuterà, l’anno seguente, ad aprire per primo una via nuova italiana di VI grado, sulla Sorella di Mezzo nelle Dolomiti del Sorapiss.

Il successo alla Nord-ovest della Sorella di Mezzo incoraggiò certamente Emilio, ed i quindici giorni trascorsi nel gruppo del Sorapiss costituirono per lui un forte stimolo ad abbandonare la vita e il lavoro cittadino per dedicarsi del tutto alla montagna. Alle Dolomiti in particolare, che lo affascinavano in modo irresistibile. Succederà per lui il contrario di quanto accaduto a Kugy, che in pratica aveva rinunciato ad un’attività alpinistica regolare sulle Dolomiti, preferendo i “giganti di ghiaccio” dell’Oberland Bernese e specialmente le Giulie. In ogni caso, in quei due ultimi anni di permanenza a Trieste, si dedicò ancora principalmente ai “monti di casa”, interrompendo questa esplorazione con incursioni in Dolomiti, alla conquista di qualche grande “problema”. Si accentuò inoltre in questo periodo l’amicizia con Giorgio Brunner, futuro accademico del CAI.

Emilio Comici maestro di sci

Nel 1930 effettuò la prima ascensione assoluta del Campanile Innominato nel gruppo del Rinaldo, con Brunner e Ovidio Opiglia: ma specialmente la Ovest del Cimon del Montasio con Fabjan, Riccardo Deffar e Mario Orsini. Ancora la Nord del Siera con Fabjan, Brunner, Opiglia, poi eccolo in Dolomiti per la seconda via nuova di VI grado della sua carriera: la Ovest della Croda dei Toni di Mezzo (poi chiamata Croda Antonio Berti).

E’ questa l’impresa di Comici più importante durante il suo passaggio dalle montagne di casa alle Dolomiti. Una parete splendida, incredibile. Lavagna nera, quasi quadrata, alta cinquecento metri, larga quasi altrettanto. Su cui a quel tempo, nel 1930, non era stata segnata nessuna via. Emilio era con Fabjan e Piero Slocovich. I tre ambivano ad aprire una “direttissima” proprio al centro. Il sogno appariva realizzabile, fino alla fascia di strapiombi, quasi un tetto angusto e continuo, che incornicia l’intera parete, in prossimità della vetta. Comici attaccò. La cordata salì velocemente fin oltre la metà, quando si verificò l’incidente che avrebbe potuto provocare un disastro.

Emilio Comici (a destra) in una manifestazione sportiva

Lungo un passaggio assai semplice, a Slocovich, mentre risaliva in obliquo una paretina grigia, rimase in mano un appiglio ed egli partì in pendolo. Proprio perché il tratto era facilissimo Comici, in alto, si accontentava di ritirare la corda con la mano. Prontamente la portò dietro alla spalla, inarcandosi in uno sforzo supremo. Riuscì a reggere, ma i piedi non trovavano presa sulla ghiaia, ed egli incominciò a scivolare verso l’abisso. Trenta metri sotto Fabjan, disteso su una cengetta, sta prendendo beatamente il sole. Come in un lampo, una visione attraversò la mente di Comici: quella dei fantocci che volano nell’aria, simulando la caduta nell’abisso dei compagni di Edward Whymper nel film La grande conquista. In quella, mentre slittava trascinato dal volo dell’amico, il suo piede incontrò fortunatamente un pietrone profondamente infisso nel terreno. Su quell’ostacolo poté fare forza, fermarsi e poco dopo calare il caduto vicino al terzo di cordata.

Emio Comici in barca nel golfo di Trieste

Piero era tutto dolorante. Che fare? Scendere per più di trecento metri in doppia con un ferito? Meglio tentare l’uscita, tanto più che avevano una gran voglia di portare a termine l’impresa. Per un pezzo non si vedevano grandi difficoltà: e una volta sotto all’ultimo passaggio, avrebbero studiato come fare…

