Gramsci e la questione morale

Gramsci e la questione morale
(non è un valore ma strumento di lotta politica)
di Michele Prospero
(pubblicato su ilriformista.it il 29 dicembre 2022)

Dinnanzi ad ogni scandalo politico, da ultimo quello dei contanti del Qatar, i commentatori recuperano l’intervista di Enrico Berlinguer sulla “questione morale”. E se invece si interrogasse di più un analista della crisi come Antonio Gramsci? La cosiddetta questione morale è, per il teorico sardo, una “arma ideologica”, come le altre, che può servire in maniera “eccellente” in vista di obiettivi contingenti. Però un uso demagogico della lotta alla “corruzione” è sconsigliato poiché essa, da strumento occasionale per resistere o approfittare di una situazione favorevole, si tramuta così in una maschera che confonde, manipola.

Antonio Gramsci

La questione morale, per Gramsci, costruisce una bolla ideologica che impedisce di cogliere i processi reali. “Che gli interessati a che la crisi si risolva, dal loro punto di vista, fingano di credere e reclamino a gran voce che si tratti della «corruzione» e della «dissoluzione» di una serie di «principi» (immortali o no), potrebbe anche essere giustificato: ognuno è il giudice migliore nella scelta delle armi ideologiche che sono più appropriate ai fini che vuol raggiungere e la demagogia può essere ritenuta arma eccellente. Ma la cosa diventa comica quando il demagogo non sa di esserlo ed opera praticamente come fosse vero nella realtà effettuale che l’abito è il monaco e il berretto è il cervello”. Non serve la lamentela sulla decadenza morale, che è solo un aspetto, non la causa, della degenerazione. È essenziale, nella lente di Gramsci, comprendere le ragioni per cui “tutto l’organismo politico è corrotto dallo sfacelo della funzione egemonica”.

La crisi è un fenomeno complesso che appare con le sue “manifestazioni teatrali”, con la “crescente instabilità dei governi. Si produce una sorta di governismo per cui partiti, fazioni e singole personalità danno luogo a “contrattazioni cavillose e minuziose”. Anche gli accordi personalistici più “scandalosi” sono recuperati per “formare il governo per salvare il paese”. In tutto ciò si avverte l’impatto di una “moltiplicazione dei partiti parlamentari”, con il rincorrersi di “crisi interne permanenti di ognuno di questi partiti”. Secondo Gramsci, “le forme di questo fenomeno sono anche, in una certa misura, di corruzione e dissoluzione morale”. Ma, oltre le immagini della compromissione individuale, esistono le ragioni più durevoli di una questione che presenta molteplici strati. Di là dalla dimensione provinciale della micro-corruzione, quella che procede “sotto forma di pagliettismo meschino e di mania di bassi intrighi”, i Quaderni esplorano la corruzione come espressione di un “marasma”, cioè di una crisi di sistema che viene mascherata dalle calde accuse di slealtà che le parti politiche reciprocamente si scambiano.

 “I libri dei «destri» dipingono la corruzione politica e morale nel periodo della sinistra, ma la letteratura degli epigoni del Partito d’Azione non presenta come molto migliore il periodo del governo della destra”. L’uso strumentale degli scandali, che ogni partito rinfaccia all’altro rivendicando per sé un’immunità morale, rientra nella fisiologia della schermaglia politica. All’alternanza di governo, di fatto, non corrisponde un “cambiamento essenziale” e durevole delle pratiche che incida nel modo di essere della democrazia. E per questo, invece di cogliere le implicazioni generali della “debolezza generale della classe dirigente”, si accumulano demonizzazioni del regime parlamentare o rimpianti per la “crisi del principio di autorità”, da recuperare con qualche forma di “superstizione” politica. La radice della crisi, però, risiede non nella decadenza morale in quanto tale (“forse, nella realtà, la corruzione personale è inferiore di quanto appare”) o nella dimenticanza di “immortali princìpi”, bensì nella “assurda situazione politica” che raccoglie una dissolvente giuntura storico-critica a seguito della quale “l’apparato egemonico si sgretola”.

