Il profeta dello scandalo

Una vita d’alpinismo – 81 – Il profeta dello scandalo (AG 1979-002)

Con l’amico Mario Mondino andiamo con Nella dalle Fate Nere al Colle Perrin (3 marzo 1979): Mario, altissimo di statura, non ha mai provato lo scialpinismo, la sua dotazione è raccogliticcia, ma alla fine se la cava benissimo in questa giornata serena.

Il giorno dopo i miei compagni sono un po’ stanchi, così mi limito a salire da solo al Crest, tanto per fare un po’ di movimento.

Mario Mondino in vetta al Breithorn Occidentale, 8 aprile 1979.
Mario Mondino e Ornella Antonioli verso il Colle Perrin, 3 marzo 1979

L’11 marzo, sempre in tema di cascate di ghiaccio, vado con l’amico Alessandro Pestalozza alla Chiusa di Valsassina, dove ci attende uno stretto e ben nascosto budello ghiacciato.

Dopo parecchio tempo di assenza, il 17 marzo vado a Finale Ligure, a Monte Cucco. Alessandro Grillo mi fa conoscere Nico Ivaldo, giovane studente di medicina che promette molto bene. Assieme a lui e ad altri due amici saliamo la Via Diretta del Tetto. Poi con Grillo e Marco Lanzavecchia è la volta dell’impegnativa via Satori, di cui l’autore (Grillo) è assai orgoglioso. A quel tempo le vie a Finale erano tutte abbastanza complesse, più che altro perché non erano ancora state chiodate a spit. Farne più di due al giorno non era consueto.

Mario Mondino e Ornella Antonioli verso il Colle Perrin, 3 marzo 1979
Alessandro Gogna sulla Cascata della Chiusa di Valsassina, 11 marzo 1979.

Ho in programma la sezione di scialpinismo nell’ambito del Corso per Aspiranti Guida, dunque devo anche allenarmi a fare metri in salita e possibilmente migliorare ancora in discesa. Gli amici e vicini di casa Mario Mondino e Walter Gandini premono per una gita in alta montagna: non rimane che puntare al Breithorn Occidentale, gita non impegnativa, in ambiente di quota e di sicuro successo. L’8 aprile ci andiamo in quattro, con Nella. Con lei rimarrò tutta la settimana alle Fate Nere. Ed ecco che ancora una volta Renato Casarotto mi raggiunge per rifinire la nostra preparazione: il 12 aprile saliamo per i Laghi Resy al Colle Palon di Resy (a nord-est del Palon di Resy), scendendo poi nel vallone di Verra; il 13 saliamo al Passo di Mascognaz 2859 m salendo il cosiddetto Canalone del Pinter e poi scendendo verso il Perrin. Ma poi Renato deve tornare a casa per Pasqua, così il 14 aprile mi limito a fare metri di dislivello fino all’Alpe Vascoccia 2254 m, sopra a Mandriou.

Telefoto sul Cervino dal Passo di Mascognaz, 13 aprile 1979

Festeggiamo Pasqua con Nella e Walter Gandini salendo in vetta al Monte Facciabella 2621 m e poi il Lunedì dell’Angelo salendo al Colle Tantané 2683 m: evitiamo di salire la cresta est del Monte Tantané (che avrebbe richiesto l’uso della corda) e ci accontentiamo della sovrastante Quota 2700 m.

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Il profeta dello scandalo
(gia pubblicato in GognaBlog, vedi https://gognablog.sherpa-gate.com/il-profeta-dello-scandalo/)
E’ bene apprezzare sdraiati sul divano la musica di Mike Oldfield, le note di Ommadawn sono un risveglio, ogni alba riposa su bei cuscini, io stesso sono appoggiato su almeno due morbidi guanciali. Tanto più feroce è il contrasto tra la musica esaltante e la mia posizione orizzon­tale, rilassata, maggiore è il godimento spirituale e fisico. Accanto a me sembra che Nella voglia sussurrarmi qualcosa, si vede che la musica la interessa meno ma nello stesso tempo non osa disturbarmi. La guardo, ma non mi sembra di riconoscere la solita Nella. Una luce briccona brilla nei suoi occhi e istantanea si fonde con la musica.

