Il Monte Bianco – 1

Il Monte Bianco – 1
di Gian Piero Motti
(pubblicato in La storia dell’alpinismo) (GPM-SdA-06)

Il Monte Bianco
Durante le molte escursioni sui bei rilievi che dominano il calmo lago di Ginevra, forse De Saussure più volte aveva osservato in lontananza, ed un po’ sfumata all’orizzonte, la cupola ghiacciata, massiccia ed un po’ sonnolenta della grande montagna bianca, il Monte Bianco. Quel monte altissimo e di severo aspetto, irto di picchi rocciosi inaccessibili, doveva esercitare un grandissimo fascino sul giovane De Saussure poco più che ventenne. Era un po’ come il simbolo dello sconosciuto. Nessuno ancora vi era salito; non solo, ma anche nessuno fino ad allora aveva preso in considerazione l’idea di salirvi. Ma forse non era questo l’aspetto che più lo attraeva. Lassù i venti agivano in modo differente, la temperatura variava, la pressione era soggetta a sicure mutazioni, tutta una serie di domande irrisolte, quesiti fondamentali su cui da molto gli scienziati si dibattevano con formulazioni esclusivamente teoriche e non verificate in sede pratica. Se fosse riuscito a salire fin lassù, a lui sarebbe toccato il compito di svelare l’ignoto e di mettere l’ultima e definitiva parola al discorso.

Ma le montagne facevano ancora paura a molti: vi era chi ancora credeva alle leggende dei draghi di ghiaccio, che come giganteschi serpenti scorrevano tra le rocce, pronti ad inghiottire nei loro crepacci gli incauti cacciatori o viandanti. La bufera si levava improvvisa come una perfida fata incantatrice, la notte era il regno preferito da Satana e dalle sue anime dannate. D’altronde più d’uno, santi compresi, giurava di averlo incontrato e di aver dovuto combattere, invocando la Vergine o qualche santo protettore. A ricordo di questi episodi, da alcuni reputati come veri, da altri indicati come fenomeni di isteria, le Alpi andavano popolandosi di santuari, cappellette votive, croci sulle vette dei monti. Ma De Saussure aveva studiato la natura e i monti. Non sappiamo se era religioso, ma certo, come scienziato dell’epoca, doveva aderire ad un tipico spirito massone che rifiutava l’irrazionale. Probabilmente sapeva che tutto ciò non esisteva affatto ed osservava la Natura con occhio realista, anche se forse amava questa stessa Natura in modo pagano, come fosse cosa animata.

De Saussure era sicuramente ambizioso. L’idea di salire su quella montagna, anche al di là di ogni interesse scientifico, doveva solleticarlo non poco. Ma non si sentiva in grado o aveva una gran paura di soffrire, cosa più che naturale per un uomo nato e cresciuto in un ambiente raffinatissimo e lezioso come quello dell’aristocrazia ginevrina. Allora, pur di vedere il suo progetto realizzato, ricorse ad ogni espediente per incitare e convincere altri a tentare l’impresa, giudicata “folle” da tutti i benpensanti del tempo. Un solo scopo dominava la mente di quest’uomo e dominerà anche il carattere di tutto il primo periodo della storia dell’alpinismo: raggiungere la vetta. Per interesse scientifico, per denaro, per saziare la propria ambizione personale, per gloria, forse anche per avventura, ma sempre seguendo un certo gusto della nobiltà dell’epoca.

Innumerevoli volte De Saussure si era recato a Chamonix, lungo la bella Valle dell’Arve, che egli amava moltissimo, al punto di scegliere Chamonix come sua seconda residenza. E proprio dalle case del villaggio forse innumerevoli volte aveva ammirato e studiato il bonario gigante bianco addormentato, ricoperto di ghiacci increspati, nel vivo intento di scoprirvi una via di salita lungo quei grandi ghiacciai dove neanche i cacciatori ed i cercatori di cristalli si erano spinti, poiché essi si arrestavano come intimoriti al termine delle caotiche morene.