Così i tre amici ripresero l’arrampicata e arrivarono, senza troppe difficoltà, sotto la lunga balconata sporgente, chiave dell’ascensione. Dopo un prolungato esame, Comici attaccò sotto quello che stimava giustamente non il “punto debole”, ma il “meno forte” dell’ostacolo: una fessurina strapiombante che superò con due chiodi. Poi dovette traversare a destra, in libera… un passaggio esasperato. Ancora un innalzamento senza poter piazzare un rinvio, veramente allo stremo, e fu finalmente fuori: la vetta si trovava a circa cinquanta metri di rocce rotte. Ma come far superare al ferito gli ostacoli che lo stesso Fabjan, pur da secondo e con l’aiuto della corda, aveva fatto fatica a vincere? Slocovich iniziò a salire, ma già la prima paretina, strapiombante di dodici metri con due chiodi, esaurì le sue povere forze, ed egli partì di nuovo in un orribile pendolo con la corda attorcigliata che lo fece girare su se stesso nel vuoto. Alla fine Comici e Fabjan risolsero il problema recuperando il compagno a forza di braccia lungo un risalto liscio ma verticale, non strapiombante.

Raggiunsero la vetta con le prime ombre della notte, esausti, ma felici per la splendida via nuova.

Emilio Comici insegna ad arrampicare

Inserita così nel tempo tra la Nord-ovest della Sorella di Mezzo, salita rilevante perché prima via di VI grado fatta da italiani, e la Nord-ovest della Civetta, ascensione importantissima perché segnò lo spostamento della difficoltà in montagna, la Ovest della Croda dei Toni di Mezzo fu spesso relegata in secondo piano.

Ma, a conferma di quanto detto prima sul suo amore profondo e genuino per le Alpi Giulie, viste anche le restrizioni che il suo lavoro a Trieste imponeva, dopo l’acuto sulla Croda dei Toni, troviamo ben quattro itinerari nuovi, anche se certo meno duri, sulle Alpi Giulie.

Il primo merita un discorso a parte. L’aveva sognato, inventato Julius Kugy, poeta prima ancora che alpinista. È ben nota la sua predilezione per le cenge, caratteristica tipica delle montagne calcaree; ed ecco che idealmente, egli aveva creato un percorso continuo circa a quota 2200 metri che, appoggiandosi naturalmente a vari sistemi di cenge, faceva il giro completo dell’intera catena dello Jôf Fuart: quasi un gigantesco anello infilato attorno all’imponente massiccio per circa 4.500 metri.

Naturalmente il cerchio non era perfetto, presentava varie interruzioni, di cui un paio tecnicamente problematiche. Così, come ideato da Kugy, rimaneva un’utopia. Occorreva trovare un’artista-scalatore in grado di effettuare questo percorso vagheggiato come una chimera. Che, realizzato, avrebbe reso tangibile un ideale, un sogno. Un uomo che fosse insieme artista, per accogliere una fantasia nel mondo duro e aspro delle rocce, e valente arrampicatore per essere in grado di superare i problemi tecnici inerenti all’attuazione del tracciato, specie quelle “interruzioni” tra i singoli sistemi di cenge, risolvibili con secchi tratti di arrampicata in traverso, fin dove la cengia riprendeva poi alla stessa altezza. Con pendoli in doppie, quando ricominciava più in basso.

Un grande scalatore, un sensibile artista… quindi Emilio Comici.

Emilio Comici

Attaccò con Mario Cesca. Restarono impegnati l’intera giornata lungo un percorso discontinuo, in cui si alternano lunghe camminate, passaggi duri, acrobatici, calate in doppie complicate da pendoli conclusivi. Impiegarono nove ore e mezza.

«… un’altra strana prerogativa di questa forma di alpinismo sulle Madri dei Camosci è che non si arriva mai!» scrisse Emilio nella bella descrizione dell’impresa. «Dopo aver arrampicato orizzontalmente sulla cengia per 4.500 metri, superando le non lievi difficoltà, si arriva appena all’inizio. Si dovrebbe dunque ricominciare daccapo. Ma a che pro? Tanto si arriverebbe sempre al punto di partenza».

Malgrado l’ora tarda, i due si precipitarono a Valbruna per dare a Kugy la notizia della realizzazione del suo sogno. Il vecchio signore era raggiante: «Bravi, avete fatto la “via Eterna”».