Jim Bridwell

«Senti, ho visto delle fotografie della parete del Capitan. Ho pensato che mi piacerebbe salire quel muro, ma sai che lo potrei fare solo con te. So che è difficile, ma tu ce la puoi fare…».

«Certo potevi sceglierne una meno difficile! Ma tu sai cos’è il Capitan? Conosci la storia del Naso, della Salathé, della North Ameri­ca Wall? Lo sai che ci sono dei pendoli per effettuare i quali bisogna mettersi a correre sul muro verticale? Una volta tu non avevi paura del vuoto? Ma già non ti riconosco più, sei sempre più bella e più cara. Cominciamo con il fare qualcosa di più facile».

So bene di non essermi dimostrato molto entusiasta di quella pazza idea, ma ora è giusto non precorrere i tempi. Che senso ha sognare di California quando si sta camminando su un così bel sentiero del Nepal? Le risaie si susseguono alle risaie, su terrazze lavorate con infinito sudore nei secoli; fa caldo, ma non ho fretta. Nella è andata avanti, in salita: quella si lamenta sempre di essere debole e poi è sempre la prima ad arrivare, a vedere, a capire. Preferisco stare con Romolo Nottaris, guida alpina e amico. Con lui mi intendo perché è semplice, nella sua volontà continuo a vedere il mio passato, quando non capivo che cosa un giorno potesse fermarmi. D’improvviso si siede su un sasso, vuole riposarsi. Come spesso succede, a volte non si ha voglia di fermarsi, per esempio si ha paura che il vento fresco ci raffreddi la schiena umida. Così proseguo, tanto, mi dico, raggiungerò Nella e starò un po’ con lei. Romolo arriverà. Non mi nascondo pure una certa soddisfazione perché Romolo è un forte camminatore, molto più allenato di me: se lui si è fermato e io non mi sento stanco, vuol dire che non sono proprio da buttar via! Come nelle tappe alpine del giro d’Italia supero la cima della salita da solo e comincio la discesa, attraverso le case di un villaggio. Mi aspetto sempre di vedere Nella, ad ogni tornante, ma devo scendere parecchio prima di vederla, seduta all’ombra di un magnifico giardino, posto ideale per la sosta, la fine della giornata di cammino. Sta conversando con Jim Bridwell, il grande alpinista hippy americano, dai polsi forti e dai capelli lunghi e biondi, un moderno generale Custer. Ora che mi viene in mente sapevo che lui doveva passare per di qua, che le nostre strade si sarebbero incrociate ancora, dopo la California. È molto alto, baffi biondi e occhi azzurri, avambracci potenti, dinoccolato. È assieme al suo compagno, così diverso da lui, piccolo, scuro, abbastanza mefisto­felico, con due occhi neri e pungenti. Però anche questo è sorridente e simpatico, allo stesso modo di Jim. L’atmosfera è subito calda e pacifica, scopriamo persino che il nostro amico Jim sa un po’ l’italia­no. Quel giorno ha fatto una difficilissima scalata, in Patagonia. Questa storia la possiamo leggere sulle sue mani, che ancora tremano per lo sforzo e la concentrazione. Quel Cerro Torre ha provato anche lui, diamine! Il suo compagno non parla, sorride: sembra un genti­luomo argentino e la sua parte non dev’essere stata secondaria oggi. Ma ora è bello, è giusto riposarsi. Un nepalese ci porta del tè bollente con il latte.

Ornella Antonioli in vetta al Monte Facciabella, 22 ottobre 1978.