Allora Chamonix doveva essere un magnifico villaggio, quieto e silenzioso, un piccolo quadro ad olio che oggi non è facile ricostruire. Ma togliendo le costruzioni assurde e mal inserite, le funivie appese ai cavi che deturpano il contesto naturale, il caos dei veicoli ed i loro fumi, il continuo vociare di una folla ineducata che come impazzita corre su e giù per le vie, allora forse, socchiudendo gli occhi, potremmo anche rivedere il minuscolo villaggio adagiato nei pascoli alle pendici della montagna, le cui candide colate di ghiaccio fanno capolino tra il verde fitto e cupo delle foreste di abeti. In un silenzio che non è più delle nostre Alpi, potrebbe esser bello liberare la fantasia ed immaginare, per qualche istante, le emozioni di quegli uomini davanti alla grande montagna. Una montagna oggi conosciuta in ogni minimo dettaglio, salita e risalita, aggredita sistematicamente, oggetto di sfogo per uomini che vivono in una società in costante tensione, strumento e terreno di colossali e volgari speculazioni che agiscono in nome del progresso e del turismo, dimenticando sempre più il rispetto e l’armonia con l’ambiente, assillati dal nevrotico desiderio di avere tutto e subito, senza fatica alcuna e senza soffrire. Eppure è bello immaginare lo stupore, lo smarrimento e la meraviglia infantile di questi uomini davanti ad un mondo assolutamente nuovo ed un po’ misterioso, di fronte alla promessa di avventure e scoperte, al sorgere di quel turbamento interiore che sempre si prova a contatto con qualcosa di sconosciuto.

Riaprendo gli occhi si rivede la Chamonix attuale ed un Monte Bianco meccanizzato, teatro della triste realtà di un alpinismo un po’ disperato per l’esaurimento del «nuovo». Si assiste ad una lotta sempre più nevrotica ed individuale, dove la dolcezza dell’armonia con l’elemento naturale va scomparendo sotto l’assalto della violenza competitiva che non ammette sogni, stasi e debolezze.

Ma per ora ci pare più bello restare all’immagine pastorale ed anche un po’ romantica di Chamonix «fin de siecle», per inserirvi gli uomini che furono gli attori dell’impresa.

Gli uomini della conquista: De Saussure, Bourrit, Balmat e Paccard
Nel 1760 De Saussure si reca a Chamonix ed offre un cospicuo premio in denaro a chi fosse riuscito a trovare una via di salita al Monte Bianco. È curioso osservare come la “mente” dello scienziato, desiderosa di giungere alla meta, ma forse timorosa o incapace di farlo, si serva del «braccio» altrui, ricorrendo all’esca sempre efficace del denaro. Una cosa forse poco fine ed elegante, almeno vista con l’ottica odierna. Comunque un vero e proprio accordo commerciale, che portò alla conquista uomini assolutamente estranei al sapere scientifico di De Saussure. Come il montanaro Balmat, che agì soprattutto per la prospettiva del guadagno e della fama che avrebbe ricavato dall’impresa. Oppure un uomo come Paccard, il medico, personaggio strano ed affascinante, forse l’unico vero “alpinista” di tutta la storia. Non salì certo in vetta per compiervi le misurazioni scientifiche tanto care a De Saussure e forse neanche per il denaro, ma soprattutto per la molla personale dell’avventura, per il fascino dell’impresa diversa e per ambizione, caratteri assai comuni al nobile agire dell’epoca. Ma De Saussure non andava molto per il sottile. A lui premeva trovare una via sicura di salita.

Marc-Théodore Bourrit

Comunque il suo appello per diverso tempo non fu neanche preso in considerazione e per quasi dieci anni sulle pendici del Bianco non accadde nulla di notevole. Ma De Saussure fremeva impaziente e non riusciva a comprendere perché mai i valligiani non sentissero stimolo a salire ed anche perché altri non valligiani avessero paura. Eppure molti montanari erano cacciatori e cercatori di cristalli, quindi conoscevano bene il Bianco, almeno fin sotto i ghiacciai. Ma forse consideravano inutile e troppo rischioso spingersi tra i ghiacci e le insidie del gelo. Probabilmente ancora non riuscivano ad intravvedere le possibilità di guadagno che sarebbero scaturite dalla conquista del Bianco: afflusso di curiosi, di turisti, di alpinisti, con relative possibilità di costruire alberghi e locande oppure di prestarsi come guide e portatori.

Ma a muovere le acque un po’ stagnanti, contribuì un altro personaggio, a volte decisamente antipatico, altre volte persine patetico: lo scrittore e giornalista Marc-Théodore Bourrit. Giunto a Chamonix nel 1776 e saputo del premio offerto da De Saussure, subito si infiammò all’idea e cominciò a studiare un progetto di salita. Alcuni sostengono che Bourrit non volesse salire in vetta solo per denaro, ma soprattutto in prospettiva di passare ai posteri sia per la fama dell’impresa sia per la narrazione e la cronaca dettagliata che egli avrebbe fatto nei suoi libri.

