Il “Gabbiàn” e il “Coloto”

Il Gabbiàn e il Coloto

La storia dell’alpinismo dolomitico è ricca di imprese e di episodi la maggior parte dei quali si è persa e non ha mai superato le ormai ingiallite pagine di qualche vecchio bollettino alpinistico. Nel mio libro Sentieri Verticali avevo cercato di raccogliere quanto era possibile di queste briciole di passato, tentando di mettere ordine in una apparente casualità che comunque secondo me aveva dei fini e delle cause. Sfruttando vecchie letture e antiche relazioni, andando nei luoghi a ripercorrere di persona le vecchie vie, mi ero fatto una serie di opinioni più o meno condivisibili sulla serie ininterrotta di ascensioni che portò all’esplorazione totale e al sesto grado. Ma per quanto poca fretta abbia avuto, non avevo dato sufficiente rilievo ad un episodio, la salita del Sass da Mura, nel gruppo del Cimònega (Dolomiti Feltrine).

Piz de Sagron

L’alpinista agordino Cesare Tomè e il suo compagno Tommaso Dal Col avevano sparso la voce per tutta la vallata: intendevano tentare di salire il Piz de Sagròn, la vetta più alta di tutte le montagne feltrine, e volevano i servigi di tale Gabbiàn, al secolo Mariano Bernardin, un cacciatore sempre in giro per montagne. I due uomini erano ormai sdraiati per la notte accanto ad un fumigoso larin di Cereda, rassegnati a partire da soli, quando nella penombra ecco avvicinarsi rispettosa la figura del Gabbiàn, dal gran naso adunco. “Se voglio tentare l’ascensione al Piz con voi? Per Dio, certo che sì! Non fu dunque per celia che mi si mandò quassù! Il Piz, Signori, io lo riguardo come il Paradiso!”.

Era il 16 agosto 1877 quando i tre di buon mattino salirono al Passo del Comedòn per il sentiero dell’Intaiàda e da lì raggiunsero il Pian della Regina. Individuata una linea d’ascensione per il versante meridionale, i tre strisciarono per una cengia esposta fino alla cresta sud ovest… “Dopo molte esplorazioni in zig-zag scopriamo alfine un ripidissimo colatojo e ci arrampichiamo ansanti per questo coll’animo di chi sente certa la vittoria. Alle 10,50 la sommità del Piz de Sagròn è nostra, sommità vasta e piana su cui con sicurezza e voluttà distendiamo le membra aggranchite e madide di sudore, asciugandole a qualche furtivo raggio di sole...”. In seguito Tomè scriverà ancora: “La scalata del Piz de Sagròn riesce abbastanza facile per chi non soffra di capogiro, abbia garretti bene esercitati e sappia convenientemente aiutarsi coi gomiti e colle mani. E anche il tanto all’inizio maledetto Gabbiàn (perché non si faceva trovare) ebbe la promozione da cacciatore a guida ‘indispensabile ed eccellente’”.