Gennaio in Nepal è un mese splendido, certamente più dolce che l’estate patagonica. Ma ora, sulle Torri di Sella, è tiepido: la cordiale amicizia che ci lega a Jim ha trovato un’altra magnifica cornice naturale, ma non siamo più soli. Anche gli altri devono pur vedere come arrampica Jim, un fenomeno della natura. Venti, trenta occhi seguono le sue evoluzioni su una placca di dolomia giallastra. Sono pieno d’ammirazione per il mio amico che in cima ride, ride del mondo che lo giudica un Jack Kerouac fallito, un arrampicatore tutto muscoli o un depravato a seconda delle circostanze. Un giovane mu­scoloso ma tozzo e un po’ sgraziato vuol provare a salire, ma non ci riesce: suscita l’ilarità degli altri, lui ci sta perché non se la prende e alla fine addirittura lo tirano giù per la corda, rozzo com’era non si meritava altro, ma lui stesso se la ride. Perché prendersela, poi? Il sole sta tramontando, ancora la giornata è tiepida. Un bambino, che già avevo visto al mattino, sta goffamente arrampicando su un sasso. Le piccole dita stringono gli appigli con forza, a tal punto che le unghie diventano rosa: ma i piedi purtroppo, mal calzati con scarpette da tennis, scivolano. Lo guardo con amore, perché è un bambino caro. Accanto a me Giulio Fiocchi, una vecchia quercia, un duro che nella vita ha sempre combattuto con una grinta che talvolta gli invidio: anche lui osserva il bambino e vede se stesso, menomato. Ma non è uomo da lacrime, Fiocchi. Più in là c’è Chris Bonington, il grande alpinista inglese, ideatore e realizzatore delle più strenue ultime im­prese himalayane. Questa volta però ha una gamba ingessata: forse è un ricordo dell’ultima fallita avventura al K2. Il biondo Chris è triste, si può capire, il meccanismo si è inceppato. Il bambino intanto è quasi sulla cima del masso, ma ora sembra abbia paura di cadere. Tutti insieme gli diciamo che imparerà bene se verrà con noi a provare sui sassi della Valle di San Nicolò. Ci terrei proprio, perché sono pieno di amore per quel bambino. Così mi era piaciuto Fletcher Chouinard, capace di vivere il suo mondo, forse già composti gli screzi dell’infan­zia con una personalità già attraente; e così avevo capito il nipote del muratore Silvio Colombo, di Piana Crixia, provincia di Savona, quan­do chiacchierino si rivolgeva a tutti noi e voleva le sue risposte, ripetendo compunto e serio le domande fino all’esasperazione più simpatica. Jim intanto gentilmente ci invita tutti nella sua nuova casa, che ha appena affittato. Non ci lasciamo sfuggire l’invito di Jim, perché vale la pena di vivere un pomeriggio in casa sua. Ma purtroppo mentre sto per avviarmi, mi ritrovo solo e a fatica trovo la casa, una costruzione di legno graziosa, senza pretese. L’entrata non è costituita dal solito viale in mezzo al giardino fiorito. C’è un ingresso piuttosto infelice, si deve passare attraverso due stanzette di legno putrido, un vero e proprio cesso, la latrina di Jim Bridwell. Devo dire che il mio amico sa proteggersi e che chi riesce ad entrare in casa sua è proprio perché l’ha voluto. Altrimenti non vorrebbe passare in mezzo a questo sudiciume, dove toccare qualcosa è sporcarsi. Dopo la latrina alla turca c’è la «vaschetta per la masturbazione», ridicolo pensare in mezzo a questa sozzura. Ma di qui passa la via. A fatica riesco alla luce del sole, ma l’incubo non è finito perché un altro cesso mi attende: il cagatoio di Indro Montanelli. Questo ha un aspetto più decente, ma non c’è meno puzza. Devo stare per un po’ chiuso, come se fosse «occupato» l’esterno. C’è un grande cartellone e su di esso un brano della seconda Catilinaria di Cicerone:

«Di conseguenza è riuscito con grande rapidità a radunare un numero ingente di sciagurati, non solo nella Valle ma anche in Cali­fornia; non solo in America ma in ogni angolo d’Italia. Chiunque fosse oberato di debiti con la società non ha esitato ad associarsi a questa incredibile associazione a delinquere. Affinché voi lettori avve­duti del mio Giornale possiate rendervi conto della varietà delle sue abitudini nei campi più disparati, nelle palestre non c’è reuccio della domenica che non dica d’essere intimo amico di Jim Bridwell; nei teatri alpini non c’è attore sboccato che non si vanti d’avere in questo Satana quasi un collega: si esercitò a sopportare freddo, fame e sete e veglie praticando l’adulterio e il delitto e per queste ragioni fu ritenuto un prode… La sola cosa che è loro rimasta è quella che possedevano quando erano ricchi, una sfrenata voglia di godere; se con il gioco e con la droga cercassero solo orge e prostitute, pur non aspettando nulla di buono da loro, li si potrebbe anche tollerare. Ma ciò che non è tollerabile è che esseri come loro, inetti, insensati, “intrippati”, intorpiditi, tramino insidie a danno di gente perbene, moderata, sobria, vigile. Stravaccati attorno alle mense, allacciati a donne senza pudore, illanguiditi dall’alcool e dal “fumo”, sazi di cibo, incoronati di bende, storditi dai profumi orientali, estenuati dagli eccessi, nelle loro riunioni vanno blaterando che bisogna trucidare la gente perbene e dar fuoco ai supermercati».

Ornella Antonioli al Tantané, 16 aprile 1979

Stentavo a credere ai miei occhi, i miei ricordi scolastici si con­fondevano con il presente, non sapevo più a chi credere. C’era stato un tempo nel quale sulla Domenica del Corriere leggevo pun­tualmente la «stanza» di Montanelli. Allora mi sembrava un uomo di molto buon senso, un buon papà che aveva care le sorti dei suoi italiani. Ma mai avrei pensato un giorno di vederlo simile a Cicerone, un uomo così importante. Pur non avendo inoltre mai sospettato il benché minimo vincolo tra Montanelli e Jim Bridwell, dovevo ricono­scere al famoso giornalista che riusciva sempre a interessarmi. Non capivo poi come i due potessero essere vicini di casa. Jim, è vero, è circondato dalla violenza, dalla retorica, dalla creduta onestà. Attorno a lui è come una sfera di sporcizia, quella di cui si è liberato lui stesso e quella che gli vorrebbero attribuire gli altri. Senza queste mura protettive il diavolo non farà mai del Bene. Ma finalmente penetro la stanza, dove già tutti erano seduti e ridevano, conversavano. C’è in giro quell’aria strana di quando sta per essere servito il «tè alle erbe», con quella semplicità che solo i grandi signori sanno mostrare. Ormai sono pronto ad ogni esperienza nuova, il mio amico parla del passato, di quando «si bucava», di quei tempi terribili. Il passato però è passato, il presente è qui in questa casa allegra dove si può vivere il nuovo mattino. Da piccolo vivevo con la paura del diavolo, ora ce l’ho davanti, ci vivo assieme, ci arrampico assieme ed è mio amico, anche se non so come si chiami il suo compagno di cordata. Solo in chi Bene e Male siano così strettamente associati si può respirare la vera libertà, la vera creatività. Chi tuona dal pulpito in difesa di una società morta, tacciando dei peggiori misfatti chi non accetta le sue parole velenose, è un morto lui stesso, un cadavere che svolge il suo dovere, ma noi dobbiamo «lasciare che i morti seppel­liscano i loro morti (Luca 9,60)».

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E giunge finalmente il grande momento della verità: il corso per Aspiranti Guida. Si tiene a Bormio, con base all’Hotel Nazionale dove ci ritroviamo tutti la sera di sabato 21 aprile. Gli allievi, forse una trentina, provengono un po’ da tutta l’Italia Settentrionale. Il direttore del corso è Gigi Mario, ma ricordo con piacere la nuova amicizia con l’istruttore Tullio Faifer.