Personaggio strano questo Bourrit. La critica non è stata dolce con lui: dall’analisi dei fatti si compone un uomo un po’ falso e meschino, soggetto a rapidi cambiamenti di umore. A volte rapito da slanci mistici (di cui non tutti sono convinti), altre volte litigioso ed attaccabrighe, in costante esibizione di se stesso, alla ricerca di quei gesti e di quelle parole “efficaci”, tali da renderlo gradito agli uomini dell’aristocrazia. Per usare un’espressione manzoniana, un «villano rincivilito» o forse, semplicemente ed in termini più moderni, un uomo vittima di un feroce complesso di inferiorità, come appunto sottolinea anche  Claire-Éliane Engel nel suo volume.

In ogni caso, Bourrit si appassionò all’idea in modo travolgente, in breve divenne il fido corrispondente di De Saussure e lo tenne sempre informato su ciò che accadeva a Chamonix. Cominciò anche ad aprire gli occhi ai valligiani. A forza di insistere, la sua opera diede i primi frutti: nel 1775, quattro montanari di Chamonix partirono ben intenzionati alla conquista, salirono parecchio, ma raggiunta la zona dei ghiacciai, ebbero forse paura e tornarono a valle.

La via di salita al monte, era suggerita dalla natura. Oltre il promontorio della Montagne de la Côte, già frequentato dai cercatori di cristalli, la linea dei ghiacciai indicava il percorso fino alla cresta del Dôme du Goûter e poi alla vetta. Apparentemente non vi erano difficoltà insormontabili, anche perché allora non si avvertiva affatto il grande pericolo dei seracchi e dei crepacci esistente in questa zona. Tanto che oggi la via normale di salita non segue il vecchio “ancien passage” lungo la zona crepacciata, ma preferisce il sicuro percorso di cresta lungo l’Aiguille ed il Dôme du Goûter. Ma, giustamente, un acuto scrittore di montagna ha osservato che «i pionieri salivano incoscienti del pericolo, poi si continuò a salire coscienti del pericolo, infine si volle salire per cercare il pericolo”.

A questo punto entra in scena il personaggio principale, il risolutore dell’impresa. Si tratta del figlio di un notaio di Chamonix, dunque un valligiano. Il suo nome è Michel-Gabriel Paccard, un giovane poco più che ventenne che compiva a Torino i suoi studi di medicina. Era l’uomo ideale, una personalità che aveva saputo armonicamente fondere le due culture, quella montanara con quella cittadina. Pare fosse un ragazzo molto intelligente e coraggioso, orgoglioso fino al punto di essere un po’ superbo e sarcastico: insomma l’uomo veramente adatto per un’impresa del genere.

Da quel momento i tentativi si susseguirono, sempre per la via già descritta della Montagne de la Côte. Si giunse ad un accordo tra Bourrit e Paccard, anche se tra i due, troppo diversi per carattere, non vi fu mai buona armonia. Anche De Saussure prese parte a qualche tentativo, pare con risultati non troppo brillanti, almeno a quanto scrive in proposito Bourrit. Ma Bourrit soffriva della più grave malattia dell’anima umana: la gelosia. E non perdeva occasione per mettersi in risalto cercando di sminuire (quando non calunniare) il valore dei suoi compagni. Ma De Saussure era troppo intelligente per raccogliere le provocazioni un po’ meschine e, da vero “nobile” dell’epoca, trattò sempre con grande sufficienza il bilioso Bourrit.

D’altronde Bourrit non perdeva occasione per dimostrarsi troppo interessato al denaro e alla fama che l’impresa gli avrebbe procurato. Di certo gli interessi di De Saussure erano ben diversi… ed anche Paccard sembrava agire in una specie di distacco e di superiorità, attratto più che altro dal grande fascino dell’avventura.

Tanto che per intere giornate studiava la via di salita con il cannocchiale, tutto preso dall’idea della salita che ormai pareva quasi essere la sua ragione di vita.

In quest’atmosfera si giunse agli episodi determinanti, nei quali si inserì di prepotenza l’ultimo eroe dell’impresa: Jacques Balmat des Baux, un giovane montanaro di Chamonix, povero e sconosciuto, cacciatore e cercatore di cristalli. Forte fisicamente e avvezzo all’alta montagna, intelligente e molto furbo, soprattutto assai interessato al premio in denaro promesso da De Saussure.