Dietro i toni scandalistici, nella lettura di Gramsci, esistono dati di sistema. Spicca, a destra, la mancanza di “un vasto partito conservatore” capace di arginare le variegate forze antisistema, “che negano in tronco tutta la civiltà moderna e boicottano lo Stato”. Al centro, si avverte la latitanza di una credibile aggregazione di tutte “le gamme liberali, dai moderati ai repubblicani, sui quali operano tutti i ricordi degli odi dei tempi delle lotte e che si dilaniano implacabilmente”. A sinistra, infine, affiora solo “in forma sporadica una serie di tendenze sovversive anarcoidi, senza consistenza e indirizzo politico, che mantengono uno stato febbrile senza avvenire costruttivo”. Agli occhi di Gramsci, in una politica a forti tinte personalistiche, la mancanza di partiti-società determina processi decompositivi. “Non esistono «partiti economici» ma gruppi di ideologi déclassés, galli che annunziano un sole che mai vuole spuntare”. Le parole si sganciano dalle cose, le formule anche più radicali si estraniano dai processi.

La radice di una tipologia di corruzione è connessa all’industrializzazione e alla sua civiltà. La crescita disordinata del moderno apparato produttivo determinò “una formidabile disoccupazione di intellettuali, che provocò tutta una serie di fenomeni di corruzione e di decomposizione intellettuale e morale, con riflessi economici non trascurabili. Lo stesso apparato statale, in tutte le sue manifestazioni, ne fu intaccato assumendo un particolare carattere”. Si tratta, per certi versi, di una corruzione connessa ai processi di modernizzazione che, nelle sue forme esteriori, è destinata ad essere riassorbita dalla crescita della società civile, dalla diffusione di una burocrazia affidabile e di un’etica individuale più matura.

Le manifestazioni di corruzione che i servizi segreti hanno smascherato nel caso qatarino, però, non riguardano i processi molecolari dello Stato in formazione, ma si riferiscono alle crepe dello Stato moderno, ridimensionato al cospetto delle trame mondiali di influenza. La scuola marxista di relazioni internazionali di Amsterdam, nelle analisi dedicate alle compenetrazioni potere-denaro, ripercorre alcuni passaggi di Gramsci. La suggestione che Kees van der Pijl (Class formation at the international level) recupera è soprattutto quella del concetto di corruzione da intendersi come degenerazione che esplode nelle fasi di crisi di egemonia, quando i regimi politici vedono eroso l’equilibrio storico di forza e consenso maturato nel governo efficace dei processi e nella capacità di direzione dell’opinione pubblica.

Si può leggere nei Quaderni“Tra il consenso e la forza sta la corruzione-frode (che è caratteristica di certe situazioni di difficile esercizio della funzione egemonica, presentando l’impiego della forza troppi pericoli), cioè lo snervamento e la paralisi procurati all’antagonista o agli antagonisti con l’accaparrarne i dirigenti sia copertamente sia in caso di pericolo emergente, apertamente, per gettare lo scompiglio e il disordine nelle file antagoniste”. Secondo van der Pijl, la crisi attuale della democrazia è visibile nell’usura storica della mediazione politica novecentesca. Per dirla con Gramsci, essa si manifesta con l’alterazione dei “normali” meccanismi vigenti “nel terreno divenuto classico del regime parlamentare”, risultante “dalla combinazione della forza e del consenso che si equilibrano variamente”. L’ordine mondiale definito nel dopoguerra ha perso validità, e sulla scena delle influenze irrompono nuove potenze regionali, emirati e Stati falliti, mentre fioccano offerte di consulenze, arbitraggi speculativi. Emergono trame nuove di potere, con le manovre di banche ombra e l’attivismo di frazioni di élite e centri di corruttela espressi da entità transnazionali (politiche, finanziarie, affaristiche, militari).