Il pendio di risalita al Colle Pasquale

Le previsioni del tempo non sono per nulla favorevoli. La domenica saliamo al rifugio Pizzini: già alle prime battute, divisi in gruppi, riscontro che l’andazzo del corso sarà quello comune a buona parte dei corsi in montagna, cioè la segreta e inconfessata voglia di vedere chi ce l’ha più lungo. Gli istruttori nei confronti dei più giovani e forti allievi; gli allievi, per forza di cose, cioè per sopravvivere. Dopo un po’ ci si fa l’abitudine, tutto è così prevedibile che diventa quasi un gioco, salvo che, come in tutti i giochi, c’è chi vince e c’è chi perde. Mentre avrebbe dovuto esserci chi impara e chi impara meno.

Un momento del Corso Aspiranti Guida, aprile 1979

Tutto questo lo dico a prescindere dalla simpatia dei singoli, che non metto in discussione, anzi. E’ il gruppo che crea questi meccanismi, è la forza istituzionale. I singoli devono adeguarsi (e in questo campo di certo imparano parecchio…), fino a ritrovare la dimensione di un certo divertimento. Si esibiva la forza soprattutto “tirando” i pendii per la pendenza massima possibile, oppure con la velocità: esattamente tutto ciò che non bisogna fare se si ha un cliente… ma tant’è.

Un momento del Corso Aspiranti Guida, aprile 1979

Il mattino dopo partenza antelucana per il Gran Zebrù, gita che però è costretta ad arrestarsi al Passo Zebrù Nord per via di una bella bufera. In effetti lo scopo dell’uscita non era quello di raggiungere una vetta bensì di impartirci lezioni varie (quelle buone e quelle già citate).

Il giorno dopo, 24, partiamo sempre dalla Pizzini per salire al Colle Pasquale 3423 m e poi riscendere al rifugio Branca. In quest’occasione facciamo le esercitazioni per trattenere e poi recuperare in superficie chi cade in un crepaccio. Per fortuna non tocca a me far la parte di chi precipita…

Ci si accinge a preparare la truna o l’igloo: a noi è toccato l’igloo.

La sera, di nuovo in stanza all’Hotel Nazionale, con Renato commentiamo quanto appena vissuto, sperando nella benevolenza degli istruttori (che di certo non si sono lasciati sfuggire le nostre debolezze di preparazione per ciò che riguarda la discesa fuoripista).

Il giorno 25 altre lezioni a Bormio 3000 con preparazione serale di trune e igloo. La notte passa in allegria, mentre fuori nevica alla grande. La mattina dopo, in un tripudio di azzurro, ci sono cinquanta centimetri di neve fresca. Dobbiamo smontare tutto e risalire agli impianti della Quota 3012 m. Circa 200 m di dislivello che occorre risalire senza sci perché assai ripidi. Renato ed io ci assumiamo il compito di battere pista sfondando fino alla vita.

Ed è forse grazie a questo gesto che, in sede di scrutinio, non veniamo colpiti dalla mannaia. Qualche istruttore sarà contrario, ma alla fine passiamo entrambi l’esame.

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Il profeta dello scandalo ultima modifica: 2021-09-26T05:08:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Il profeta dello scandalo”

  1. 3
    Antoniomereu says:

    …”Il profeta. ….”racconto visione di un viaggiotrip da  far vivere  nella matita di H.P. fosse ancora tra noi.
    Bello

  2. 2
    Giorgio Daidola says:

    Spero che tutti questi fantastici ricordi daranno vita ad un libro!  Potrebbe avere come titolo “Una vita di ricerca”… Io sono all’antica, amo ancora la carta!

  3. 1
    albert says:

    Bella ultima foto con sci esibiti. Attacco Zermatt..sembra  con puntale fisso  Artik. Ai miei compagni  il puntale di sicurezza Nepal si apriva, quello  col gancio in acciaio invece era una sicurezza..di non essere sicuro per lo sganciamento in caso di caduta …e’ stato un investimento  sicuro polidecennale ..sempre uguale. Quello che non c’e’in un meccanismo non si rompe.

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