La salita
Il 9 giugno 1786 il giovane Balmat se ne parte tutto solo verso la Montagne de la Côte e qui raggiunge un gruppo di tre altri montanari, che erano guidati dal forte François Paccard, cugino del dottore. L’incontro non dovette essere molto cordiale, perché i tre subito videro in Balmat un quarto concorrente con cui dividere eventualmente il premio. Comunque essi proseguirono insieme, salirono parecchio e riuscirono a portarsi molto in alto, a poche centinaia di metri dalla vetta, sulle roccette della cresta terminale (o delle Bosses) dove oggi appunto sorge la piccola Capanna Vallot. In questo punto la cresta prosegue abbastanza affilata verso la vetta, precipitando sui due fianchi con pareti di ghiaccio vertiginose. Sicuramente i quattro ebbero timore di proseguire e solo Balmat, che pure soffriva di mal di montagna, salì ancora per un tratto lungo le rocce, alla ricerca di cristalli. Gli altri (dimostrando grande cameratismo!) non stettero a pensarci molto e se ne tornarono indietro, lasciandolo solo. Non sappiamo se Balmat fu molto preoccupato della cosa, comunque cercò di raggiungerli seguendo in discesa le loro tracce. Ma il buio lo sorprese sul ghiacciaio prima della morena e fu costretto a bivaccare lassù, da solo e tra i ghiacci. Fino ad allora nessuno aveva mai osato tanto, in quanto si era certi di morire se si fosse stati sorpresi dal gelo della notte sui ghiacciai. Ma Balmat, a parte qualche congelamento che il dottor Paccard gli guarì, non morì affatto e se ne tornò tutto solo a Chamonix, accolto dall’incredulità dei compaesani.

Paccard ormai aveva capito che quello era l’uomo adatto per realizzare l’impresa. Lo assunse come portatore ed il pomeriggio del 7 agosto 1786 i due partirono per tentare la salita. De Saussure era al corrente, anzi aveva affidato a Paccard i vari strumenti, barometro e termometro, pregandolo vivamente di compiere le misurazioni in vetta, non dimenticando naturalmente l’ebollizione dell’acqua. Come già è stato sottolineato nell’introduzione, l’impresa dei due fu assolutamente straordinaria, se si pensa che essi non avevano né corda, né piccozza, né ramponi e se si pensa alla quota elevatissima raggiunta (4810 m), vestiti con dei capi d’abbigliamento assai sommari e forniti di calzature che oggi farebbero sorridere. Fu un’impresa magnifica ed unica nel suo genere, che per molto tempo potrà soltanto essere imitata, fin quando non si giungerà alla ricerca di una via “difficile” su una montagna già conquistata lungo la via più facile.

I due in serata raggiunsero i grandi massi granitici della Montagne de la Côte, dove trascorsero la notte avvolti nelle loro coperte. Il giorno successivo, dopo una marcia estenuante nella neve molle e con grande pericolo per i crepacci nascosti, si portarono finalmente in vetta. A dispetto di una falsa leggenda che poi volle il contrario (e fu Bourrit per invidia a diffondere la calunnia), il vero artefice dell’impresa fu il forte e tenace Paccard. Più di una volta Balmat era caduto sfinito e non sembrava aver intenzione di continuare, anche perché il suo pensiero era rivolto ad una delle sue figlie gravemente ammalata (e che infatti morì lo stesso giorno della salita). Ma Paccard ogni volta riuscì ad incitarlo a proseguire, trascinandolo quasi verso la vetta, che fu raggiunta nel tardo pomeriggio. Erano sfiniti e semiassiderati e possiamo benissimo immaginare quale fosse il loro pensiero all’idea di compiere le famose misurazioni volute da De Saussure. Comunque qualche esperimento fu anche tentato, ma con scarso successo. La sera era imminente, il vento si faceva ghiacciato ed era necessario scendere al più presto. Restavano sì e no due ore di luce: quasi di corsa, lasciandosi scivolare per lunghi tratti sulla neve, si precipitarono verso il fondovalle, saltando i crepacci in un modo che solo la più totale incoscienza può suggerire. Ma ebbero fortuna (che sempre, pare, aiuta audaci ed incoscienti) e la luce della luna li aiutò a raggiungere nell’oscurità i massi della Montagne de la Côte, dove essi trascorsero una notte gelida e sofferente, a causa degli abiti e delle calzature molto bagnate. Poi discesero a Chamonix. Sull’ascensione non vi poteva essere alcun dubbio, in quanto tutta la popolazione del villaggio li aveva seguiti durante la salita con il telescopio. L’impresa era assolutamente eccezionale, soprattutto se si pensa all’ultimo tratto di cresta superato. Il famoso alpinista inglese Robert Lock Graham Irving, parlandone, disse: “È appena possibile credere che due uomini, anche se coraggiosi e intraprendenti come quelli, abbiano potuto risalirlo senza corda né piccozza».