I grumi di potere scavalcano la mediazione dello Stato e vedono in movimento gli agenti del capitale internazionale. La corruzione diventa così uno strumento per agire nelle pieghe dell’economia e superare le difficoltà del consenso (per i costi sociali della globalizzazione e la privatizzazione dei servizi) e le scorciatoie della forza. Quello che Gramsci chiamava “l’esercizio «normale» dell’egemonia” è superato da intrecci denaro-potere che coinvolgono sia i paesi centrali che quelli periferici. La ricerca di van der Pijl ricorda che nella top 20 dei finanziatori miliardari di Obama figurano Soros, il gestore di hedge fund Paul Tudor Jones, le banche di investimento di Wall Street, insieme a Google, Microsoft e Time Warner, alcune università della Ivy League, la Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Citigroup, la svizzera UBS e Morgan Stanley. La stessa presidenza reazionaria del “miliardario anticonformista” Trump si configura come una coalizione di super ricchi aggregatasi per spremere il potere e conseguire opportunità di accumulazione. In essa la Goldman Sachs è rappresentata in modo preminente, con Steven Mnuchin come segretario al Tesoro e Gary Cohn come capo consigliere economico. Altri quattro esponenti sono attivi in dipartimenti importanti per inseguire la deregolazione finanziaria e la promozione di “mercati liquidi e vivaci” (ivi).

Sul piano storico, in America la crisi della forma politica si presenta con l’attivismo di imprese commerciali, società di consulenza, banchieri, fiduciari d’affari, responsabili di servizi finanziari che entrano nei ruoli direttivi delle amministrazioni. In Europa, invece, la crisi mobilita la funzione surrogatoria di banche ombra, dell’arbitrato finanziario, delle consulenze. Sorgono ministri tecnocratici, la Bce con la ricetta Trichet si tramuta in una sorta di ufficio del programma dei governi alle prese con la crisi. Il fenomeno delle porte girevoli tra politica e affari, con consigli di amministrazione ospitali per le élite politiche, assume risvolti evidenti: “Il presidente uscente della Commissione Ue Barroso non ha dovuto pensare a lungo a dove trasferirsi ed è succeduto a Peter Sutherland come presidente di Goldman Sachs International nel 2016” (van der Pijl).

La redistribuzione del potere si attua, nelle parole di Gramsci, “senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi cercando di ottenere che la forza appaia appoggiata sul consenso della maggioranza, espresso dai cosí detti organi dell’opinione pubblica -giornali e associazioni- i quali, perciò, in certe situazioni, vengono moltiplicati artificiosamente”. Se i media corrompono le coscienze con le manipolazioni della “politica della paura”, i giri del denaro e delle mediazioni, le manovre degli emirati e degli emissari transnazionali del capitale cercano di occupare il vuoto che la crisi della forma politica ha lasciato. Magari bastasse ripassare l’intervista del 1981 al segretario comunista per fornire una risposta alla privatizzazione della politica. Servono attori e culture per superare la crisi della democrazia, che nel populismo antipolitico trova alleati, non certo argini.

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Gramsci e la questione morale ultima modifica: 2023-02-26T04:35:00+01:00 da GognaBlog

1 commento su “Gramsci e la questione morale”

  1. Come mi mancano i comunisti duri e puri! Sarebbero miei avversari in campo aperto, ma almeno hai degli avversari degni di questo nome. Oggi la sinistra non esiste più, nella migliore delle ipotesi si è borghesizzata negli attici della zona ZTL e per mantenersi ricorre, dove ne ha bisogno, alle peggiori malefatte tipiche dei faccendieri di quella parte (malsana) della desta, quella appunto “affaristica”. il cerchio per loro si chiude: fra Qatargate e l’affare Ruby alla fin fine che differenza c’è? Nessuna

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