Emilio Comici

Le tre altre imprese del 1930 nelle Giulie furono la prima ascensione della Nord-ovest del Briceljk (Parete di Bretto), la prima ascensione assoluta della Torre di Val Romana e la prima invernale del Bavški Grintavec (Grinta di Plezzo).

Nel 1932 lasciò Trieste per trasferirsi in Dolomiti ed esercitare la professione di guida alpina (fu il primo cittadino ad abbracciare quel mestiere). Scelta difficile, complicata dal fatto che l’ambiente lavorativo era molto chiuso nei confronti di un forestiero come Comici. Partito con l’idea di andare a Cortina, dove non venne accettato, decise poi di andare a Misurina, ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. Per fortuna, a partire dal 1933, riuscì ad affiancare l’attività di divulgatore di alpinismo, con innumerevoli serate a tema con proiezioni di diapositive e filmati. I suoi clienti erano triestini, come anche i compagni di cordata con cui mise a segno nuove vie. Anche con questi ultimi ebbe sempre problemi e mai riuscì a trovare un compagno stabile con cui andare in montagna.

Non stupisca che il regime si avvicinò a lui per vestirlo con la camicia nera. All’epoca il fascismo guardava con grande favore gli alpinisti, uomini veri, audaci, che nelle atmosfere ultraterrene delle alte quote non temono la morte. La propaganda li presentava come campioni della razza italica, e li poneva nel pantheon degli spiriti eletti.

La sicurezza economica, che parve potesse coincidere anche con il giusto coronamento della sua principale storia d’amore, gli giunse nel 1938 grazie ai buoni uffici di un suo estimatore, che gli ottenne l’incarico di commissario prefettizio a Selva di Val Gardena, in pratica con funzioni di podestà. Mentre il rapporto con la popolazione, dapprima diffidente verso lo “straniero”, migliorò rapidamente grazie alla sincera disponibilità di Comici nel cercare di risolverne i problemi, non altrettanto si può dire di quello con le locali guide, fatto salvo Giambattista Vinatzer, l’unico a cui Comici non faceva ombra.

Primo gruppo di istruttori della scuola nazionale di roccia: da sinistra, Benedetti, Stefanelli, Comici, Barisi, Prato e Opiglia.

Comici tornò nelle sue amate Giulie per ripetere, ma con una significativa variante diretta, una delle strutture più eleganti della parte slovena di quelle montagne: lo spigolo nord-est dello Jalovec.

Emilio Comici trovò la morte il 19 ottobre 1940 in Vallunga (Selva di Val Gardena) durante una banale uscita, per colpa di un cordino marcio e logoro. Dopo aver salito una facile parete, in compagnia di una bella donzella, si sporse nel vuoto, per dare consigli ad alcuni amici in difficoltà, assicurandosi a un vecchio cordino. A ricordare quei momenti rimane la testimonianza dell’amico Tommaso Giorgi: “Prese un cordino che aveva legato attorno alla vita, l’assicurò a una cengetta che si trovava poco più sopra e sì lascio cadere nel vuoto. Il cordino si spezzò, sentii l’urlo della Demetz e volgendomi verso la valle vidi Comici, andare giù di piatto, senza muoversi, senza gridare. Precipitato sul prato sottostante, si rialzò di scatto, quasi fosse una palla, facendomi tirare un sospiro di sollievo. Un istante dopo però ricadde di nuovo a terra, questa volta senza più rialzarsi […]. Un sasso, uno dei pochi in quel prato verde, gli aveva fracassato la testa, uccidendolo”.

La sua “voce interiore” aveva improvvisamente taciuto, «quella certa istintività che io ho chiamato voce interiore, la quale voce si sviluppa come un sesto senso in quegli uomini che sono a contatto con la natura e spesso in lotta contro i suoi elementi, ed in quegli uomini in genere che vanno spesso incontro a pericoli. A questa voce interiore è necessario ubbidire, perché è quella che spesso potrà salvare in Montagna da disgrazie imprevedute, date per lo più dai pericoli oggettivi della Montagna stessa (E. Comici, Alpinismo eroico)».