Naturalmente De Saussure ne fu entusiasta e sembrò non avere alcuna invidia: l’unico rammarico fu per gli scarsi esiti delle ricerche scientifiche compiute in vetta. Piuttosto fremeva dal desiderio di poter finalmente salire egli stesso in vetta, lungo la via ormai sicura e con l’aiuto di molti portatori (a scanso di ogni rischio). Dapprima ricevette Balmat, gli liquidò il premio in denaro e si fece raccontare i particolari dell’impresa. Poi incontrò Paccard, invitandolo a narrare per iscritto la sua avventura. Poco dopo tentò la sua prima salita con un folto gruppo di guide, ma il maltempo lo respinse. Nel frattempo si diede da fare per rendere nota l’impresa attraverso i giornali e le pubblicazioni scientifiche.

Invece Bourrit non sembrò tanto entusiasta dell’impresa riuscita e tanto meno gradiva la prospettiva di un libro scritto da Paccard, un’opera che doveva essere distrutta prima ancora della sua nascita. Cominciò allora una perfida opera di diffamazione nei confronti di Paccard, giungendo ad aizzare Balmat contro il dottore, tanto che si giunse ad una vera e propria rissa in un’osteria di Chamonix, dove appunto Balmat, colpito da Paccard, ebbe la peggio. Ma la calunnia è molto più potente delle botte. Il lavoro odioso di Bourrit ebbe successo, la figura di Paccard fu adombrata e messa in secondo piano e solo dopo molto tempo la verità venne a galla, quando gli studi di alcuni alpinisti dell’epoca successiva ridettero a Paccard il merito principale che gli spettava nella realizzazione dell’impresa. Comunque Bourrit aveva raggiunto il suo scopo, poiché Paccard non riuscì mai a pubblicare il suo libro.

Poi anche De Saussure riuscì a realizzare il suo sogno. Organizzò una massiccia spedizione, assoldando quasi tutti i montanari di Chamonix, quasi fosse timoroso di non riuscire o di altre concorrenze. Si ha l’impressione che volesse sentirsi assolutamente sicuro. I dati “tecnici” dell’impresa ne danno conferma: a parte il numero dei portatori, basti ricordare i quintali di cibo trasportati, le decine di bottiglie di vino delle migliori annate, non escluso naturalmente lo champagne, il gran numero di oggetti del tutto inutili e in ultimo, ma certo i più importanti, tutti gli attrezzi scientifici necessari. In più la spedizione era costantemente collegata con il fondovalle dai portatori che attraverso un lavoro di spola lo tenevano in contatto con la moglie (che lo attendeva trepidante a Chamonix) alla quale De Saussure, tra una lettura e l’altra dell’Iliade al “campo base”, mandava teneri biglietti d’amore.

Insomma, neanche in montagna questi uomini volevano rinunciare a tutti gli agi e alle abitudini del loro vivere quotidiano. Siamo ancora evidentemente molto lontani dall’alpinismo concepito come ricerca della vita dura e difficile, come cimento con se stessi in un ambiente ostile, dove appositamente si lasciano tutti gli agi e le facilità, per trovare uno spazio esistenziale semplificato e ridotto al minimo indispensabile. Costoro invece non si ponevano affatto il problema: evidentemente, l’idea di cercare di propria volontà la sofferenza, anche se poi ripagata da ingenti soddisfazioni, non era nemmeno presa in considerazione.