Luigi Coloto Cesaletti

Pochi giorni dopo, il 24 agosto, un’altra guida, questa volta di San Vito di Cadore, Luigi Cesaletti, detto Coloto, saliva da solo, e pare per scommessa, la sperduta Torre dei Sabbioni nel Gruppo delle Marmarole. Con quell’impresa il livello delle difficoltà su roccia venne ampiamente superato (toccò il III grado) e il primo a sottolinearlo fu lo storico Antonio Berti che deplorò, nei confronti dei grandi e contemporanei Michele Bettega e Michel Innerkofler, una minore notorietà del Coloto a dispetto dell’uguale bravura. Il 6 settembre 1878, François Devouassoud con clienti inglesi salì la più bassa (Cima Sud Ovest) delle due vette del Sass de Mura, l’ultima importante cima dei monti feltrini ad essere ancora inviolata. La pretesa inaccessibilità della vetta più alta (Cima Nord Est) creò quasi subito un interesse notevole negli ambienti alpinistici di allora. Ne è prova il subitaneo tentativo (14 settembre) dei tre vincitori del Piz de Sagròn che, con Gottfried Merzbacher e Santo Siorpaes non riuscirono a forzare il tratto di cresta che collega le due cime. Forse Luigi Cesaletti aveva saputo direttamente dal Tomè dei tentativi al Sass de Mura. Forse era il cliente, il viennese Demeter Diamantidi, che conosceva il problema. È un fatto che il 23 agosto 1881 i due partirono da Sagròn alle 3,30 di mattina per risolvere il problema della salita alla Cima Nord Est. Con loro, su raccomandazione del solito Tomè, una vecchia conoscenza: il Gabbiàn. Mariano Bernardin nel frattempo si era dedicato con molta passione al mestiere di guida: sicuramente aveva salito da solo molte cime minori e comunque le sue cognizioni erano state determinanti in occasione dell’ascensione della Cima Sud Ovest. Ancora una volta il Gabbiàn si fa trovare dai compagni non precisamente in contegno professionale: stava russando sonoramente davanti ad una baita, ignaro che Cesare Tomè lo avesse raccomandato a Diamantidi. Quest’ultimo ci racconta, ricca di particolari, la disputa con cui le due guide esprimevano un diverso parere sulla via da seguire. Gabbiàn spingeva per la parete nord, Coloto giurava per il fianco sud est. Quest’ultimo fece una ricognizione in solitaria, sentenziò che la Nord era impossibile, sparì e riapparì molto più sopra, là dove il Gabbiàn non aveva mai visto camosci e quindi dove nessuno per lui avrebbe mai potuto andare. Ma le abilità di Cesaletti andavano ben oltre le capacità dei camosci: con lui si era aperta l’era del III grado, e ora si andava oltre. Per Diamantidi, egli era vero uomo delle difficili intraprese. Cesaletti effettuò la prima jetée di piede della storia dell’arrampicata.

Sass de Mura

Ma lasciamo raccontare lo stesso Diamantidi: “Solo un uomo temerario al par di Cesaletti poteva trovare il mezzo di risorsa per arrampicarsi più oltre. Poche guide potranno al certo eseguire quello che egli stava per fare e che fece. Avviticchiato con le mani ad una sporgenza che spiccava dalla interruzione del camino, egli cominciò un vero esercizio acrobatico vibrando per l’aria i suoi piedi, finché trovò un punto fisso: datosi poi uno slancio poderoso arrivò al di là aggrappandosi, coll’abilità d’un gatto, ad una scabrosità appena visibile”. Pochi giorni dopo, il 31 agosto 1881, Diamantidi e Cesaletti ripeterono quella che poi per la storia risultò l’ascensione più difficile di quegli anni: la salita della Cima Piccola di Lavaredo, vinta dai due fratelli Innerkofler, Michel e Johann, il 25 luglio 1881. Ma non era proprio così. Cesaletti e Diamantidi, assieme a Michel Innerkofler, effettuarono quel giorno l’intera traversata delle Tre Cime, una fantastica cavalcata: e, nonostante ciò, Diamantidi giudicò la salita al Sass de Mura nettamente più difficile. Gli alpinisti di oggi, i locali conoscitori di queste montagne, valutano solo di III grado superiore il Camino Cesaletti. Ma allora il Sass de Mura attirava tutte le curiosità: il 29 agosto, il terzo grande arrampicatore del tempo, Michele Bettega, due giorni prima che Innerkofler e Cesaletti traversassero le Tre Cime, ripeté le gesta di Coloto assieme a Gustav Euringer e al mitico Gabbiàn, ancora una volta “indispensabile ed eccellente”. Ma la curiosità finì lì.

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Il “Gabbiàn” e il “Coloto” ultima modifica: 2021-06-06T05:05:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Il “Gabbiàn” e il “Coloto””

  1. 2
    Piero Pagliani says:

    Le Dolomiti Feltrine sono un mondo tanto poco noto quanto affascinante. Lo stesso accade per altri gruppi a Sud della linea Pale-Moiazza. Bene ha fatto Gogna a reinserire queste imprese nella storia della scoperta alpinistica delle Dolomiti. 

  2. 1
    albert says:

    LA GRIFFE   DEL MARKETING VALE ANCHE PER LE MONTAGNE . Comunque se le vette Feltrine si vedono dalla pianura Veneta,  chi le scalo’e scalera’in giornate limpide dalla loro cima potra’ ‘vedere la pianura..Venezia!
    Da Feltre pure ferrovia..verso Montebelluna..Venezia..( sospesa per lavori in stagione estiva 2021)

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