Hoepli pubblicò postumo, nel 1942, Alpinismo eroico. Questo libro fu in seguito ripreso molte altre volte. Ma l’opera che più di ogni altra contribuì a celebrare per sempre la sua figura fu L’Arte di arrampicare di Emilio Comici, di Severino Casara, Hoepli, 1957: un volume riccamente illustrato da fotografie stupende che ancora oggi rappresentano il documento più storico e rappresentativo del modo di arrampicare degli Anni Trenta.

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Emilio Comici – 1 ultima modifica: 2022-02-10T05:57:00+01:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Emilio Comici – 1”

  1. 4

    Nessuna mancanza di rispetto… un pelo esagerato nel contesto… Ho scritto probabilmente quindi si presume ci siano altre realtà contemporanee. Comunque anche scrivere FRA non toglie nulla.Allora però preciso di più anche sull’alpinismo al femminile: Mira Marko Debelakova, classe 1904, seppure dimenticata per decenni dal contesto dei grandi nomi alpinistici (forse perché slovena?) fu una delle più forti sestogradiste dell’epoca, con diverse salite in solitaria (e all’epoca solitaria era quasi esclusivamente senza corda, salvo rare eccezioni).

  2. 3
    Placido Mastronzo says:

    Mi permetto anch’io una piccola precisazione.
    Senza nulla togliere a Napoleone Cozzi e compagnia, mi sembra più corretto dire che essi furono FRA i primi a livello mondiale a vedere nell’allenamento “a secco”, la possibilità di prepararsi alle grandi salite.
    Nello stesso periodo (a cavallo fra XIX e XX secolo) erano infatti già attive, ad esempio, anche le “scuole” di Fontainebleau e dell’Elbsandsteingebirge, e dimenticarle sarebbe (questo sì) una mancanza di rispetto nei loro confronti.

  3. 2

    Piccola precisazione:
    il primo o meglio i primi ad utilizzare proprio la Val Rosandra per provare passaggi difficili e migliorare le tecniche da sfruttare poi sulla grandi pareti alpine, furono Napoleone Cozzi e la Squadra Volante (Alberto Zanutti, Giuseppe Marcovig, Nino Carniel e Tullio Cepich tra i più assidui), nei primi anni del ‘900. La più celebre delle loro scalate in Valle fu la Fessura Cozzi, della quale Comici aprì l’uscita diretta negli anni ’30.La schiera di quelli che allora venivano definiti Rocciatori, a Trieste, era piuttosto nutrita ed agguerrita, basti pensare che, mentre da altre parti le donne in montagna erano viste come qualcosa di fuori posto, a Trieste, si ricordano i nomi di  Bruna Bernardini, Fernanda Brovedani, Amalia Zuani, Edvige Muschi, Germana Ucosich, che spesso conducono da capocordata anche su salite difficili.A fine anni ’20 Comici e non solo lui, quindi, esplorano anche la zona costiera, scalando le pareti sul mare. La strada Napoleonica, con i suoi paretoni strapiombanti e la lunga traversata (500 m.) dove tutti i triestini hanno messo le mani allenandosi nei passaggi, viene scoperta proprio a fine anni ’20. Quindi a onor del vero, furono Cozzi e compagni a vedere per primi (probabilermente a livello mondiale) nell’allenamento “a secco”, la possibilità di prepararsi alle grandi salite.Per ciò che riguarda la “sportiva” ed il bouldering, a Trieste i cosiddetti “passaggisti” ovvero quelli che arrampicano per il puro gusto di farlo e mai andranno su pareti alpine, esistono da allora…

  4. 1
    Matteo says:

    “egli attaccava in calzoncini corti queste vie nuove giudicate aleatorie, e difficilissime, oltre che molto lunghe, e quindi con probabile bivacco in vista.”
     
    esempio perfetto dell’assoluta infondatezza della pretesa di dividere il mondo in cannibali e eletti.
     
    Comici, personalità particolare e tormentata, podestà fascista, cittadino in un mondo di montanari, ha sempre avuto parecchi detrattori e denigratori.
    Io ne sono sempre stato affascinato e ammirato, in particolare dal lato umano e dalla modernità di alcune sue idee: in netto anticipo sui tempi aveva studiato i movimenti dell’arrampicata e progettato una “palestra di arrampicamento”
     
    E le sue vie rimangono a tutt’oggi impegnative e spesso molto, molto belle.

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