Comunque, bene o male, De Saussure raggiunse la vetta e con tutta comodità poté eseguire i suoi esperimenti scientifici tanto desiderati. Troppo desiderato, infatti come sempre accade, il risultato fu inferiore alle aspettative, al punto che viene da chiedersi se De Saussure, ormai non più giovincello ma sposato e con prole, alla fin fine non fu più soddisfatto dall’aver salito il Bianco che dagli esperimenti compiuti. Fatto sta che l’impresa lo lasciò estremamente soddisfatto e fu per lui un vero trionfo, sotto tutti i punti di vista. Il suo nome divenne famosissimo in tutta Europa ed egli scrisse i resoconti delle sue impressioni e delle sperimentazioni su riviste e pubblicazioni specializzate di ogni Paese. Il dado era tratto, si era spezzato il ghiaccio ed ormai la montagna e le Alpi cominciavano ad interessare parecchio, entrando nelle discussioni di molti. Anche se ancora il desiderio di emulazione non era diffuso, tuttavia ci si chiedeva perché mai un uomo come De Saussure avesse rischiato tanto per raggiungere la vetta del Bianco e cosa vi avesse provato. E le discussioni suscitano sempre desideri di scoperta e di emulazione. Dal canto loro, i valligiani ormai cominciavano ad intravvedere più concretamente una buona possibilità di guadagno, data dall’accompagnamento e dalla “guida” dei signori di città, sulle vette delle Alpi.

Ma De Saussure ancora non era pago dei suoi risultati e forse aveva preso un po’ il gusto all’avventura (anche se in pantofole). Più volte raggiunse il Colle del Gigante, attraversando tutto il grande ghiacciaio centrale, la Vallèe Bianche. Al colle installò quasi una base fissa per compiere i suoi esperimenti e rilievi, rifornito costantemente dal fondovalle per mezzo di un piccolo esercito di guide e portatori, capitanati dal famoso Balmat, il quale tuttavia più d’una volta rivelò delle pecche che lasciarono alquanto deluso lo scienziato.

In quanto al Bianco, ben presto la salita fu ripetuta anche da altri cittadini, sempre guidati da montanari che ancora non possiamo definire come “guide”, data la loro inesperienza e la loro capacità sovente inferiore a quella dei cittadini. Anche Balmat più volte venne alla ribalta. Solo a Bourrit fu negato il piacere di raggiungere la vetta, malgrado i numerosi tentativi.

Seguire la cronistoria delle successive ascensioni lungo la via normale, non avrebbe alcun senso; potrebbe solo aggiungere all’episodio determinante, una lunga serie di date e di nomi di imitatori. Tanto che ben presto la salita divenne una moda e quasi una scalata «per signore»: non furono poche, come vedremo, le esponenti del gentil sesso che con tanto di crinolina vollero cimentarsi con la nuova emozione dell’alpinismo, raggiungendo la vetta della montagna più alta di tutte le Alpi.

Sarà invece interessante vedere come a poco a poco l’azione andrà spostandosi su tutta la cerchia alpina, come una macchia d’olio che si dilata lentamente e costantemente. A partire dalla fine del secolo, dopo che un po’ si sarà placata la bufera politica in Europa, i successi sulle vette alpine si faranno più numerosi. Nuovi nomi vengono alla ribalta: in Svizzera, in Italia, in Austria ma soprattutto in Inghilterra. Comincia da allora la grande “calata” degli inglesi verso le Alpi: durante tutto il primo periodo dell’alpinismo, essi saranno i veri e grandi protagonisti della conquista pionieristica, al fianco di guide valligiane ancora in secondo piano, assunte soltanto come esecutori di ordini o come portatori. Non è ancora il momento delle leggendarie guide delle Alpi Occidentali, che solo più tardi entreranno in scena di prepotenza.

Per ora l’iniziativa avrà carattere cittadino e soprattutto inglese. Non per nulla, proprio in Inghilterra, sorgerà la prima organizzazione di alpinisti, il famoso Alpine Club, che subito troverà imitazione in altri Paesi a ridosso delle Alpi. Scienziati, letterati, poeti, giuristi e uomini del clero: ecco i personaggi di questo primo periodo, testimoni di un livello assolutamente aristocratico in cui l’alpinismo andava diffondendosi.

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Il Monte Bianco – 1 ultima modifica: 2022-06-16T05:43:00+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Il Monte Bianco – 1”

  1. 1
    albert says:

    Almeno ci riuscimmo per tempo nel 1986: foto di amici dentro caverna glaciale( neve dura di  scarico accumulata  entro canalone)in fondo alla valle di  san Lucano- Angheraz.– sorgente torrente Tegnas. Come nel primo disegno.

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